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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni .."

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DIZIONARIO 

DI ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA S* PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI 

SPECIALMENTE INTORNO 

AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, Al SOBtMl PONTEFICI, CARDIHALl 
E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA 
DELLA CHIESA CATTOLICA , ALLE CITTA PATRIARCALI , ARCIVESCOVILI E 
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, Al CONCILO, ALLE FESTE PIÙ SOLENNI, 
AI RITI, ALLE CERIMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E 
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NOlf 
CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC« 

COMPILAZIONE 

DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO 

SECONDO AIUTANTE DI CAMERA 

DI SUA SANTITÀ PIO IX. 



>) 



VCL. LXX. 



IN VENEZIA 

DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA 

MDCCCLIV. 



- hi So - 




La presente edizione è posla sotto la salvaguardia delle leggi 
vigenti, per quanto riguarda la proprietà letteraria, di cui 
r Autore intende godere il diritto, giusta le Convenzioni 
relative. 



DIZIONARIO 



DI ERUDIZIONE 



STORICO -ECCLESIASTICA 




S 



STE 



S 



TEFANO I {s,),Ordme militare ed 
equestre jC sagra religione de* cavalieri di 
s. Stefano I Papa e martire, Equites or^ 
dinis Militiae s. Stephani. losìgoe ordi- 
ne equestre del granducato di Toscana 
(P^*), celebre e beuemerito per militari 
imprese navali, della Chiesa e della so- 
cietà, e formidabile alle piraterie africa- 
ne, barbaresche e turchesche. Dopo ave* 
re Cosimo! Medici duca diToscana am- 
pliato e rassodato il suo florido principa- 
to, considerando che le coste e litorale 
marittimo del medesimo, gli abitanti, le 
città, ì luoghi erano di frequente esposti a 
deplorabili saccheggi, incendi e schiavitù, 
per le funeste invasioni di rapaci e crude- 
lifltimi corsari africani e barbareschi, ne- 
mici del nome cristiano,! quali comechè 
maomettani,ardilamente veleggiavano le 
acque del Mediterraneo, non potendo 
sempre e dappertutto il glorioso ordine 
Gerosolimitano{F',) dal sovrano suo pro- 
pugnacolo di Malta accorrere a frenar- 
ne le depredazioni;quindì compassionao* 
do la triste condizione de'popoli, pacifici 
abitatori delle spiaggìe e iicU della To- 



STE 

scana, esposti alle masnade infedeli che li 
facevano Schiavi ^F,)^ concepì con felice 
idea l'istituzione d'un ordine equestre a 
difesa de'suoi sudditi, e insieme qual ma- 
rina militare dello stato, per preservarlo 
da mire nemiche, proteggere la comune 
sicurezza e rintuzzare l'audace baldanza 
de' ladroni di mare, non che a difesa e 
propagazione della fede cristiana, a mez- 
zo de' valorosi cavalierié Conoscendo che 
per l'impresa avrebbe occorso uscir dai 
limiti de! proprio dominio^ sì rivolse al 
Papa Pio IV, Medici^ per cooperare col- 
la suprema sua autorità al saldo stabili- 
mento e dilatazione dell'ideata cavallere- 
sca milizia navale, e si recò aRoraa a ma- 
nifestargliela. Il Papa con giubilo lodò il 
magnanimo pensiero, e- tutto si offrì a 
concorrervi pel pubblico bene, per la si- 
curezza del Mediterraneo e di fesa del cri- 
stianesimo. Pertantocon breve apostoli- 
co del I .^ottobre 1 56o, Pio I V autorizzò 
e die facoltà al duca Cosimo I di fondare 
sotto gli auspicii e colla regola di s. Ago- 
slino di s. Benedetto, o d'altra mona- 
stica congregazione un ordine militare. 



4 STE 

Quindi il duca portando la sua più seria 
alteoziooe nel formarlo, scelse la regola 
del patriarca s. Benedetto e prese per pa- 
trono principaledeirordine il glorìosoPa* 
pa s. Stefano /(^.) martire, antico pro- 
tettore dell' illustre sua capitale Firenze, 
e lo chiamò col suo nome. Die all'ordi- 
ne per tutelare s. Stefano I, non solo per 
l'ereditaria divozione che gli portava co- 
me fiorentino, ma ancora per riconoscen* 
za e per memoria di aver nel giorno di 
sua festa a'a agosto 1 554 riportata nelle 
vicinanze di Marciano in Val di Chiuiia, 
diocesi e compartimento d'ÀrezzoJa de- 
finitiva vittoria colle sue armi unite alle 
austro-ispane, contro Pietro Strozzi ma- 
resciallo de'france&i in Italia e comandan- 
te r esercito franco- sa nese. Con tale ri- 
nomata battaglia fu deciso il fine della 
politica esistenza dell emula e potente re- 
pubblica di Siena (^.), la sua conquista 
e il consolidamento del suo vacillante dia- 
dema, assicurando la sovranità de' suoi 
stati. Già il principe per sua fortunata 
ventura non solamente aveva restituito 
a'roarcianesi le antiche esenzioni, ma a- 
vea innalzato in Firenze,sul quadrivio di 
8. Felice in Piazza, una colonna di mar- 
moa monumento del fausto avvenimen- 
to, che però a' nostri giorni fu rimossa, 
ed ordinato al celebre Bartolomeo A m- 
mannato che edificasse in mezzo al cam- 
po ove seguì la pugna, detto il campo xit 
Scannagallo, un tempio rotondo,che tut- 
tora vi resta, sotto il titolo di s. Vittoria. 
Attese quindi il duca alla compilazione 
de'regolamenti,che doveano formare ì ca- 
valieri per mezzo della pietà e del valore 
ad una vita lodevole e virtuosa, e si occu- 
pòin pari tempo di stabilire la sede prin- 
cipale dell'ordine, l'erezione della chiesa 
conventuale, della canonica e altre fab- 
briche necessarie agli ufGziali e ministri 
dell'ordine, a cui affidare il governo pò- 
Utioo e spirituale della sagra milizia. Per 
tale residenza posta in discussione la na- 
tui*a de'luoghi più adatti alle spedizioni 
navali^ fissò lo sguardo sull'isola dell'El- 



ST i: 

uà, ricca di miniere di ferro, comoda per 
la capacità de'suoi porti, idonea per uà- 
turale situazione, come la prì nei pale del- 
l'isole dell'arcipelago toscano, capace t 
dare opportuno ricetto alle squadre oa< 
ritti me, riunendo il vantaggio di avaa* 
zate sortite sui pirati africani, che nasco- 
sii tra'scogli e l'isolette deserte del mar 
Tirreno, continuamente traoaavauo i 
danno de'naviganti cristiani. A tale elèt- 
to Cosimo I nel lato angolare dell'isoli, 
in cui concentrasi il mare fa vorendola di 
sicurissimo seno, costruì una forte e belb 
città,e col suo nome la chiamòCosaiopoli, 
oggi Porto Ferraio, e luogo priocipake 
più forte, ed ivi destinò collocare la sc<k 
primaria della milizia. Ma non riusceo* 
dogli l'acquisto del restante dell'Elba, al* 
lora dipendente dalla Spagna, mutato 
consiglio, trovò adattissima i'autica e ce- 
lebre città di Pisa (^.), e quivi ordinò 
l'erezione dell'albergo conventuale, afiì* 
dandone la direzione al valente Giorgio 
Vasari, non meno peritissimo aixhitetto 
che pittore, il quale da' fondamenti oo* 
struì un palazzo conventuale pe'cavalie- 
ri professi o carovanisti, ornaDdoIo de- 
corosamente con pitture e statue, ed e- 
gualmente fabbricò la chiesa conventua* 
le, la canonica per abitazione del priore 
conventuale e pel clero per la divina of- 
ficiatura,e altri edifizt, il lutto degno del- 
la militare religione, che dovea salire a 
tanta rinomanza; i cui trofei, spoglie e in- 
segne tolte al nemico, per riconoscenza a 
Dio e al patrocinio di s. Stefano I, collo- 
cò nella chiesa conventuale, che divenne 
come una cattedrale per.la prerogativa 
dell'episcopali funzioni, alle quali fu al|i- 
litato il priore grancroce. Il Marchesi de* 
scrive questi edifizi, la chiesa di s. Ste- 
fano I, la sua sedia pontificale di marmo, 
cospei*sa di macchie rosse del sangue spar- 
so dal santo quando in essa gli fu moz- 
zato il capo, racchiusa in mezzo alla tri* 
bona in una pontificia cattedra di me- 
tallo dorato; e l'altare ricco di pi*eziose 
pietre^ colla statua dei Papa scolpita in 



STE 

finissimo marmo, sotto di cut ne riposa* 
no le venerande ceneri. Dice pure, che 
non restando nella piazza de*ca va lieri, ove 
sorgono le accennate fabbriche, che il so* 
lo antico palazzo del senato pisano, que- 
sto concesse alla sagra miliziaG)simo Ìli, 
e fu destinato per gli ordinari consessi del 
supremo consiglio, per cancelleria e ar* 
chivio. £ perché il principale scopo dei 
cavalieri dovea essere la difesa e lo spur* 
go del Mediterraneo dai ladronecci de- 
griufedelì, fece Vasari fabbricare sulle ri- 
ve deir Arno un sufficiente arsenale, in 
cui si potessero costruire gii schifi per le 
galere, per poi condurli a Livorno t ri- 
cevervi corrispondenti equìpaggi.Mentre 
gli artefici erano intenti alla costruzione 
degli edifizi, il duca si occupava per stabi- 
lire la forma del manto capitolare e quella 
della croce equestre. Indi stabilì per abi- 
to e divisa da usarsi nelle sagre e solenni 
funzioni, quello già usato da'celebri e pò* 
tenti cavalieri Templari {y>\'\\ manto 
di ciambellotto bianco colle maniche fo« 
derate di ormesino rosso, e che due cor- 
doni e fiocchi di seta color vermiglio,pen- 
dendodal collo giti per gli omeri, simbo* 
leggiassero i' ubbidienza a cui con voto 
doveano sottoporsi i cavalieri. Volle che 
il manco lato rosseggiasse colla croce di ra- 
so porporino, a riserva de'graduatigran- 
ci'oci, priori e bali, i quali in segno di pre« 
minenza la portassero in mezzo al petto; 
finalmente che l' abito terminasse con 
strascico maestoso, a guisa di manto du- 
cale. Per la croce poi adottò quella del- 
l'ordine Gerosolinniano{F,\ii\\tvs2k pe- 
rò nel colore, da portarsi dalla parte del 
cuore, per ricordare a'cavalieri che quel 
salutifero segno dovea essere la calamita 
di loro adorazioni e affetti, e che doveano 
combattere valorosamente colla destra e 
difenderla dagli oltraggi degrinfedeli.De- 
stinò dunque che la croce fosse di raso ros- 
so contornata di fregio d'oro e cucita sulle 
vesti esteriori, permettendo l'uso d'una 
crocetta massiccia d'oro, smaltata di co* 
lore porporino, da portarsi pendente al 



STE 5 

collo, qual segno di decorazione della mi- 
lizia. Da'semplici cavalieri portasi appesa 
nel lato sinistro, e da'grancroci, priori e 
bali portasi pendente al collo e di forma 
maggiore. Il p. Bonanni nel Catalogo de* 
gli ordini equestri e militari esposto in 
immagini, ne riporta la figura dell'abito e 
della croce a p. 1 1 2, chiama i serventi an- 
che col nome di Donati, con veste corta 
e maniche strette,e che i cavalieri in guer- 
ra portavano una veste di seta bianca e 
corta, con fornimenti rossi, e colla croce 
rossa sul petto,come i cavalieri di Malta 
o Gerosolimitaniypev terrore de'barbari 
che I' oppugnavano, e per confòrto dei 
combattenti che la difendevano. I sacer* 
doti poi sulla veste bianca assumono il 
rocchetto e l'almuzia bianca fregiata colla 
croce dell'ordine. I cavalieri ogni volta 
che da'crisliani si faceva un'impresa ge- 
nerale control nemici della s. fede, erano 
obbligati ad intervenirvi in persona, e 
molto più se vi andava il gran maestro per 
accompagnarlo. I cavalieri furono chia- 
mati militi dall' obbligo di militare, fa- 
cendo le loro carovane sopra le galere del- 
l'ordine e da esso mantenuti, ed allora e* 
rauo chiamati cavalieri carovanisti. Il du- 
ca esaminati gli statuti degli altri ordini, 
modellò quelli per questo sui regolamen- 
ti del Gerosolimitano, con alcune relati- 
ve modificazioni; perciò divise i gradi in 
4 classi : i cavalieri o militi, i cappellani, 
i serventi d'armi, i serventi d'oMzio per 
l'esercizio de'diversi ministeri ammini- 
strativi. Volle che i militi come costituti- 
vi del capoe delle partì signorili della mi- 
lizia,fdcessero professione di militare con- 
tro i nemici di nostra fede, e fossero ri- 
partiti in cavalieri di giustizia e in cava- 
lieri di padronato. A chi pretendeva en - 
trare tra' primi, riservò l'onore delle di- 
gnità elettive e capitolari, prescrisse un 
esame di rigorose prove, volendo che la 
sua religione nascesse e non già divenisse 
nobile ne'progressi; dovendo far constare 
di discendere da genitori, avi ed avole 
de'due Iati paterno e materno^ di nobili 



6 STE 

&miglie (noterò che pe'cavalierì di giù- 
itizìa é necessario che le pro?anze di no- 
biltà generosa si facciano fino all' atavo 
inclusive, 5 generazioni cioè al di sopra 
del pretendente,tanto pelati paterni,cbe 
materni), e che fossero capaci di godere 
in patria le maggiori onorificenze, per 3 
gradi e generazioni, cioè da' trisavoli; e 
dipoi nel capitolo generale del 1728 si 
estesero i limiti alla 6.' generazione di eia • 
scuno de'4 quarti di nobiltà. I cavalieri 
di giustizia si divisero in due specie, ec- 
clesiastici (questi ponno essere cavalieri 
per giustìzia, per commenda padronale, 
« per commende di grazia, come ì cava- 
lieri secolari) e secolari, tra'quali non vi 
fosse che il solo di va rio nel l'esercizio del la 
milizia,gliuni dovendo imbrandir la spa- 
da contro gl'infedeli, gli altri invocare il 
celeste aiuto con sagrifizi e orazioni. A 
vigore poi e sostegno dell'ordine si sta* 
biPi la classe de' cavalieri di padronato, 
colla clausola, che se il gran maestro del- 
l'ordine per grazioso indulto dispensava 
i fondatori di commende dalla rigorosa 
discussione di qualche quarto di nobiltà, 
la dispensa non si estendesse a'sostituiti 
€ chiamati alla successione, i quali dovea* 
no giustificare la nobiltà de'quarti della 
genitrice e dell'ava materna, collo stesso 
rigore di prove de'cavalieri di giustizia. 
Quanto all'accettazione de' cappellani e 
sacerdoti d'ubbidienza (va avvertito, che 
i cavalieri cappellani, oggi canonici per 
quanto di rò,formano parte del clero del la 
chiesa conventuale; i sacerdoti d' ubbi- 
dienza erano e sono ceremonieri delle di- 
verse assemblee de'cavalieri dell'ordine, i 
quali usano la toga e mozzetta con croce 
vermiglia eguali a quelle de'canonici, ed 
i rettori delle parocchie filiali dell'ordi- 
ne;ma questi ultimi,sebbenesi conferisco* 
no loro le parrocchie come sopra dal gran 
maestro, non hanno più né il titolo di ca- 
valieri sacerdoti d'ubbidienza, né fanno 
più uso del rispettivo abito, essendo pas- 
sati sotto la dipendenza de' rispettivi or* 
dinari), che do veano prestare quotidiaua 



STE 

assistenza a'ministeri del tempio conven- 
tuale, al governo delle parrocchie e dei 
benefizi che sarebbero incorporati nella 
milizia, furono abilitati a portare sulla 
parte sinistra delle vesti ordinarie la croce 
di raso contornata di seta, e per abito 
si assegnò loro una toga di ciambellotto 
bianco, fornita d'asole e bottoni di seta 
rossa, ed una mozzetta con cappuccio pa- 
rimenti con simili asole e bottoni, e fre- 
giata di croce con fodera e profili di seta 
di color porporino, da portarsi con sotto 
il rocchetto, ed al priore della chiesa fu 
di più concesso lo strascico a forma d'a* 
bito prelatizio. Alle due classi di serventi 
d'armi e di serventi d'oflìcio, furono as- 
segnati gl'impieghi propri di loro profes- 
sione, agli uni di guerreggiare nell' im- 
prese di mare e di terra in aiuto de' mi- 
liti, colla divisa d'una croce uniforme a 
quella de'sacerdoti d'ubbidienza e da por* 
tarsi nel destro lato; agli altri di adoprar* 
si ne'ministeri servili del convento e del* 
l'assemblea, dandosi loro una veste di ra* 
scia bianca con maniche strette, fornite 
di mostre di taffettano rosso, e colla cro- 
ce annessa alla parte destra, formata di 
3 soli rami e priva del superiore a guisa 
d'un Tau greco, per cui poi ebbero il no- 
me di Tau. Per l'osservanza degli statuti 
e delle discipline, come pel governo del* 
rordine,con autorità di mero e misto ini* 
pero, fu istituito un maestrato supremo 
compostodii a soggetti; ed il consiglio su- 
premo e ordinario, formato cioè del grao 
maestro, di 8 graduati conventuali, dei 
priori e bagli vi delle provincie, del prio- 
re della chiesa, ede'cavalieri destinati dal 
capitolo. A li. ^graduato fu dato il titolo 
di commendatore maggiore con esercizio 
e vTcegei'enza del gran maestro durante 
la vita di questi, dovendo risiedere iu un 
convento, li comando delle forze navali 
fu ripartilo tra il contestabile e l'ammi- 
raglio, ad uno affidandosi la direzione 
deiriinprese terrestri, al l'altro le maritti- 
me come generale delle galere: ali.^fu 
data autorità suUegenli di guerra a piedi 



STE 

e a cavallo, con facoltà di punire aadie i 
cavalieri se colpevoli; al a.^ si die eguali 
prerogative sulla squadra navale e suo e- 
qui paggio. Al gran priore del convento 
dell'ordine fu dato il 4*° luogo e attribui- 
ta la supplenza del comoiendatore mag- 
giore, col carico del governo in sua as« 
senza; dovendo vegliare sulla concordia 
e moralità de'cavalieri, quindi amnioni- 
re e castigare, insignire dell'abito i novi* 
zi, con altre attribuzioni. Il 5.^ e 6.*^ luogo 
gerarchico l'ebbero il gran cancelliere e 
il tesoriere generale, dovendo sovrastare 
ìlf.^a'subalterni ministri nella custodia 
della scritture spettanti alla cancelleria, 
all'archi vio,a'regislri; il s.^alla cura del« 
l'introitoe dell'esito, ricevere ecustodire 
il tesoro. Gli altri due graduati furono il 
conservatore generale, e 1' ospitalario o 
buon uomo dell'ospedale, do vendo il i.^ 
vegliare sulle possessioni, loro conserva- 
zione e incremento, non che sull'armeria; 
il 2.** aver cura caritatevole degl' infer* 
mi, sia nell'assistenza corporale, sia nella 
spirituale. In sostanza, per la cura e vi- 
gilanza delle cose e negozi della religio- 
ne venne stabilito il descritto consiglio 
ordinario di dodici cavalieri, al quale do^ 
vea intervenire il gran maestro o suo luo- 
gotenente. Formarono tale consiglio il 
commendatore maggiore, il contestubile, 
l'ammiraglio, il priore del convento, il 
gran cancelliere, il tesoriere, il conserva- 
tore generale, il buonuomodell'ospeda- 
le,i priori e bagli vi delle provincie, il prio- 
re della cbie^ìa, e quelli di essi graduati 
che si trovassero al convento, e dopo di 
essi doveano intervenirvi que' cavalieri 
che da'capitoli generali o dal gran mae- 
stro vi venissero deputati, secondo il gra- 
do d'anzianità, onde reifelto fosse che si 
adunassero semprein numero di 12. E qui 
aggiungerò, che il moto-proprio sovrano 
de'5 aprile 1784 ridusse al numero di 6 
i grancroci componenti il consìglio, cioè 
mg.'^priore della con ventuale,il gran con- 
testabile eh' è il luogotenente del gran 
maestro e lai.* dignità del consiglio me- 



8TE 7 

desimo^ il gran priore, il gran cancellie- 
re, il gran tesoriere, e il gran conservato- 
re; tutti a nomina del principe. Inoltre 
con detto atto restò soppresso il capitolo 
generale.Tutto questo venne stabilito per 
la prosperità del temporale reggimetito 
deiroi*dine; mentre per indirizzare le a- 
ni me nella via della salute eterna^ fu crea- 
to un prelato priore della chiesa con l'u- 
so della gran croce, con titolo di monsi- 
gnore,e considerato 9.* dignità dell'ordi- 
ne, commettendosi a lui eziandio Tedifi- 
cazione &Ia custodia pastorale del clero, 
con quasi vescovile giurisdizione subor- 
dinata al consiglio de' 12. Si stabilirono 
pure i riti e le ceremonieper la vestizio- 
ne de' novizi, nell' emettere i 3 voli; la 
forma de'triennali consessi capitolari, da 
radunarsi nel conventuale di Pisa e inco- 
minciarsi nella domenica in Albis^ col- 
l'intervento del gran maestro o del suo 
luogotenente. Nell'apertura del capitolo 
fu disposto, che i cavalieri chiamati al- 
l'ubbidienza, con profondo iiA:hinQ s) re- 
cassero a baciare il lungo strascico dei 
gran maestro sedente in trono; quindi per 
la piazza de'cavalierl si dovesse fare da 
tutto r ordine solenne processione, che 
entrata nella chiesa conventuale , inco* 
minciasse la messa cantata, framezzata 
con un'orazione pronunzi ala da un cava- 
liere dell'ordine, per eccitare col raccon- 
to delle belle imprese de'maggiori, il de- 
bito dell'imitazione. Quindi Pio iV col- 
la bolla His^ quac prò religioni s propa- 
gationcj del i .^febbraio 1 562, BulL Rom, 
t. 4) pai*- 2 9 p- i38, approvò e confer- 
mò solennemente l'ordine e religione del- 
la milizia di s. Stefano f, gli statuti che 
a vea fatto esaminare, colla regola di s.Be- 
nedetto, ed i 3 voti di carità, di castità 
coni uga le, e di ubbidienza a'superiori;per 
riscattare ì fedeli dal duro giogo e schia- 
vitù de'turchi, pel dilatamento del culto 
cristiano, per l'accrescimento della fede 
ortodossa; encomiò Cosimo 1 e lo costituì 
grau maestro e fondatore, e i successori 
di lui al trono nella medesima suprema 



8 STE 

digoità, coDCtdendo airoidine iudulii ed 
eseasioDÌ,Iodandonc il pio e generoso sco- 
po; e al gran maestro facoltà iHimitale 
per fare nuove leggi, per conferire i be* 
nefizi ecclesiastici delPordi uè, la cogoizio* 
ne delle cause de cavalieri, eoo giurisdi- 
wne spirituale e temporale, inclusiva- 
mente sopra gli ecclesiastici e le monache 
dell'ordine. Dopo tutto questore dopo a- 
▼er Cosimo I assegnato il patrimonio al 
convento di Pisa, eformati i fondi per 60 
commeude, per grati ficare cou esse i va- 
lorosi, prese solenne possesso con gran 
pompa calla presenzad'innumerabileno- 
biltà, del supremo magistero a' 1 5 mar- 
zo 1 562,rice vendo nel duomo di Pisa l'a- 
bito dalle manidelnuozioapostolicoGior- 
gio Cornaro vescovo di Treviso, facente 
le veci del Papa. Trovandosi Cosimo 1 
costituito canonicamente nel gran magi- 
stero, con zelo sì die a propagare la reli- 
giosa cavallena,onde a'3o del medesimo 
marzo con pomposa ceremooia volle e- 
sercitare leA;ua autorità, e vestì del man- 
to cavalleresco 8 personaggi di chiarissi- 
mo sangue. Pio IV volendo condecora* 
re la sagra milizia di altri segnalati prì- 
vilegi, colla bolla Alliludo divinae prò- 
videnllacy de'7 luglio 1 562, Bull, cit. p. 
i4o, dichiarò per sempre immuni i ca- 
"valieri, officiali e ministri, sacerdoti e be- 
iÌeficiati,colle iorocommeude, beni e par- 
l'occhie, dalla giurisdizione, visita (tran- 
uè le chiese parrocchiali, per quello che 
concerne il ministero de' sagramenti, e 
quali delegati della s.Sede), superiorità 
e dominio de'metropolitani, vescovi e or- 
dinari de'luoghì. soggettandoli a Cosimo 
1 ed a'monarchi gran maestri suoi suc- 
cessori, nell'uno e nell'altro foro; dichia- 
rando che al solo tribunale del gran mae- 
stro fossero subordinati i cavalieri e mi- 
Distri della militare religione, ed abilitò 
tanto i coniugati che i bigami al godi- 
mento delle pensioni ecclesiastiche per la 
somma di scudi 200 d'oro. Il successore 
s. Pio V neh 569 ornò Cosimo I del ti- 
tolo e dignità di granducale soleuaemcn* 



STE 

te Io coronò colla ducale corona, doau 
dogli la Rosa d' oro (r,) benedetta. E 
siccome s. Pio V modem e aboFi aleni 
de' nominati indulti concessi da'Papii 
vari ordini militari,colla bolla Sacrouiè'] 
ctuniy de'9 settembre 1 568, Bull. RomA 
4, par. 3, p. 38; dipoi mouo Sisto V dal- 
le splendide imprese già fatte da'can- 
lieri contro i corsari africaDÌ in mtrtt 
in terra,colla hoWaCircum speda roau» 
PonUficìs,de2 3 marzo 1 590, Bull.lùm 
t. 5, par. f , p. 1 24, derogò al disposto à 
s. Pio V, eriuvalidò la concessione di h 
IV. Già Sisto V col breve Praeclaraà' 
votionis sinceritas, degli t 1 settembre 
1587, Bull, cit. t. 49 pai'* 4» ovea auto- 
rizzato ilgraiiducaFrancescol gran mte 
Siro, d'erigere in commende dell'orduK 
gli ospedali che foudasse nella Toscaia, 
con altri privilegi. Paolo V colla bolla' 
Dutn generosa miUlum Mililiae s. Su- 
phani, de' 1 8 giugno 1 608, BulL ciL L 5, 
par. 3, p. 3 19, ampliò all'ordine i privi- 
legi, ed eslese il godimento delle pensio- 
ni ecclesia «àtiche a scudi 4oo d'oro, pari 
a romani scudi 600, sópra qualunque 
chiesa arcivescovile, mitrata e beneficia- 
le. Paolo V si mostrò così Fargo per U 
gloria erepulazione,a cui era giunto l'or- 
dine per avere con le sue prodezze im- 
brigliato la tracotanza de'pirati africaoi, 
che prima tenevano in continua inquie- 
tudiue il mare; difeso coraggiosa meole 
piò volte le coste d'Italia, e penetrati i 
cavalieri arditamente, con profusione di 
sostanze e sangue, nelle provincie otto- 
mane, con sottomettere e diroccare varie 
piazze,econ riportare segnalate vittorie, 
come veri soldati della milizia e fede di 
Gesù Cristo. Ma ritornando alle ampie 
concessioni di Pio IV, contenute nella ci- 
tata bolla Allitudo^ accordò pure a'ca- 
valien la facoltà di trasferire le pensioni 
anche intere ad altri soggetti, e in punto 
eziandio di morte alla presenza d* una 
persona costituita in sagra dignità o in- 
signita dell'abito della stessa milizia. Ac- 
cordò loro l'indulto di testare a fuvoie 



STE 

degli spuri e altri incapaci d'essere am- 
messi alle successioni, stabili, mobìli e 
gemme acquistate co'proventi de'bene- 
fizi e delle commende, purché ne lascino 
la S.'parlealconvento.Onorò poi e qua* 
lificò il priore della chiesa, dell'uso della 
mitra, pastorale, sandali e altre insegne 
vescovili e pontificali, permettendogli di 
celebrare con essi la messa, d'assistere ai 
divini uffizi e di benedire solennemente 
il popolo quando vorranno; la quale pre- 
rogativa i'u estesa da Innocenzo XII alla 
mitra preziosa vescovile in tutte le chiese 
della religione. Inoltre Pio IV assolvè gli 
ascritti alla sagra milizia da inadempi- 
menti della regola,eccettuatoil caso d'in* 
ubbidienze^ la ribellione e altri casi pec- 
caminosi; esentò i beni e rendite della mi- 
lizia da'pesi ordinari e straordinari che 
in futuro fossero imposti da' Papi, inclu- 
si vamente per crociate contro gì infedeli; 
$i(francò le commende e benefizi da qua- 
lunque pensione; accordò l'indulgenza 
plenaria a'morti nelle spedizioni di terra 
e di mare, e la simile a tutti i fedeli che 
visitassero la chiesa conventuale nella fé- 
stadi S.Stefano I; a'fondatori di commen- 
de, ed a quelli che facessero pie lascile 
all'ordine concesse le ricompense da'Pa- 
pi elargite a'benefattori dell'ordine Ge- 
i*osolimitano.Con breve dell 563 Pio IV 
accordò l' indulgenza del giubileo alla 
chiesa di s. Stefano di Pisa, nella 2.* do- 
menica dopo Pasqua, e dal giorno di s, 
Matteo per tutta r8/,abilitando alla scel* 
tad'unconfessoreapprovato,per l'assola- 
sione de'casi riservati alla s. Sede, tranne 
quelli della bolla in Coe/iaDo/Tim/j indul- 
genza applicabile per ogni visita a'defun- 
ti. All'ordine ne'primordi fu datoli titolo 
d*IlluslrissimaySagra e Militare religio* 
ne, quando V Illustrissimo si dava all'or- 
dine Gerosolimitano, a' cardinali, ed ai 
principi d'altezza. Il citato Marchesi ri- 
porta i privilegi accordati all' ordine di 
esenzione e franchigie, dal suo fondatore 
Cosimo I. Intanto che l'ordine si propa- 
gava in vari stati e regui,c che già inPisa 



STE 9 

avea un monastero di monache dell'or- 
dine stesso, in Firenze fu eretto il celebre 
monastero della ss. Concezione, concepi- 
mento di d. Leonora di Toledo moglie di 
Cosimo I,la quale meditava di raccoglier- 
vi le fanciulle più nobili di Toscana. La 
morte avendole impedito l'effettuazione 
completa, l'ebbe poi nel 1 592, terminate 
che furono le fabbriche necessarie.In vir- 
tù dunque d'un breve facoltativo di Pa- 
pa Clemente Vili, venne dalle monache 
delle Murale^co'suffragi capitolari eletta 
suor Umiliana de' Lanzi, in cui risplen- 
devano doli venerande, per abbadessa 
del novello convento. Essa invitò per se- 
gunci e compagne nel regolare istituto 
Oretta Sapiti, Clemenzia d'Haro nobi- 
lissima spagnuola , Laura Aldobrandino 
stretta congiunta di detto Papa, e Lau- 
domina de'Malatesti della casa che domi- 
nò sulla maggior parte di Romagna e del- 
la Marca. Furono queste candidate in- 
trodotte nella nuova clausura dalla gran- 
duchessa* Cristina di Lorena (il cui ma- 
rito Ferdinando I nel 1 590 avea riforma- 
ti gli statuti dell' ordine) e da Maria de 
Medici poi regina di Francia; e con pre- 
ludi sì illustn giornalmente crebbe quel 
monastero in numero di professee in isti- 
ma,per le rigorose prove de'4quarti di no- 
biltà, alle quali doveano sottostare quel- 
le educande, che pretendevano ricevervi 
il sagro velo. Le monache assunsero per 
vesti la tonaca di colore bianco, in cui 
rosseggiava la croce di raso, benché con 
orlatura di seta gialla, per modestia mo- 
nastica; furono ammesse alla partecipa- 
zione de'privilegi della milizia di s. Ste- 
fano, dalla quale furono dirette, ed an- 
ch'esse coll'orazione e regolare disciplina 
fecero incessante guerra a' nemici della 
fede. Leggo nel ricordato p. Bonanni,che 
a p. 1 29 riporta la figura delle Monache 
deW ordine equestre di s, Stefano, che a 
questo furono pure ascrìtti alcuni mona- 
steri di monache;cheili.°di essi era quel- 
lo di Pisa sotto il litolodi s. Benedetto e 
colla sua regola, già vallombrosane,pas- 



IO STE 

•andò poi nell'ordiue equestre nel 1 565, 
dopoché Pio IV donò l'abbazia di t. Pao* 
lo a Ripa d'Arno, in cui era questo mo- 
nastero,nirordine militare; che il a.* mo- 
nastero fu fondato in Firenze nel i588 
dalla granduchessa Eleonora, e approva* 
to da Cleuiente Vili a*25 maggioiSga 
colla bolla Superna disposiiione; che le 
monache de'due monasteri vesti f ano to- 
naca di lana bianca con simile scapolare, 
e sul quale nella parte del petto affissero 
una croce simile alla (Gerosolimitana o 
di Malta quanto alla forma, ma rossa, e 
che quelle di Firenze la contornarono di 
seta gialla ; che in testa posero un velo 
bianco, sovrapposto da altro nero ; che 
nelle funzioni corali usarono ampia co- 
colla bianca fregiata di eguale croce e- 
questre, con maniche assai grandi e fo- 
derate d'orme»inorosso.Che le abbades- 
se de'ti uè monasteri portavano la croce 
più grande di velluto rosso in mezzo al 
petto; che le serventi chiamate Converse 
aveano la croce di saia e più piccola ; e 
che le religiose dell'ordine equestre di s. 
Stefano erono scelte da famiglie nobili, 
come i cavalieri della medesima religio- 
ne. Le monache e monastero in Pisa di s. 
Benedetto esistono tuttora. Alle converse 
di questo convento, che in principio por- 
tavano la croce di 3 spicchi o Tau,fu con- 
cesso nel 16 1 o di portarla intera di saia, 
e sul lato destra. Questo monastero con 
l'altro in Firenze della ss. Concezione,clie 
di presente più non esiste, con moto-pro- 
prio de'iS ottobre 1 781 fu tolto alla di- 
pendenza della religione di s. Stefano f, e 
trasferito in quella de'rispettivi ordinari; 
ciò non ostante le mentovate monache di 
s. Benedetto usano sopra il loro abito la 
croce deir ordine. Intanto si andavano 
pubblicando glistatuti,e (e seguenti ope- 
re, a lustro deirordine, di venuto celebre 
e benemerito della cristianità, per le sue 
militari imprese control turchi, e preci- 
puamentre contro l'odioso e terribile bri- 
gantaggio della pirateria. Staluli, capi* 
ioli et coslUuUoni dell'ordine de' cavalle* 



STE 

ri di s. Stephano sfondato et rioiaio dd | 
r/lLmo el Eccf^si^. Cosimo iMedicidau 
di Firenze, et di Siena, Fiorenza 1 56) 
Statuii ec. con le dichiarationi , el oda- 
tioni fatte in detto ordine per lutto tan- 
no tSj 5. Fiorenza 1577, 1^9 5. Stolte^, 
ec. con le addi tioni ordinate in tempo à t 
Coxiino II e Ferdinando li grandtuk 1 
di Toscanaegrau maestri, FWeaze 1 665. | 
Olimpio Ricci, che nel 1 675 pubblicò il : 
Discorso de* giubilei universali, parlan- 
do de'due sodalizi della n.izione fìoreo- 
tina in Roma, di quello della Pietà e stu 
chiesa di s. Giovanni (di cui parlai od 
voi. Il, p. 296, XXV, p.i9,LII, p. aiS), 
a p* 1 94 riferisce, che tra le feste mobili < 
che in essa si celebravano, singolare era 
quella di s. Stefano I Pupa e martire, che 
solennizzavano a' a agosto i caTalieri del 
suo ordine, i quali aveano la princi()al« 
loro chiesa in Pisa, residenza del luogo- 
tenente del gran maestro. Nel voi. IX, 
p. 174 descrissi l'esequie in tal chiesa cel^ 
brate al cardinal Nerli priore de'cavalie* 
ri di s. Stefano,eche Clemente XI permi- 
se di porre gli spicchi della croce nel suo 
stemma, e sul catafalco l'abito priorale. 
Sul portare la croce sulla moxzelta car- 
dinalizia, de'cardinali di qualunque mi- 
lizia professi, parlai nel voi. XVIII, p. 
a65. Quanto a'funerali aggiungerò, che 
nel n.^ 1 954 del Diario di Roma del 1 798 
si legge la descrizione della solenne pom- 
pa funebre fatta al defunto conte Enea 
Caprara comandante generale di tutte le 
truppe pontificie, e cavaliere dell'ordine 
dis. Stefano, venendo esposto il cadavere 
in terra con coltre nel suo appartamento, 
colla divisa di gala deli.^reggimeato dei 
rossi delle guardie di sua Santità, con i* 
spada nuda e bastone al braccio, ed a'pie- 
di il manto dell'ordine di s. Stefano, con 
l'elmo e busto d'acciaio. L'esequie si ce- 
lebrarono nella basilica di s. Lorenzo in 
Damaso, e dopo la messa pontificata da 
Buschi arcivescovo d' Efeso e le solenni 
sue assoluzioni; i cairalieri di s. Stefano di* 
moranli in Roma gli celebrarono altre so- 



STE 

leoni assoluzioni, coll'assistenzn del par- 
roco della basilica. Usarono le consuete 
ceremonie, gli levarono la croce del loro 
ordine, coprirono il corpo del defunto e- 
sposto sulla terra con coltre, col manto 
che già teneva piegato a'piedi, e canta- 
rono il saIaioM/^erere;strapparono quin- 
di il manto, e terminata la funzione il ca* 
daverefu racchiuso in 3 casse, e colla vet- 
tina de'precordi fu murato in una nave 
della chiesa. In Firenze nel 1 70 1 furono 
stampati: I pregi della Toscana neWini' 
prese pia segnalate de* cavalieri dis.Ste» 
fanOyOpera data in Inceda Fulvio Fon* 
lana della compagnia di Gesù, dedica- 
ta aW altezza reale di Cosimo III gran- 
duca di Toscana e gran maestro dell'or- 
dine. In quest'opera si dicono alcune pa* 
role sulla città di Pisa qual sede della sa- 
gra religione di s. Stefano I, e di Livor- 
no come porto donde s'imbarcavano i ca* 
valieri carovanisti che riportarono tante 
gloriose vittorie sopra il comune nemi- 
co, ed ivi approdarono colle spoglie illu- 
stri di esse. Si riportano le serie de'reali 
gran maestri, si descrive la fondazione 
della religione, l'abito de'ca valieri, le lo- 
ro distinzioni e gradi, la chiesa conven* 
tuale, il governo dell'ordine. Vi è la se- 
rie degli ammiragli, il catalogo delle pre- 
de fatte, co'disegni che le rappresentano, 
sia d'un gran numero di navi e vascelli, 
sia di città, ffjrtezze, terre, castelli de'tur- 
chi cui s'impadronirono, colla liberazio- 
ne d'innumerabili schiavi e navi cristia- 
iìe;conie i cavalieri presero parte alla gran 
battaglia di Lepanto con 1 1 galere^e vin- 
ta dalla lega delle armi cristiane forma- 
la da s. Pio F {F.); come predarono la 
capitana del famoso corsaro Barbarossn, 
come«espugnarono e presero le città di 
Scio e di Bona, Prevesa, Laiazzo, Fini- 
ca. Disto, Ghiremen, Elimano, Bischen, 
Namur di Caramauia, ed altre fortezze 
e luoghi. Vi è il catalogò de'ca valieri ca- 
pitani comandanti le galere di s. Stefa- 
no, quello de'cavalieri fregiati delle su- 
preme dignità della Chiesa, cioè Leone 



STE ri 

Xf,6 cardinali,e Camillo Rospigliosi fra- 
tellodi Clemente IX egenerale di s. Chie- 
sa; il catalogo degli auditori presidenti 
della sagra milizia, quello del consiglio 
de' 1 2 d'allora,e l'altro di tutti quelli che 
godevano l'onore parimenti della gran- 
croce con titolo di priorato, cronologi- 
camente secondo l'epoca delle loro fon- 
dazioni ; non che di quelli che godevano 
le altre dignità permanenti e che gode- 
rono l'elettive, come di grancroce eoa 
titolo di baliaggio, di luogotenenti gran 
maestri, di gran commendatori, di gran 
contestabili, di gran ammiragli, di gran 
priori, di gran cancellieri, di gran teso- 
rieri, di gran conservatori, di gran ospi- 
talari, e per ultimo il catalogo de'prelati 
priori della chiesa conventuale con l'uso 
della gran croce. Nel 1706 in Milano fu 
stampato, di Aldighiero Fontana, G/o- 
rie immortali della religione di s. Stefano 
I Papa e martire^ in armi e in lettere^ 
In Forlì nel 1735 fu pubblicata del cav. 
Giorgio Viviano Marchesi, La Galleria 
dell'onore ove sono descritte le segnala- 
te memorie del sagro ordine militare di 
s, Stefano I Papa e martire^ e de* suoi 
cavalieri colle glorie antiche e moderne 
dell'illustri loro patrie e fami glie dentro 
e fuori d'Italia y e col dilettevole intrec' 
ciò di molte storiche e geografiche eru» 
dizioni^ dedicate ali* altezza reale del se- 
renissimo Gio, Gastone granduca di To* 
scana e gran maestro dell' ordine. Os- 
serva l'autore deiropera,eruditissima per 
la svariata copia dì notizie interessanti 
principalmente la storia^delie città e del- 
le fimiglie ch'ebbero cavalieri dis. Ste- 
fano,che mirabili furono i progressi del- 
l'ordine uìililare,mentre ancora non con- 
tava due secoli dal suo nascimento, es- 
sendo divenuto in breve tempo grande e 
tremendo a' maomettani, poiché contro 
• di essi continuamente impiegava! cava- 
lieri in servigio di Dio e della repubbli- 
ca cristiana, come ne fanno testimonian- 
za Soranzi, Idea del cavaliere^ e Giusli- 
tmn't^H istoria degli ordini mili tari. Tan* 



la STE' 

te e tali furono le imprete recate a pro- 
spero One col senno e col valore, sangue 
e vita da' cavalieri, che dubitare si po- 
trebbe della non antichità dell'ordine, io 
confronto dell' operato da altri cavalle* 
resebi. Ne fiiuno testimonianze autenti- 
che de'suoi fusti i molti segnalati trofei 
che furono appesi nel tempio conventua- 
le, di fanali e bandiere tolti agl'iAfedelì. 
Che a centinaia ponno numerarsi le pre- 
de delle galere e vascelli, e degli altri le- 
gni di guerra e da carico ; a migliaia i 
pezzi d'artiglierie di bronzo e di ferro col- 
le quali furono guernite le migliori piaz- 
ze di Toscana. Una parte di essi lique- 
fdtti servirono alla fusione delle statue di 
Cosimo 1 e Ferdinando I, collocate sulle 
piazze Ducale e della Nunziata, in una 
con iscrizione celebrante i tiionfi della 
sagra milizia. Colla forza de'cavalieri fu- 
rono ancora sottomesse le beo munite for- 
tezze di Stora, di Cholle, di Castello di 
Terra a Rodi, e di Monastero in Numi- 
dia; rammentando pure l'espugnazione 
delle altre città e luoghi che col p. Fon- 
tana già ricordai, come ancora le tentate 
conquiste di Nixia, di Famagosta e del 
regno di Cipro, e diverse altre imprese 
eziandio terrestri, operate di concordia 
con altre potenze cristiane in Candia,Dal- 
mazia, Albania, Morea e Barberia, ove i 
cavalieri fecero risuonar la fama di loro 
prodezze. Enumerò la liberazione di cir- 
ca 8000 schiavi cristiani restituiti alle de- 
solate famiglie, e condotti schiavi in To- 
scana pili di 37,000 turchi. A suo tem- 
po le opulenti commende fondate da ca« 
se magnatizie erano dotate da ao a 3o 
mila scudi, ed altre minori di io in fondi; 
essendo allora i priorati 4o, i baliaggi 4 1 > 
le commende semplici più di 4oOi P^^* 
cui il complesso de'Ioro fondi ascendeva 
a vari milioni di scudi, colando nel te- 
suro dell'ordine grossissime entrate per 
le sue vaste posstdenze,alcune delle quali 
essendo paludose, con gravi dispendi rese 
salubri e fertili. Fra i tenimenti che enu- 
mera Marchesi, novera V insigne badia 



STE 

dis. Sa vi no fondata nel 7 8 3, die nel i56i 
soppressa da Pio IV fu donata alla m- 
lizia di t. Stefano I, con tutte le sue sp- 
parteoenze spirituali e temporali. Nsm 
pure i fondi urbani, particolarmeotCil 
Livorno, ove l'ordine edificò il graodìft- 
so bagno per ricetto degli schiavi e or- 
zati, che talvolta giunsero a quasi looo: 
oltre due spedali, uno pe'crìstiaoi, fil- 
tro per gl'infedeli, Tenendo assistiti e ob^ 
rati gl'infermi con carità. Altre copiose 
rendite dell' ordine essere i passaggi ek 
tasse de' cavalieri novelli, le aooate ei; 
mortuari delle commende ▼acanti. Coa 
tanti proventi l'ordine manteneva li} 
squadra navale, somministrava gli sp-; 
pannaggi triennali de' graocroci, gli sti- 
pendi de'cavalieri caravanisti e professi, 
del numeroso clero, de' ministri subal- 
terni. L'Ansaldi nel 1 645 calcolò ranooa 
rendita di scudi o ducati aoo,ooo, meo* • 
tre Cosimo I ne avea donati 20^000, laoo- - 
de tutto il rapido incremei>to fu post^ > 
riore e in progresso florido. Leggo poi ; 
neWAlmanach deGotha del 1 8 3 7, p. 66, 
che dalie numerose prove di bravura dò 
cavalieri sul mare, fino al 1678 aveano 
potuto liberarci 5,000 schiavi cristiani, 
caduti miseramente in mano de'turchi; 
e che la loro ultima memorabile spedi- 
zione fu la difesa di Venezia contro gli 
ottomani nel i684,é in tale occasione pu* 1 
re si coprirono di gloria. La carovana fa* 
cevasi da'cavalieri stando al convento io 
Pisa, o sulle galere almeno 3 anni, com- 
putandosi in essi i 6 mesi della professio- 
ne, che consisteva nell'assistenza per par- 
te de'cavalieri carovanisti a'diversi uffizi 
nella conventuale ne'dì festivi coll'abito 
in dosso di ciambellotto. Dopo il trattato 
di pace perpetua e del libero conjmer- 
cio concluso e pubblicato a' a 5 maggio 
1747, fra l'imperatore Francesco I e il 
sultano Mahmoud I, vennero riformate 
le galere sopra le quali militavano i ca- 
valieri di s. Stefano, e ad esse furono so- 
stituiti i vascelli di guerra, su'quali i ca- 
valieri doveano fare le carovane. Bene* 



STE 

dello XIV col breve Praeclara militine^ 
degli Sgiugno l 'j £fi^BulLBenedictiXIP^^ 
t. 2, const. 52, coni^rmò i privilegi del- 
Tordine, e vi aggiunse quello che i cava- 
lieri si potessero presentare al Papa colla 
^pdri//7(^.)alfìanco.Ne parla il n.''4B4^ 
del Diario di Roma del 1748 stesso. Il 
moto^propriosovranode'aoagostoiyyS 
del granduca Leopoldo 1, per le variate 
circostanze de'tempi che reclama vano lo 
stabilimento della marina di guerra to* 
scana sopra un diverso sistema, dichiarò 
superfluo ne' cavalieri di s. Stefano I il 
servizio della navigazione, e stabilì ch'es- 
si dovessero fare le rispettive carovane per 
4 anni in convento in Pisa, ad oggetto 
di poter conseguire l'anzianità, occupan* 
dosi nello studio dell'architettura civile 
e militare, di storia, geografìa,geometrio, 
di lingua francese e tedesca.Di conseguen- 
za il suddetto moto-proprio pose termine 
alla marina militare dell'ordine di s. Ste- 
fano f. Per le vicende politiche che po- 
sero a soqquadro il declinar del trascorso 
8ecolo,anche l'ordine ne patì le lagrimevo- 
li conseguenze, e dopo che i repubblicani 
francesi invasero laTq9caDa,la sua squa- 
dra marittima e militare andò dispersa, 
uè mai più fu ristabilita. Più sensibile sa- 
rebbe riuscita la cessazione di dar la cac- 
cia a'piratì del Mediterraneo, se dopo il 
1 8 1 5 non avessero avuto luogo quelle 
convenzioni delle potenze cogli stati dì 
Barbarla y che abolirono il corseggiare e 
la schiavitù nel modo che narrai a Schia- 
vo. Il granduca Ferdinando III, ricupe- 
rato lo stato, con moto-proprio de'2 2 di- 
cembre 1817 ristabifi l'ordine di s. Ste- 
fano f, e die norma alla costituzione di 
nuove commende di padronato privato 
dell'ordine medesimo. Perciò restò divì- 
so in 4 difièrenli classi, cioè di grancroci, 
di priori, di baPi, e di cavalieri dì giusti- 
zia e di grazia. Ogni persona che possa 
provare 4 quarti di nobiltà e di godere 
una rendita di scudi 3oo su beni stabilì, 
e che fondi una commenda come roag- 
giorasco, riceve l'oidioe che diventa ere* 



STE i3 

ditario nella sua famiglia, ed estìnguen- 
dosi può essere trasmessa dall'ultimo pos- 
sessore ad altra ^miglia, la quale pure 
mancando può passare ad altra, e se que- 
sta ancora ayesse fine, la commenda di- 
viene esclusiva proprietà dell'ordine. La 
fondazione d'una commenda di priore ri- 
chiede 20)000 scudi fiorentini di capita- 
le, quella di bali 1 5,ooo, quella di cava- 
liere 1 0,000. La commenda che dicesi di 
grazia può esser conferita dal sovrano pel 
merito militare, civile e scienziato, sem- 
J3re però a uomini di nascita nobile. La 
rendita che va ad essa congiunta ascen- 
de da 4^ fino a 2 1 o scudi, e una sola e 
medesima persona può godere molte di 
siffatte commende.Dallaccennata sovra- 
na e gran maestra le disposizione furono 
conservati i distintivi, le insegne caval- 
leresche, e gli abiti dell'ordine di s. Ste- 
fano I. Con breve de'25 giugno 1 852, il 
Papa Pio IX concesse il titolo di cano- 
nici, cavalieri sacerdoti d'ubbidienza, a 
que'sacerdoti che fino dalla fondazione 
dell' ordine di s. Stefano I chiamavansi 
cavalieri cappellani, ed oltre la toga di 
ciambellotto bianco con asole e bottoni 
rossi, e la mozzetta parimenti di ciam- 
bellotto bianco, bottoni e asole come so- 
pra con croce vermiglia sul lato sinistro, 
fu pure accordato loro l'uso della cappa 
magna dello stesso ciambellotto bianco 
col gran cappuccio foderato d'ormesino 
rosso, e croce vermiglia sul lato sinistro, 
col privilegio dell'assistente e l'uso della 
bugia nelle funzioni della chiesa conven- 
tuale ; concedendosi al tempo stesso ai 
cappellani minori e beneficiati di quel cle- 
ro slesso la mozzetta di ciambellotto bian- 
co, senza croce, mentre per lo addietro 
portavano il solo cappuccio bianco, sen- 
za distinzione dai chierici cappucciau- 
tì. Il u.^128 del Giornale di Roma del 
i853 riporta il seguente decreto de'So 
maggio, emanalo dal regnante granduca 
Leopoldo II gran maestro dell'ordine di 
s. Ste&no I. >' Visto il nostro decreto del 
3 novembre 1 852, nel quale abbiamo co* 



i4 STE 

8tìtui(o un debito pubblico a carico del- 
lo stato fino alla concorrenza della som- 
ma determinata col decreto stesso,e sotto 
le regole e le condizioni de vennero in 
quello stabilite. Considerando come la 
nuova rendita costituita col decreto an« 
ridetto al saggio del 3 peri oc possa op* 
portunainente prestarsi, come già gli an- 
tichiLuoghi di Monterà servir di dote nel- 
la fondazione di nuove commende di pa- 
dronato privato, col rimanere al tempo 
stesso conciliata senza danno dell'ordine 
la più fucile soddisfazione del desiderio 
deTondatori, colle vedute di pubblica e- 
conomia e d'interesse dello stato. Sentilo 
il nostro consiglio de^ninistri, abbiamo 
decretato e decretiamo quanto appresso. 
j ,^ Viene generalmente permesso di fon* 
dar nuove commende di padronato pri- 
vato neir insigne ordine di s. Stefano 1 
Papa e martire, sul capitale rappresen- 
tato da'titoli della nuova annua rendita 
del 3 peri 00 costituita a carico dello sta- 
to col nostro decreto 3 novembre i852, 
e coerentemente al medesimo inscritto 
sul registro del debito pubblico. 2/ Al- 
l'effetto di cbe Dell'articolo precedente do- 
vrà col contratto di fondazione, da pas- 
sarsi fra il fondatore e l'ordine ne'modi 
consueti,essere trasferita in proprietà del- 
l' ordine stesso tanto àella nuova rendi- 
ta,quanto al saggio del cento per tre val- 
ga a rappresentare il capitale respettiva- 
mente ricbieslo per le commende sem- 
plici, o Col titolo di ballato o di priorato 
dalle leggi e dagli ordini invigore.S.^Sul- 
r appoggio del contratto di fondazione 
verrà a cura della cancelleria dell'ordi- 
ne procurata sul gran libro l'inscrizione 
della rendita corrispondente al capitale 
divenuto fondo commendale in nome del- 
l' ordine stesso quanto alla proprietà, ed 
in nome del commendatario investito 
quanto airusufrutto, con doversi sempre 
u cura della cancelleria procedere di ma- 
no in mano che sia per verificarsi qual- 
che passaggio alle correlative volture nel 
modo prescritto dal regolamento dell'uf- 



STE 

fizio del debito pubblico. 4-" A'coDtrotti 
di fondazione di commende sui capitali 
della nuova rendita restano applicabili lì 
art. 27,286 sgdella legge del registro dei 
25gennaìo 1 85i".Ripeteròcheil patrimo- 
nio dell'ordine donalo dal fondatore Cosi- 
mo I non fu in principio pi ngue,di venendo 
tale soltanto in progresso di tempo. Alcune 
commende dì grazia furono in origine e- 
rette con la soppressione di qualche spe- 
date e di altri luoghi pii, aggregandosene 
le rendite all'ordine. A Itre furono fondate 
sopra di versi proventi appartenenti al so- 
vrano, o sopra qualche tassa imposta a 
questo fine; ed altre finalmente ebbero 
effetto per parte de'fondatori delle com« 
mendedi padronato,ne'quali piacque pre- 
scrivere, che dopo l'estinzione delle linee 
chiamate al godimento di esse, dovesse- 
ro ricadere all'ordine per conferirsi a li- 
bera disposizione del gran maestro. Le 
commende presentemente sono di due 
sorte» cioè commende di padronato, e dì 
grazia* Le prime si godono da'fondatoh 
di esse e dalle famiglie chiamate a succe- 
dere nelle medesime, le quali estinte, le 
commende ricadono all'ordine. Le secon- 
de si conferiscono liberamente dal gran 
maestro o a' cavalieri o ad altri individui 
benemeriti.Essesonodivìse in varie classi; 
rendono a'commendatori da4o sino a 2 00 
scudi toscani, pel pagamento delie quali 
è stata assegnata dal governo la somma 
di lire toscane 200,ooo< Prima della sop- 
pressione temporanea dell'ordine, avve- 
nuta per decreto di Napoleone I impe- 
ratore de'francesi nel 1 809, esistevano le 
commende di anzianità, che conferivansì 
a' cavalieri, avuto riguardo soltanto alla 
maggiore loro anzianità, la quale com* 
pu lavasi dal giorno in cui ciascuno di es- 
si avea terminata la carovana e la prò* 
fessione. I cavalieri dell'ordine di s. Ste- 
fano I sono dì 3 maniere, cioè cavalieri 
militi, cavalieri sacerdoti nobili, e cava- 
lieri serventi , che distinguevansi in ca- 
valieri serventi di arme, i quali militava- 
no sulle galeie^e furono aboliti nel 1 6 1 8, 



STE 

e in serventi d'uffizio o Tali, che non so- 
no propriamente cavalieri. 11 ceremonia- 
le per darsi l'abito deirordine, a forma 
delio statuto, tit. 2, cap. 6, principalmen- 
te consiste. Quello che desidera essere 
ammessoall'ordineper la difesa della reli- 
gione cattolica e accrescimento della me- 
desima sotto l'abito regolare dell' ordi- 
ne, deve fare la professione dell'abito di 
essa milizia, il quale abito ordinariamen* 
tesi piglia nella chiesa conventuale di Pi- 
sa, tranne i cavalieri che fondano o suc- 
cedono a commende di padrona to,i qua- 
li con commissione del consìglio dell'or- 
dine ponno essere vestiti e insigniti al- 
trove, ed eccettuati quelli che per grazia 
del gran maestro fossero dispensati dì 
prenderlo in altro luogo.Ora però l'abito 
de'cavalieri, di qualunque categoria essi 
sieno, si può prendere in qualsiasi chiesa 
ooratorioche loro piaccia. Chiunque per 
zelo di carità brama entrare nella reli- 
gione di 8. Stefano I,ed esserne cavaliere 
e milite di giustizia,dovendo di venire al* 
trouorao,deve prima confessarsi e digiu- 
nare il giorno innanzi alla vestizione del- 
Tabito.Nel giorno di essa, e vestito di ve- 
ste lunga da secolare, si reca nella chie- 
sa o oratorio pubblico, ove si &rà la fun- 
zione (con testimoni e notaro che ne ro- 
ga Tatto), e presentare al cavaliere rice- 
vente deputato (che ne' luoghi ove non 
sono superiori graduati è il più anziano 
cavaliere,o per lo più è il vescovo o arcive- 
scovo, non a delegazione del gran mae- 
stro, ma del consiglio dell'ordine) il suo 
abito di ciambellolto bianco con guar- 
nizioni e cordone rosso, con maniche fo- 
derate di taffellà rosso con croce rossa 
nella sinistra parte. Assistito dal maestro 
di cereroonie si pone genuflesso avanti il 
cavaliere ricevente, e gli consegna la sua 
spada o stocco dorato denudato bacian- 
done l'elsa, e viene da due cavalieri calza- 
to degli 45^ero/t/ {F,) dorali. Indi il rice- 
vente colla spada percuote di piatto il can- 
didato sull'una e l'altra spalla, e dicen- 
do: Esto miles Dei et s, Stephani^ reo- 



STE i5 

dendo al candidalo la spada, il quale al- 
zatosi la vibra due volte, e la restituisce 
ni ricevente, e questi facendo atto di cin- 
gergliela la pone nella guaina. Principia 
quindi la messa che il candidoto ascolta 
in ginocchioni, con candela di cera bian- 
ca accesa in mano, ed a suo tempo rìce* 
ve la comunione. Finita la messa, il mae- 
stro di ceremonie conduce il candidato 
al ricevente, che vestito del suo manto 
siede sul faldistorio, e inginocchiatosi lo 
prega come luogotenente del gran mae- 
stro della religione di s. Stefano a conce- 
dergli l'ordine della sua milizia, dichia- 
rando essere disposto a vivere da buon 
cristiano, promettendo ubbidienza alla 
religione, e occorrendo esporre la propria 
vita a bene della fede cattolica e per au- 
mento della religione di s. Stefano I. Il 
ricevente loda tal proponimento, e sup* 
ponendo il candidato bene informato de- 
gli statuti dell'ordine,lo ammettein esso, 
interpellandolo se eseguirà i suoi capito- 
li, se ha debiti notabili, se è libero di sua 
persona; ed il candidato dà le convenien- 
ti risposte di si e no. Allora il candidato 
ponendo la destra sull'evangelo, fa voto 
e promette a Dio, alla B. Vergine, ed a 
s. Stefano I, d'esser ubbidiente a' supe- 
riori dell'ordine, e di servare sempre ca- 
rità, pudicizia coniugale e ubbidienza, e 
di vivere secondo la regola e statuti del- 
l'ordine. Il ricevente lo riconosce per sol- 
dato di Gesù Cristo, e atto a difendere 
virilmente la fede e la religione sua, e 
d'effettuare le prescrizioni dell'ordine; e 
il candidato risponde affermativamente. 
Allora esso bacia il libro, lo porla all'al- 
iare, bacia questo, e ripreso il libro lo ri- 
torna al ricevente, il quale tenendo l'a- 
bito e la croce, domanda al candidato se 
crede in quei salutare segno, e gli dice 
cli'è il segno della milizia dell'ordine e 
doverlo portar sempre, llcandidatoba* 
eia la croce,e il ricevente mettendogli l'a- 
bito recita la formola, invitandolo a ri- 
ceverlo nel nome della ss. Trinità, della 
JB. Vergine e di s. Stefano f; gli spiega che 



i6 STE 

il colore dell'abito deve ricordargli la pu- 
rità e candore d*animo che deve avere, 
e giammai maccbiorlo a infamia dell'or- 
dine; che la croce deve adorarla e difeo* 
derla, e mostrarsi degno della s. milizia» 
onde non esserne privato e cacciato. In- 
di il ricevente allaccia alla gola del can- 
didato il cordone, avvertendolo di dover* 
lo riguardare qual giogo soave di Gesù 
Cristo, e che da quel punto egli parteci- 
pava comparenti delle buone opere dell'or- 
dine. Il celebrante co'cavalieri sacerdoti 
dicono l'antifona, Sitscepimui, il salmo 
Atagnits Dominus , Kyrie eleisoriy Chru 
ste tlcison. Pater nosler^ Salvumfac coi 
soliti versetti, gli oremus: Deus qui ju^ 
stificaSy Omnipolens sempiterne Deus, 
Suscipiat te Domine, Dopo tali orazioni| 
il celebrante comparte la benedizione al 
candidalo, che alzatosi ritorna dal rice* 
▼ente, e genuflesso gli bacia la manica 
destra del suo abito, indi rizzatosi da es- 
so viene ricevuto al bacio di pace, così 
dagli altri cavalieri. Pe'cavalieri esteri e 
sudditi d'altri sovrani, dopo di avere da 
essi coìiseguito il permesso di chiedere 
l'ordine e di fregiarsene, dal gran mae« 
stro si dispensa da' voti, dalle promesse e 
dal giuramento d'ubbidienza al gran mae- 
stro, in vece dovendo pronunziare questa 
formola. h Io N. N. prometto con tutto il 
cuore alFonnipotente Dio,allaB. Vergine, 
ed a S.Stefano I di prestare sempre umile 
prelativa ubbidienza al mio sovrano na* 
turale, e quindi a ogni altro mio legittimo 
superiore; di praticare secondo le mie for- 
ze carità verso il prossimo,di servare pu- 
dicizia e castità coniugale, di non far mai 
cosa sia contraria al grado e al carattere 
d'onorato cavaliere ". 1 Diari di Roma 
riportano diverse funzioni sull'abito da- 
to io tal città a'cavalieri di s. Stefano I, 
come nel n.°2 2 7 del 1 7 1 8, ove sì legge la 
descrizione della ceremonia ch'ebbe luo- 
go nella chiesa di s. Catecina di Siena (la 
quale descrissi in quell'articolo), premes- 
sa la messa cantata e imposizione della 
spada,degli speroni e dell'abito con cro,- 



STE 

ce, che fece il cav. Mandosi, come pib an- 
ziano, al cav. Aquilani, col l'assistenza di 
18 cavalieri. Il n.^ 636 del 1 73 1 riporta 
come il priore di s. Stefano, marchese de 
Angelis, ins. Giovanni de'fiorentini die 
l'abito di cavaliere di giustizia a Gaetano 
Valletti di Sezze, coppiere del cardinal 
Corradini, e secondo il costume il can- 
didato fece eseguire una copiosa dispen- 
sa di guanti agli astanti, come suole pra- 
ticarsi in simili funzioni : vi assisterono 
pili di 3o cavalieri dell'ordine, molta pre- 
latura e altri cavalieri* Finalmente que- 
gl'individui, che per merito militare, ci- 
vile e scienziato vengono decorati del- 
l'ordine di s. Stefano I, non usano divisa 
diversa da quella degli altri, ma quella 
dell'ordine stesso. 

STEFANO I (•.) Papa, Monache. F. 
s.Stefano I, Ordine militare ed equestre^ 
e sagra religione* 

STEFANO I (s.) re d Ungheria, Or- 
dine equestre, Ordo equitum s, Stephani 
I Rex Ungariae, La magnanima impe* 
ratricee regina Maria Teresa, dopo aver 
superato colla grandezza del suo animo 
le gravi, lunghe e sanguinose contese per 
la successione al paterno retaggio, spet- 
tando la dignità imperiale al suo figlio 
Giuseppe 11, per rendere roemoitibile il 
giorno di sua solenne coronazione qual re 
de'romani, a'5 maggio 1 764 istituì que- 
st'ordine militare ed equestre, ed ancora 
per onorare la memoria del glorioso s. 
Stefano I(F.) fondatoree patronodel re- 
gno ^* Ungheria (F.) ei.**re Apostolico , 
non che per ricompensare col le sue caval- 
leresche insegne il merito civile e mili- 
tare, in premio alle virtù e a'servigi resi 
allo stato e al sovrano; quindi nel seguen- 
te giorno ne pubblicò gli statuti. Formò 
l'insegna e decorazione dell'ordine in una 
croce d'oro ad 8 raggi, smallata di verde 
con in mezzo uno scudetto rosso, colori 
del regno d'Ungheria, in cui si vede una 
croce doppia d'argento colla corona d'Un* 
gheria sopra un monte verde, pendente da 
un nastro di seta rossa filettato di color 



STE 

^verde.Nellò^udo (iella croce vifeeecollo- 
oarelesuelettereinìualidel nome: M.T,^ 
ed intorno l'epigrafe: PubUcum MerUo* 
rum Praemium. Nd roveto e in uno scu- 
detto bianco pose le lettere: Sto,SLBi,Ap.^ 
abbreviature di questa iscrizione: Sancto 
&ephanoReQÌApo8ioUco\ cavalieri gran- 
croce portano la decorazione appesa ad 
un nastro o tracolla assai larga^ rossa nel 
mezzOjCon orli vei*di,e scendente dal lato 
destro al sinistro; i commendatori la por- 
lano appesa al collo; i cavalieri all'occhiel- 
lo e di minor dimensione. Gli ecclesiasti- 
ci della I. "e della !2.* classe portano simil- 
mente siffatta decorazione appesa al col- 
lo. I cavalieri di grancroce, sì ecclesiasti- 
ci che laici, portano inoltre sul sinistro la- 
to del petto una stella d'argento, nel cui 
mezzo campeggiano rinsegnedeirordÌDe, 
in mezzo ad una corona di quercia. L'a- 
bito de'cavalieri è una dalmatica di seta 
verde, lunga fino a terra, orlata d'armel- 
lini, ed a grandi maniche, sotto alla quale 
portano una tonaca di seta vermiglia, im- 
pellicciata alla medesima guisa ; in capo 
hanno similmente un berretto della me- 
desima stofib e colore, sormontato di pen • 
kie verdi e rosse. Maggiori o minori or« 
na menti a foglie di quercia differenziano 
le varie classi. Inoltre i cavalieri di gran- 
croce portano quando sono in tale abito 
solenne una collana d'oro, della quale u- 
sano altresì quando vi è il capitolo del- 
l'ordine a corte. La collana dell'ordine é 
una catena d'oro formata dall'in treccia- 
mento delle lettere M, T, S. S. iniziali di 
Maria Teresa e di s. Stefano. Quest'ordi- 
ne ò dopo il Toson cPoro il più notabile 
degli ordini austiMaci, sebbene sia annes- 
so non all'impero d'Austria, ma alla co- 
rona d'Ungheria. La dignità di gran mae- 
stra è congiunta nella persona del re di 
Ungheria.! membri dell ordì ne furono di- 
visi in 3 classi, grancroci, commendato- 
ri e cavalieri. In principio il numero dei 
grancroci fu stabilitoa soli 20, quello dei 
commendatori a 3o, quello de'cavalieri 
a So, non compresi gli ecclesiastici; inse- 
vo!. LIX. 



STE 17 

gnito si estesero ed ora è illimitato. P<er 
ottenere le due prime classi di cavaliera- 
to dell' ordine conviene che il casdidato 
appartenga all'alta e antica nobiltà; per 
la 3.' é sufficiente una nobiltà inferiore. 
I membri di questa S.'classe^se lo deside- 
rano, sono elevati a' gradi di conti e ba- 
roni del regno ungarico senza il pagamen- 
to del le tasse. Qualunque suddito dell'im- 
pero austriaco allorché viene fregiato del- 
la gran croce o di quella di commenda- 
tore, diviene insieme intimo consigliere 
regio. La festa solenne dell'ordine è cele* 
brata in quella del re s. Stefano I, che n'è 
il prolettore. 

STELLA, Ordine equestre» Sì preten- 
de fare risalire la sua istituzionea Rober- 
to li re di Francia nel i oa2,e in onore del- 
la B.Vergine,per cui fu detto Stella della 
Madonna o di Nostra Signora, e con tal 
nome per riguardarla anch'egli quale steU 
la del mare e guida sicura del suo regno^ 
secondo Favino, Teatro deW onore e del* 
la cavalleria'^ il quale inoltre riferisce che 
compose l'ordine di 3o cavalieri| lui com- 
preso, e che se ne dichiarò gran maestro; 
gli attribuì per abito il manto di damasco 
bianco, la mantellelta e le fodere di da- 
masco incarnato simile alla casacca, sopra 
di cui una stella ricamata d'oro; il gran 
collara pure d'oro era formato di 3 ca- 
tene intralciate da rose. Riferisce anco- 
ra Favfno chi ammisero nell'ordine Ro- 
berto II, Filippo II Augusto, s. Luigi IX 
e altri re; ma tutto dal p. Helyot viene 
creduto invenzione, sempre fermo nel 
canone de' critici di escludere l'esistenza 
di ordini equestri innanzi al secolo XII e 
alle crociate. L'ordine veramente fu isti- 
tuito da Giovanni I redi Francia con sua 
lettera del 6 novembre 1 35 1 ,ed effettua- 
to a'6 gennaio o a' 1 5 agosto 1 35^, chia- 
mandolo della «Slte/^o della Madonnaro 
di Nostra Signora della nobile casa dis, 
Oven o Ouyn^ presso Parigi ove fu posta 
la I .' residenza dell'ordine.Stabiri per di - 
visa de'cavalieri una togabiaaca,un giub- 
bone ed un cappuccio vwmiglioy quando 



lii 



ST£ 



iMUi pflrtavflBo li inaofetlo ; tn«i<*Mantlo 
(|u€iia <ii Giùor verou^jta e fiMÌ«!raia di 
verde, dcveaM f alice im ^oLÙTiiie bukik- 
co aUilIaU»» oiae nere « «arpe diìraie. 
"V oiLe che l cavalieri porta Mùeio imi aueilo 
(fera coi proprio nome e cugnume inci- 
so, e Beilo Muiito d'csio una iceiia biaa- 
caa > ra^, oei cai flaexzo e m tuoda as- 
farro fciae tam pieecio soie d'oro; che ai* 
fra fleila fiuieeoilocaU oeila parte ante- 
fiore della mantei letta per coprire le <*pal^ 
le, il cappuccio dovendo a «ere ooa dLbuft 
«ouliBenle con ùkleila ef|naie a qiieiia dei- 
Faneilo. ^e'iafaoci prescrìMe l'abito deiU 
tofsi, il diclino o la Lioiocioa di 1 5 dena- 
ri aaoore di Dioedeilei5aiJeai'ezzedei- 
InMadboan. Obblieò L cafaiieri a dare Lea- 
b coMÌfii m riciiiesij, a non appartenere 
ieasnUceMRi od re ad altro ordine eqoe- 
flr^ a recarsi o^i anno in deiiacasa Bel- 
la figlia deiì'JUtonla per ceieiìrarne la 
fata, o alseao &rio ove ai trovano e f e» 
stiti dell'insegne del/ ordine. 0>*cilui la 
bandiera vermiglia e seminala di stelle, 
con immagine dei la iliadouoa, per spie- 
farla ae'comLaUimenti contro i nemici 
della fiede e dei loro diretto signore, do- 
vendosi etpellere dall'ordine i f igliacchi 
che abbandonassero la pugna. Il numero 
de'cavalieri lo compose di 5oo, dc'qualì 
csaCituì principe secd i successori, i cui 
slemmi ficee dipingere nella com dell'or- 
dine^netla qanle sarebbero celebrate le lo- 
ro ese«|nie, essendo tenoto ogni ca f alte- 
re a fiir ceiei>rareona messa per ciascun 
collega defonlo JErraroooqneUi che scris- 
sero, al dire del p. Hei jot, che nsmdcsi 
Tordine avvilito, il re Carlo \ Il uè diede 
il collare a' cavalieri o Lirri del Goet o 
guardie di polizia a cavallo, e al proprio 
bargello, cbe per altro godeva il titolo di 
cavaliere sinodo s^ Luigi IX; poicLé Lui- 
gi ]ll figlio di Carlo VII nooavrcLbeda- 
to qoesi'ordioe al soo genero Gastone di 
Foix principe di ?Ia varrà, ne avrebbe nel 
i47^ invitalo il preposto de'mcrcanti e 
degli scabiai di Parigi a portarsi in questa 
cilià per cdcbrarf i la iSesla deli' ordine 



5 T £ 

(Icila stella. ^uoJimeuu a pubbiseu obb 
lettera di Lui^i ^I dei ; 40 e , colui quale 
con Ièri l'ordìneaì cav. (^ vanni d' U'iHaj 
Ekarzeilodi P<irigi, otllzui .ìlictra asiski qiis- 
[iilcato. L 0. Bonanm, C4ZUi*aqa d^lt or 
diià etpt^iù' L s ftuìÌLir^die^ p. 1 co npor- : 
ta iO ilsura del cavaliere àeii>i ste;Ìa ie 
Francia, riteriace eiie oe &i inaosna nos 
stella appena ad una coi'ana d'oro, ovve- 
ro al cappocoo deila L)ga, con l'epigra- 
fie: Jiamùrani ELe^bas Astra f'ùimj e cbe 
altri voeiiouo che la iteila tbwie in forma 
di coowta, sovrastata da aoa Coruna io 
mezzo ailelettere iniziati di tèi niotto J/. 
i?. J. f. Crede che l'ordine hi da Giù- 
vanni I istituito anche sotto ^ii auspiai 
de's4. JJ^gr ( /*.) re, in memoria delia std - 
la die o^mparve a que*«inti e Li Gcndus- 
se a Bedeaim€j dov' era nato il Suivato- 
re, e per questa divozione de' ca vaheri ne 
celebravano la fi»taneti*£/0(/^rt/«/. Dopo 
la morte di Lui|zi 3lI, nel 1 4:33 mootao- 
dosoi trono d fi^ io Cario \ II! aboti L'or- 
dine, perchè il p-jdrcavea istituito quel- 
lo di s. Jiijchtie(/'.) principale protetto- 
re diFraoda. ^l terò, che la pi ìi parte del- 
le insegne equestri fijrmans d'aoa stella, 
sebbene oritioariamente sieno una Cny 
ce di decorazione {f')j ed a Cboce ob- 
DOK DELLA VEB^ porUi delle CSI valiercssc 
delia Crociera o Croce StelLita. 

STELLA, Ordine etfiLestreJi.^en^ok'' 
roorat II imperatore de'torchi del 14^1 
devastato col.e sue scorrerie Siracusa, e 
molti luoghi di Puglia e Siciliane resosi 
£imoso e t'urmidabùe per le sue prede in 
tutti i lidi d'ambo i re^zni, per Tinazione 
de'ocbiLi che oou si curavano di&nderc 
la patria, il marchese di Tirace di animo 
generoso concepì il disegno di opporsi va- 
lidamente 00 olio tanti iu.<»ulti e ladronec- 
ci. A tale e&tto eresse in Me^jina an or- 
dine equestre di nobili cavalieri, ovvero 
rinnovòqueUo già istituito da Renato du- 
ca d'Angiò e pretendente al reaiDe,col ti- 
tolo di Sulla iforo; e perchè i cavalieri 
si addestrassero alla diièsa, stabilì giostie 
e toruei con finte battaglie, per iozpjrar 



STE 

loro a guerreggiare i nemici della fede 
crisliana.Fòiiuò l'insegna dell'ordine con 
una stella d'oro pendente dal pelto^o piut- 
tosto essa risplendeva nei centro d' una 
croce, nella forma simile a Ila Gerosoliini- 
iana,\jQvò\tkt sembra che nona vesse lun* 
ga esistenza. Ne trattò Bolero neil'/sfo- 
rìa^ ed il p. Bonanni, Catalogo degli or^ 
dini equestri e militari, riportandone la 
figura a p. 1 1 1. 

STELLA DELLA MADONNA, Or- 
dine equestre. Si novera fra quelli chime- 
rici ed effimeri, e si attribuisce Tistituzio- 
ne nel 1 70 1 in Parigi al preteso re diEiszi* 
nia, paese della Costa d'oro d'A&ica sot- 
to la zona torrida. Imperocché si raccon- 
ta che nel 1686 Du Casse ammiraglio di 
Francia approdò su que'lidi e stabilì col 
re rapporti commerciali, mediante reci- 
proci ostaggi. Tra quelli dati da'negrie 
portati in Francia vi fu Auìaba, che si fe- 
ce credere figlio del re di Eiszinia, e Lui- 
gi XIV lo fece istruire nella religione cat- 
tolica e educare nobilmente, per cui ri- 
cevè il battesimo da mg.r Bossuet. Dicen- 
dosi morti il re d'Eisziuia, preteso padre 
d'Aniaba, ed uno de'suoi fratelli che gli 
era succeduto, Aniaba fece correre voce 
che ipopoli lo chiamavano al trono. Lui- 
gi XIV allestì l'imbarco per farlo accom- 
pagnare, ed Aniaba per meglio inganna- 
re tutti, volle far mostra di porre se e l'i- 
deale regno sotto il patrocinio della B. 
Vergine, con istituire l'ordine della Stel- 
la della Madonna, stabilendo per divi- 
sa de'cavalieri una croce d'oro smaltata 
di bianco a foggia di stella pendente da 
un nastro bianco, e nel mezzo l'immagi- 
ne delia B. Vergine. Giunto l'impostore 
nel suo paese apostatò e riabbracciò l'i- 
dolatria, continuando pèròa portare sul- 
la nera sua pelle l'insegna equestre. Egli 
era nato da una donna che in seconde 
nozze avea sposato un parente del re, e 
questi vivea e regnava pacificamente al 
suo ripatriamento. 

STELLA POLARE, OrAVice^MCf/rc 
di Svezia. Federico I re di Svezia dell'il- 



STE 19 

lustre casa d' Assia- Cassel, avendo sposa- 
to Ulrica Eleonora regina di Svezia, que-. 
sta nel 1720 abdicò la corona in suo fa- 
vore, ed egli si applicò a pacificare il suo 
regno, in guerra colla Danimarca e col- 
la Russia, e gli riuscì tosto di troncarla, 
ed a fronte delle posteriori interne divi- 
sioni del senato si mantenne nell'autori- 
tà. Ma nel 1740 fu costretto a rompere 
guerra colla Russia, che invase la Finlan- 
dia, ricuperata poi colla pace del 1743, 
per a ver con venuto di riconoscere per suc- 
cessore Adolfo Federico II parente e bea 
accetto alla corte russa; indi dovè doma- 
re i dalecaili insorti a sostenere le prete- 
se del princi pe reale diDanimarca,e poscia 
regnò pacificamente. In questo periodo di 
tempo, in cui pose ogni studio per £iu*e 
fiorire nel regno l'agricoltura e il com- 
mercio, le arti e le scienze, istituì l'ordi- 
ne della Stella Polare per premiare co- 
loro che si distinguevano per civili viriti, 
per ingegno e per utili istituzioni. Gli die 
tal nome perchè si avesse sempre cura di 
non lasciar giammai oscurare la gloria 
della Svezia (^.)j come la stella polai*e 
brilla sempre nel firmamento. Formò 
lordi ne di due classi, commendatori e ca • 
valieri, con numero indeterminato; e la 
decorazione d'una croce greca a 8 punte 
smallate in bianco e una corona agli an- 
goli, sovrastata dalla corona reale, e nel 
centro un globo colla stella polare e in- 
torno il motto: Nescit Occaswiii doven- 
dosi appendere a nastro di seta nera on- 
data. I principi delsangue ne sono com- 
mendatori fin dalla nascita, e lo sono 
pure i decorati dell' ordine de' Serafi- 
ni (F.). 

STELLA e CROCE ROSSA, Ordine 
equestre, Ordo equituni Rubrae Crucis 
CUOI Stella Rubra. Alcuni ne riferiscono 
l'origine in tempo dell'imperatrice s. E- 
lena, e perciò nel secolo IV, quindi con 
ripugnanza de'critici che non ammetto- 
no Qi'dini militari ed equestri che nel se- 
colo XII: si disse pure ordine deBetlem- 
1711^1^ ch'ebbe que'monacicbe descrissi in 



3u STE 

<|iie)rorlicolo,coirin«rgnit ilFlIaslella de! 
u.^/fij>i(f.)re, avendo rìpailalodi Bet- 
lemme a PaUErio, in uno alla nella ap- 
parea a qtw'MnII. Militando queiti cava- 
lierìcon l'impf^it della croce, riporrnro- 
oo molle viltorie uii Mraoeni nella Pale- 
stiiM e nell'Egitloima poi per la polenia 
drgt'inredeli e da loro lopei-ali, li rilira- 
roiui in Aqtiilania, indi li dilalacono nel- 
la Boemia, Moiavia, SlsiaePoloma, e- 
le^fteiiila di vivere lotto la regola di i. A. 
£Mlino. Ne ottennero conferma da'Papi 
Crefforio I X del 1 337. Innocento IV del 
i343,AletuiidrolVdeha74>Il''>«lelt(> 
Ali dFlt334,edaIoaocenioXII col lire* 
■^e Ti uper proporle, de' 7 gennaio iGg?. 
all'insegna della ci-oce lOtsa fu aggiun- 
ga una stella di 6 raggi parimenti rotw, 
per cui ù di«lingtieuero da tutti gli altri 
ordini cATtllei-eichi , e presa dalle armi 
di Alberto S le l'nbei'g, 1 ."e luprerao gran 
znaetlro col consenso d'Agncfeprinci pe(- 
Kfl di Biiemia, e fu allora chiamalo Or- 
dine tifila Croce e Stella rosta. Il gran 
maestro, fiMÌ> la sua residenia in Praga, 
ed un altro ca*alierea lui subordinato la 
stabin in UrnlisltiTia con titolo di maestro 
e visitatore della Polonia eSleiia.alla qua- 
le dign Uà Iti dispose doversi eleggere dai 
cavalieri dell' ordine cnll' approvaiione 
del ginn maestro. Il p. Donanni nel Ca- 
Malopo /tegltordinirifuetlri e mUilari m p. 
1^5 ne tratta, riporU la lìgura del cava- 
liere eri [érrtGe.> L'abito soleiiiw del gran 
vnaeiiro è nna *e*leguasi (alare di leta 



STE 

l'insegna ilella croce, siccome il berretlo- 
ne nera è cinto con cordone di ora". 

STEMMA. FlSicitLo. 

STENDARDO, fexiOum, Sàcnm 
f'exìUum. Insegnaebandieraprìndpale. 
Stendardo ùdioeandiequel acgnoBEiig- 
già di banda, che portano inoanii alai- 
ni cleri quando vanao proceaiionalroen- 
le, maMime Religioti, ed i Sodatiti [f.), 
chiamato pure ileadardino. All'articolo 
BsXDiEHi, nel dichiararla drappoGOnÌB' 
presa, insegna e Slemma {f.), ragionai 
di sua origine e antichiuinio nao; dd La- 
baro diCoilantino l,ene riparlai a Sn- 
BOEie d'oro; della benedicione delle Ihd> 
diere prescritta dal Pontificale Roma- 
niim: Debenedictione el iradUione vexil- 
li beltiei, per Motificarlo e perchè rioci 
terribile contro i nemici del popolo cri- 
stiano, faccia ineolomi e vittorioai. Degli 
iShiniJiirrficb'*. P/erno, mamltiiidas.Grt- 
gario III, Stebnoll,s. Leone III ealUi 
Papi a'principì benemeriti della Cbicsi) 
dellebandìerecheprecederoDo i Poiieui 
lir'Papi (/'.), di quelle portate At'Dra- 
eoaari (''.), àm'Banderrsi ( f.) di Aomii 
(.' .),eda' Capo Rioni di ltoma{f^.y, M- 
VOrifia/nmaàe] regno di Firancia {F.); 
delle bandiere posteriormente benedelle 
da'Papi; di quelle donate alle ckiete di 
Roma quali Irofiei riportali auì Saraet- 
ni. Tirchi (r.) e sugli eretici, e perchè \ 
turchi vi pongono le eode di caTnlio; ddlt 
bandiereddlii Jlf itÒMpoiifdGBf a eAfo«( 
/NNat^fEcù^r.^delle quali rìpnrkiaSac- 



nera, sopra cui ne pone un'altra tnhra 




di porpon eoo manicba biKh^ bdeni- 


p..lifiesa,«hea^iMlbcfa ^'PaLnUa^. 


in tl'amiellino, e sopra q.ic*!» pende un 


gioiti QfiinaaU e rtxl!ca,io(r.)i e deh 


lungo maolo nero, il quale nella paitc «■ 


bandiere cbe b portano nelle Proceisioid 


niiti«è ornalo eoo una gr*n cince e stel- 


(f'.y, mrnlre a Gti.soii soBtu ponTiri- 


la rossa di 6 raggi. skDMM a vanù al pM- 


Cl£, parlai de) loro Jlendardo beoedello 




fc Pm vii. collo Kemma del Papa »- 


Ln veste rossa é eioCa con fuó^tt^m 


gsairic. A GoHraioirE, insegna vessillo 




• bandici» sten dardo, ne dissi l'anlico 




«w. A « '.Olir 41 0*1» K tenni proposito del- 


brrrctloiw UlMMH^^Hfl^^ 


^Miliiìo < dic'ili di quello die porta la 


e aro«lad^|H|^^^^^^^^^^^| 


B^MM^^te,lo stendardo, il W- 


iMri I^^^^^^^^^^^H 


^^^^^^■fcKevessillircro,egiB- 




^^^^ 



p 



i 

I 

i 



é 
I 



STE 

do di milizia, detto già da'romani pritni» 
piloj de'dtversi gonfaloniei'i da cui deri- 
varono le omonime e altre magistrature 
deMunìcipii{f^.),óe[\e quali tratto allo- 
ro articoli. A Goutfalonibre di s. romana 
CHIESA, ne descrissi l'antica e sublime di* 
gnità, conferita da'Papi a* Patrizi di Ro* 
ma (f^.\ eda'sovrani, e molti ne ricor- 
dai. A Gonfaloniere del senato e popò* 
LO ROMANO, dissi l'uffizio c prerogative di 
questo ragguardevole uffizio, originato 
dal priraipiIo,e riparlai di sua etimologia 
e carica, avendo notato a Pretorio, che 
su di esso si ergeva per segnale di com- 
battimento lo stendardo rosso; chi eser- 
citò il gonfalonierato, ed a chi in perpe- 
tuo fu attribuito; e dissi pure del t^essil' 
ììftro di s. Romana Chiesa (^.). A Ves- 
sillo, lo dico anche segnale d'investitu- 
ra, e còme i Papi con esso investirono i 
grandi feudatari della Sovranità de'Ro' 
mani Pontefici e della s. Sede ( f^.): Delle 
particolari insegne tratto negliartìcoli de- 
gli stati, città e corporazioni. Il Martinet- 
liy Tesoro delle antichità f t. 3,p. 106^ os- 
serva, che il Tabernacolo degli ebrei nel 
deserto formò come il centro delle 1 3 tri< 
bh militari d7#rae/e, divise in 3 quadra- 
ti; e siccome ciascun quadrato composto 
delle tribii,ritene va il segnaledel suosteo- 
dardoi cioè l'orientale un leone, il meri- 
dionale un volto umano, l'occidentale UQ 
bue, il nord un'aquila; così da quest'an- 
tica istitusioiM si può ripetere l'origine 
de'vcssìlli ostendanli militari, anzi il d'A- 
quino nelsuo /^«icoiviì(ìieare,ripeteque- 
sur origiiM aoehada'tempi di GiacoU>e, 
t.9ip.43a.»UsiHn vexillorum antiquis- 
sisium fiiisie doost historia sacra : nam 
sfsibola quaa Jacob frusta preoatuSyduo- 
disila IribubusiilisaUribuit; traosienint 
in vczilla praelaria^ quaa lisdem 
dspietii CMraabantur, et iis erant 
i.ook>ribui,quibiis earura tri- 
bniiiiiMqriasgemmÌBÌmpresis,in ratio- 
■■lisaaitBitiisoBg|g|gsitabat(e ne par- 

-mido» In E* 
ili a delinsa 



fu 



STE ai 

la situazione delle 1 1 tribù intorno al ta- 
bernacolo, e fa una lunga dissertazione, 
non solo sul tipo degli stendardi, ma so- 
pra i belli colori é le pietre preziose, che 
contornavano questi stendai*di. Soggiun- 
ge quindi il Martinetti , che malamente 
perciò vari antiquari dedussero l'origine 
de' vessilli da'fuscetti di fienochiamati ma- 
ni poli,che si conoscono ne'primordi di Ro- 
ma , che fu di molti secoli posteriore al 
fortunato popolo israelitico. Di più crede, 
che l'insegne dell'aquila e del leone sieno 
le più antiche del mondo, e di preferen- 
za adottate ne' vessilli, nell'imprese e ne- 
gli stemmi; poiché Cesare, De BeUo civ, 
llb. 3, ricorda gli aquiliferi; Pietro Diaco- 
no nel lib. 4) rammenta le legioni aqui- 
lifera e leonifera, laonde ritiene che l'eti- 
mologia di alfiere derivi da Aquillfer. Il 
p. Lupi nelle Dissertazioni, osserva che 
gli antichi romani chiamavano primo pi- 
lo l'alfiere della 1/ insegna, che si met- 
teva ne'posti più pericolosi. Era una del- 
le cariche più lucrose, una delle più con- 
siderate nell'esercito, per cui si conferiva 
ali.^de'io centurioni più veterani. Te- 
nevaegli l'insegna dell'aquila propria del- 
la legione, e dava colla sua mossa princi- 
pio alla battaglia; la quale perchè allora 
si cominciava con lanciare alcune aste 
chiamate pili, perciò tal carica si chia- 
mava il Primipilato o\\ Centurione del 
primo pilo,\\S^vfì^\\\, Lett.eccl. 1. 1 o,lett. 
3o: Perchè si benedicono le bandiere per 
le guerre contro gli infedeli; incomincia 
dal riferire, che sino da quando incomin- 
ciarono le guerre , principiò t'uso delle 
bandiere, dell'insegne, degli stendardi, 
chiamati Signum, F^exiltum, acciò ogni 
soldato vedendo la sua bandiera andasse 
con quella e con essa si mettesse in ordi- 
nanza, altrimenti disordinali i soldati,re- 
sercito é perduto. Quando i romani nel- 
la guerra co'sabini perderono tutte le in- 
segne, Romolo incontratosi in un fascet- 
to di fieno, questo per insegna sospese a 
una pertica, s per la vittoria così ottenu* 
ta istituì i signiferi manipulari, e furono 



a2 STE 

stimati Doo meoo dell'aquile imperiali. 
Altrettanto fece quel generale turco, che 
perduta la bandiera, tagliò subito la co- 
da a un cavallone legatala a una pertica, 
icrfi di segnale a'suoi per riunirsi; onde 
ri preso coraggio trionfarono, e così i loro 
stendardi furono d' allora in poi ornati 
con 1 code di cavallo, 3 portandone quel- 
lo del grauvisir e 7 il sultano; anzi col- 
la esposizione d'una coda di cavallo co- 
stumarono i turchi dichiarar la guerra, 
al suono di trombe e di timpani o tim-- 
balli. Sarnelli opina che ili.^ stendardo 
Tinventarono gli assiri , dipingendovi la 
colomba di Noè, e stendardi ebbero gli 
egizie persiani mediante una testa di bue 
e una colomba, così i greci presero per 
insegna il leone, il serpente e altri sim- 
boli; ed a poco a poco gli stendardi furo- 
no riguardati quasi per sagri, custoditi e 
difesi, ed i soldati fecero giuramento di 
giammai abbandonare il proprio stendar- 
do, insegna o bandiera. Quanto alla loro 
benedizione, gli stendardi ottengono vir- 
tù contro i nemici della fede pel Sagra- 
mentale (F,) della benedizione e per le 
preghiere della Chiesa, come pure le ar- 
mi; solendo i Papi benedire e donare la 
Spada ( F.), e lo Stocco e Berrettone ( y,\ 
come ancora benedicono le navi e ne ri- 
parlai a Soldato. La formola della bene- 
dizione delio stendardo si trova pure nel 
Sacraruni Cerimonìarnm S. R. E, lib. i, 
ti l. 7: De Benedictione, ettraditione ve- 
xilli bellici. 11 p. Me«ochio, Stuore^ cen- 
turia g.^cap. a6: Della bandiera di Co- 
stantino I Magno imperatore detta La* 
baro, e cosa significhi questa voce, repu- 
ta che fosse in uso avanti quel principe, 
ricordando che Tertulliano fioritoprima 
di lui,neir^^/bg[e^co cap. 1 6, dice: Sup' 
para Ula Fexilìorum et Labarorum,sto- 
lae crucium 5£i/tOe Minuzio Felice in O- 
ctavio dice: Nam et signa ipsa, et Laba- 
ra, et Vexilla castrorum. A Icuni però col 
Pamelio leggono in Tertulliano non La 
barorum, ma Cantabro rum, come anche 
in Minuzio Cantabra, come si apprende 



STE 

in diversi libri antichi e nel codice Teo< 
dosiano,lib. 1 4> tit. 7, De CoUegiatisj ove 
si fa menzione de*Signiferiset Cantabra- 
rys. Si chiamarono cantabrari quelli che 
neglieserciti romani portavano le insegne 
toltea'cantabri popoli di Spagna, che du- 
rarono molta fìitica a soggiogarli, i roma- 
ni avendo per costume di usare le mede- 
sime insegne de'popoli vinti, come si leg- 
ge negli Annali di Baronio, an. 3 1 2, n.* 
33, ove si apprende che i dragoni comin- 
ciarono ad essere insegne de' romani, do- 
po che Traiano vinse i daci che le porta* 
vanoinguerra. Non mancano esempi nel- 
la storia romana, come da Floro lib. r, 
e. 1 1 , da Ammiano lib. r 6, da Cesare lib. 
4, da Livio lib. 3, che nelle zuffe più pe* 
ricolose gettarono l'insegna in mezzo ai 
nemici, per accendere maggiormente gli 
animi de'soldati a combattere valorosa- 
mente, per non coprirsi dì vergogna che 
l'insegna sotto cui militavano, abbando- 
nata restasse in potere de'nemici. Brisso- 
nio,De^rf/iii/i>lib.49riporta quella d'7;i* 
fer signum in hostemj così praticavano i 
capitani, o acclamavano i soldati. Ma gli 
eserciti cristiani in simili occasioni invo- 
cavano il nome di Cristo, per cui Tim* 
peratore Leone nel lib. Deapparatu bel- 
lico cap. I a, § 69,dice: Cuni ad con/lieta» 
tionem movet exercitus consueta christia- 
nis vox usurpando est, Victoria Crucis. 
11 nome di Cristo in Monogramma essen- 
dosi posto da'cristiani ne' labari e nelle 
bandiere, i vessilliferi furono chiamati 
Christif eri, Wedasì J.A.Ernesti, Commen- 
tatio de Fexillariis, Gottingae 1 7 Si, e gli 
articoli Croce, eBANNBBm cavalieri che 
nei bassi secoli alzavano vessilli per coO' 
durre armati alla difesa de'loro principi. 
I francesi chiamarono lo stendardo della 
fanteria drapeau^ e quello della cavalle- 
ria étendard, talvolta denominando co^ 
netta l'ufficiale che porta lo stendardo, il 
che si fece più volle in Italia, ove anti- 
camente si disse stendardiere il portato* 
re dello stendardo^ gonfalone o altra si- 
mile insegna. I Crocesignati (F,) fecero 



S TE 

mirabili prodezze sotto lo stendardo sa- 
iutifei'o della Croce, nelle celebri Crocia- 
te ( P^.) e sagre guerre, massime in Siria 
(f^,) per la liberazione de* luoghi santi, 
culla di nostra s. religione, ed ove si o* 
perarono i suoi Teoerabili misteri.Nel me- 
dio evo le repubbliche italiane portava- 
no lo stendardo nelle guerre, collocato sul 
carroccio, di cui parlai ne'vol. VII, p.i 23 
e i24)X,p.i i4, LVIIf,p. 277, ed altro- 
ve. Davide I re di Scozia verso ili 1 35 
marciò contro gl'inglesi, i quali lo disfe- 
cero nella famosa battaglia detta dello 
Stendardo f per avere essi inalberato so- 
pra un carro per vessillo una Croce col 
ss. iSagramento, e gli stendardi di 3 san-» 
ti che nominai nel voi. XXXV, p. 39. 
Gli stendardi della chiesa romana per 
antichissimo uso furono decorati della fi- 
gura delle Chiavi [F,) incrociate e del Pa- 
diglione^F',), quali insegne della Sede A- 
postolica (^.) che le pose negli stendardi 
delle sue milizie^ marina fortezze e porti, 
come del Castel s, Angelo (^.) ; anche 
coiTimmagine di s. Pietro, o de'ss. Pietro 
e Paolo (Z^'^.), oltre lo stemma del Papa 
regnante. Egualmente fu antichissimo u- 
so de'Papi donare a'sovrani perdistinzio- 
uè e divozione, per segno di affetto pater- 
no, per invocar loro il patrocinio del prin- 
cipe degli apostoli massime nelle guerre, 
lo Stendardo di s. Pietro^ colla sua effi- 
gie e da loro benedetto; Donarono anche 
ie chiavi d'oro, parte di detto stemma e 
segno di quelle di s. Pietro, per cui le be- 
nedirono e vi racchiusero reliquie sagre 
e la limatura di ferro delle Caténe di s. 
Pietro{r,)^ed anche di quelledi s. Paolo^ 
non che Anelli delle catene di s, Pietro 
(^.),a'quali articoli notai molti Papi che 
le donarono, incominciando da s. Grego- 
rio I, da s. Gregorio III, e da s. Leone III 
a Carlo Magno quando gli confermò il ti- 
tolo e dignità di Patrizio di Ronia con- 
feritogli da Stefano II o 111, e collo sten- 
dardo di Roma, insegne e qualifica che 
Tobbligavano a difendere il civile e Tee- 
cletiastioQ della romana chiesa, non mai 



STÉ 



i3 



affatto per segnale d'autorità su Roma, 
come dichiarai ne'citati e altri articoli con 
irrefragabili e autoravoli testimonianze, 
per confatare le maligne pretese e inven- 
zioni de'nemici detrattori della sovrani- 
tà temporale de' Papì.Dello stendardo da- 
to da s. Leone Illa Carlo Magno^ si può 
vedere l' Alemanni, De Lateranensibus 
Parìetinis. Dello stendardo o vessillo di 
8. Pietro, insignito colle chiavi pontificie, 
che solevano i Papi dare a' sovrani che 
stavano per intraprendere qualche spe- 
dizione contro i nemici della Chiesa, vari 
esempi di queste trasmissioni li raccolse 
FilippoMazeno,nella Fita dis. Pietro To - 
/7i/i5ro patriarca di Costantinopoli, pi*esso 
i Bollandisti,/4{imiam t. a, p. 990. Nari*a 
Rinaldi an. 797, n.^ 1 6, che s. Leone III nel 
principio di esso spedì una legazione aCar- 
lo Magno re di Francia con pi*esenti, che 
furono le chiavi d'oro, pigliate secondo 
l'uso dalla Confessione di s. Pietro,.e lo 
stendardo di Roma, m Dove i /toi'aton de- 
lirando dicono che colle chiavi si dava a 
Carlo il possesso della chiesa romana, e 
collo stendardo della città di Roma. Non 
sapendo gl'ignoranti, che i romani Pon- 
tefici ebbero in costume di mandare tali 
doni a'principi cristiani, come s'è per noi 
addietro veduto essersi fatto più volte da 
s. Gregorio I e da altri. E perchè tu non 
abbi che opporre intornodelvessillo,tro- 
verai per innanzi nel fine degli anni 800, 
che il patriarca di Gerusalemme mandò 
all'istesso Carlo per benedizione le chia- 
vi de' luoghi santi con uno stendardo. 
Talché si solevano mandare somiglianti 
donativi da' vescovi a're. Senza che pos- 
siamo dire, che s. Leone III Papa ono- 
rasseCarlo Magno del dono dello stendar- 
do, perocché quegli era potentissimo Dc- 
ft.nsore della chiesa romana (^.)**. Os- 
serva i'Acami, Dell*origine ed antichità 
della zecca pontificia a \ì, 3^,» Roma già 
era posseduta e governata da' Papi. Il ves- 
sillo di Roma poi non è indizio di sovra- 
nità, ma di sola difesa, avendolo manda- 
to i Papi ad altri principi, che non ebbe- 



a4 5 TE 

ro giammai giuriidiiione alcuna Dello 
stalo ecclesiasiico(aSoTBARiTA'dÌGoa chi, 
quale e perdiè la perroi«ero), come può 
««darti ìdBxovìo, De Romano Pontifice, 
apud Rocabertum 1. 1 , Bibliothecae Pon» 
iiflciae, p.io, Bai*oDÌo ad an. 796, $16, 
Pagi a tale aouo § 49 e I^u Cange, G/of • 
tarium io Fex'ìUuni*. Ricordai a Sigili a, 
che Delio63 il normanno coote Ruggero 
per la vittoria ottenuta sui saraceni, per 
ossequio mandò a Papa Alessandro li 4 
cammelli, ed il Papa rallegrato di ciò io- 
Tiòalconte uno stendardo da se benedet* 
IO| col quale munito per l'avveuire colla 
protezione di s. Pietro, più sicuramente 
potesse assalire que'nemici della fede edi- 
struggerli, ed a quelli che da essi procu- 
rassero liberare poiVione di Sicilia, rin« 
dolgenza plenaria e assoluzione delle col- 
pe, di cui afessero pieno penti mento, e lo 
rimarcai pure nel toI. XXXIV, p. 276. 
JNotaià JaGHiLTUBA,chenelio66reGu* 
giielmo 1 essendo ricor&o ad Alessandro 
U, contro l'usurpatore Araldo 11, il Papa 
gli ordinò di marciare suirinTaiore,e gli 
mandò lo stendardo di s. Pietro da se be* 
nedetto. Appena il re lo ricevette, die bat- 
taglia al nemico e lo vinse. Dissi pure a 
Sicilia, oltre altri simili esempi , che s. 
Gregorio VII nel 1 080 in Ce/ir/i/io investì 
Qol vessillo di s. Pietro, della Puglia, Ca« 
labria e Sicilia il duca RobertoGuiscardo. 
Nella biogra6a ó\uGre^ono VII raccon- 
tai che donò al re di Castiglia una chiave 
d oro, benedetta colle catene di s. Pietro. 
Riferisce Rinaldi ali annoi 087,0.^8, che 
Papa Vittore 111 tenuto consiglio 00' ve- 
scovi e co' cardinali, radunò un esercito 
diquasi tutti i popoli d'ltalia,edanclo loro 
lo stendardo di s. Pietro, e concedendo a 
tolti indulgenza e remissione de'peccati, 
gli mandò nell'Africa contro i saraceni, 
i quali di continuo infestavano i lidi dei 
cristiani, e restarono uccisi 1 oq,ooo mao- 
mettani, prendendo e sterminando le loro 
principali città, non senza manifesto aiu^ 
todivino. 1] Papa imprese tal guerra an-» 
co perché divoro di s. Vittore i africano, 



STE 

a difesa de'»uot conoatìonali contro gì >f 
rabi. I pisani , i genovesi e altri ilslif^ 
fecero tributario della a. Sede il re d» 
caoo infedele. Papa Urbano II ndio^ 
prodamando pel 1.^ la crocintn di Gè» 
salemme,dié lo stendardo di a. Pietiad 
Ugo il Grande fratello di Filippo I ite 
Francia. Neil iSg lonoocoan II eleni 
re di Sicilia Ruggero I, rinvnalì col ih 
siilo e dichiarò Aliiiie e SóUak> {F.)Ì 
8. Pietro, grado ohe i Papi con fc rinn 
a quelli che insignivano dcUn regia ifim 
tà. A PATiuacATO Aai»iH> parlai cftì' 
noceoso III, che neliaoi naandòilv»' 
siilo benedetto di s. Pietro al reLeoatt 
ììGrande. Il Rinaldi riferìsoecheloM 
dardo lo avea chiesto il re sleaso, edas 
Papa nella lettera accompagnatoria, d»i 
se di mandargli come segno delauo sa»t 
re lo stendardo di s. Pietro , per mé^ 
soltanto contro i nemici della croce, ^ 
vendo procurare di frenare col divias»{ 
luto e per l'intercessione del principe^ 
gli apostoli la contumacia loro. Nelloit^ 
so giorno Innocenzo 111 sorì vendo atm 
ì principali signori, a* cavalieri e popm 
armeno, dissealtrettaoto sullo atendsfdi^i 
confortandoli a coinbattei'e valorosaoN» 
te col re i saraceni, come aveanoaooù» 
ciato a fare. Il re rispòse a Innocenzo Ili 
con somma rivei-enza e gratitudine, 
sicurandolo che sempre avrebbe portii 
lo stendardo inuauzi a se, a gloria delia 
diiesa romana eoontro i nemici della 0» 
ce. Narra il suo biografo Hurter, eom 
quel Papa proclamò Gioanuicio re de' tal* 
lachi e de'bulgari, colla corona e losort* 
tro per le prerogative ricevute da a. Fife* 
tro, inviando a ungerlo ilcardinal Leeai^ 

legato.G li concesse inoltre il diritto di bsl' 
tere moneta in proprio nome, n gli fea 
presentare uno stendardo io cui vedaai 
lo Croce e le chiavi dis. Pietros Pana ptf 
ricordargli che a Dio e non a se stento il 
re doveva le sue vittorie; le alti*e co«t 
simbolo della prudenza e della forza; Ta* 
na e l'altra congiunte {}oi,oome segno del- 
la salute per li palimeult di Nostro Siguo* 



STE 

re e per merito delia sua Chiesa. Leggo 
io Garampi, Sigillo della Garfagnana^ 
p. 1 07, che iechia? i come quelle propria- 
mente attrifouite alle immagini di s. Pie* 
tro apostolo^ furono prese dalla s. Sede 
per sua propria divisa; e che Innocenzo 
III avendo spedito a Calogiovanoi re dei 
bulgari colle reali insegne anco il vessil- 
lo di 8. Pietro» notò che un tale vessillo 
M praetendit non si ne mysterio Crucem 
etClaves; quia b. Petrus apostolus, et cra« 
cemproChrÌ8toiostinuit,etclavesaChri- 
stosuscepil". Onde nel musaico Vaticano 
fattodal medesimo Innocenzo 11 F, vedesi 
la figura della Chiesa romana, tenente in 
mano un vessillo con due chiavi, la di cui 
asta ha in cima la croce. Anche Rinaldi 
paria dell'insegna delie chiavi all'anno 
1228,0.^ i3,riportandocheil cronistaRic- 
cardo di s. Germano, dicendo delie mili* 
zie ecclesiastiche di s. Gregorio IK e degli 
stendardi della s. Sede, osserva esservi in 
essi sempre dipinte le chiavi; e che quelli 
i quali militavano sotto i medesimi, por- 
tassero nella veste il segno delle chiavi, e 
perciò li dice chiave segnati. Laonde ci*e* 
de Rinaldi , che siccome i cattolici che 
guerreggiavano gli eretici o gl'infedeli e* 
rano segnati di croce, così quando si pi« 
gliavano le armi a difesa della chiesa ro- 
manaedelio stato papale si cucivano sul- 
la veste la forma delle chiavi. Urbano VI 
trovandosi in Napoii nel 1 .^del 1 384>nella 
messa solenne che celebrò, in presenza del 
re Carlo Ili e della regina, benedì col so- 
lito rito lo stendardo di s. Pietro, che il 
^re dovea inalberare contro Lodovico I 
*<«^'Angiò pretendente al regno e seguace 
dell'antipapa. Urbano VI consegnò lo 
stendardo a Carlo 111, e lo dichiarò capi- 
tano Generale dis. Chiesa ( F,), Quando 
ì romani neli4io riconobbero Alessan- 
dro V, in segno di soggezione gli manda- 
rono in Bologna le chiavi delle porte di 
Roma^ \ sigilli e lo stendardo del popolo 
romano, insegne che il Papa ricevè con 
gran solennità e festa. Alessandro VI nel 
x/\^\ mandò il cardinal Borgia legato a 



STE 



aS 



coronare Alfonso l( redi Napoli, e Tono* 
rò dello stendardo della chiesa rocnana.^ 
A Svizzera, ed a Stocco b Bebbettoits 
DUCALE benedetti, dissi che Giulio II Udo* 
nò agli svizzeri in unoa dae gonfaloni, ed 
a'9 Cantoni di tal nazione mandò un'in* 
segna istoriata esprimente la Passione di 
GesùCriste. Ne'conii delle medaglie pon- 
tificie, che si conservano nella zecca ponti* 
fida,ve ne sono di versi alludenti agli sten- 
dardi dati da'Papi.In uno si vede l'efGgie 
di Paolo HI in pi viale e triregno, che con* 
segna lo stendardo ad una figura genu- 
flessa: forse ricorda l'aiuto da quel Paps 
prestato a' veneti, onde fu liberato Corfìk 
dall'assedio de'turchì. Narra Catena neU 
la Fita di s. Pio F, p. 1 70, che avendo 
destinato Marc'Antonìo Colonna genera* 
le di s. Chiesa per la flotta navale spedi- 
ta contro i turchi, poi vinti a Lepanto^ 
fece cantare dal cardinal Colonna la mes- 
sa solennedello Spirito santo, e die a Mar- 
c'Antonio di sua mano lo stendardo eoo 
l'immagine del ss. Crocefisso, e da'lati s. 
Pietro e s. Paolo, col motto: In hoc si» 
gnovinces. II Piantoni, Istoria d^ A vigno» 
ne, p. 487, afferma che s. Pio V diede al- 
tro stendardo col ss. Crocefisso a d. Gio- 
vanni d'Austria naturale di Carlo V, e 
supremo comandante della lega in quel- 
la spedizione, stendardo che i Papi so- 
levano dare a' generalissimi nelle spedi- 
zioni militari contro gIMnfedeli, e cli« 
precede in dignità quello della chiesa ro- 
mana. Uno de'ricordati conii d'una me- 
daglia d'Urbano VII, ha incisa l'imma- 
gine di quel Pontefice, che consegna ad 
una figura genuflessa lo stendardo di s. 
Chiesa ornato dell'immagine del ss. Cro- 
cefisso, alla presenza de'cardinali sedenti 
e dei popolo, coll'epigrafe: Dextera Do» 
nùnifaciatvirtutem. Con questa iscrizio- 
ne abbiamo pure una medaglia del suc- 
cessore Gregorio XIV, il quale é rappre- 
sentato con triregno e piviale sedente in 
trono, nel punto che dà lo stendardo di 
s. Chiesa coll'ìmmagine del ss. Crocefisso 
ad una figura ginocchione, egualmente 



a6 STE 

alla presenta de' cardinali è del popolo. 
Allude alla spedizione in Francia d'Er* 
cole Sfondrati nipote del Papa, colle mi- 
litie pontificie contro gli eretici ugonotti. 
Notai a M ARiiTA, che Clemente IX nella 
guerra di Candia contro ì turchi, nel 1 669 
mandò la squadra delle galere pontifìcie, 
comandata da suo fra tei loCn mi Ilo Rospi- 
gliosi generale di s. Chiesa, il quale spie« 
go lo stendardo coll'immagine del 8S.Cro- 
cefisso. Inoltre narra Fnntoni, che nello 
fite^so anno Clemente IX perii gentiluo* 
moGio.Giuseppe dePogasse inviato pon* 
lificio, mandò a Francesco di Vendome 
duca di Beaufort, con un breve apostoli- 
co, lo stendardo della chiesa romana, co- 
me grande ammiraglio di Francia in det* 
la guerra, a soccorso de'cristiani di Can- 
dia, insieme al titolo di capitano genera* 
le della s. chiesa romana, avendo creato 
generalissimo il nominalo proprio fratel» 
Jo, che meglio di Novaes chiama Vincen* 
zo e generale delle galere e marina pon- 
tifìcia. Lo stendardo di s.Chiesa era di for- 
ma quadra e di damasco creroesino, con 
frangia d'oro all'intorno, e con sopravi 
dipintele immagini al naturale de'ss.Pie« 
tro e Paolo apostoli, e tra essi Tarme tlel 
j^apa, con questa divisa in lettere d'oro: 
Protector Deus auspice nos. Il duca ono- 
rò molto l'inviato, il quale gli offri pure 
in nome di Clemente IX una corona al* 
la cavaliera composta di io grossi e bel- 
lissimi lapislazzuli infilati in oro,e consi- 
mile medaglia contornata di grossi dia- 
manti, col breve d'ampie indulgenze im- 
postevi. Gli esibì per ultimo altro breve 
apostolico dell'indulgenze concesse a'sol- 
dati di quella sagra spedizione,e 1 000 me- 
daglie d'argento per distribuirsi a' suoi 
uflìzialì. Lo stendardo il duca lo fece su- 
bito inalberare nella sala con una senti- 
nella d'onore, e poi sul vascello ammira* 
glio,ordinandoad ogni capitano di vascel- 
lo o di galera di fare de'siroili stendardi 
per le medesime. Fu osservato, che per 
l'arme del Papa lo stendardo sembrava 
suo paiticolare,eiionil f ^es siilo dì s,Ro- 



STE 

mana Chiesa {F'.), ma rispose l'inviato, 
che il Papa non potendosi disgiungei*e dal- 
la Chiesa, cosi conveniva che il suo stem* 
ma si collocasse in mezzo a' ss. Apostoli. 
I^e' ricordati conii vi è quello diClemente 
X in triregno e pi viale,ricevente uno sten- 
dardo turco. 

1 1 Marangoni, Delle cose gentilesche e 
profane trasportate ad uso e ornamento 
delle chiese, rende ragione a p. 1 5, per- 
chè furono appesi alle Tolte e pareti del* ! 
le chiese gli stendardi turchescht. Ram- - 
mentato prima, come la spada del gigan- 
te Goliat, da David fu consagrata a Dio 
dopo la vittoria, ed involta in Telo fu af* 
fissa nel tabernacolo, e similmente prati- 
cò Giuditta per la vittoria riportata so- 
pra Oloferne, offrendo a Dio i Tasi pre- 
ziosi e il cortinaggio del letto; quindi da 
tali esempi dice derivato il lodeTolissimo 
costume di appendere nelle nos tre eh lese, 
in segno e memoria gratissìma de'trionfi 
ottenuti control nemici della cristiana re- 
ligione, gli stendardi e le armi loro con- 
quistate col divino favore. Per cui molte 
.bandiei'e colle mezze lune, spade e lette- 
re turchesche, e altre di esse di coda di 
cavallo, che presso i maomettani sono co- 
me sagre, s'inviarono a Roma a' Papi da 
valorosi capitani, ed appese nelle basili' 
che Lateranense, Vaticana e Liberiana, 
nelle chiese di s. Maria sopra Minerva, di 
s. Maria d'Araceli, di s. Maria della Vit- 
toria, e in altre Chiese di Roma ove ne 
parlai. Queste bandiere rappresentano i 
benefici! d'insigni vittorie riportate dalle 
armi cristiane contro la formidabile po- 
tenza ottomana, per l'intercessione della 
B. Vergine, e collo sventolar delle loi*o 
code ricordano a tutti la gratitudine do- 
vuta a sì gran benefici di Dio. Cosi Pie- 
tro II re d'Aragona, avendo vinto con pie* 
colo esercito Mira moli no re de' saraceni 
nel 1 2 1 2, mandò a Roma lo stendardo e 
la lancia dei nemico, perchè come trofei 
si appendessero nella basilica di s. Pietro 
sopra la porta Guidonea; siccome nel luo- 
go medesimo collocate furono la lancia. 



STE 

la bandiera e la corona del re ungarò Al- 
boino, mandatevi da Enrico IH impera* 
tore. Presso la porta deirarchivio della 
medesima e prima in sagrestia, si appe- 
sero la catena di ferro e sua chiave, con 
cui si chiudeva il porto di Tunisi^ man- 
date in ossequio a s. Pietro da Carlo V 
imperatore, dopocbese ne impadroni^ol- 
tre l'altra offerta della catena di ferro del 
por to di iSWi/me tolta dalcardinal Caraffa 
legato contro i maomettani. Ella è per- 
tanto una giustissima dimostrazióne di 
gratitudine a Dio, dedotta dalla s. Smttu- 
ra, l'appendersi nelle noslrechìese alcune 
spoglie riportate da'iiemici della sua vera 
fede,non ostante che lo stesso praticassero 
gli antichi romani ritornando vittoriosi 
con Ingresso solenne in Roma (^.)5 che 
solevano affiggere ad un'asta le armi ne- 
miche, e con pompa portarle in Campi- 
doglio, ed ivi offrirle ne'templi a'falsìDeì, 
cui stoltamente attribuivano le consegui te 
vittorie.Per quelle riportate nel 1 569000- 
tro gli eretici Ugonotti (/^.), Carlo 1 X re 
di Francia mandò a s. Pio V 1 2 stendardi 
presi loro, e 27 ne spedì Sforza conte di 
s. Fiora generale delle milizie pontifici e y 
che il Papa collocò nella basilica La tera- 
i)ense,oome riporta No vaes nella sua Sto - 
nVx^econ iscrizione incisa in marmo a let- 
tere d'oro,che riprodusse Cancellieri, Pof* 
sessi^ p. 356. Nellarticolo ss. Nome di M a- 
B(A, e nel voi. LIV, p. 66, indicai i luo- 
ghi ove parlai della liberazione di Vienna 
e della strepitosa vittoria riportata sui 
turchi, principalmente per opera di Gio- 
vanni 111 re di Polonia, che mandò a In- 
noccnzoXI il gran stendardo di Maomet- 
to, preso nel padiglione del granvisir, e 
colle parole (altra volta usate da Giulio 
Cesare) Veni^ P^idi, Vici,\\ Papa a'ag set- 
tembre 1 683, festa di s. Michele, fece ce- 
lebrare solenne messa nel palazzo aposto- 
lico Quirinale prò gratiarum actione, e 
nell'offertorio, De/to^poi cardinale e in- 
viato del re, ginocchioni perorò nell'atto 
di presentarlo a'piedi d'Inuocenzo XI, so- 
stenendo lo stendardo suU'ultimogradino 



STE 17 

del trono il conteTalenti,baciandogIi am • 
bedue r piedi. Indi levò % stendardo il 
marchese Naro vessillifero di s. Chiesa, e 
fu tenuto alzato vicino all'altare a cor» 
nuepistolae sino al fine della messa e del 
Te Deum che fu intuonato dal Papa, e 
allotta spararono le artiglierie degli svizze- 
ri di detto palazzo, e quelle della fortezza 
di Castel s. Àngelo,oltrei mortaretti della 
soldatesca che stava di guardia al Monte 
Quirinale, suonandosi a festa per un'ora 
tutte le campane delle chiese di Roma. Lo 
stendardo fu privatamente portato nella 
sagrestia di s. Pietro, e poi venne eretto 
nella basilica. Abbiamo, Lo^te/i(iar^oO/« 
tomanico spiegato dalp. Lodovico Mar- 
raccij ovvero dichiarazione delle parole 
arabiche poste nello stendardo realepreso 
dal serenissimo re di Polonia Giovanni 
III al granvisir de* turchi ^ e dal mede» 
Simo inviato per tributo della sua pietà 
alla S, di N, S, P. Innocenzo XT^Bovaa, 
i683. E siccome il re altro stendardo, in 
uno alla sua i$/7^i^d(^.), inviò al santua- 
rio della B. Vergine di Loreto (^.)> °^^ 
1684 fu stampato in A^ncona, Notifica» 
zione del regio stendardo turco , mandato 
dal re di Polonia alla s. Casa di Loreto. 
Altre notizie le riporta Cancellieri a p. 
356, e nel Mercato^ p. 269. Leggo nel 
n.°4 ^^^ Diario di Roma del 1 7 1 6, e nel 
diarista contemporaneoCecconi, che l'im- 
peratore Carlo VI spedì con sua lettera 
in dono a Clemente XI due code di ca- 
vallo, una bandiera e un principale sten- 
dardo preso a'turchi a'5 agosto, festa di 
s. Maria della Neve, dal principe Euge- 
nio di Savoia nella celebre vittoria di Pe- 
tervaradino: meglio ne parlo io nel voi. 
X Vili, p. 82, e tali insegne il Papa man- 
dò alle basiliche Liberiana e di Loreto. 
Ne fece la formale presentazione il cardi- 
nal Schrattembach, ed il Papa dopo a- 
verne dato parte a'cardinali in concisto- 
ro, destinò Kasponi a portare al principe 
Eugenio lo^^tocco e Berrettone ducale be- 
nedetti. Il Papa tenne cappella di ringra- 
ziamento a Dio nella basilica Liberiana, 



aS 



STE 



ove ricevè losUndardo per la medesiiDa, 
e si cantò il Te Deum, Questo ebbe pur 
luogo nella chiesa dis. Maria dell' Ani ma 
con cappella cardinalizia. Di più Clemen- 
te XI nella cappella del palazzo aposto- 
lico fece celebrare solennemente una mes- 
sa di requiem in suf{ì*agio de'soldati mor- 
ti in Ungheria è in Levante. Per la vit- 
tòria poi di Temeswar, Clemente XI rese 
grazie a Dio nella basilica Liberiana, con 
cappella e Te Deum, suono di campane/ 
salve d'artiglierie, feste, illuminazione e 
fuochi per la città. Nel n.^ io3 di detto 
Diario del i 7 1 7 si descrivono gli stendar- 
di presi a' turchi, e regalati da Clemente 
XI per mezzo di mg.*^ sagrista alle chie- 
se di s. Maria sopra Minerva e di s. Ma- 
ria della Vittoria, e due al santuario di 
Loreto. Il nJ*S3jde\Diario del 1 72odice 
dello bandiera presa a'mori di Ceuta, e 
da Filippo V re di Spagna inviata a Cle- 
mente XI; ed i Q.i 547 e 553 riferiscono, 
che il cardinal Acquavi va ministro del re 
in Roma, dopo la messa della Circonci- 
sione safì al trono e con apposito discor« 
so presentò al Papa lo stendardo, portato 
dal contestabile Colonna vestito alla spa- 
gnuola: ClementeX I fece ana Ioga risposta, 
quindi intuonò il Te Deum^mentre l'ar- 
tiglierie di Castel s. Angelo fecero varie 
sai ve,e nel partire dalla cappella fu prece- 
dutoolti'eccbèdallaCroce^o/t/5/^*ia,dallo 
stendardo. Avendolo destinato alla chie- 
sa di s. Maria della Vittoria, un uffiziale 
delle corazze lo portò inalberato e accom- 
pagnato da'corazzieri a cavallo, precedu- 
ti dal sagrista mg.^ degli Abati Olivieri 
in carrozza palatina, il prelato fu ricevu- 
to alla porta della chiesa dal vicario ge- 
nerale de'carmelitani scalzi e suoi religio- 
si, recitò un discorso suU' adempimento 
della commissione, cui rispose con ringra- 
ziamenti il vicario, al quale consegnò lo 
stendardo, e fu posto sopra un candellie- 
re dell'altare maggiora, indi si cantò la 
messa e il Te Deum, Ne' voi. XVIII, p. 
83, XXIX, p. 259, parlai degli aiuti dati 
all'ordine Gerosolimitano da Innocenzo 



STE 

XIII contro i turchi , e dello stendardo 
preso a'corsarì tunisini e dal gran maestro 
Zondadari mandato al Papa, il quale lo 
donò alla basilica Lateraneuse. Ne trat- 
tano pure il 0.^648 del Diario di Roma 
dei 1731, e Cancellieri ne' Possessi a p. 
355. Si descrive come il ricordato sagrista 
agli 8 novembra si portò in carrozza alla 
basilica,seguito dallo stendardo e accom- 
pagnato dalle corazze a cavallo, ricevuto 
al suono della campana dai canonici in 
cappa; si riporta il discorso pronunziato 
dal prelato, in cui è rimarchevole il rilie- 
vo che il dono lo faceva il Papa alla ba- 
silica, perché s. Gio. Battista suo titolare 
era patrono della valorosa religione ge- 
rosolimitana, ed in perpetuo trofeo del- 
l'invitta sua prodezza, e per eccitameiilo 
a' fedeli di pregare il Dio degli eserciti a 
far prosperare l'ordine, forte difesa e pro- 
pugnacolo della fede contro il fanatico e 
crudele maomettismo. A nome del capi- 
tolo, e in luogo del decano assente, pro- 
nunziò un ringraziamento il canonico 
mg.r Alamanni. Dichiarai a Processione 
colla loro origine, le insegne che in esse 
si portano, inclusivamente agli stendardi 
dipinti ordinariamente a olio,grandi o pic- 
coli e di forma quadrata, ed alle bandie- 
re sovrastate dalla croce con cordoni e 
fiocchi, come gli hanno gli stendardi per 
regolarne la portata; stendardi e bandie- 
redecorati con sa^velmmagim\ f^.)estem- 
mi, e da che derivarono. 11 vescovo Sar- 
nelli. Leti* eccl. t.5, lett. 1 1 : Che una con- 
fraternità debba avere V insegne diverse 
dall' altra^sxB ne'colori delle mozzette che 
negli stendaixli colle immagini sante dei 
loro patroni, o de'misteri sotto cui mili- 
tano; colori e divise derivali dalle sagra 
crociate di Terra santa, per insegna di fa- 
miglia e nazioni, onde distinguersi dalla 
moltitudine de'crocesignati, tutti però a- 
venti il petto fregiato della croce rossa da- 
ta da Urbano 11, per denotare il fermo 
proponimento di combattere per la ss. 
Crocefinoairultimosangue;chiamaquin- 
di le processioni, specialmente se fatte in 



STE 

te^pi di pubblici bisogni, sagre ftpedizio* 
ni, poiché a guisa di schiere armate cam • 
minano i ct*istiani modestamente e con 
dinota ordinanza , portando bandiere , 
stendardi, croci e altre sagre insegne, e le 
basiliche di Roma padiglioni quasi cam* 
pali, oltre t Campanelli (P^,), in vece delle 
trombe, giusta l'ordinanza militare come 
incedeva il popolo d'Israele portando la 
Si Arca. Arrogeil riferi todall'aUDiclich, 
Dlz. sacro- liturgico, all'articolo Proces^ 
sioniyche esse ricordano il ritorno del pò- 
polod'Israele Oberato dalla schiavitù d'E* 
gitto; i sacerdotìche circondarono le mu- 
ra dì Gerico; Davide saltante innanzi al* 
]'Arca;Salomonechelacondusse!nelTem- 
pio; o piuttosto Cristo Signot*eche discese 
dal cielo, ovvero i santi misteri della re* 
ligione cattolica; avvertendo che il vessi I* 
lo insignito di ss. Immagini non deve es- 
sere fatto alla militare ossia in forma trian- 
golare, dovendo rappresentare i misteri 
o i santi, sotto i quali militano gli ordini 
religiosi, le pie congregazioni, i sodalizi. 
Ne' voi. VII , p. ^qS e seg., 3 13 e seg., 
XXVI, p. 71 9 trattai dell' origine degli 
stendardi nelle canonizzazioni de'santi 
nel 1 253, per quello apparso prodigiosa- 
mente in aria mentre Innocenzo IV ca« 
nonizza va s. Stanislao vescovo di Craco- 
via, derivando jpui*e il rito di appenderli 
a'cornicìoni, o nelle volte e soffitti delle 
chiese, principalmente in quella ove fu ce- 
lebrata la canonizzazione, quasi altrettan- 
ti trofei; costumandosivappresentarvi da 
un lato l'effigie del santo, dall'altro espri- 
mendosi qualche principale prodigio da 
lui operato per virtù divina, nell'estre- 
mità dipingendosi gli stemmi delPapa che 
l'ha canonizzato, quello dell'ordine o so- 
dalizio cui appartiene, quello del cardi- 
nal protettore de'medesimi, e se non ap- 
partiene a congregazione religiosa o a con- 
fraternita, vi si dipinge lo stemma della 
nazione del santo. In detto articolo pure 
rilevai come sono dipinti, e come e da 
chi si portano nella processione della fun- 
uone, non che de'quadri colla lora effi- 



STE 129 

gie che si debbono distribuire a chi spet- 
ta (de'quali quadri riparlai a Fromotobe 
DELLA FEDE, per quelli che a lui e al sotto- 
promotore debbonsi anche nelle Beati/i' 
cazioni); ricordando ancora la processio- 
ne colla quale dalla chiesa ove fu celebra- 
ta la canonizzazione, ordinariamente la 
basilica Vaticana, si porta un altro sten- 
dardo del nuovo santo alla suachiesa.lm- 
perocché alla basilica resta quello sten- 
dardo dipinto djà un lato solo, che serve 
per la canonizzazione, e scuopresi dopo il 
pontifìcio decreto , e temporaneamente 
quello dipinto ne'due lati, che poi l'ordi- 
ne o il sodalizio a cui appartiene il santo 
si reca processionalmente a prendere per 
condurlo nella propria chiesa, ciò che av- 
viene poche voi te e per lo più anco questo 
stendardo rimane alla basilica. Al citato 
articolo Bandiera registrai, che il princi- 
pio di usare gli stendai*di nelle processio- 
ni pare doversi attribuireal 1 4i 4> ®4"^°* 
do il concilio di Costanza rese più pub- 
blico il culto di s. Rocco (^.)> che alcu- 
ni chiamarono canonizzazione per equi- 
pollenza. Il ceremoniere Chiapponi, ^r/tf 
canonizationis Sanctorum, riporta a p. 
a I 7 eseg., le notizie sugli stendardi delle 
canonizzazioni e processioni con essi , dì 
quella da lui descritta; ed a p. 346 e seg. 
il rito col quale il capitolo Vaticano con- 
segnò all'ordine de'predica tori lo stender^ 
do di s. Pio V, che portarono con solen- 
ne processione dalla basilica Vaticana a 
s. IVIaria sopra Minerva, ove fu collocato 
sull'altare maggiore,recandovÌ8ÌCIemen- 
te XI a tenervi cappella papale, con so- 
lenne ottava; parlando ancora dell'indul- 
genza plenaria concessa da Alessandro 
VII a quelli che intervengono alla pro- 
cessione che si fa nel portare gli stendar- 
di de'nuovi santi canonizzati alle pf*oprie 
chiese. Siccome gli stendardi che si ap- 
pendevano al cornicione della cupola del- 
.la basilicaVaticana,ed eziandio nella cap- 
pella del ss. Sagramento, finché quelli cui 
appartenevano non venivano a prenderli, 
il vento agitandoli in quel vasto tempio 



3o STE 

faceva oltre il rumore cadere de' pezzi di 
cornicioDe^così gli stendardi dal 1 82 5 cir- 
ca ia poi non più vi si appesero, e invece 
tolti ancora da delta cappella si custodi* 
scono ne'cameroni ottagoni della mede* 
sima cupola. La copia poi delless. imma- 
gini deIlaB.Vergine,cbeil capitolo fregia 
con Coronazione j\e conserva nelle sagre* 
slie canonicale e de'beneficiati, ed anche 
nel seminarioVaticano.Nel a,^^'jde\Dia» 
no di Roma del 1 83o si legge il ceremo- 
niale e rito col quale dalla basilica Va- 
ticana si porta solennemente nella propria 
chiesa Io stendardo d'un santo canoniz- 
zato, del seguente tenore, e al quale ag- 
giungerò qualche brano della Relazione 
i slorica del solenne trasporto dello sten* 
dardo dis.Francesco Caracciolo, eCfnon 
che dell' ottavario solenne che in seguito 
di detto trasporto fu celebrato in onore 
delsantOy Roma 1 83o. » Con benigna an- 
iiuenza della Santità di N. S. Papa Pio 
Vili, erasi già destinato da'rr. pp. ChiC' 
nei regolari nìinori(f^,)'\\ giorno 3o mag- 
gio, dedicalo alla solennità di Pentecoste, 
per dar luogo alla solenne.traslazioue del- 
lo stendardo di s. Francesco Caracciolo, 
inclito loro fondatore, canonizzato dalla 
sa. me. del PontefìcePio Vllfin dal gior- 
no sagro airauguslissimaTrinità,24mag- 
gioi8o7 (funzione che non si potè prima 
effettuare per le successive calamità dei 
tempi, e che Roma da 63 anni non avea 
veduta^ non sempre praticandosi). Ter- 
minato pertanto il solenne vespero nella 
patriarcale Vaticana, venne il sagro sten- 
dardo trasportato processionalmeute dal - 
la cappella del ss. Sagrameuto a vanti Tal- 
tare della Confessione. Vu canonico va- 
ticano in piviale incensò con triplice tiro 
Timmagine del santo in detto stendardo; 
indi fu cantata da' musici Tanlifona e i 
'versetti del medesimo, e poi dallo stesso 
canonico ne fu recitata la propria orazio- 
ne. Quindi colle consuete ceremoniee for- 
malità fecesi la consegna dello stendar- 
do «'chierici regolari minori, ed i 4 fioc- 
chi pendenti da'cordoni del niedebimo fu- 



STE 

rono dati a*4pp* assistenti generali,!! cioè 
della compagnia diGesù,e2deirordÌDe dei 
chierici minori,tutti vestiti di piviale biao- > 
co, da quel rev.mo capitolo, che accora- ! 
pagnolloal di fuori del portico della ba- 
silica, ove da'confrati del sodalizio del ss. 
Sagramentodi s. Pietro, lo presero i cou« 
frati dell'arcicottfra temila del ss. Sagra- 
meuto di 8. Lorenzo in Lucina. A privasi 
la processione da un drapello di grana* 
lieri pontificii, indi i tamburi della mili* 
zia capitolina, cui segui vano ifiimiglt del* * 
la nobiltà ramana, de'principi e degli eiD. 
signori cardinali con lorde accese. Veni- 
vano poscia,dietro unascelta banda di suo- 
natori, vestili di sacco i detti fratelli del* ' 
l'arcicon fra terni la del ss. Sagramenlo e- 
retla nella Chiesa presbiterale e parroC' , 
chiale di s, Lorenzo in Lucina (al quale 
articolo ne feci parola, che edificò poi il 
proprio oratorio nel 161 5 dentro i limiti 
della medesima) , con fiaccolotti accesi, 
lampadari con lumi, proprio stendardo, 
tronco, ss. Crocefisso ed altre loro inse- 
gne, co'Ioro guardiani, e con mg.r Pio di | 
Pietro loro primicerio,a vendo tutti le can- 
dele. Succedevano quindi i fratelli,! guar- 
diani, e mg.'' Lorenzo Mattei patriarca di 
Antiochia, primicerio dell'arcicoofrater- 
nita della ss. Trinità de*pellegrloi e con- 
valescenti, con le insegne e decorazioni fr 
guali al soprannominato sodalizio, oltre 
la banda di altri suonatori d'istrumenti. 
Dopo la croce della predetta chiesa di s. 
Lorenzo, preceduta da una 3.^* banda, se- 
gui vano gli alunni del collegio degli or- 
fani, i pp. chierici minori e i pp. gesuiti, coi 
loro rispettivi superiori generali, tutti in 
cotta e con candela. Procedevano appres- 
so i cosi delti fedeli del senato e popolo 
romano colle loro trombe, dopo i quali 
un coro di cantori, e quindi 3 sacerdoti 
deirordinedel santo in piviale bianco. In- 
di venivano ao fratelli del sodalizio del 
ss.Sagramento, e altrettanti dell'altro del- 
la ss. Trinità con torcie in alto accese. Ve- 
devasi poi il magnifico stendardo dipio- 
lo egregiameute dal cav. Francesco Mao- 



STE 

no,e rapprese» la ol£ da una porte s. Fran- 
cesco Caracciolo che adora raugustissìma 
Eucaristia o Sagraoiento, assiduo obietto 
di sua adorazione, e dall'altra una stre» 
pitosa conversione operata dal santo re- 
pentinamente, d'una rea donna che a?ea 
tentato di sedurlo. Da' fratelli delle due 
arciconfraternite sostenevansi le aste del- 
lo stendardo , i cui 4 fiocchi reggevano 
da'nominati 4 pp* assistenti generali ve- 
stiti di piviale, a'quali se n'era fatta la con- 
segna.Era lo stendardo preceduto da scel- 
to concerto di strumenti e da numerosi 
cantori che» vicenda cantavano l'inno del 
santo, circondato da fanali e da lampada- 
ri ricchi di lumi, sostenuti dagli stessi fra- 
telli;^ fiancheggiavano i palafrenieri pon- 
tificii in zim marre rosse con torciere la 
guardia svizzera pontificia, e lo seguiva- 
no vari vescovi e prelati con torcìe. Chiu- 
de vasi la processione da vari drappelli 
della guardia svizzera ede'granatieri di 
linea. Nel passare che fece la stendardo 
del santo sul ponte s. Angelo, fu saluta- 
to da parecchie salve dell' artiglieria di 
quel forte, come lo era st«to pure nella 
piazza del Vaticano dulia guardia svizze- 
ra con copioso sparo di moi lari, suonan- 
do le campane di tutte le chiese avanti 
allequali passò la processione. Avvicinan- 
dosi alla propria chiese, i fratelli del ss. 
Sagramento cedet'ono a quelli della ss. 
Trinità le aste e i cordoni dello stendar- 
do. Pervenuto poi con tuUa la processio- 
ne sulla Piazza di s, Lorenzo in Lucina 
(F'J) e alla porta maggiore della chiesa, 
dall'em." e rev."* cardinal Galletll protet- 
tore dell'ordine, pontificalmente vestito, 
ed assistito secondo il consueto dai due 
prelati Theodoli canonico della Vaticana 
basilica e diacono della cappella pontifi- 
cia, e Penlini canonico della basilica Li- 
beriana e suddiacono della nominala cap- 
pella, e depostasi dal cardinale la mitra 
e venerato da luì genuflesso lo slendar- 
do,dal medesimo venne incensato;quindi 
ricevuto in chiesa fu collocato nella parte 
del vongelo dell'altare maggioi*e,percss&; 



STE 3 1 

re successivamente posto nel mezzo della 
sommità del medesimo altare. Eseguito 
tale collocamento dello stendardo, il car- 
dinal Galeffi stando co'sagri ministri dal- 
la parte dell'epistola, intuonò l'inno Ani - 
brogiano, dopo il quale cantatosi dal sud- 
detto diacono il ^ Orapro nobis s.Fran* 
cisccy venne cantata dal porporato l'ora- 
zione del santo. In fine la sagra ceremo- 
uia ebbe compimento colla trina bene- 
dizione data dal cardinale all'affollato po- 
polo ivi concorso. S'incominciò allora ad 
ammirare la vaga apparatura di quel sa- 
gro tempio, ricca di molti ceri, di ornali, 
di paludamenti, di dorature, di fregi, di 
trine, di statue, di lampadari, di cornu- 
copie, d'iscrizioni analoghe alla circostan- 
za,e di medaglioni, giusta il disegno del- 
l'archi lelto CTiuseppe Marini". Nel gior- 
no seguente nella medesima chiesa si die 
principioal solenne oliavano io onore di 
s.PrancescòCaracciulo,a seconda del pub- 
blicato nel u.^4^ ^^^ Diario^ con indul- 
genze concesse dal Papa, cioè di 7 anni 
e 7 quarantene per tu Ili gl'intervenuti al- 
la processione o che visitarono la chiesa 
oeirottavario,e plenaria applicabile a'de- 
funti a'confessati e comunicali che faces- 
sero tal visita. Nel 1 .^giorno ebbe luogo la 
cappella cardinalizia a cui intervenne il 
sagro -collegio, con messa cantata da ing.^ 
Della Porla patriarca di Costantinopoli e 
vicegerente, e con orazione panegirica la- 
tina del p. Bevilacqua chierico minore, e 
nelle ore pomeridiane i vesperi pontifi- 
cali. Ne'segueuli 7 giorni, egualmente nel- 
la mattina furono celebrale messe ponti- 
ficali, con orazioni panegiriche italianedi 
eloquenti oratori, e nelle ore pomeridia- 
ne i vesperi pontificali, e dopo quelli del- 
l'ultimo giorno fu cantalo il solenne Te 
Deutn in rendimento di grazie a Dio. 11' 
minuto dettaglio di lutto si può leggere 
nella citata Relazione isterica, 

STENDARDO DI S. PIETRO, r. 
Steicdardo. 

STETTORIO, Stectorium. Sede ve- 
scovile delia 1 .'Frigia Salutare nell'esar- 



3<i 



STE 



cnto d'Asia, lotto la metropoli diSimada» 
eretta oel V secolo. Ne furono ▼esoovi, El- 
ladio pel cpiale Mariniano suo metropo* 
titano nel ^Si sottoscrisse al concilio di 
Calcedonia,PM>lo assisti e SI firmò a quel- 
lodi Costantinopoli nel 536 e al 5.* con- 
cilio generale nel 553| ff, trovossi al 7.*, 
Germano airS.**, Giorgio al conciliabolo 
di Fosio dopo la morta di s. Ignasio. O* 
riens chr, t. r, p. 849* 

STEWART. Gran maestro e gran 
Cora/cffn^i^ del regno di Scosia e del re* 
gno d'Irlanda. Il titolo di Stewart di Sco* 
zia (F,) i proprio dell' erede presuli livo 
del r^no unito à'InghOierra (f^.)y quel- 
lo di SìMWBvìd' Irlanda (F.) appartiene 
al conte di Shrewsbwy (F,), 

STlL[TAoSTlLLITA,«$)E)r|rfii.Aoa 
corda Solitario (f^.)»noma dato adalcu 
ni i quali passarono una parte della loro 
^itaincima ad una colonna, mirabilmen 
te esercitando la penitenza e la oontem 
plazione, allo scoperto e sempre in piedi 
senza punto sedei*e. Questa parola deri 
Ta dal ^vtQOSlylos^ colonna: i latini chia 
marono gli stiliti o stilliti, Sancii Colu 
mitaref. DiceMagri che tali servì dìDio vis 
sero miracolosamente per lungo spazio di 
tempo su qualche colonna; e che quella 
dì 8. Simeone f'^.^ denominato SiHita^a* 
yea in cima un piano quadro di due cu* 
biti per ogni lato, ergendosi d'intorno uà 
riparo alto fino alla cìnta, o balaustrata, 
con una portioella per potere uscir fuori, 
ed una scaia di legno per scendere. Il det* 
to santo fu pur chiamato Cioniia, dalla 
Toce greca colonna, onde in un borgo di 
Costantinopoli certo luogo si nominò E- 
xoctonium,ì\ quale vocabolo fu malamen* 
te interpretato di. feicolo/ine« perché prò- 
priamente significa colonnato di fuora , 
dove sopra molte colonne era collocata 
la statua di Costantino I; e perché gli a- 
ria ni si congregavano in quel luogo a far 
le loro conventicole, furono appellati E' 
xocionitae. L'istituto degli stilili era o* 
norato nella chiesa orientale, per vivere 
santamente moltissimi anni sopra colon* 



STI 

ne, e perciò isolati e in tilisatHMieA 
ta e ristretta.La storia eodetiastioifiii 
alone di molti stiliti, e Ini quoti é 
che viveano nel 11 secolo ddTcra cà 
na. Il più celebre di tutti pcròfuil 
mcooe monaco sirìaco dd 459, delf 
lesi narra che stette talvolta oaaMi 
tero ritto sopra un sol piede: aihsil 
derico G. Lauteosacct, Disseruamià 
meone SiyliUt,Vnìembtr^jii€tjo^^ 
tAiroÈ.Simeone{F.)AetloStiliUeM 
uaneóeì Sgi, che visse pure in SirisC 
stiliti ivi continuarono «no al teoolafi 
se ne trovano anche tracce ia MesofS 
mia verso il VI secolo. Mg.*' Biajdfa 
dvesoovod'Emesa^e compose omi 
•ertazione sugli stiliti, e l'inaerì néitt 
ra delp. Aisemani intitolata, Aetai 
rum martyrum oHentaliwn ei 
lalium, Eomaei748, prove chei 
Simeone v'ebbero sempre degli 
oriente sino all'impero de'i 
turchi. La rigidezza deireria 
impossibile questa maniera di vita( 
ddentali, nondimeno s.GregoriodiTi 
lib. 8, e 1 5, parla di Vulfilaioo chs 
qualche tempo sopra una coIoobs 
vicinanze di Treveri. Egli era 
e stato discepolo di s. Yrier afabslii 
Limosino. Vulfilaico indusse II [ 
villaggi vicini a rinunziare alcoltoi 
doli e ad a tterrare la grande atatnail 
na d'Ardenna, ivi onorata alno dslTi 
pero di Domiziano. Avendogli il m^ 
scovo ordinato d'abbandonar quelli 
i*e di vita troppo auste;x>, Vulfilaio)^ 
bidì all'istante e ritirossi in un moaa 
ro: egli fu detto il solo Stìliia d^Ooài 
te. L'Adami nelle Ricerche dei Cm 
Tulliano^ a p.i 35, parlando degli iti 
dice che fiorirono assai in Egitto; adi 
Menochio narra di loro cose prodigi 
iSCriorecent. e o, cap. 3 1 : Oeltaninùrù 
maniera di vita de* monaci stUiii. 

STIMATEoSTlMMAT£,tfi4« 
Le cicatrici delle cinque piaghe di C 

Cristo, fatte al suo adorabile Corpo 

iasua Passione (F.) e morte^oo'ss. C 



STI 

di (F.) e colla ss. Lancia (F,)^ nelle ma- 
ni, oe'piedi, nel costato. Stimate e Stimi* 
te^ si dice ancora per qualunque piaga o 
cicatrice. 11 vescovo Sarnelli, Lettere ec» 
clesiastiche, 1. 1 o, Delle Stimmate di va» 
rie sorti y e di quelle di s. Francesco^ ri- 
porta quanto in breve qui dirò. Stigma 
é parola greca, e vuol dire nota impres- 
sa pungendo con qualche cosa acuta nel- 
la fronte o in altre membrane dicesi stig» 
matizo, pungo o far lo stesso bollando col 
ferro infuocato. Di due maniere era que- 
sto stimmatizzai*e,a perpetua infiimia,o a 
gloria di nobiltà. Per ignominia erano so- 
liti i tiranni stimmatizzarci cristiani,nel- 
le persecuzioni della Chiesa. Usanza an- 
tica fu stimmatizzare la faccia de' Servi 
(F.) Schiavi (F,), come attesta Piin'ro. I 
servi ancora della pena, cioè i condan- 
nati, si deformavano colle stimmate, ed 
essi ch\ama\an%ì servi stigmatici, e talvol- 
ta litterati, atque imisti. Poiché la fac- 
cia dell' uomo libero, con somma igno- 
minia e supplizio, veniva con fèrro caldo 
incisa con profondi caratteri, e con note 
da non levarsi mai, perchè si riempiva- 
no di polvere nera e di altro colore, e sic- 
come facevansi pure sulla fronte, si dis- 
sero inscriptionesfrontis, E perchè i cri- 
stiani erano stimati come servi e infami, 
erano in somigliante maniera deformati, 
come si può vedere in PonzioOiacono nel- 
la Fita di 5. Cipriano, e nel Martirolo' 
gio romano a' 2 2 dicembre, s. Flaviani 
prò Christo inscriptiones damnatus, Co- 
stantino I nel pacificare la Chiesa e rende- 
re pubblico e libero il suo culto, vietò eoa 
legge pena s\ barbara; ma Teofilo impe- 
ratore eretico iconoclasta, rì]^nsìinò tal 
pena, e colla medesima notò i ss. Teofa- 
ne e Teodoro martìri, comeché adorato- 
ri delle ss. Immagini^ e stillando ancora 
da'Ioro volti il sangue li mandò in esilio. 
All'incontro presso que'di Tracia era se- 
gno di nobiltà aver note scritte sulla fac- 
cia, ed anche i daci ed i sarmati erano so- 
liti scriversi note nella fronte, riportando 
di tutto le testimonianze Sarnelli. Che le 

VOL. LXX. 



STI 33 

stimmate fossero insegne de'brittoni, l'at- 
testa Tertulliano, De^ir^i/t. veland. Fu- 
rono anche i siri stigmatici, ma non'oel 
▼olio, solo nella palma della mano, ov- 
vero nel la ctvy\cie,stìgmata incidebantdì • 
ce Luciano. I gentili ancora si stimma- 
tizzava no seri vendo nel loro corpo il nome 
dell'idolo e delle divinità che adoravano, 
empietà trovata sul corpo di Gioachim 
re di Giudea , ad onta che Mosè avesse 
proibito questa sorte di stimmate o segni 
agl'israeliti. Gli ebrei, secondo la legge e- 
raoo stimmatizzati colla Circoncisione 
(F,), alla quale essendo succeduto il bat- 
tesimo, e s. Paolo vietando la circoncisio- 
ne a'galati novelli cristiani,disse loro: E^o 
stigmata DominiJesu in corpore meopor» 
^to, come suo glorioso soldato, cioè le ci* 
calrici come segni de' pati menti delle per- 
cosse e delle piaghe, cheavea ricevute per 
l'amore e la predicazione di Cristo, glo- 
riandosi quando si ricordava delle perse- 
cuzioni sostenute per la gloria della cro- 
ce e per la libertà evangelica. Il concilio 
di Lambath chiamò stigmata la corona 
clericale. Alcuno del basso popolo in al- 
cuni luoghi si fa marche o punture, che 
riempie d'inchiostro, e di colore rosso o 
turchino, nelle braccia, e restano incan* 
cellabili. Anche Cancellieri, nella Disser* 
tazione sopra le ss* Simplicia ed Orsa^ 
parla delle stimmate impresse ne' volti| 
dell'inustione ignominiosa delle stimma- 
te, come usavasi colla ciurmaglia e cogli 
scliiavi,e dell'escoriazione, come tormen- 
ti patiti da'ss. Martiri, citando i seguenti 
autori che ne trattarono. Teofilo Ray- 
naud. De stigmatismo sacro, et profano^ 
nel 1. 1 3 di sue Opere, Pottero, De homi* 
nibus stigmate et cauterio notatis, 1. r ^Ar- 
cheoLAttic, e. 1 0. J. Moebio, Diss. de hO" 
minibus stygmate insignitis,\J\^%\dit 1 6874 
G. Lemejero, Dissert. de notis^ et stigma* 
tibus, in Dier.Genial. decad. 2, Zutphaa 
1696. Ce Haseo, Dissert, de stigmate ve- 
/erii^i^ Bremae 1704^ G. Agostino Gro- 
belio, Observatio exhibens stigmatismart 
veterum, tam graecorum, quam latino- 

3 



34 STI 

non, 1. 1 o 3IÌSC. G. GotlUeb Derliogìo, 
Commentìtiiv de set vis tilieraiis, Halae 
1 7 IO : Commenlatlo dt modo inurendi 
sifgmala^ìÌBÌBci 720.G. F. Dresigio, De 
ttsu st'gmaiuoi apudi^eieres^Lipiìmc 1733. 
Stigmatici confestores^ ao. 257 in Jfri- 
eoe ChrisLy et an. 3 1 5, t. a, di Morccili. 
Gollifredo B. Casseburgio, Dìsseri. de 
stigma iibusservorum , R^iomoote 1 7 3o . 
DeexcorialioneapudPersas usitata Pe» 
trus Pantinusskà !ib. a Basilio SeleuctD- 
sis, De Fitae s, Tfieclae. Inoltre Cancel- 
lieri tratta pure della crocefissione, allro 
luartirio dato a'confeisori della fede (del 
quaUuppliiio parlai a Croce\ ricordan- 
do questi scrittori. G. Schmid, Dissert. de 
supplicìo Crucis ^ Jenae 1 6 5 8 . J . M ci bio, 
Dissert. de Crucis supplicìo, hi psiae 1 689. 
G. L. Gold nero, Distert. de Cruce, diris- 
simo veleni m supplici a, Gerae i 6q3. Del- 
la perforozione delle mani e de'piedi, cita 
N.Fontana nell'opera diBai tolini,DeCrff- 
ce: De suspensione de manu, etpede, un^ 
co perforali s. Nelle DUsert, Fpisi. Bitho' 
grafiche jB p. 386 dicendo degl'islrumeo* 
li del martirio cbiusi ne'sepolcri «le'oiar- 
liri, de'ferrì e de* chiodi cu' quali erano 
stati COI) li tti diversi dc'medesimi^e perciò 
tutti stigmatizzali, llitcrnando a Sarnel- 
li, che nel t. 4» leti. 33: Drlle sagralìssi- 
me stimmate del gran patriarca s-Fran- 
Cesco, dichiara che le sogre stimmate di 
s. Francesco d'essisi (f'A fondatore del 
benemerentissimo ordine Francescano 
(A\), sono diverse di tutte le altre, poi- 
ché pel I .*nel iia3 meritò di rice vei-e per 
singolare privilegio da Gesù Crocefisso 
sopra il suo corpo Tini pressione perma- 
nente delle sue cinque piaghe, delle ma- 
ni, de'piedi, del costato. Questo spettaco- 
lo mise in s. Francesco grandissimo sta- 
pore,ed una gioia mista di tiistezza riem- 
pì il suo cuore. Pertanto restarono aper- 
te nel suo corpo le 5 traCtture, e la pia- 
ga del eostato particolarmente gìtlava 
spesso sangue Temìglio che bruttava la 
sua tonaca, nelle mani e ne piedi etseu- 
do rilegate e nere le teste degrìmpi-es»i 



STI 

chìrdi. L' umile s. Fraooetco usò gran- 
ili>«iina cura per togliere alla conosceoti 
degli uomini ciò ch'era onera «ig li osanm- 
te in luì avvenuto. S'inviluppava lens* 
dì con lunghe maniche, e cuoprìva i pit 
di con lunga tonaca; inoltre portava cer 
ti calzari fattigli da s. Chiara e con tanti 
industria, die la supcriore parte coprì- 
▼a ilfrippello ddi'iroprestione de'chiodi 
de'suoi piedi, e la inferiore, innalzandosi 
alquanto le punte, perciò non gl'impaii- 
Tano di camminare. Malgrado tante pre- 
cauiioui, molte persene videro, ancor vi- 
vo il santo, le piaghe miracolose impra* 
se sopra il suo corpo, i chiodi di carne nd* 
le maniene'piedi, comepore il Iato apc^ 
lo, e ne aveano anco toccate le piaghe; e 
mcltisiimesono lecertissioAC teslimoDian* 
ze,che dopo la beata sua morteegualmea- 
te muiti ammirarono, baciarono e tooca* 
reno le sante e pro<ligiose piaghe. Già m 
nel voi. XXVI, p. 64 c*^gv narrai ilrì* 
cevimeoto portentoso delle stimmate di 
f. Francesco,e come poco dopo la sua mor- 
te le certificarono Gregorio IX, il quale 
pubblicò contro alcuni boemi cberivoci' 
Tano in dubbio il fatto, e il vescovo d'Ol- 
n;uti che negava doversi dipingere il san- 
to colle sagi e stimmate, una lettera apo- 
stolica in CUI riprendendoli attesta la ve* 
I ita del miracolo, sulla (»noscenia e ioti- 
mità peisona le ch'egli ne avea e su quel- 
la che neaveano parecchi cardinali; Alo* 
Sandro IV, che dichiarò in un sermone di 
aTer Teduto egli stesso le stim mate sul cor- 
po del santo ancor TÌTente, e l'udì e già 
l'avea appieso da Gregorìo IX, il dottore 
e caiduiales. Bonaventura chene scrisse 
la vita,e prescrisse di celebrarne la memo- 
ria; Nicolò III e Nicolò lV,ch e conferma- 
rono il delitto di Alessandro IV; 6en^ 
detto XI, che proponendosi d'eccitare nei 
cuori un pili ardente amore per Gesù Cro- 
cefisso, istituì la festa di commemorazio- 
ne con officio proprio in onore delle stim* 
mate di s. Fi ancesco, con aoleune rito (nel 
1 3 «4 circa in Assisi con istupore osservò 
le sagre stimmate ancor vite e fiescbe^il 



STI 

imo cardinal Alboi'njoz,esclanrinn* 
solo s. Francesco basta a confer- 
religione di Cristo; e nel secolo se* 
)ure le venerò il valoroso Fran- 
)rza, stupefatto dal fra gran te odo-* 
edere palpabile il corpo, con l'ini- 
e alle mani ea'piedidichiodi neri 
.i,e la piaga del costato seiubrare 
1 vermiglia);Nicolò V,clie vide coi 
)CGhi e in compagnia d' altri nel 
corpo del santo e le sue stimma* 
ferita del costato colorita di sao- 
simile Sisto IV^che nel 1478 toc- 
proprie mani e baciò, e ne estese 
[Galeotto Bistocchi personaggio 
per ultimo venerò a' 18 no vem- 
) il sagro corpo che ancor pareva 
n occhi aperti e le piaghe belle: 
V si vogliono le parole, che del- 
lemorazione delle sagre Stimma* 
;ono nel Martirologio), difendea- 
ne dirò siccome singolari; Paolo 
a rese universale a tutta la Chiesa 
tembre; e Clemente XI V, che dal 
idoppio minore l'elevò al doppio, 
messa. Dissi dove si veneranoam- 
sangue uscito dalle stimmate^ co- 
* Àrciconfra temila delle sagre 
fé (^.),in uno a molte altre noti- 
asì il p. Flaminio da Latera, F'c' 
pressionis ss» Stigmatum in cor- 
iphicis, Franciscij Romaei 786. 
corpo con autorizzazione di Pio 
'ilrovato a'7 novembre 1 8 1 8 nel 
»io della basilica di s. Francesco 
ma in ischeletro, ed alcune parti 
di particelle rilucenti e cristuliz- 
r|uali cristallizzazioni furono giù- 
ilcaree e prodotte dall'umido, che 
;re penetrato dal monte nell'or- 
di Pio VII col breve Assisiensein 
7t,de'5settembrei820,^<i//. /?of/i. 
5, p. 32 1, dichiarò solennemen- 
I corpo trovato sotto l'altare mag- 
lia basilica patriarcale d'Assisi del 
conventuali è veramente il corpo 
Francesco fondatore dell'ordine 
rij ed essere certa l' ideutità. Su 



STI 35 

questo ritrovamento posseggo le seguenti 
opere. De invento corpore divi Fraacisci 
ordinis minorimi pareniis, Romaei8i9. 
Senlenliae dictae a procuratoribus gene* 
ralibusfamiliaruniFranciscalìum in cau» 
sa inventi corporis s, Francisci ord. mi* 
nor. parentisyannotationes suhfecilFran' 
cisciis Guada gnus avvoCy Romaei82o. 
Notizie sidV invenzione e verificazione del 
sacro corpo di s, Francesco d* Assisi ai 
1 2 dicembre 1 8 1 8 sotto t altare maggio ' 
re della patriarcale d' Assisifi,oaìa i8 2 o . 
Descrizione ragionata della sagrosanta 
patriarcale basilica e cappella papale 
(di cui ho pure: Caeremoniale Benedicti 
XI F^ Romae 1 7 54) dì S.Francesco d! As- 
sisi, nella quale recentemente sì è ritro* 
vaio il sepolcro e il corpo di sì gran san- 
lo, e delle pitture e sculture di cui va or* 
nato il medesimo tempio, umiliata alla S, 
di N. S. P. Pio FU dall' avv. Carlo Fea 
commissario delle antichità, Roma 1820 
con rami. Antonio M.** Latini, Orazione 
pel ritrovamento deUa sagra spoglia del 
serafico p. s, Francesco d Assisi, Roma 
1821. 

Ne'secoli appresso Gesìi Cristo si deguò 
imprimere lesagre stimmate a4 sante mo- 
nache, di cui vado a tenere proposito, 3 
delle quali domenicane. Narrano Rinaldi 
all'anno 1 34o, n.79,eSarnelli,che in quel- 
l'anno s. Gertrude vergine che dimorava 
in un monastero situato nella terra Delfe- 
se,mentre meditava con di votocuore imi- 
steri della- passione di Gesù Cristo, s'acce* 
se per modo dell'amor divino, che fu fat- 
ta degna di ricevere a somiglianza di lui 
le stimmate, come riferisce Giovanni di 
Leida carmelitano nella Cronaca Belgi* 
ca. La 2." santa che ricevè questo privile* 
gio è s. Caterina daSiena domenicana del- 
l'ordine de' Predicatori, naorla nel 1 38o 
in Roma, e sepolta nella Chiesa di s, Ma>» 
ria sopraMinerva (nei quale articolo dis* 
si nella cappella dei ss. Rosario: ora mi 
gode l'animo d'avvertire condifota com- 
piacenza, per le benemerenze della san- 
ta colla Sede Apostolica, che pt' gran* 



36 STI 

diosi rislauri che in detto tempio si van- 
no ultimaDdo, e de' quali feci parola a 
Predicatori ordine, tempio ch'é runico 
di stile gotico che abbia Roma, che m'i- 
struisce il n.^238 dei Giornale di Roma 
deli854> che anco i' altare maggiore si 
va a rinnovare, e sotto in ricca urna sarà 
per disposizione del regnante Pio 1 X col- 
locato il corpo di s. Caterina da Siena, che 
al presente giace nell'altare laterale a de- 
stra; e che il Papa a' 1 7 ottobre si recò 
a vedere i magnifici lavori eseguiti nella 
chiesa, esternando la sua alta approva- 
zione, eziandio pe'dipinti, che armoniz- 
zando collo stile architettonico della me- 
desima, coprono la tribuna eie voIte,come 
ancora perle moltissime opere fatte asca- 
gliola, e finalmente pel modello della sta- 
tua di s. Gio. Battista), di cui rifei isoeSar- 
selli si legge oeli^/vi^i^zno Romano, che tn 
Pisa comunicata e rapita in estasi^ vide 
il Signore Crocefisso, che a lei veniva con 
gran lume, e che dalle sue piaghe discen- 
devano 5 raggi a 5 luoghi del suo corpo,ed 
ella accoltasi del mistero pregò il Signo- 
re, che le cicatrici non apparissero; e cosi 
avvenne perché nella santa umiltà per- 
severasse. Il Novaes nella Storia de* Pori' 
le/?cf riporta la questione delle sagre stim- 
mate, che compendiata riprodurrò. Sisto 
1 V osservandola calda disputa e forte con- 
troversia eccitata fra i domenicani e fran- 
cescani sulle stimmate, che i primi affer- 
mavano, e negavano i secondi sostenen- 
do che il Redentore soltanto le concesse 
a s. Francesco, il Papa con bolla del 1473 
(presso il Castellini, De Inquis, miracu- 
lor. in App, de stigmalib. s. Cathar,, p. 
225), vietò sotto pena di scomunica, al 
solo Papa riservata, di predicare o dire, 
che s. Caterina fosse dalle sagre stimma- 
te insignita, e di dipingerne con esse l'im* 
magine (rileva il p. Benoffi, Storia mino- 
rilicaj p. 200, aver dichiarato Sisto IV, 
chePioìl nella bolla Misericordias Domi" 
ni^óe^g aprile 1461, Bull. Rom, t. 3, p. 
io5f delia canoDiziazione della san la, non 
£1 aicuuA meoiione delle ricevute stim- 



ST I 

mate, e però sotto pena di censure coman- 1 
dò di desistere dal pubblicarle dal pulpi- 
to, e dipingerle nelle di lei inQmagini,ecii 
cancellare le dipinte, fintantoché nonfc- 
nissero approvate dalla s. Sede). Un'altri 
bulla pubblicò nel 1 47 5, nella quale Sisto 
IV impose a'contumaci pene maggiori, di- 
chiarando insieme, che di niun altro tos- 
to, fuori di s. Francesco, si potesse pre* 
dicare di avere licevuto le8tinQroate,ecfae 
la sola immagine di questo si potesse eoa 
esse dipingere e scolpire, giacché di eoo 
solo si era ciò concesso dalla s. Sede. Es- 
sendo poi supplicato dal p. Leonardo da 
Perugia generale dei domenicani , a so- 
spendere tali pene sino al capitolo geM- 
rale che si dovea tener a Perugia, Sisto 
IV le sospese col breve, Tiiis in haCfétì 
5 febbraio 1476, BulL Ord. Prae£cat. 
t. 3, pr 5g6, e diretto al generale med^ 
simo,ordinando nel tempo8tesso,che l'iffl- 
magini di s. Caterina dipinta colle stio- 
mate non si potessero esporre al pubbli- 
co. Ricoi*sero quindi i domenicani al suc- 
cessore Innocenzo Vili, il quale col bre- 
ve Cam dudumy de' 1 6 luglio 1 490, Bull 
Ord. Praedicat, t. 4» p- 66, diretto al p. 
Gioacchino Turriani generale de'dorM- 
uicaiiì, lasciò in vigore l'altro di Sisto IV, 
perciò che riguarda il dipingere di nuovo 
leimmagini della santa colle stìmmatejnM 
nello stesso tempo comandò, che si potes- 
sero conservare le già fatte con tali segni, 
acciocché i fedeli col vederli togliere uoa 
credessero che i domenicani gli avessero 
voluti ingannare (il p.Benoffi conveDendo 
che Innocenzo Vili moderò il divieto e 
lasciò intatte le 5 cicatrici all' immagini 
preesistenti di s. Caterina, aggiunge che il 
successore Alessandro Vi spiegò , che ie 
stimmate della santa non si pingesserocoi 
colori rossi e di sangue, ma con segni do- 
rati e lucidi, per ispiegare l'interno dolo- 
re patito dalla medesima). Frattanto i do' 
menicani con diverse scritture sosteone- 
ro le stimmate di s. Caterina, come il p» 
Antis, Dispulatio prò s, Catherinae 1$^- 
nensis imaginibus^ Valentiae 1 597 (poi 



STI 

traeiGi i), eh 'è traduzione dallo 
lo, nella cui lingua l'avea pubbli- 
( SSSinValenza eBarcellona.Tor* 
nque in vita la controversia tra i 
!ani e francescani, vedendo Cie* 
MII che molti domenicani con 
de Prado, Opusc. de stigmatibus 
rinae q noesi, ydicevana permesse 
tate di s. Caterina da s. Pio V, fé* 
nare la disputa alla congregazio- 
:i, indi colla bolla Cum sicut, dei 
mbre 1 599, Bull, Ord, Praed. t. 
», diretta a tutti i vescovi, impo- 
i silenzio a'francescani e domeni- 
opre più impegnali in questa li* ' 
3 la controversia non fosse decisa 
s. congregazione. Nondimeno se* 
IO molti scrittori a sostenere le 
e di s. Caterina, e lo narra Lam- 
De Canon, ss. lib. 4» par* 3> cap. 
lome fece il p.Gregorio Lombar- 
; veritate stigmatum s. Catheri' 
nsisy ed il Sommario della dispu» 
stimmate di s, Caterina di Sie- 
io I. Finalmente Urbano Vili ai 
aio 1 63o tolse la controversia, af- 
oche S.Caterina in Pisa avea ri- 
: stimmate dal Crocefisso Signo- 
5.^ lezione che compose per l'uf* 
la santa e introdusse nel brevia* 
no a'3o aprile. Laonde France- 
insegni pubblicò nel 1 640 inSie- 
'onfo delle stimmate di s, Gate- 
Siena. Dipoi Benedetto XIII ai 
01 727 concesse che nel i.^apri- 
ordine de'predicatori potesse far 
li queste sagre stimmate, le qua- 
isero ancora inserire nel 2.^ not* 
ll'uffizio della santa. Dell'uffizio 
nmate accordò inoltre a'a2 set- 
'estensione alla diocesi di Siena, 
Ssettembrei 728 a quella di Pi- 
Beooifì dice col rito doppio l'uf- 
!ssa,a tutto il clero e stati di To- 
iirimpressione delle sagre stim- 
corpo di 8. Caterina da Siena, 
Mxastel, Storia del cristianesi- 
§ 292, chiama favore tutto ce- 



STI 37 

leste, ed uno de^piii straordinari nellW* 
dine stesso delle cose soprannaturali. La 
3.* a ricevere questo segnalato privilegio, 
fu la b. Lucia da Narni del 3.^ ordine di 
s.Domenico>come riportano Sarnelli eRi- 
naldi all'anno i5oo, n.°58, dicendo che 
questa vergine risplendé la Italia illustre 
per santità, la quale ebbe a somiglianza 
di Cristo le stimmate, affermandolo Tri • 
temio nella Cronaca, ed Enrico d'Insti- 
tore nel Trattato contro Pokard,ove pro- 
va la verità della fede cattolica conferma- 
ta con molti miracoli, e testifica d'averle 
vedute e palpate mentre era inquisitore, e 
io stesso asserì con pubbliche lettere Er- 
cole II duca di Ferrara, ove mori nel mo- 
nastero da lei fondato, a'i5 novembre 
i544* Osserva Sarnelli, che però ninno 
spiega se le stimmate furono sole cicatri- 
ci o vi erano anche i chiodi, che stima 
privilegio singolare di s. Francesco.Si può 
vedere il suddetto gesuita p.Raynaud, De 
stigmatismo sacro, che ne tratta. Leggo 
in Novaes, e come già accennai a N^rivi, 
che la b. Lucia ricevè da Cristo le sagre 
stimmate meditandone la passione, nelle 
mani,ne'piedi;nel costatole che le riconob- 
be Clemente XI col breve Ex injuncto, 
de'26 marzo 1710, Bull, Roni, 1. 1 o, par. 
I, p. 23 1, approvandone il culto imme- 
morabile,e si può vedere Lambertini, De 
Canon, ss, lib. 2, cap. 24, n.^i 1 1. Pub- 
blicando poi nel novembre 1738 i dome- 
nicani del convento di Palma nel regno 
di Majorca certe conclusioni dedicate aU 
la b. Lucia colla sua immagine e le s. stim- 
mate, i francescani di quella città preten- 
dendo che per la bolla di Sisto IV era vie- 
tato stampare o dipingere immagini san- 
te colle stimmate,tranne quella di S.Fran- 
cesco, ricorsero al vescovo di Palma per- 
ché sospendesse le conclusioni, ed egli lo 
fece con decreto del 1 Snovembre sotto pe- 
na di scomunica a tenore dell'asserta bol- 
la. 1 domenicani si appellarono alla s. Se* 
de, onde commessa la controversia alla 
congi*egazione de'riti, fu da questa deci- 
so con decreto de'2 3 gennaio 1 74o,presso 



38 STI 

LambertiDÌ n.^i i4»chela b. Lucia sì po« 
teTapubblicamentcespoirecollestiroma* 
te patenti e visibili. Divenuto Lamberti- 
ni Benedetto XlV,a'23 settembre 174 2 
levale le seconde lezioni del comune del- 
le Vergini, assegnato colla messa alla bea* 
ta da Benedetto XI 11 nel 1 729 perle dio- 
cesi di Ferrara, Narui e Viterbo, ne ap- 
provò le proprie, nelle quali si ili memo- 
ria delle stimmate di sangue ricevute da 
Gesù Cristo in Viterbo, dove erasi fatta 
monaca nel monastero di s. Tommaso , 
colle quali veramente si vide in Ferra- 
ra nel 1 7 1 o, quando ne fu trovato incor- 
rotto il corpo per recìdergli una gamba 
per Narni sua patria. Finalmente la 4'' 
santa che riceve le sagre sii mmate è s. Ca- 
Urina Rìcci fìorentina,clie nel 1 535 vesti 
l'abilo del 3.'' ordine de' predicatoli nel 
monastero di s. Vincenzo in Prato ^ in cui 
d'nnni 25 fu fatta priora, e di 68 moriaì 
2 febbraio 1590, dopo aver ricevuto in 
vita le sagre slimmntedaCristo,enel volto 
riinmagine dello stesso Salvatore, come 
apprendo d<i Novai'S, che ri porta gli scrit- 
tori di sua vita. Clemente XII solenne- 
mente la bealifìcò nel 1732 colla bolla 
In Apostolica e ^òe\ i ."ottobre, Bidl. Rorn. 
1. 1 3, p. 3o I , concedendo l'ufHzio e messa 
|-fr Firenze ove nacque, per Prato ov'è 
il corpo, e per Tordine domenicano; ap- 
piccando poi le lezioni proprie del 2.'* 
niitturno, nelle quali si fa memoria d'a- 
ver ricevuto da Gesù Cristo l'anello del- 
\oSposalizio, e le sagre stimmate visibili. 
Benedetto XI V a'29 giugno 1 746 solen- 
nemente la canonizzò colla bolla Ad nu- 
pi i a le jpresio il suo Bull, t. 2, p. 1 o4>Cle- 
Dtente XI 11 eslese l'uffizio e messa ai ge- 
suiti con rito doppio, ed alle monache di 
Prato aggiunse alia 3.^lezionedel 2.° not- 
turno la memoria della traslazione nella 
cappella del monastero a' 2 5 ottobre 17 66, 
e dì forne dire la messa. 

STIMMATEDI S. FRANCESCO, r. 
Stimate. 

STIRIA.Paese della parte ceutraledel- 
l'impero d'Aiutria con titolo di ducato, 



STI 

confmante coH'arciducato di Austria, la 
Ungheria, la Croazia civile, e rUliria. La 
parte settentrionale è coperta dalle Alpi 
Noriche, la centrale dalle Alpi Stirie, e 
la meridionnieda un ramo delle A1)h(^ 
nie. La Stiria ingenerale è un paese moo* 
tiiosissimo, ne vi si trovano quasi piaou* 
re ; le massime valli stanno nella parie 
centrale alle folde delle Alpi Stirie. Ap- 
partiene al bacino delDauubio, innafliali 
dalla Tra un e dall'Ens, dalla Muhr,dal- 
la Raab, dalla Drava e dalla Sava. Vi 
sono una moltitudine di laghetti, fi'a'qiU' 
li l'Alten Aus8ee,ilGruDdel-See,il\Tilil* 
See. Salubre n'é il clima che le diodU- 
glie rendono alquanto freddo,nel latome* 
ridionalc essendo piti dolce. Le prodo* 
7Ìoni vegetali bastano abbisogni del paese, 
per l'abbondanza de'cereali. Danno gii 
sliriani una cura particolare a' prati, si 
naturali che artiflzìali, essendo l'educa* 
zione del bestininc un ramo tmporlaote 
della loro economia rurale, preferendosi 
uiragricollura, nondimeno è molto sce> 
mata dall'ultimo secolo in poi. I fiuoiie 
i laghi abbondano di pesci squisiti, eia 
pesca alimenta un traflìco attivo, tanto 
nell'interno come coll'estero. Ricchissimi 
è la Stiria di minerali; vi si trovanola* 
vatoi d' oro sulla Drava e sulla Mubr; 
vi hanno miniere di rame, di piombo, di 
ferro, di zolfo, di zinco e di col)allo. Lo 
scavo delle miniere di ferro è il più im- 
portante. Abbondanti sono le saline vi- 
cine ad Aussee. Havvi pure cave di mar- 
mo, di pietra da macina, di carbon fos- 
sile. Numerose sono le sorgenti minerali, 
li lavoro de'metalli è il solo ramo impor- 
tante dell'industria. Le falci di Stiria so- 
no note a tutta Europa, e si contano circa 
36 manifatture. Importante è pure l'e- 
sportazione del bestiame, ed attivo e il 
commercio di transito.La popolazione su- 
pera i 1 00,000 abitanti, tedeschi, slavi 
vendi, italiani, francesi, ungheresi, ecLi 
religione cattolica è quasi la sola prati- 
cala nel paese, ed i cattolici dipendono 
da' vescovati di Secovia (con resideoiaa 



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STO 

Gi*atz,di cui parlai a quell'articolo), Leo- 
ben^ e Lcivant^V!). L'istruzione pubblica 
possiede un liceo, una scuola filosofica, 
una scuola normale, 4 ginnasi e altri sta* 
Lilimenli.Ha la Stiria gli stati provincia- 
li, che compongonsi di tre ordini : i si- 
gnori, i cavalieri, le citta e borghi. Il du* 
catohaper capilaleGralz, ed è divìso in 5 
circoli: 13 ruck e Indenburg formanti l'Al- 
ta Stiria ; Cilly, Gratz e Marburg, che 
compongono la Bassa Stiria. La Stiria di- 
pende dalla corte d'appello di Klangen- 
furt, ed e Gratz la sede d'una direzione 
di polizia. Ora va a darsi una nuova or- 
ganizzazione amministrativo- giudiziaria 
del ducato, che verrà diviso in 3 circoli 
colla sede delle autorità in Gratz, Mar* 
burg eBruck; la capitale prò vincialeGratz 
resterà subordinata immediatamente al* 
la luogotenenza: verranno erette corti di 
I.' istanza in Gratz, Cilly e Leoben. La 
Stiria che trovasi sotto lo stesso coman- 
do generale militare dell'llliria, possiede 
a Pettau la piìl importante casa d'inva- 
lidi di tutta la monarchia. La parte o- 
rienlàle di questo paese era anticamente 
compresa nella Pannonia j la parte oc* 
cidentale nella Norica^ eh' ebbe Cilly a 
metropoli sotto Firn pero romano. Sono 
questi gli antichi norici, lodati per ospi- 
talità e sincerità. Dopo la dominazione 
romana,vennerogIi avari ad abitare l'Al- 
ta Stiria, i vendi o venedi si stabilirono 
nella Bassa, che più tardi assunse il no- 
me di Wendisch-mark. Carlo Magno vi 
stabilì un margraviato ; essendovi stata 
riunita la contea di Steyer nell'Alta Au- 
stria, fu dato a tutta la contrada il no- 
me di Steyermarkyche in italiano si disse 
Stiria. Ottocaro VI acquistò neh iSiil 
titolo di duca , e morto senza figli ma- 
schi, il suo ducato passò neli 192 a Leo- 
poldo V duca ó' Austria (^.); altri di- 
clino la sola parte boreale, e neh 485 la 
meridionale venne definitivamente unita 
all'Austria per patto di successione. 

STOBl. Sede vescovile della 2.' Ma- 
cedonia, neiresarcato del suo nome,nella 



STO 3q 

diocesi deirilliria orientale, eretta nel IV 
secolo. Ebbe per vescovi Bunio che nel 
3^5 assistè al concilio Niceno, Nicola a 
quello di Calcedonia, Giovanni al VI con- 
cilio generale, Margarite sottoscrisse i ca* 
noni in Trullo, Oriens dir, t. a, p. 75. 
STOCCO e BERRETTONE DUCA- 
LE, Gladium et Pileum, Ensis et Gale- 
rus. Spada e cappello ducale,che si bene- 
dicono solennemente dal Papa nella not- 
te del s. Natale^ e poi si donano a so* 
vrani e principi, od a valorosi e gran ca- 
pitani cattolici, benemeriti della Chiesa, 
e talvolta per eccitarli a proteggerla; si 
donarono inoltre per segnalate vittorie 
riportate da loro, contro gl'infedeli, gli 
eretici, ed altri nemici della chiesa cat- 
tolica, ovvero che doveano affrontarli e 
combatterli per la difesa della fede. Que- 
sto antico uso successe a quello più an* 
tico d'inviare o consegnare lo Stendar- 
do di s. Pietro (^.), decorato della sua 
immagine e delle Chiavi pontificie {^.), 
B* Sovrani {/^.),per obbligarli a difende- 
re il civile e l'ecclesiastico della s. Sede, 
od allorquando stavano per intrapren- 
dere qualche spedizione contro i nemici 
della Chiesa. E' un insigne, distinto e de* 
coroso donativo pontifìcio, e la più alta 
ricompensa cattolica che possa desiderare 
un guerriero di voto e amico della religio- 
ne,ed un tempo f'ì proprio degl'imperato- 
ri setrovavansi inUoma e presenti alla sa- 
gra funzione della notte del s. Natale, ed 
anche de're se presenti ad essa. Nel con- 
ferirlo Sisto IV, oltreché lo disse antica 
consuetudine,usòIeseguenti parole. >»Nos 
ergo volehtes (ut justum est) approba- 
tas ss. Patrum consuetudines observare, 
statuimus te Principem Catholicum,san- 
ctaeque Sedis a Deo utrumque gladium 
habentis filium devotissimum^ hoc no- 
stro praeclaro munere insignire; nec non 
' et hoc pileo,in signum muniminis, et de* 
feusionis ad versus inimicosfidei, ets. Ro* 
manae Ecclesiae, protegere. Firmetur i- 
gitur manus tua contra hostes s. Sedis, 
ac Christi nominis, et exaltetur dextera 



I 



4o STO 

tua^ eos velutì ipsius assiduus, inlrepi- 
duscjue propugnator, de terra delendo; 
et armetur caput tuum Spiritus Sancii 
per Columbara figurati protectione, ad- 
versus eos, in quos Dei justitia, atque ju* 
dicium prò s. Romana Ecclesia, et Apo- 
stolica Sede praeparatur;quod libi prae- 
stare dignetur idem Dei Fìlius, qui cum 
Patre, et Spiritu sancto vivit, et regnat 
Deus, per infinita saecula saeculorum, A- 
men". Lo stocco è uua spada ricca e or- 
nala, con pomo d'oro suirelsa, e suo no- 
bile fodero e corrispondente cintura. Il 
berrettone ducale è foderato di velluto 
in seta di color cremisi, decorato dì pelli 
d'armellino e di perle, cinto di cordone 
e guarnito dì ricami d'oro, Fra questi ri- 
cami è nel mezzo una colomba, simbolo 
dello Spirito santo, formata di perle o ri- 
camata in argento. Dell'uno edell'allix) 
si donarono di diverse forme, più o meno 
abbelliti e ricchi. Neil' Opera omnia di 
mg.^ Rocca, sagrista pontificio, stampata 
sotto Clemente XI, nel t.i,p.207,si tratta: 
» Aurea Rosa,EnsisetPileum quae re- 
gibus et magnatibus a summo Pontifice 
benedicta in donum mittuntur. " Si ri- 
porta il disegno della Rosa d*oro (^.), 
e dello Stocco e Berrettone^ benedetti e 
donati da Clemente XI. La rosa d' oro 
lia nel basamento il suo pontificio stem- 
ma, il quale forma il pomo dell'elsa del- 
la spada, tutto di elegante lavoro. Il ber- 
rettone partecipa della forma d'un elmo 
con larghe falde e code ricamate,nelle cui 
estremità sono ripetuti gli stemmi di Cle- 
mente XI, e pelli d'armelliuo pendenti. 
Lo stocco e il berrettone si conservano nel* 
la Sagrestìa pontificia, e se non sono do- 
nati ogni annosi rinnova la loro benedi- 
zione rituale. Poiché questa dimostrazio- 
ne onorifica, di speciale apostolica bene* 
\olenza, viene santificata dal rito anti- 
chissimo col quale sì benedice, con signi- 
ficazioni di gran misteri, il quale rito si 
riporta nel Sacrarnm cerimoniarum s, 
r. Ecclesia j composto da Agostino Pa- 
trizi Piccolomini vescovo di Pienza : De 



STO 

Ense in nocte Natìvitatis Domini dando 
et benedicendo j non che nel Caeremoma- 
le Romanum 1. 1 , § 7, colla formola della 
benedizione. 11 Ricci, De* Giubilei univer* 
salif p. 1 5o e seg., riporta il ceremoniale 
con nuova forma usato da Urbano Vili 
quando in Roma li consegnò al figlio del 
re di Polonia. Il Papa prima recitò que- 
sta orazione. » Omnipotens sempiterne 
Deus, praeliantium fortitudo, et triura- 
phantiumgloria,dilectum huncfilium no- 
strum Vladislaum coronatum scuto bo- 
nae voi untati» tuae armare digneris ga- 
lea salutis, et diadema perfecti decoris im- 
pone super caput ejus,utsaevientibus pe- 
riculissein medio umbrae mortis obijce- 
re possit incolumis ad tulelam fidelium 
populorum,et gloriamDomini nostrijesu 
Christi. Qui tecum,etc." Poscia nell'atto 
di consegnare il berrettone ducale, pro- 
nunziò questa formola. >^Accipe, dilectis- 
sime fili uoster, pileum hunc, aureis Spi- 
ritus sancii radiis micantem, ubi candcn- 
tes uniones non rapacis aquilae crudcli- 
tatem, sed pacifìcae columbae innocen- 
tiam effingunt. Cogitare enim dehes bel- 
la, tum demum justa esse cum non u- 
surpandi ìmperii,autopum rapiendarum 
cupidinegeruntur,sed suscipiuntur Spi- 
ritus sancto admoriente ad propagandam 
fidem, et ad stabi lendam pacem , quae 
relieta principibus terrae fiiit haereditas 
Christi incoelum redeuntìs.Qui vivit,ec." 
Indi lesse questa orazione. >» Orooipolens 
bellalor, qui lerribilis es apud reges ter- 
rae, et doces praeliantium digitos ad l)el- 
lum, dileclum huncfilium nostrum Vla- 
dislaum praecinge gladio ilio ancipiti, qui 
profligat legionìs inforni, et militai cum 
eoorbis terra rum ad versus insensatos, ut 
molas leonum conterai, et dentes pecca- 
torum confringat, et in splendore fulgu- 
rantis hastae tuae barbarasnationessub- 
dal Domino nostro Jesu Chrislo. Qui te- 
cum, eie. " Nel dargli poi lo stocco, disse 
la seguente formola. »> Accipe, dilectissi- 
me fili noster Yladìslae, mucronem Do- 
mini, et gladium salutis^etfiat io dexte- 



STO 

pa virtutis tuae innocentium tutela, et 
impiorum flageiluoi^ et ad gloriaro Dei 
oninipotentis et s. Matris Ecclesiae illu* 
cescant coruscationes ejusorbi terrae. Ac- 
cingat te gladio suo super foemur tuum 
potentissimus, qui superbis resistit, hu- 
milibus autem gratiam dat, tu autem ere- 
}3ris victoriis cole Deum exercituum, et 
ultionum Dominum. In nomine Patris, 
et Filii, et Spiritus sancti. Amen. " Dipoi 
riporterò altri riti ed altre formole, di 
quelli cioè che ne fecero la consegna ia 
Dome del Papa. Parlando poi il Ricci dei 
molti misteri e simboli che comprendo- 
no lo stocco e il berrettone ducale, citan- 
do Casalio, De veter, sacr^ ChrisL riL e. 
8f, sul tempo in cui sono ambedue be- 
nedetti, dice che nasce Cristo per trion- 
fò re dell'inferno, si accingono nel uiede- 
Simo tempo i principi della terra ad e- 
stirpare i suoi nemici vivenli, e massime 
in virili della podestà pontifìcia , di cui 
è simbolo questo stocco. La benedizione 
poi fatta nella notte o nel giorno stesso 
del Natale di Gesù Cristo, ricorda al prin- 
cipe che riceve il donativo, eh' egli non 
ha la podestà secolare e Wjus della spada 
della giustizia, né da se stesso, né da'suoi 
popoli, ma bensì da Cristo re e supremo 
monarca, a cui come potentissimo fu data 
la facoltà di cingersene il fianco, colle pa- 
role cantate da David nel salmo 44* ^^' 
cìngere gladio tuo super foemur tuum 
potentissime^ come rilevò Pio II ne'suol 
Commentarii lib. 5 e 7. Inoltre il p. Teo- 
filo Rainaudo, Natale Domini Pontifi' 
cis giada, et pilei initiatione solemne, nel 
1. 1 o Operae^ p. 53 1 ,dà le seguenti spie- 
gazioni. L'uso della spada si dimostra per 
il cappello tempestato di perle accomo- 
date in maniera, che rappresentano una 
colomba, perchè avendo il principe (se- 
condo la interpretazione dell' Apostolo) 
quasi velata la testa per l'ubbidienza, gli 
si dà con la spada il cappello perdimo* 
strare, che uon altrimenti a suo capric- 
cio valer si deve della podestà della spa- 
da, ma secondo i regolari dettami della 



STO 4i 

ragione e gli ordini di chi gliela diede ^ 
ch'é Dio capo e Signore di tutti. Aggiun- 
ge Ricci, che l'ornamento accennato del 
cappello, cioè il candore delle perle, e la 
fìgura della colomba, dichiarano quale 
debba essere il capo e la mente del prin- 
cipe. Sul capo sagrosanto del Salvatore 
si dimostrò lo Spirito santo, dal che de- 
vono intendere i principi, a'quali questo 
dono singolare si manda, che devono a- 
doprar la spada, non secondo il dettame , 
dello spirito umano soggetto all'ira, al- 
l'ambizione e all'avarizia, ma dello spi- 
rito di chi mentre visse tra noi fu più can- 
dido delle perle medesime, ed a cui chi 
serve regna e gioisce. Tutti questi e al- 
tri significati si riportano ancora dal Ma- 
gri, Notizia de* vocaboli ecclesiastici^ al- 
l'articolo LectiOy e dichiarali dal celebre 
cardinal Polo in una lettera scritta al re 
e regina d'Inghilterra, a'quali Giulio III 
mandò lo stocco e berrettone, e la rosa 
d'oro benedetti, e riprodotta dal citato 
Rocca. Narrano Piazza ueW Effemeride 
Faticano^ e il Mondelll nelle Disserta- 
zioni^ che Giuda Maccabeo prima di ve- 
nire a battaglia, vide in sogno il sommo 
sacerdote Onia che pregava a vantaggio 
di tutto il popolo israelitico, e Geremia 
profeta che gli porgeva la spada d' oro 
esortandolo a combattere valorosamente 
contro i nemici : *9 Accipe sanctum già- 
dium munus a Deo^ in quo deijcies ad- 
versarìos populi mei Israel ; " il che av« 
verossi, mentre con questa spada fu vit- 
torioso de'suoi nemici,uccidendo Nicàno- 
re con 35,000 soldati. Dichiara Mondelli, 
che significa lo stocco l'infinita potenza . 
del figlio di Dio, che nella notte del suo 
nascimento prese carne umana, e al qua- 
le l'eterno suo Padre die ogni potere in 
cielo e in terra, e ch'egli prima di salire 
al cielo comunicò questo potere a s. Pie- 
tro e suoi successori, che reggere e difen- 
dere doveano quella chiesa da lui istitui- 
ta e col proprio sangue consagrata.E dun- 
que la spada certo indizio di quel sovra- 
no potere che lasciò Gesù Cristo a s. Pie« 



4i STO 

ito e suoi successori, acciò dn tutti fosse 
riconosciuto capo di essa il Papa, e tutti 
a lui dovessero prestare pronta ubbidien* 
za e sooQiDissioiie. Porta altresì la 8|)ada 
il simbolo della giustizia e della pruden- 
za, tanto necessarie in ogni principe,e fi- 
nalmente con nobile mistero alla spada 
si aggiunge la cintura intessuta tutta d'o- 
ro e di gemme preziose, per significare 
il decoro e la maestà colia quale devono 
i principi sostenere le loro funzioni. Già 
a Berrettone BEifEOETTo, parlai di questo 
cappello ducale e del lo stocco o spada che 
in lutti gli anni benedice il Papa prima 
di cominciare gli ufiizi, o celebrare o as- 
sistere alla messa nella notte del s. Nata- 
le, per uso introdotto da Urbano VI nel 
1 386, per donarlo a qualche sovrano o 
gran capitano benemeriti della religione 
cattolica. Descrissi l'uno e l'altro, e che 
si espongono nella stessa notte a corna 
jE/7/.f/o/aedeiraltaredella cappella del pa- 
lazzo apostolico abitato dal Papa, ovve- 
ro della basilica Liberiana, se in questa 
il Papa celebra la funzione, perchè vi si 
venerano le reliquie del Presepio (^.)e 
culla, del fienoedellefasciediGesìiCristo; 
ed il simile si fa nella seguente mattina 
nella basilica Vaticana nel pontificale. Ri- 
levai l'origine del rito, a imitazione dei- 
la prontezza di Giuda Maccabeo a difesa 
del popolo ebreo contro il generale del 
re di Siria, colla spada che a lui fu pre- 
sentata in visione, e ricordai alcuni au- 
tori che ne trattano. Si può di più ve- 
dere: Andrea Iperio, Dissertatio de do» 
nariis a Juda Maccaheorum principe o- 
liniHierosolyniani missis^ad ii Maccab, 
xii, 43, in. Miscellanea DuisburgiiX. i ,fa- 
scic.3, p. 4S^>AmsteIodami e Duisburgii 
1 7 36. Corrado Ikenio, Observatio de Ju» 
da Maccabeo^ in ejusdent Symb. liler, t. 
I, par.i, p, 170, Bremaei744* Nel voi. 
IX, p. I o 1 , 1 06, 1 1 o, 1 1 2, 1 1 6, descriven- 
do le pontiGcie funzioni delia nottee gior- 
no del s. NaLile, rimarcai que'Papi che 
non essendovi intervenuti benedirono pri- 
vatamente nella cappella loro domestica 



STO 

lo stocco e berrettone, come Innocenzo 
XIH (nel 1733 ei7a3, elo ricavai dai n. 
48a e 1000 de* Diari di Roina di que- 
gli anni, eseguendola prima di celebrare 
in privato la messa), e Clemente XII in 
tutto il pontificato (per la sua cecità, in- 
cominciando dal 1730, come appresi dal 
n.^aoga del Diario di Roma, e da quelli 
dei seguenti anni). Che Clemente XI li 
benedì nel 17 19 (e si legge nel n.^ 385 
del Diario di Roma) nella mattina e nel- 
la basilica Vaticana avanti la messa. Ri- 
portai come il Papa o innanzi al MatiU" 
lino (^.),o avanti la messa della notte, 
dopo aver assunto gli abiti sagri sino e 
inclusive alla stola, nella Camera de* pa- 
ramenti [V.) o Lello de paramenti {^V) 
del palazzo in cui risiede, o nella detta sa- 
grestia Liberiana, ricevendo dal cardinal 
1 .** Prete (^.), l'incenso che pone nel tu- 
ribolo, l'aspersorio, quindi l'incensiere, 
legge l'orazione che riprodussi, e bene- 
dice lo stocco e berrettone, die un pre- 
lato Chierico di camera (^.) in cotta e 
rocchetto (o in cappa se il Papa non pon* 
tifica nella messa e semplicemente vi as- 
siste, ed il simile si pratica in tal caso nel- 
la mattina del s. Natale), avendoli presi 
da un piccolo tavolino coperto di tova- 
glia con duecandeilieri con candele ac« 
cese, sostiene genuflesso la spada per la 
sua impugnatura e il berrettone posto sul- 
la punta della medesima, mentre al Papa 
sorreggono il libro e la candela due Fc' 
scovi assistenti al soglio. Che il chierico 
di camera in mezzo a due Mazzieri dei 
Papa (del rinnovato loro vestiario par- 
lai a Spada), precedendo avanti alla cro- 
ce pontificia, porta nella cappella o nella 
memorata basilica lo stocco con sopravi 
il berrettone, e giunto /i conni Epistolae 
dell'altare lo consegna ad un mazziere, 
che ivi lo sostiene in piedi per tutta la 
funzione, ed il chierico dì camera gli sta 
a fianco, ed a suo tempo va a sedere alla 
destra dell' uditore di rota della mitra 
quando non sia in tonicella , altrimenti 
dalfaltro lato si pone. Raccontai quanto 



STO 

praticatasi^ se in questo mattutioo era 
presente Y Imperatore (^.),cui spettava 
il donativo, ovvero un Re o altro prìn* 
cipe,cui si donavano lo stocco e berret* 
tene; a^tal uopo per rìceverli erano vesti- 
ti di cotta, sopra di cui cingevano lo stocco 
benedetto; poi assumevano il Pmale ( V,) 
bianoo,rimperatore cornei vescovi aper- 
to avanti il petto, olire la stola, gli altri 
principi con apertura verso il braccio de- 
stro, e il berrettone in testa, che si levava 
e porgeva ad un famigliare o scudiere, 
nel cantare la V Lezione {F,\ In quo 
con/lictuj non però l'assumeva T impe- 
ratore mentre cantava la VII Lezione 
(f .), Exiitediclum a Caesare Augusto^ 
come insegna ducnle e pel quale lo so- 
steneva un suo scudiere, in mezzo a due 
cardinali diaconi, che se non voleva dir 
tutta la lezione, bastava che la leggesse 
sino all'omelia, seguitando a cantare il 
resto uno de'cardinali diaconi assistenti. 
Prima però di domandare al Papa la be- 
\^QÒ\i\o\\ecQ\JuheDoninebenedicere[y,)^ 
tanto l'imperatore che il re o altro prin- 
cipe, collo stocco sfoderato lo vibravano 
3 volte toccando la terra e altrettante vol- 
te lo vibravano in aria, insegno di mo- 
strarsi pronti alla difesa ùeW Evangelo 
(A^), e nettandolo sopra il braccio sini- 
stro lo riponevano nel fodero. Appena ter- 
iniuato il canto della lezione, l'impera- 
tore, il re o altro principe si spogliavano 
del piviale e della cotta, e secondo il ce- 
remoniale lib. I, cap. 6, p. 36, e il Car- 
penlier,m Beneclictio Ensis p. 1 1 5,»»dein- 
de discendes associa tur in domum suae 
habitationis a familiaribus, et praelatis 
domesticis Papae, et ab oratorìbus, et 
nobilibus, qui voluerint illum honorare. 
Servientes armorum (i mazzieri del Pa- 
pa) praecedunt illum, qui ensero cum 
pil(*o ante principem praefert, et in hoc 
actu ipsi debent haberepraecipuam stre- 
uam, sìcut cnrsores in rota. " E' vero che 
pel dono della Rosa doro^ facendosi in 
Uonia dal Papa a qualche sovrano o gran 
personaggio, avea luogo un più solenne 



STO 43 

accompagnamento del ricevente alla sua 
abitazione; laonde può dirsi assolutamen- 
te che pel donativo dello stocco e l)erret- 
tone non pratìcavasi accompagnamento, 
come pretese Cartari, La Rosa d'oro pan* 
tificia p. 39. Sul canto di dette lezioni 
e accennate ceremonie,si può vedereMar- 
tene, De sacris eccL rit. e. 1 2, n.** i o. Ma- 
gri nel citato articolo Lectio, Sarnelli, 
Leu. eccl. t. 6, lett. 17: Sei* imperatore 
romano dee avere Verdine suddiacona* 
le, Galtico, Acta caeremonialia p. 499 
nel quale leggo: «» super pluviale cintus 
ense, et capellum in capite, et vadit ad 
osculum pedis Papae amoto prius capel- 
lo." M abili on, Musaeum Italicum, t.i, 
pars altera p. a 56, Descriptio adventiis 
Fridericilllimperatoris adPaulum Pa* 
pani II, ove pure si legge la descrizione 
della funzione del mattutino della notte 
di Natale, e il donativo a lui fatto dello 
stocco e berrettone, e della VII lezione 
cantala dall'imperatore, il quale m sa- 
prà togam, qua quotidie utebatur, in- 
dutus lineam tunìcam, quam nonnulli 
cottam, aliqui superpellicium vocant. 
Post haecstolam accepit in morem diaco- 
ni super humerum sinistrum religatam 
subdextro; sed cum paludamenlum de- 
inde album illi imponerent, aptarenlque 
ejus aperturam ab humero dextro, ut a- 
liisnon initiatis fieri solet, renuit impe- 
rator, aptavitque illud cum apertura an- 
te pectus,asserens Caesarero pluvialem et 
slolam ad morem sacerdotum gestare o- 
portere,at(|ueita ut in magno Caesareo 
sigillo scuiptum vidirous, ubi imperator 
in majestate sedens paludamento sacer- 
dotali, et subtus stola in crucis modum 
antepectusornatus imprimitur. Cum dia- 
coni stolam, ut ille dixerat, veilentcom- 
ponere, respondit Caesar, non opus esse 
quicquam immutari^ quoniam id vide- 
ret nemo. Gladium vero sacrum quo eum 
"volebant accingi, non accinxil: sed ar- 
migero suo jussit dari, et pilleum cui' 
dam ex astantibus. Donatur enim et pil- 
leum quoddam cum ensem , ut nosti. " 



44 STO 

Cancellieri, De Stcrrfarìis^ ubiriius o* 
htnndi a Sacrista P. M. prima vtspera 
ri nocle Nativ. Dom. adsiante Impera* 
ior, p. 533; non che la Descrizione dei 
tre Pontificali^ cap. 1 : Benedizione del» 
lo stocco^ e funzioni fatte da re per canr 
lare il principio della F lezione, e da» 
gCimperatori per cantare il principio del» 
la VII, Ritornando al narrato nel voi. 
) Xyflichiarai pure che terminata la metiA 
della notte del %, Natale, il chierico di ca- 
mera riprende lo stocco e il berrettone, 
e in mezzo a due mazzieri lo riporta nel- 
la camera de' paramenti o nella sagrestia 
Liberiana, seguito dalla croce che pre- 
cede il Papa. Che nella mattina seguen- 
te nella basilica Vaticana, formandosi nel- 
la capi)ella della Pietà la camera de*para- 
inentì,con improprio vocabolo chiamata 
capannone, sopra un tavolino con tova- 
glia 8Ì pone in mezzo a due candellieri 
con candele accese lo stocco e berretto- 
ne benedetti, ed al partirsi della proces- 
sione per Taltare papale, il prelato chie- 
rico di camera in cotta e rocchetto, o ia 
cappa se il Papa non pontifica, li prende 
e procede in mezzo a due mazzieri pon- 
tificii, e giunto a cornu Epistolae li con- 
segna u uno di essi , il quale li sostiene 
in piedi per tutta la funzione, essendo- 
gli pure in piedi da un lato il chierico 
di camera, e quando è tempo di sedere 
siede al i.'^gradino dell'altare a cornu E» 
vangelii, e se in cappa va a sedei'e e pren- 
de posto tra'prelali del suo collegio. Ter- 
minata la funzione, riprende lo stocco e 
il berrettone, e in mezzo a due mazzieri 
ili processione li riporta sul tavolinodonde 
gli avea tolti, quindi il Sotto- Sagrista li 
ripone nella sagrestia pontificia. All'ar- 
ticolo Spada, a Sovranità e in altri, ri- 
marcai molti vescovi sovrani, che cele- 
brando*! pontificali vestivano qualche ar- 
nese militare, e tenevano sull'altare una 
spada o altre insegne guerresche, per di- 
mostrare che alla podestà spirituale riu- 
nivano la principesca. Ivi pure riportai 
qualche esempio di spade magnifiche e 



STO 

benedette donate da' Papi a' Sovrmt 
altri principi, prima cbc iolrodiioewi 
il donativo dello stocco e berretUned* 
cale benedetti^ la cui pricDaria oci^ 
deve attribuirsi «'donativi delle spadek- 
iiedette,sucoeduteal f^essiiio dis. Pm. 
La prima traccia forse di questa eoe» 
tudine sembra trovarai oeli 177 qiudi 
Alessandro ili in Fene%ia donò al do^ 
di quella possente repubblica, Sebtstii- 
no Ziani, l'anello per sposare rAdrialio. 
la rosa d oro, la spada eoa fodero d'on 
per portarla a vanti ose nuda ne'dìsoksi, 
e poi V Ombrellino (F.), oltre altri p 
vilegi, per averlo difeso dal perseoite 
Federico I imperatore. Narrai a Scou 
r assemblea adunata dal re Guglidai^ 
per fare riconoscere il suo figlio Alesai-' 
dro 11: Papa Innocenzo III vi speAa 
legato apostolico per questa ceremosìi. 
col donativo d'una spada con guaiasl» 
ro, arricchita di pietre preziose, ed a 
cappello rosso qual distintivo proprio^ 
difensori della Chiesa. L'antico OrJm 
Romano, nel trattare De annaiub Et- 
clesiae difensore velalio miliie, riporti, 
un'orazione, dalla quale, come il Ourts>i 
do (morto nel 1 296) dimostra, apparila 
questa costumanza;erantico codiceRitsr 
ledei cardinal Stefaneschi Gaetani (hmt 
to nel 1343), contiene il ceremoniaki 
consegnare lo stocco d'oro a'pri nei pi. Ori 
riporterò una serie degli stoochie bernt- 
toni benedetti donati da'Papi, colle loro 
mani o pe'loro commissari apostolici, ck 
mi riuscì formare colle mie ricerehc^ per 
que'motivi che accennei'ò e meglio si po- 
tranno apprendere ne'luoghi che éHieà 
o indicherò; dicendo ancora de'delefali 
a portarli e consegnarli, cioè uunsi e ab- 
legati apostolici, che diverse volte furo- 
no i camerieri d' onore di mantellone 
di spada e cappa degli stessi Papi,con alai* 
ni oeremoniali della consegna del singo- 
lare donativo e loro varie particolarità. 
Per comun consenso il princìpio osi- 
meno lo stabilimento del nobilissimo e 
onotificentissimo dono pontificio e so- 



STO 

vrnno dello Stocco e Berrettone ducale, 
benedetti da'Papi nella notte del s. Na- 
tale, deve ripetersi da Urbano FI(F\ 
il quale trovandosi in quella del 1 386 io 
Lucca [V,)^ celebrò solennemente la mes- 
sa, benedì lo stocco e il berrettone ducale, 
e ne onorò quella repubblica nella perso- 
na del suo gonfaloniere Fortiguerra For- 
tiguerri, che lo avea assistito da suddia- 
cono, e cantato l'epistola, come afferma- 
no Francesco Pagi, Agostino Oldoino, ed 
il Zaccaria nelle note al Lunadoro, /?e- 
lazione della Corte di Roma par. i, cap. 
2 3 : Della benedizione papa le delloStocco 
giiernito doro, e del Cappello a Berrete 
ione ducale» Il 2.*' esempio cbe si cono- 
sca e con rituale benedizione, ^i badagli 
atti del famoso Sinodo {F'.)òì Costanza^ 
e dal Coeleo, Hist. Ussit., ne'quali si leg- 
ge, che Giovanni XXII /{e non Giovan- 
ni XXII come notasi nel n.^ 49 del Dia» 
rio di Roma del 1 8 14» dicendo della be- 
nedizione che ne fece Pio VII, con alcuni 
esempi di siffatti donativi), nella notte del 
s. Natale i4i 4 benedi lo stocco e il ber- 
rettone e li donò all'imperatoreSigismon- 
do, il quale nella mattina della solenni- 
tà, tenendo il i.*^ denudato colla destra e 
vestito da diacono,cantò Tevangelo, £!rii£ 
edictumaCaesareAugusto,^t\ 1 4i9Mar- 
tino V li mandò in dono et Del/ino, fì- 
glio di Carlo VI redi Francia. Neil 434 
Eugenio IV essendosi rifugiato in Firen» 
ze, partito da Roma per la ribellione, fe- 
ce eguale donativo alla signoria. Leggo 
neirAmmirato il Gioviìne^I storie Fioren* 
line par. i, t. 2, p.i io3. » Il Pontefice 
JBugenio IV, essendo venuta la vigilia di 
Pasqua (deve dire Natale e lo rilevo dal 
contesto), risiedendo egli nella sala gran- 
de in s. Maria Novella, in cappella pa- 
pale donò alla signoria per segno di gran* 
de onore una spada bellissima colla guai- 
na d'ariento, e un cappello di Severo (cioè 
di castoro,per quanto ricavo daDuCange, 
Glossarium, e dall'Alberti, Dictionnaire 
francais) coperto di perle e d'ermellini 
pendenti d'ambedue le gole: li quali ri- 



S T O 4^ 

ce vette con magnifica pompa per nome 
di tutta la signoria il gonfaloniere Mi- 
nerbetti. A costui fu commesso per mag* 
giormente honorare la città, che dicesse 
la V lezione col piviale indosso, stando- 
gli dietro ì ministri con detta spada, et 
cappello. Li quali si ordinò poi per legge 
a perpetua memoria di cosi fatta hono- 
ranza, che amenduesi portassero innan* 
zi aVignori quando facevano la loro en- 
trata, e cos'i similmente in certe solenni 
festività." Apprendo da Novaes, dal Ric- 
ci, dal Zaccaria, che Nicolò V nelf45o 
mandò in regalo lo stocco e berrettone 
ad Alberto d'Austria fratello dell'impe- 
ratore Federico III, che dipoi accompa* 
gnò nel 1 452 in Roma per ricevere la co- 
rona imperiale e del regno. di Lombar- 
dia, nella quale circostanza Nicolò V do- 
nò all'imperatrice la Rosa d'oro bene- 
detta. Aggiunge il Novaes, e lo dice pu- 
re Cancellieri, che inoltre Nicolò V donò 
lo stocco e berrettone benedetti al conte 
Lodovico Bentivoglio de' signori di Bo- 
logna e senatore della città , per mezzo 
del celebre cardinal Bessarione legato del- 
la medesima, che in tale occasione recitò 
una eloquentissima orazione, e ne tratta 
il Fantuzzi, Scrittori bolognesi, t. 6, p. 
1 1 9. Abbiamo di Antonio Morbioli, Re» 
lazione dello stocco dato da Nicolò V 
al conte Lodovico Bentivogli, Bologna 
1690. Ciò trovo confermalo dall'Arman- 
ni. Della famiglia Benti voglia p. ^5*/, 
il quale inviò a Candori la figura e re- 
lazione dello stocco donato da Nicolò V 
a Lodovico Bentivoglio,insieme col breve 
pontificio, ove si dichiarano di tanto per- 
sonaggio que'meriti che lo fecero degno di 
un dono con cui non erano consueti iPapi 
d'onorare se non i principi e signori gran- 
di, come nello stesso breve si legge. Mè- 
glio imparo dal Bombaci, Historie di Bo- 
logna p. 3 1 5 e seg., e 327, che eletto Ni- 
colò V,il quale vìvendo già poveramen- 
te in Bologna in casa degli Albergati, avea 
contratto molleamicizie nella città,la qua- 
le gì' inviò solenne ambasceria che con 



46 STO 

molto benigue maniere occetlb, e grandi 
distinzioni usò con Galeazzo Mariscolti, 
investendolo della torre dell'Occellino e 
facendolo cavaliere aurato, fors'aoche ac- 
ciò contribuisse a ridurre Bologna al go- 
verno ecclesiastico, che io fatti segui con 
capitolazioni, e il cardinal Bessarione fu 
mandato per legato e ricevuto con gran- 
di onori. Jnsorli potenti e ambiziosi cit- 
tadini per tiranneggiare la patria, furo- 
no combattuti da Lodovico Bentivoglio e 
da nitri signori fedeli al Papa, e la città 
neh 4^5 spedi a Roma Lodovico a Ni- 
colò y, a mitigare le sinistre impressio- 
ni che pei fuorusciti avea concepito dei 
bolognesi. Lodovico non solo rese alla pa- 
tria favorevole Nicolò V , ma fu da lui 
creato cavaliere e conte palatino con tut- 
.ti i discendenti, ed ebbe in dono lo stocco 
sagro, solito solamente concedersi aVce 
ad altri prìncipi; il quale onore gli fu no- 
tabilmente accresciuto dall'orazione che 
sopra tal soggeltocomposeilcardinalBes- 
sarione, e pubblicamente recitò nel suo 
ritorno dall'ambasceria. Questo stocco, 
come onorificenza straordinaria, tuttora 
si conserva in Bologna dal senatore conte 
Filippo Bentivoglio. II successore Cali* 
sto ///, zelante nell'abbattere la formi- 
dabile possanza maomettana, nel 1 4^7 
indusse Enrico IV re di Castiglia e ai- 
tri a cacciar dalla Spagnai mori, ed aven- 
do il re su di essi riportate alcune vitto- 
rie, per benemerenza gl'invio lo stocco 
e berrettone da lui benedetti co'consueti 
riti, e lo rilevo dal Novaes. Notai nel voi. 
•XLII, p.igoeigi, che Pio II trovan- 
dosi nel 14^9 in Mantova^ per indurre i 
principi cristiani alla guerra crociata con- 
tro i turchi, mandò lo stocco e berretto- 
ne benedetti a Federico III imperatore 
(che avea sposato in Sìena^ e di cui era 
stalo segretario e ambasciatore), come- 
chè tenuto più degli altri sovrani a di- 
fendere la Chiesa dall'oppressione de'ne- 
mici del cristianesimo; e ad Alberto mar- 
chese di Brandeburgo lo die nella messa 
deir Epifania del i46o, e io celebrai a 



STO 
Pbussiì. Il breve apostolico, Consuèvit 
Romanus Ponlifex, dei 4 gennaio, col 
quale Fio li accompagnò il dono all'im- 
peratore, si legge nel Guerra, Pontificia' 
rum Constiludomim Epitome l. a, p- 443*. 
De viris ense et pìleo a Pontificibus in» 
signitis. Propugnando Pio 11 l'abolizione 
della Prammatica Sanzione (P^.) e per 
l'operato da Luigi XI re di Francia, non 
che per esortarlo a prender Tanni con- 
tro il turco, narra Novaes, che gli man- 
dò lo stocco e berrettone da lui benedet- 
ti nella notte di Natale 1 46 1 , pel suo scu- 
diere e scrittore apostolico Antonio de 
Noxeto della diocesi di Luni, conseguenti 
versi composti dal Papa, e riportati dal 
Ricci, e da Torrigio, Grotte Praticane, 
p. 499- " Exerat in Turcas tua me, Lu- 
dovice, furentes — Dextera : Grajorum 
sanguinis ullor ero. — Corruet in>periuni 
Mahumetis,etinclytarur8us — Gallorura 
\irtus te petet astra Duce. Si leggono pu- 
re nel breve Quia nos, de'27 dicembre 
i46i, presso il Guerra p. 44^* ^ niede- 
simi Novaes e Torrigio riferiscono, che 
Pio 11 mandò lo stocco ornato di perle 
e gioie a Filippo il Buono duca di Bor- 
gogna, che dipoi nel 1 463 si unì alla lega 
fatta dal Papa contro i turchi, che oppri- 
mevano la repubblica cristiana. Lo stes- 
so Pio 11 lo racconta ne'suoi Conwien* 
tariij lib. 5. » Ensis hoc anno in sacra 
Docle Natalis Domini benedictus Philip- 
pò duci Burgundium missus est. Anto- 
nius Noxetanus attulit Ponlificis aulicus 
graecis latinis litteris eruditus. " Il Ma- 
rini, Archiatri pontificii t. 2, p«i64> »'i- 
ferisce che Antonio, di cui e de'suoi dà 
le notizie, grandemente favorito da Pio 
11^ questi nel gennaio i46i lo mandò a 
portare lo stocco al duca di Borgogna , 
e nell'agosto al re di Francia,insieine con 
Giovanni Geoffroy vescovo d'Arras, per 
trattare la revoca della Prammatica San* 
zionCf ed ottennela (su di che bisogna te- 
ner presente quanto dissi in quell'arti- 
colo), per cui il Papa che perciò era pri- 
ma sdegnalo, mollo rallegrossi; ed ai 7 



STO 

agosto 1462 rimandò Antonio in Fran* 
eia a ringraziare il re per la cessione Tut- 
ta alla s, àSede de' contadi Valentinese e 
Dìense, e ad occupar questi in nome del- 
ia medesima. Riparlai d'Antonio a Fa- 
miglia PONTIFICIA, e Paolo U lo fece te- 
soriere della provincia del Patrimonio. 
Dice Novaes, che Pio li donò lo stocco 
e berrettone anche a Cristoforo Moro do- 
ge di Venezia, per essersi collegato alla 
sagra guerra, come affermano Nangero, 
H istoria J^eneta, e M u rato ri, Script, rer, 
ItaL \, 23, ed in un Diario di Roma si 
dice alla repubblica. Trovo in Ricci, Ma- 
gri e Cancellieri, che P^7o/o 7/ consegnò 
lu Roma nella notte di Natale 1 468, lo 
stocco e berrettone benedetti all'impe- 
ratore Federico IH già ricordato, il qua- 
le assiste al mattutino, e fece tenere da 
uno de'suoi fumigliari il berrettone, e da 
uno de'suoi scudieri la spada; giunto al 
trono pontifìcio, la prese e vibrò 3 volte, 
per dimostrarsi pronto a difendere l'e- 
vangelo, che cantò sino al principio del- 
l'omelia delta VII lezione, proseguita da 
un cardinale diacono, mentr'egli spoglia- 
tosi del piviale, della stola e della cotta, 
tornò al suo posto, e lo scudiere ripose 
nel fodero la spada, a cui tornò a sovrap* 
porre il berrettone ducale. Altre interes* 
santi particolarità già le riportai di so- 
pra, desumendole da mg.' Agostino Pa* 
trizi Piccolomini vescovo di Pienza, pres- 
soMabillon.Egualmente Paolo II col bre- 
ve Suscipiatf de'4 gennaio 1471» decorò 
di questo donativo Mattia re d'Ungheria, 
come si legge nel Guerra a p. 44^> P^^* 
combattere i turchi, ed i boemi eretici. 
Di sopra già dissi di Sisto IF le parole 
da lui usate nel fare questo insigne do- 
nativo, e quelle dette suir antichità del 
suo rito, si ponno vedere in Derni no, Hi- 
storia dell* eresie t. 4, cap. 9, p. 528 : O- 
tigine del sacro pileo e stocco. Nel i474 
lo mandò al giovine duca di Savoia {F,) 
Filiberto I, esortandolo a proteggere la 
Chiesa, col breve Solent Romani Ponti/i- 
ces, riportato <lal Guerra a p. 444i^^^'^^ 



STO 47 

òìcenìhvei/l'ji^ e dicendo: » Habet my- 
sterium suum mos hic. Ensim eniin si- 
gnificai victoriam quam Christus de Dia- 
bolo, et morte retuìit". Indi nel i477 '^ 
donò ad Alfonso duca di Calabria (di cui 
a Sicttu)e figlio di Ferdinando 1 redi 
Napoli, e ad Odoardo IV re d'Inghilter* 
ra. Nel 1484 Innocenzo FIIl^ poco do- 
po la sua esaltazione, inviò lo stocco e 
berrettone benedetti a Francesco d'Ara- 
gona, altro figlio del redi Napoli Ferdi- 
nando 1, sperando d'indurre questi a non 
essere ingrato colla chiesa romana, tro- 
vandosi allora il principe in Roma quale 
ambasciatorestraordinario del padre,che 
l'avea mandato a rendergli ubbidienza, 
come asserisce Ricci. Narrai ad Osimo, 
che Innocenzo Vili avendo spedito con- 
tro quella città per domare il tiranno e 
ribelle Boccolino, Gio. Giacomo Trivul- 
zio milanese, generale dell'esercito eccle- 
siastico, e trionfalo di lui nel 1488 si por- 
tò quindi in Roma, ove Innocenzo Vili 
gli offri il cappello cardinalizio^ ma egli 
tutto guerriero lo ringraziò; ed il Pupa 
per onorarlo gli donò la' rosa d' oro, la 
spada e un cappello gioiellato da lui be- 
nedetti, come praticasi co'gran capitani 
difensori della Chiesa. Da allora in poi lo 
stemma de'Trivulzi fu ornato del ber- 
rettone ducale, e lo ricavo dal Cartari p. 
1 49. Alessandro VI fece questo dona- 
tivo a diversi principi, nel 1492 al lan« 
gravio d'Assia; neli493 a Ferdinando 
poi re di Napoli Ferdinando II; nel 1497 
al duca di Borgogna Filippo d' Austria 
(di cui a Spagna), figlio dell'imperatore 
Massimiliano I, e padre dell'imperatore 
Carlo V ; e neh 499 ^ Luigi XII re di 
Francia , che fece il di lui figlio Cesare 
Borgia duca del Valentinois; indi nel 1 5o i 
mandò una ricca berretta ducale ad Al- 
fonso I duca di Ferrara (/^*.), che avea 
sposata la figlia Lucrezia Borgia. Giulio 
//nel 1 5o3,appena elevato al pontificato, 
mandò il donativo dello stocco e berret- 
tone benedetti al suddetto Filippo d'Au- 
stria^ che siccome potentissimo volle rea- 



48 STO 

derlofavorcvolealla Chiesa. TnJi nel i5o5 
li regalò a Enrico VU re d'I ngli il terra; 
neli5o8 a Carlo III duca di Savoia, col 
breve Cupiebalyòe* 2S gennaio, presso il 

Guerrap.444> ^^^l^disl^^) Il led'Ua* 
gheria ; ed ai 9 cantoni svizzeri, pe'soc- 
corsi di truppe dati contro Francia, e lo 
attesta anche il Ricci, onorifici donativi 
che si custodirono nel cantone di Zuri- 
go, e nel 1 64^ ancora esisteva no,conrie at- 
testa lo Scotti neW Iltlvetia sacra. Inol- 
treGiulioll chiamò gli svizzeri col glorio- 
so titolo di Difensori della ecclesiastica 
libertà, ed a tutto il corpo della repub- 
blica inviò ancora due gonfaloni o ves- 
silli, che poi furono collocati nell'insigne 
chiesa di s. Maria dell'Eremo. A ciascuno 
poi de'particolari g cantoni die il Papa 
un'insegna istoriata co'misteri della Pas- 
sione dìGesìiCrislo; onde gli svizzeri crea- 
rono il principalissimouftlzioPanerer per- 
chè in guerra portasse in i.^ luogo tale 
insegna. Leone X neli5i4 spedì legati 
al giovine Giacomo V re di Scozia col do- 
nativo dello stocco e berrettone benedet- 
ti, di che fa memoria Lesleo, De origine 
et rebus gestis Scotorum p. 369: nel 1 5 1 5 
lo die agli ambasciatori portoghesi pel re 
Emmanuele; alla repubblica di Firenze, 
al re di Francia Francesco I, ad Enrico 
VII Ire d'lnghilterra,echiamandolo cam- 
pione della Chiesa; all'imperatore Mas- 
similiano I neli5i8 nella dieta d'Augu- 
sta, a mezzo del cardinal de Vio legato, 
mediante il breve Venienti ad ma/esta' 
tem, de'5 maggio, presso il Guerra a p. 
444*^i Adriano fi alcuno pretende che 
facesse questo presente al suo antico di- 
scepolo Carlo V imperatore, ma nulla di- 
cendone Taccuratissimo Orliz nella De» 
scrizione del ponti ficato di Adriano FI^ 
fortemente ne dubito. Bensì a Carlo V 
lo donò Clemente VI I nel 1 529, facendo- 
ne certissima testimonianza anche il eh. 
Giordani, Della venuta e dimora in Bo' 
lagna di Clemente VII per la corona' 
zione di Carlo V, Sebbene di quanto va- 
do a riportare già neabbia parlato aSp.«DA, 



STO 

qui per vedere l'argomeoto sollo un al- 
tro punto, è inevitabile qualche lieve ri- 
petizione. La notte precedente al s. Na- 
tale fu solennizzata nella cappella papale 
in Bologna, e perciò alle ore 5 vi si re- 
carono il Pupa, e Carlo V col seguito del- 
la corte. Incominciate le lezioni del mat- 
tutino, quando si cantava la VII, due 
cardinali levarono all'imperatore il rasa- 
to, e gli posero uua veste di raso ci^emisi- 
nolungasino a'piedì, colle ma niclie stret- 
te da diacono (veramente ai diaconi fu 
assegnata la dalmatica con maniche lar- 
ghe, per segno di loro liberalità: bensì U 
tonicella piò stretta fu data a'Siiddiaconif 
e sarebbe corrispondente a quelli cbeaffisr- 
mano l'imperatore considerarsi suddia- 
cono), e sopra la stessa veste un maotodel 
medesimo drappo cremisino; poi loooo- 
dusseroa'piedi del Papa, acni essendo re- 
cata da mg.r Mario Bracci, in posto d'uà 
chierico di camera, 1' ornatissima spada 
o stocco benedetto, dal maestro di cere- 
monie fu tratta dalla vagina e presentata 
a Clemente VII, che la die a Carlo V, 
il quale con meravigliosa desti*ezza aven- 
dola brandita, la vibi'ò 3 volte nell'aria, 
in segno di mostrarsi pronto a difender 
Tevangelo; poi la restituì al maestro di 
ceremonie, che rimessala nel fodero, al 
fianco di Carlo V la cinse sopra la veste 
diaconale; poscia gli pose addosso un am* 
pio piviale o manto di drappo d'argento, 
i cui lembi anteriori si tennero da due 
cardinali, ed in mezzo a questi si avanzò 
al trono del Papa per ricevere un cap- 
pello di drappo bigio, ricamato bellamen- 
te a molli raggi di grossissime perle, stan- 
dovi in centro una Colomba figurata col* 
Tartificio di riunite perle; e la sottopo- 
sta foderatura essendo fatta di pelli d'ar- 
mellini, con due strisele delle medesime 
pelli che pendenti a'iati servivano per le- 
garsela sotto il mento. Carlo V postosi il 
regalato cappello in testa, fece prima ri- 
verenza alPapa,e coiraccompagnameiito 
degli stessi cardinali accostossi all'altare, 
dovei! cardinal Spinola camerlengo a vea 



STO 

già dato priocipioalla messa cantala con 
musica corale, e dove Carlo V ginocchio- 
ni a bassa voce disse Jube Doinne bene" 
dicere, ed allora il Papa lo beoedì col 
seguo delia croce; poi cominciò a cantar 
l'evangelocon queste parole.» Sequentia 
s.Evaugelii secunduoìMatlhaeum. Io ilio 
tempore exiit edictum a Caesare Augu- 
sto, ut describeretur uni versus urbis. *' 
Delle le quali parole ritornò al suo po« 
sto, lasciando continuare il restante del 
vangelo dal cardinal Cesi. Nella mattina 
seguente, Carlo V passò nel tempio di 
8. Petronio, facendosi portare innanzi dal 
marchese di Nassau la spada e il cappeU 
lo ricevuti in dono dal Papa, il quale vi 
si recò poi a pontificare la messa. Il Can* 
cellieri nel t. 2, De Secretariis p. 83 o 
e 841, trattò: De lUaconi, aut subdia» 
coni munere ab imperatoribus praestito, 
aliisque caeremoniis in eoruin corona' 
tic ne servatis: De coronalione Caroli f^ 
Bononiae habiui in tempio s, Pelronii^ in 
formam Basilicae P'aticanae commuta» 
to. A.* 12 febbraio i53oper la corona- 
zione falla da Clemente VII dì Carlo V 
colla Corona Ferrea^ dopo l'epistola, ge- 
nuflesso a'piedidel Papa pubblicamente 
r imperatore formalmente dichiarò, che 
senza sua saputa Teserei lo di Borbone sac- 
cheggiò Roma {F.)f e commise tante ri- 
balderie e scelleraggini; che pei*ciò in se* 
gno di verace ubbidiente figlio della Chie- 
sa, sollometleva se e i suoi eserciti a'piedi 
del Beatissimo Padre, al quale stava in 
arbitrio e di ragione comandargli , quan- 
do dovesse Irar fuori dalla vagina la spa- 
da, e quando parimenti dovesse rimetter- 
la. Indi il vescovo di Pistoia levò dall'al- 
tare lo stocco benedetto donalo dal Papa, 
e lo die al cardinal Cibo, il quale sguai* 
nata la spada dal fodero la poi*se al Papa, 
e questi ne fece consegna in forma a Car- 
lo V,che avendola brandita e vibrata per 
aria 3 volte, mostrò con allo proprio di 
nettarla al braccio sinistro, e poi dal car- 
dinal Cibo gli fu cinta al fianco; indi il 
Papa consegnò a Carlo V lo scettro , il 

VOL. LXX. 



STO 49 

globo, e lo coronò. NeUa funzione per la 
coronazione imperiale, il Papa consegnò 
a Carlo V genuflesso la spada e lo creò 
cavaliere di s. Pietro. Già il Papa a' 7 gen- 
naio 1 529, col breve Cam Pontifici^ pres- 
so il Guerra a p. 4449 ^^^^ ^*tto dono 
dello stocco e berrettone, per mezzo del 
cardinal Spinola camerlengo, a Piliberto 
principe di Grange^ che per morte del 
Borbone compi la delta espugnazione di 
Roma, per eccitarlo contro i turchi, es- 
sendo allora viceré di Napoli. Dipoi Cle* 
mente VII donò aucom lo stocco e ber« 
rettone benedetti a Ferdinando ! re dei 
romani, fratello di Carlo V, acciò si u« 
nisse cogli altri sovrani a combattere la 
crescente potenza ottomana, ed a repri- 
mere il fiinatismo de' luterani. 

Paolo III fece simili donativi a Filip* 
pò prìncipe delle Spagne^ unico figlio di 
Carlo V , per eccitarne lo zelo religioso 
contro l'eresie; neh 533 al principe An- 
drea Doria di Genova^ capitano valoro- 
so e vittorioso contro gl'infedeli; nel 1 537 
a' 19 febbraio a Giacomo V re di Sco- 
zia, col breve Consuet^erunl Romani Pimi' 
iifices^ riportato dal Guerra, per ammo- 
nirlo a difendere la religione cattolica cru* 
delmente perseguitata dall'apostata En- 
rico Vili re d' Inghilterra, abilitandolo 
a deputare qualunque Antistitem t/idia 
ecclesia a rege eligenda inter missanutè 
solemnia illi femori ensèmaplet^pileum* 
que capili. Dal medesimo Guerra si ha, 
che Paolo 111 col breve Consueverunt Ro* 
mani PontificeSy de'3o giugno 1 538, do- 
nò lo stocco e berrettone benedetti a Si- 
gismondo 1 re di Polonia, per difèndere 
l'ortodosiiia e la fede dai luterani, non me- 
no che dai turchi e dai tarlari.Finalmente 
concesse il donativo nel 1 539 al ii^ai^chese 
del F'aslo generale dell'i mperatoi*e con* 
Irò i turchi nemici del nome cristiano. 
Giulio III donò lo stocco e berrettone 
benedetti a Cosimo 1 duca di Toscana, 
benemerito della Chiesa; e nel 1 555 a Fi- 
lippo 1 1 re di Spagna , ed alla sua mo- 
glie Maria t*egina d'Inghilterra pel rista* 

4 



So 



STO 

LiliincDUi della ic-ligiuii« cutlulìca in In- 
ghilterra la rosa d'oro lienedella, a mez* 
zo del cardinal Polo legalo, colla suddet- 
ta lettera : » Rcginaldus cardinalis Po- 
ius, Pliilìppo regi, et M^riae regiuae Au- 
glìae. De rosa aurea, et eose, muneribus, 
ad regcm^et reginaoi Aoglìaea Julio III 
miisis ". Ntrir articolo Siulia descrissi 
la guerra tra Paoio 7/" e Filippo II, e 
perchè Ercole 1 1 duca di Ferrara (/*.) a- 
Tea preparato un esercito per soccorrer- 
lo come feudatario, nel 1 557 6^' uiaiidò 
io dono uno stocco riccamente guarnito 
e un cappello di velluto nero da lui be- 
nedetti^ e quali insegne di Generale di 
s. Chiesa (/^)^di cui solennemente l'io- 
testi nel duomo il cardinal Caraf& ni- 
pote del Papa, i doni avendoli portati iu 
Ferrara il cameriere pontificio conte A- 
lessandro Sacrati. Fu stampato iu Fer- 
rara nel 1 557 da Bonaventura Angeli fer- 
rarese : Gli ordini edi modi osservati dai 
sommi Pontefici nel donare lo stocco ed 
il cappello nella solennità delNatale^e le 
ceremonie usate nel presentarlo airill^ 
duca di Ferrara, Pio IV li donò all' im- 
peratore Ferdinando I che già li avea 
ricevuti da Clemente VII. Riferisce il ci- 
tato Bernino, che Ferdinando Alvarez 
dì Toledo duca d'Alba (quello che avea 
crudelmente guerreggialo Paolo IV), era 
stato preposto da Filippo 11 re di Spa- 
gna, a domare i ribellali Paesi Bassi e 
gli eretici che vi commettevano ogni sor- 
ta di orrori , onde il conte Lodovico di 
Nassau loro sostenitore avea scritto sullo 
stendardo: Aut recuperar! ^ aut mori,\\ 
duca d'Alba sulla propria bandiera pose 
questa epigrafe: Pro Lege, Grege, et Re- 
gè. Prima vinse il conte, e poi disfece il 
fratello Guglielmo principe d' Grange, 
che egualmente capitanava gli eretici geu» 
si o ugonotti. Ciò saputosi tla s. Pio F^ 
mandò a' combattenti e altri fedeli cat- 
tolici Medaglie btnedette (V.)qoìì indul- 
genze a chi le portava indosso o le tene* 
%a nelle loro case. Al duca d'Alba poi, 
oltie copioso soccorso di pecunia^ in pre- 



STO 

r 

mio del suo telo e valore» adi 5(6; 
trasmise il dono «kl pileoeitocoob» 
detti, come principe beoeincrìtotldbf 
iigione cattolica, per avere sortmlii 
maestà dellaCbicta e del tuo re,ìifé 
Provincie titubanti nella Uàe^mAà 
il breve apostolico Soient Romaàh 
tifices^dt^S dicembre, presao il Gai 
p. 444* ^>^ il Catena nella Fitaiì 
Vy p. ga, che il Papa mandò al km 
cappello e la spada benedetta, coneij 
farsi co'grandi uomini per ladiftact 
latazione della fede, e riporta oaib 
ra dal duca scritta al Papa. Gli sittioh 
cremente biasimano il duca d'Albir 

• 

la sua ferocia e orgoglio, il quale fl» 
crebbe dopo il ricevi mento d'un doMf^ 
prio di teste coronate. Dopo che l'aftf 
navale cristiana, comandata dadGr 
vanni d'Austria (di cui a Spagia}ì^ 
rale di Carlo V, riportò per la odditt 
go contro i turchi la strepitosa liO» 
di Lepanto^ colla distruzione deiriai» 
sa flotta ottomana, s. Pio V inviò ad. Ce 
vanni lo stocco e berrettone beoeddH 
premio del suo valore, col breve £rf 
re del 1 573, che si legge nel ciUtoC« 
ra. M. A. Ciappi,^iYa di Gregorio U 
a p. 4g» dicendo di que'da lui dooati,^ 
la del cappello e dello stocco che di'' 
pi sogliono presentarsi a quei prìodf 
quali hanno fetto qualche asione 9Bf 
lata per la chiesa cattolica , ovvero ( 
renderli ad essa ubbidienti e fiivorO 
Gregorio XIII per animare Carlo D 
di Francia a combattere gli eretici ^ 
notti, dichiarò nunziodi Parigi Silvio! 
velli, arcivescovo di Rossano e poi e 
dinaie, affine di presentargli lo stoa 
berrettone da lui benedetti; ma poiì 
s'intimorìefece lega cogli ugonotti,a 
leggo nel p. Maffei, Annali di Gre§ 
A7//.RaccontaNovaes,che Gregorio^ 
raandòa Enrico III fratello del prece 
le, per Serafino Oliverio uditore di r 
la borsa d' oro benedetta: cosa sia s 
questa, non l'ho potuto mai conoic 
Hecatosì in Roma Ernesto secoudos 



STO 

to del duca di Baviera Alberto, Gregoiio 
XI li gli die splendido ospìzio ia Vatica- 
no, ed il simile fece al suo cugino Federico 
Guglielmo principe di Cleves, il quale nel 
giorno di Natale i SyS ricevè dal Papa Io 
stocco e berrettone benedetti Ammalato- 
sì Federico gravemente, il Papa lo assistè, 
e morendo gli fece celebrare solenni ese- 
quie nella chiesa di s. Maria dell'Anima 
(di cui a Germahia). 11 suo sepolcro fu e- 
retto incontro a quello di Adriano VI, 
ricco di sculture d'£gidio di Riviere fiam- 
mingo e di Nicolò d'Arras. 11 bassorilie- 
vo che rimaneva di sopra, e rappresen- 
tante Gregorio XII 1 che dà al duca il cap- 
pello e lo stocco, fu tolto e posto neiran- 
dito che mette alla sagrestia. Dipoi dicen- 
do di Clemente X, tornerò a ri parlare dei 
donativi fatti al principe diCleves da Gre- 
gorioXll I,peixhè Cancellieri per abbaglio 
Taltribuì a Clemente X. Inoltre Gregorio 
XIII dopo aver approvato reiezione del- 
l'ini peratoreRodolfblJ,griuviò lo stocco e 
il berrettone benedetti, avendo mostrato 
zelo per la religione, poi intiepidito nella 
dieta d'Augusta. Racconta il cardinal Pac- 
ca, Memorie sloriche sul soggiorno in Ger- 
mania p. 2 36, che Gregorio XI li perGio. 
Francesco Bonomo nunzio di Colonia e 
\escovq di Vercelli, fece presentare ad A* 
lessandro Farnese duca di Parma (^.), 
supremo comandante dell' armata spa- 
gnuola in Fiandra, lo stocco e il berret- 
tone, che soglionsi inviare a' grandi ca- 
pitani per vittorie riportate contro gl'in- 
fedeli e gli eretici. Temo però che vi sia 
abbaglio quanto al Papa donante, impe- 
rocché non solo da altre memorie trovo 
che fu Sisto V, ma lo confermano No- 
vaes nella Storia di quel Papa, con dire 
che gl'invio il donativo come condottie- 
ro dell' esercito della lega, formata per 
impedire all' ugonotto re di Na varrà di 
succedere al trono. di Francia; ed il p. 
Tempesti nella Storia di Sisto F, lib. 1 3, 
D.^age 3o. Leggo in questo, che Sisto V 
dipoi pel combattimento che doveva in- 
Iraprendersi dal duca Alessandro a N'iis, 



STO Ji 

contrai calvinisti e il deposto arcivesco- 
vo di Colonia Truchses , e per la quale 
liberazione di Nuis erasi adoperato il Pa- 
pa, gii mandò mg.^ Grimaui suo came- 
riere segreto con lo stocco e cappello du- 
cale benedetti e d*alto valore; ed il Gri- 
mani giunse a Nuis due giorni avanti la 
gloriosa sconfitta, cioè a'29 luglio (pare 
nel i588), riverì il duca, lo salutò per 
parte di Sisto V, e gli esibì i douativi ; 
ma egli mostrandosi altamente penetra- 
to di tanta magnanimità^ protestò che 
prima voleva meritarli con vincere i ne- 
mici. Riportata la vittoria, la funzione fu 
stabilita pel i.*^agosto nella chiesa del for* 
te di Gnandendal, e venne eseguita cou 
bella ceremouia alla presenza di diversi 
principi e del nunzio Bonomo. Il duca co- 
gh altri principi si confessò, ascoltò la mes- 
sa, e ricevè la comunione dalle mani del 
nunzio; indi il Grimani presentando i do- 
nativi, in nome del Papa ringraziò il du- 
ca delle pie e onorate fatiche fatte in ser- 
vigio di s. Chiesa; quindi espose il costu- 
me de'Papi di benedir quell'insegne nel- 
la notte del s. Natale e di farne regalo ai 
principi grandi, come benemeriti difen- 
sori di 8. Chiesa. Pigliò poi la similitudi- 
ne di Giuda Maccabeo in persona d'A- 
lessandro, e deir Angelo di Dio in per- 
sona del Papa, allorché diede la spada d'o- 
ro al Maccabeo valoroso; indi pregando 
a nome di Sisto V il Dio degli eserciti, 
lo invocò a degnarsi di avvalorare viep- 
più il vittorioso braccio del nuovo duce 
Maccabeo, alla totale sconfitta dell'ere- 
sia. Terminata la funzione, applaudì l'è* 
sercito con suoni, salve d' artiglierie, e 
giuochi cavallereschi. Sisto V saputa la 
vittoria si commosse, e fece pubbliche di- 
mostrazioni di gioia e di ringraziamenti 
a Dio , recandosi nelle chiese di s. Gia- 
como degli spagnuoli, e di s.Maria dell'A- 
nima della nazione alemanna. Inoltre Si- 
sto V neh 589 spedì per nunzio a Firen- 
ze mg.' Michele Priuli vescovo di Vicen- 
za, co'donalivi dello stocco e berrettone 
pel granduca Ferdinando I tx cardinalei 



5i 



STO 



e della rota d' oro per ki gmndarhHtti 
CrìUina di Lorenn. Il Cartari a p. 1 33 
pobblkò Intrusione latina del maestro 
delle ceremooie Fraooeaoo Mucantio |)el 
Bimiio Friuli, sia pel solenne ingretM io 
Firente in cavalcata e veitito cogli abiti 
prelati» di rocchetto e cappa paonatsa 
o gran mantello, con cappello di leta ne* 
ra se non fosse stato TescoTO, sia per la 
consegna formale de'sagri doni : la oom* 
peodierb io bfeve.Giunto il nunzio ecom- 
missarìo pontificio micino a Firente^ óH 
affiso a'wvrani del suo arrivo, per sta* 
bilire la sua solenne entrata. Per questa 
il granduca e la granduchessa mandaro* 
DO i loro fiimigliari, nobili e baroni ad 
onorarlo in loro nome. La cavalcata co- 
minciò un miglio lungi dalla porta, es- 
sendo preceduto il nunxìo commissario 
da un suo cappeikoo a cavallo vestito di 
paonauo (come i c/irii&i/tfrtde'cardina- 
li), e portante lo stocco e berrettone, la 
rosa recandola il nunzio in mano, e ùm 
due digniori di quelli che lo corteggiaro- 
no. Giunto in Firenze, presentò a'sovrani 
le lettere apostoliche dì sua missione, e si 
stabiPi che nella prosshna domenica o al- 
tra festa eseguirebbe la tradizione de'do- 
ni, i quali privatamente nella convenuta 
mattina li mandò per tempo nella chiesa 
destinata per la funzione, e fu il duomo, 
collocandosi sull'altare maggiore, cioè la 
rosa d*oro in mezzo, lo stocco e berret- 
tone dalla parte dell'epistola. Il nunzio 
assunse gli abiti pontificali, e celebrò la 
messa solenne (che se lablegato solamen- 
te assiste, allora la celebra il più degno 
ecclesiastico della città). I sovrani pre- 
sero luogo dalla parte del vangelo in si- 
to onorevole (che se vi fòsse presente un 
cardinale, questo occuperebbe quel Iato, 
ed il granduca e la granduchessa quello 
dell'epistola). Finita la messa, il nunzio 
assunse la mitra preziosa e si assise sul 
faldistorio in mezzo della pradella del- 
l'altare (nel quale non vi può essere la 
ss. Eucaristìa), innanzi al quale si distese 
un nobile tappeto per inginocchiarvisi i 



STO 

sontini. Indi Ami ano a e g rel Mio ^sti 
notaru) si lessero le lettere aposlolidbi 
voce alta, deinnvio de'angri doai ^i 
nunzio può bre imi •tmki^ «nMai; 
dopo di chela gnmducbeaansì prsMàt 
nauti al nonùo» a citi cosi a cg n ò b ai 
d'oro il diacono aaaittetite, cbeilsfli 
M ad essa colla tohta l»»rai« : Àeàfth 
Mm. Rioevutosi dalla graiidiicbcnB,!^: 
ciò la mano al nunaio^ e ritonò sia 
posto, portando la raaa an tooofp^! 
lano. Poscia il grandaea a'ioginaaÙi'^ 
vanti 11 nunzio, al qiiale il detto dine 
rimise lo stocco e berrettone^ ed egli 
consegnarli al principe. grinpoK ìli» 
rettone, e pronunziò la oonanetafia» 
la prescritta dal cereiDoniale: SokiA 
maniPontlfices inpraectara NaèaMt 
mini ceUbriinte^ ce. Bactataai dalgné 
ca la mano al nuntio e tornando sia 
luogo, un nobile prese lo stocco eilhr 
rettone. Finalmente akatoai il nuaai» 
tuonò : Sit nomen Domìni benrèàm 
ec., compartì la trina benediaioiic, il' 
prete assistente in pi vie le annumAf» 
diligenza concessa dal Papa. Il nuatioii^ 
posti i paramenti pontiGcali, riproil! 
mantelletto e rocchetto, e co'sovrsai| 
recò al pniazzo ducale, sorreg^emloìa! 
minati In rosa, e lo stocco e bcrrdiat| 
precedendo i medesimi. O aeei va Cm 
a p. 31, che ne'libri della clepositcni»! 
pofttolica, e de'tempi di Siato V, si kp i 
Rosa d'oro ; Spadone, cinturo e cB|f^i 
lo ricamato di perle, scudi 760. \A^ 
Sisto V, dopo aver pacificato il redi ^ 
Ionia Sigismondo 1 1 1, con Taróduos M* 
similiaiio d' Austria, per le persutfiii 
del cardinal Aldobrandini legato, s ri- 
meritare la moderazione e ooodiscésto 
za del re, lofi*egiòcoirinsegne dello sUNtf 
e berrettone da lui benedetti, e spediliii 
Polonia a'2 5 luglio 1 5go. Gregorio XV 
nel 1 5g i mandò egiial donativo al I'ìbÌi 
tedi Spagna Filippo, poi re Filippo Ili 
e ad altro infante di Spagna, probeU 
mente al di lui figlio, Clemente P^IIIvft 
dì lo stocco e berrettone nel 1 5g4. Pan 



STO 

lo F'tìe\ì6i5 li mandò in Francia al re 
Luigi X 1 n, nel 1 6 1 8 al prìncipe delle Spa* 
gne poi Filippo 1 V» non che al nomina- 
to Sigismondo 111 re di Polonia^ come 
riporta il Rìcci. Al di lui figlio e già ri- 
cordalo Uladislao, poi Uladislao VII re 
di Polonia, essendo in Roma nell' anno 
santo 1625, Urbano ^7// dopo averlo 
trattato magnificamente per tutto lo sta* 
to, alloggiato uel palazzo apostolico con 
isplendidezza, e creato canonico sopran- 
numerariodi s. Pietro, onde venerare da 
Ticino il Folto santo (/^.), gir donò nel- 
la cappella pontificia, privatamente do- 
pò la messa, lo stocco e il cappello bene- 
detti nella notte del s. Natale, con quelle 
orazioni e foi'mole che di sopra riprodus- 
si. Il breve Immorlales Christianacy dti 
19 gennaio, col quale il Papa accompa- 
gnò il dono, per incoraggire i polacchi a 
guerreggiare i turchi e i tartari, può ve- 
dersi uel Guerra a p. 44^- Innocenzo X 
neiranno sauto i65o,maiKlòegual dona- 
tivo al fratello del precedente e succes- 
sore, Giovanni II Casimiro ex cardinale 
gesuita, in premio dello zelo religioso di- 
mostralo contro gli eretici soci niani,e per 
aver difeso colle armi il cattolicismo con- 
tro gli scismatici russi e gli svedesi eretici. 
Avendo contemporaneamente Innocenzo 
X spedito il donativo della rosa d'oro al- 
la regina sua moglie Maria Gonzaga dei 
duchi di Mantova, da presentarsi come 
l'altro donativo dal nunzio residente in 
Polonia, col breve Ex more, de'24 set- 
tembre e riportato dal Guerra, il Car- 
tari a p.i54» pubblicò: Ordo servandus 
in tradilione ensis, et Rosa aurea. Ad 
IIL° ac Rfn° D, Archiepiscopum Adria- 
nopoUtanuin apud regeni Poloniae apo- 
stolicae Sedis nuncium, scritto dal dili- 
gente maestro delle ceremonie pontifi- 
cie mg.' Febei. £* tanto importante, sia 
perchè contiene un caso di doppio dono 
poco frequente, sia per qualche diversi- 
tà che contiene e piò copiose del prece- 
den te ceremoniale, sia per compensare al- 
la brevità di questuar ticolo,in proporzione 



STO 53 

deirinteressante argomento, e finalmen- 
te perché riguarda eziandio la Rosa à^o* 
iv , che credo indispensabile riportarne 
il tenore interessante.» Statimac ad ma- 
nusOominationis Vestrae llluntr. perve- 
nerint Rosa aurea, Ensis cum Galera, et 
bt*evia SS. D. N. Papae, Serenissimi Re- 
gi , et Reginae Sanctitatis suae nomine 
praesentanda, hoc idem ipse iisdem no« 
tum ficiet; ab iisque diem praesentatio- 
nis celebrandae statui curabit, et brevia 
Regi ac Reginae consignabil; non tamea 
nisi in ipso Ensis et Rosae tradictiones 
actu aperienda. Qua die Dominatio Ve- 
strae 11 lustr.(m odo si comode poterit)cum 
solemni equità tu ecclesiam designatam 
adibit, immediate ante Dom. V. Illustr. 
equitando praeuntibus duobus familiari- 
bus, thalarihabitu indutis; altere Rosam 
auream, altero Ensem cum Galero de- 
super apposito, deferentibus. hi ecclesia 
poiietur Rosa supra medium altaris prò- 
pe Crucem : Ensis vero cum Galero a par- 
te epistolae erectus sustiuebitur. Cum- 
que Oom. V. Illustr., e sua habitatione 
dìscendet, Rex regali indutus clamyde^ 
una cum Regiua regiis itìdera ornamea- 
tis a mìcia, e regia discedet, et simul ea- 
dem bora in ecclesia reperi ri valeant. Sta- 
ti m ac pervenerit ad ecclesiam Dom. V. 
Illustr. iuduet paramenta sacra propefid- 
disturium, a parte epistolae collocandum; 
et Rege, ac Reginam advenientes capl- 
tis inclinatione reverebitur. Deinde mis* 
sam inchoabit, quam solemni ritu,prout 
magis Regi placuerit, prosequetur. Re* 
sponsorio autem , Deo gratias^ ad ver- 
sìculum^ Ita missa est^ Dom. V. Illustr. 
sedebit in faldistorio ante medium alta- 
ris renibus eidem versis, cum mitra. Res 
mandabit legi breve SS. Domini Nostri, 
quo alta voce perlecto,Sei*eniss.Rex acce- 
ditad Dominationem Vestram lllustriss. 
cui ante seipsam genuflexo Galerum su- 
per caput imponet dicendo, m Aocipe Se- 
reuissimae Rex, Galerum hunc, quem li- 
bi elargiendum SS. Universalis Eoclesiae 
Pastor ad nos transmisit, aureis Spirìtus 



S\ STO 

tancti radiìs micaotetn, ubi caudculet u- 
nioaet non rapacis aqiiìlae crtidelitalem, 
Mfl paciferae columlMe innocenliam ef- 
fìngunt, ut scias, bello tum demiim jn- 
sla esse, CUOI non usiirpanili imperiisaut 
opum rapiendarum cupidine geriinltir; 
led suscipiuntur, Spiritu gancio admo- 
nenie, ad propugnandam Fidem; et ad 
slabiliendam pacem,qiiae relicla IVinci- 
pibus terme fuil haereditniChrisli in cae- 
lum redeuntis; qui tì vii, et regnai iniae- 
cuin saeculorum. Amen". DeindeDom. V. 
Illustr. E niem evagina educhim eìdem 
Sereniss.Regisattribuetdit-endo.MAccipe 
iniuper Mucronem Domini, et Gladiiim 
•nlulis;et fìat in dextera virtnti^ luae in- 
Docenliiim tiitela,et impiorum flagelliim, 
et ad gloriam Dei omnipotentis,el s. Ma- 
trìsEcciesiae illureitcantcorniscationet e- 
jus orbis terrae". Mox eodem En»e intuf 
vagina m reposi to, Serenissimum Regem 
accìngel,dicendo.» Accìnga t leGladto suo 
super femur tuum potenlissimu8,qui su- 
perbis resisti t,hu mi libus autcm graliam 
dat.Tu Qutem crebris vicloriis cole Deum 
exerctluuro, et ultionum Doroinum. In 
nomine Palrìs-i|t>et FiÌii'i|fel Spirìtus-i|t> 
Sancii. Àmen"; tersupra Regem crucis 
signum producendo. Tuiic Rex,dimisso 
Galero, manum Dom. V. Illnstr. exoscu- 
labitur, et ad thalamum revertetur. His 
absolutis, breve ad Sereniss. Reginam ad 
Dom. V. Illustr. accedei, cui ante ipsum 
genuflexaeRosain auream tradet, dicen- 
do, m Acci péRosam,quam libi nomineSS. 
Unìversalis Ecclesiae Pastoris Innocentii 
Domini nostri elargimur, perquam de- 
signantur gaudium utriusque HieruM- 
lero,triumphantisscilicet,elmilìlantìsEc- 
clesiae, et per quam omnibus Christifi- 
delibus manifestatur Flos ipse speciosis* 
simus, qui est gaudium et corona San- 
ctorum omnium. Siiscipe hanc tu Sere- 
nissima Regina, quaesaecundum saecu- 
lum nobiIìs,potens,et multa virtute prae- 
dita es,utampliusomni viri uteinChristo 
Domino nobìliteriSjtamquam Rosa plan> 
ctata super rivos aquarum multarum, 



STO 

quam gratiam ex atsa uberaoli deis' 
tia libi concedere digoelar, qai tA tra 
et unus in saecula sacculorum. Àmnì 
nomine Palris^el Filìiif^el Spinte: 
Sancii. Aonen**; ter aignoa cradmyE 
Rt-gina producendo. Serenimiiia Bc^ 
manum Dom.V. illustr. esoaculafaitei 
od sedem suam se recipiet. TuncDoa^ 
Illustr. solemnembenedidioDcnpip 
elargietur, et relìquom mìssaedesB 
absolvet. Peracta misaa aoiemaiteriJk 
giara redibut Rex Sereniss. eom Ri^ 
aule se immediate equìtantibus doè 
nobilibus Rosam auream, et Emesoi 
Galero desuper apposito, defisrestibr 
Praedicla solemnitas decentius in£p 
rì ecclesia peragetur : verum sì Seitiik 
Regi magis placuerit , eadero in ab 
regii palalii celebrare, utique ibiika* 
tCj ac perfici poterìt. *' Ciementt h 
Ire l'avere procurato che i principici 
tolicì si unissero concordemente a w* 
ver guerra al turco, che particolarac^ 
vessava la Polonia, a questa non salif 
di largo sussidio di denaro, ma peri, 
coraggire il re Michele nel 1 67 idalar 
aio di quel regno mg.r Angelo ard«cC: 
vo di Damiata, gli fece ODuaegnare lo«< 
co e berrettone da lui benedetti, ci^ 
regina la rosa d oro. Celebrando l'ai 
santo 1 675,pretendeCancellieri, Ddcr- 
fìe'trePontificalip. 1 4«che si recòio&it 
a lucramele indulgenaeFedericoGugiic 
moducadiCleves,e Clemente X gliilit 
lo stocco e berrettone benedetti. 11 wtàt 
lo mg/FrancescoM.' Febei, De orip^ 
pregressa celebritatis Jubilaei 1 675,*' 
ra a p. 1 84. » Die s. Stepliaoi annoifi; 
missaede more inCapella (praesentePfl 
tificecantatue)interfuitPridericìGflill( 
niiCliviae ducìs priroogenitus, in scaiv 
cardinalium, post junioreoi diuconuai 
deus. Hunc in eadem Capello (absolo 
missarum solemnis),insignisEnsis,etPi 
in unere decoraturo,paucos post d(es,iai 

dibusVaticanisgi*aviteraegrotantem,s( 
extremis laborantem sacro Viatico, ext 

mnque unclione Pootifex munì vit. Cu 



STO 

qiie pienlissimus princeps obiissel, cjus 
cada ver ia Sacello Vaticano s. Mariae de 
Febri depositum/iDde ad ecclesiam s. Ma» 
riae de Anima nationis teuthonicae, fu- 
nebri solemnique ponipa , equìtantìbus 
post pheretrum pontificiae domus prae- 
fecto, praelatis a8sistentibu8,et Papaecu- 
biculariis traslatura fuil." Questo brano 
del Febei riportato da Cancellieri, dopo 
che io qui lo trascrissi, m'insorse grave 
dubbio che si fosse equivocato col dona- 
tivo fatto da Gregorio XIII e dichiarato 
di sopra. Essendo il libro del Febei ra- 
rissìmo,non lo trovai nelle bibliotecheCa- 
sanatense. Angelica, e altre onde riscon- 
trarlo. Finalmente rinvenuto nella Va- 
ticanajessi 1 575 invece dell'errato 1 675, 
nel cap. ii: De Juhìlaeo celebrato a Gre • 
gorìo XIIL IL testo è eguale, tranne le 
parentesi. Laonde il dono è di Gregorio 
XIII, come il resto della storia, e non af- 
fatto di Clemente X fiorito un secolo do- 
po. Credei tutto questo notare, non per 
dimostrarmi severo aristarco del grande 
erudito Cancellieri, ma tacendolo sem- 
brava avere io sbagliato, ed altri poteva- 
no cadere in errore. Aggiungerò che No- 
vaes nella Storia di Gregorio XIII, e 
Zaccaria nel Trattato deWanno santo, 
parlando di quello di Gregorio Xni,chia- 
mano il duca di Cleves, Carlo Federico. 
La sua bella iscrizione sepolcrale la pub- 
blicò Manni, Storia degli anni santi p. 
139. 

Innocenzo XI dopo aver contribuito 
con somme cospicue e colle orazioni alla 
liberazione di Vienna assediata da'(urchi, 
dal vittorioso Giovanni III redi Polonia 
che Teffetluò, ricevè lo Stendardo (V,) ài 
Maometto tolto a'nemici, come trofeo del 
cristianesimo, quindi per ricompensare le, 
prodezze di quel re gli mandò lo stocco e 
berrettone benedetti, col breve Singula^ 
ris tuacy dei 26 gennaio 1 685, presso il 
Guerra : gli permise qualunque cattolico 
Antistitem eligat, a quo ìllis inter missa» 
rutnsoUmniaornetur, Alessandro Flit 
veueto, oltre di aver favorito la sua pa- 



STO 55 

tria con validi soccoi*8Ì nella guerra con- 
tro i turchi, per mezzo di mg.*^ Miche- 
langelo Conti (poi Innocenzo XIII) sao 
cameriered'onore,mandòaVeoeziaaldo* 
gè e generalissimo della repubblica Fran- 
cesco Morosini, lo stocco e berrettone bé- 
nedetti,accompagnatodalbreve£<z^iiae| 
degli 8 aprile 1 690, che si legge nel Guer* 
ra a p. 44^» chiamando il detto suo cu- 
biculario nuncius apostolicns. Grati i ve- 
neziani dell'insigne donativo ricevutodal* 
l'illustre concittadino, per memoria delle 
benemerenze della repubblica lo colloca- 
rono nell'aula degli scrutiniì, con analoga 
iscrizione ad onore del doge denominato 
Peloponnesiaco ^ e per le vittorie del quale 
contro la Porta ottomana, Clemente IX 
gli aveva scritto la lettera gratulatoria, 
Praeclara decora, riportata pure dal 
Guerra. L'Ottieri, Istoria delle guerre 
avvenute in Europa^ t. 7, p. 98, narra 
che per la gran vittoria riportata sui tur- 
chi ai 5 agosto 17 16 j dal generalissimo 
dell'imperatore Carlo VI, il principe Eu- 
genio di Savoia, dei duchi di Soisson$ 
(/^.), a Petervaradino in Ungheria, Cle- 
mente XI per onorarlo colla maggior di- 
stinzione, la quale erano soliti i prede- 
cessori esercitare verso i prodi capitani, 
che combatterono e fecero famose conqui- 
ste contro gl'infedeli e gli eretici, gli spedi 
a mezzo di Orazio Rasponi di Ravenna 
cavaliere gerosolimitano, suo camerie- 
re segreto di spada e cappa, lo stocco e 
berrettone benedetti (precisamente quelli 
il cui disegno esiste neW Opera di mg.' 
Rocca, e già ricordato); ed accompagno 
il dono con breve de' 7 settembi*e, cioè 
dopo la battaglia di Salanchement e pri- 
ma della presa di Temeswar. Dice in es- 
so, che tutti i cristiani devono restare al 
di lui valore e savia condotta obbligati, 
e che devono rispondere al gran benefi* 
zio, almeno con lodi, per aver egli in bre- 
vissimo tempo disfatto le innumerabili 
truppe de'barbari, onde poteva a lui a- 
dattarsi ciò che già si disse di Cesare, che 
il venire, vedere e vincere era stata una 



1 



56 STO 

sola cosa. Doversi egli adunque pel dono 
mandatogli infiammare di nobile spirilo 
e Jena ad acquistarsi, come gli augurava, 
nuovo merito e gloria, ad esaltazione e 
dilatazione della fède di Cristo. La fun- 
zione fu fetta con gran solennità nella cat- 
tedrale di Già vari no, nel ritorno ch'egli 
fece dall' Ungheria in Vienna, e dopo a ver 
date le disposizioni alle truppe pe'quar- 
tieri d' inverno. Il breve de'i6 settem- 
hvt^Plures^maximasque vicloriasfix leg- 
ge nel Guerra a p. 44^* Più interessanti 
notizie trovo ne' Diari di Roma ( F.) in* 
cominctatiin quell'anno a pubblicarsi, ap- 
punto per riportarsi le notizie della guerra 
che si comt>atteva in Ungheria, e perciò 
chiama vasi Diario d^ Ungheria^ cioè nel 
D.° 1 9 e sua Aggiunta^ e nell' Aggiunta 
del n.° 23. Riporterò il più sostanziale 
della relazione. Primieramente si legge 
l'allocuzione Cumulatum gaudium, pra< 
nunziata da Clemente XI nel concistoro 
de'2 settembre 1 7 1 6, colla quale parte* 
cipò al sagro collegio de' cardinali le vit- 
torie riportate sui turchi in Ungheria, i 
pubblici ringraziamenti fatti a Dìo e alla 
B. Vergine, e la determinazione di aver 
destinato premiare il valore del principe 
Eugenio collo stocco e berrettone da luì 
benedetti nel s. Natale. Indi riportasi il 
breve, F/Vviiaiii, coslanlemque fìduciarn^ 
dal Papa scritto al principe Eugenio a'^ 
settembre,per congratularsi de'suoi trion- 
fi, esortandolo a vieppiù sostenere la di- 
fesa dell'ortodossìa, ed abbattere l'orgo- 
glio de'barbari nemici del nome cristia- 
no; insieme avvisandolo di spedirgli il ca v, 
Rasponi, col donativo dello stocco e ber- 
rettone da lui benedetti , spìegtnndune i 
misteri; quindi gl'ingiunse di riceverli in 
chiesa e dalle mani d'un vescovo, s'era 
possibile, nella celebrazione della messa. 
Il cav. Rasponi, partito da Romaca'sa- 
gri donativi, si recò prima a Vienna a os- 
sequiare e ringraziare l'imperatore Car- 
lo VI, che ad istanza del Papa lo avea 
fatto aiutante reale con grado di colon- 
nello dell'armata imperiale; indi mosse 



STO 

pel campo di Temeswar. Giunto il cav. 
Rasponi dal principe Eugenio, questi si 
mostrò pi*ofi>nda mente penetrato della 
pontificia munificenza, e festeggiò il suo 
arrivo, alloggiandolo nel suo padiglione. 
Stante la mancanza d'un vescovo, stabifi 
per la funzione mg.' Stefano Konbor vi- 
cario generale di Giavarino o Raab, nel- 
la cui cattedrale fu eseguita, con annuen- 
za dell'imperatore e del vesooiro cardi- 
nal di Sassonia, non essendo stato pos- 
sibile di farla in quella di Temeswar come 
bramava il Papa, alla presenza di molti 
generali venuti dal campo, e del principe 
d. Emanuele infante di Portogallo, e riu- 
scì assai magnifica. Il cav. Rasponi avea 
preceduto il principe in Giavarino, ri- 
cevuto con ogni distinzione e onorificen- 
la. lodi con isplendido accompagnamen* 
to il cav. Rasponi si recò alla chiesa, pre- 
cedendo il principe , collo stocco e ber- 
rettone, tra le salve delle artiglierie e dei 
moschetti, e il suono di tutte le caropa- 
ne. Fu ricevuto da mg.i* vicario sulla por- 
ta della cattedrale, alla testa del capitoloi 
il quale somministrò al principe Euge- 
nio r acqua benedetta. Il cav. Rasponi 
li portò dalla parte dell'epistola, presso 
la quale gli era stata preparata una se- 
dia coperta con genuflessorio avanti, e vi- 
cino uno sgabello, sul quale un sacerdote 
in cotta sostenne lo stocco e il berrettone 
durante la messa. Il principe dopo avere 
orato sopra uno strato e cuscino, passò 
dalla parte dell'evangelocv'era una spe- 
cie di tribuna decentemente ornata. Dal- 
lo stesso lato e alquanto più basso pre- 
sero luogo i canonici, ed incontro al pH il- 
ei pe e sopra una pradella fu collocala la 
sedia di rog.i^ vicario, e un poco più bas- 
so gli sgabelli pei ministri assistenti. Da 
questa partee negli stalli canonicali siede- 
rono l'infante, il maresciallo Heister go- 
vernatore militare di Giavarino, e i prin- 
cipali uffiziali. Nella solenne messa can- 
tata da mg/ vicario, si praticarono col 
principe tutte le consuete ceremonie; ter- 
minata la quale il celebrante depose la 



STO 

pianeta, e assunto il piviale andò a sedere 
su d'una sedia posta suirultimo gradino 
dell' altare. Allora il cav. Raspoui si re* 
co a consegnare il breve al principe, so» 
pra una guantiera coperta di broccato, 
ed espose la sua missione con parole ap* 
propriate. Il principe rispose con espres- 
sioni di somma riconoscenza al Papa, 
prese il breve, lo baciò e consegnò per la 
lettura al segretario di guerra, il quale 
la eseguì 'ad alta voce sopra un gradino 
dell'altare. Lettosi il suddetto breve dal 
segretario di guerra, sua altezza serenis- 
sima il principe Eugenio si porlo a pie* 
di del celebrante mg.' vicario generale di 
Giavarino, e genuflessa sopra uno strato 
e cuscino, Il cav. Rasponi collocò il ber* 
rettone sopra un cuscino, sfoderò lo stoc- 
co e lo pi^sentò a mg.*^ vicario, il quale 
recitò In seguente formula, m Sulent Ko- 
mani Pontifice$jux.ta probatura praede* 
ce^sorum suonim morem, in annivei*sa* 
ria NativitatisDominicae celebrità te Eo* 
Sem cum apposito desuper Pileo per in* 
vocationem Divini nominis, et apostoli* 
Cam benedictioiiem specialique ritu san- 
ctifìcare. Congrui t sane quam maximae 
nasceulis Christi feslivitati, antiquum i* 
stud ,ac venerabile Romanae Ecclesiae in* 
slitutum. Oesignaturenim bocpactocon* 
flictus ilie prò nobis initus, in quo Uni* 
genitus Fiiiiis Dei, magno, et mirabili 
uequitotis jure certando, naturam gene- 
ris assumpsit humani, ut inventor uior* 
tis diabolus, per ipsam, quaro vicerat, 
'viceretur ; nosque eruti de potestate te* 
nebrarum, in Dei lumen trasfereinur, et 
regnum. Rationabili igitur est, ut saiicti* 
fìcatum bunc Ensem Mucronem Domi- 
ni, Gladium potentis, quem ad praeci* 
puum tuaefortitudinisdecus, Beatissinius 
ìli eodem Cbristo Pater, et Doroinus no* 
ster,D.Clemens dtvinae providentiae Pa- 
pa XI , singolari tibi paternae suae be* 
nevolentiae significa tioneelargitur,tumo^ 
do, Sei^enissime Princeps,de catholica re- 
ligione, christiauique popoli salute opti* 
me mente, per mioidlcrium humililalis 



STO 5y 

oostrae pari animi devolione, et alacri* 
late suscipias (qui segui la tradizione del- 
lo stocco nelle mani di sua altezza, nel 
pit>fei*irsi le seguenti parole). Firmetur 
in eo manus tua,atque exalteturdexte- 
ra tua, et sic per illum indualis virtute 
ex alto, ut ad confusionem inimicorum 
crucis Cbristi, s. Malris Elcclesiae gloriam» 
illucescant corruscationes ejus urbis ter* 
rae,praestanteeodemDomiuo nostro Jesa 
Cbristo, qui cum Patre, et Spiri tu sancto 
vivit, et regnat Deus in saecula saeculo- 
rum. Amen". Nel darsi il berrettone, dis- 
se oig.^ vicario nell' imporlo in capo al 
principe. «* Accipe quoque Pileum fauno, 
quasi Galeam salutis,etmuiritiooisinGft« 
pite tuo, ut te jugiter in die belli £oele- 
ste limien obuinbret. Sit in le spiritus 
fortitudinis , et consilii quatenus profli- 
gatis orthodoxae fìdei hostibus, veram io- 
Ira christianorum fines pacem stabilias, 
quam de coelo terrae invexit Rex paci- 
ficus Jesus Christus Dominusnoster, qui 
cum Patre, et Spirito sancto vivit, et re- 
gnat Deus per omnia saecula saeculorum. 
Amen. " Il principe quindi consegnò lo 
stocco e il berrettone al barone Waldortf 
suo cavallerizzo maggiore,e baciata la ma- 
no al celebrante riverentemente , fu da 
lui ammesso all'amplesso.Tornutu il prin- 
cipealsuo luogo, fu intuonato il T^e Deum^ 
tra le sai ve dell'artiglierie e mosclietterie. 
Spogliatosi mg.r vicario e gli assistenti, 
accompagnarono il principe sulla porta 
della chiesa, ivi il principe fece un gen- 
tile ringraziamento al vicario, al capitolo 
e al cav. Rasponi, il quale lo segui, e pre- 
ceduti dallo stocco e berrettone alla sua 
abitazione,ovea sfogo del popolo per qual- 
che tempo li tenneroesposti.il maresciallo 
alloggiò tulli nobilmepte, e die un ma* 
gnifico pranzo coll'intervento del vicario, 
de'canonici, e del cav. Rasponi. Si fecero 
brindisi dal principe al Papa e all'infante, 
al suono di timpani e trombe, e allo spa- 
ro de' cannoni. Rispose il principe Eu- 
genio con questa lettera a Clemente Xf. 
u Post Dei optimi muximi clemcatiam 



5« STO 

piìsBealttadinis ▼esine exdtalam orttìo- 
iiibuty quae niiper arma Caetarea conlra 
infènsissimus chmtianifl nominii hostem 
ad Petrowaradinum triumphareconligiti 
nihil miht fnaju% oplatiusTeacodere pò- 
luit, quam gratiosiitiinoe Saiiclitatifl te- 
strae congratula lionef, immerìlaqueper 
Horatiuin Raipoutim eqiiilem liierotoly- 
initanum omni ex parte clarum, acce- 
ptumqiie tranttuissi Krisis et Pilei eoo* 
decoratio^quae dum ea,qua fieri potiiit 
solemnitate perncta, me non modo divini 
fdvoris admonehit; venim etìam ad ma- 
jores juslae Dei, Caetarin et Cliristianae 
cauiae excilabit conotus, quos dum sub 
tanto ponlificalu felices spero, Divinam 
quoque opem insubsidium invoco, velit 
me acceptae gratiae dignum reddere, et 
Beoti tudinem vestram prò ampliori glo- 
ria Suae saoctae Causae, et Caesaris prò- 
inotioDe,diu SAlvum,incolumemque ser* 
▼are, cujus sanctissimos pedesduin omni 
cum raverentia exosculor, respecluosis* 
Mma cum subtnissione mnneo, etc. " Indi 
il Diario diEoma riporta una serie di al- 
cuni esempi degli stocchi e berrettoni be* 
iiedelli donati da' Papi, ma non è esatta 
internmente.1l Pagi pretese nella Fila di 
Urbano ^/^§68,cbe questa benedizio- 
ne si facesse ìu qualunque giorno, e che 
Clemente XI benedì lo stocco e berret- 
tone pel principe Eugenio nella chiesa dì 
s. Maria del Popolo 1*8 settembreiy i5: 
in tutto errò, non trovandosi che in ve- 
run'altra festa fuori del solo s. Natale fe- 
cero tal benedizione, ma tranne quella 
che ri porterò di Leone XI I a'nostri giorni 
soltanto, seppure debba invece chiamarsi 
altra benedizione (Benedetto XIV pel i.° 
una volta benedì la Rosa doro^ in tem- 
podi verso dal consuelo,perchè venne Top- 
portuuilà di donarla e non esisteva quel- 
la del precedente anuo). Tra quelli che 
seguirono l'errore del Pagi, vi fu Guerra; 
Ira quelli che lo confutarono, Zaccaria e 
Cancellieri. Sembra che nel contrario er- 
rore sia caduto pure Moudelli, cioè sulla 
benedizione straordinaria dello stocco e 



STO 

berrettone diieale, dieeodo CHervi ■%* 
escm|N, ma senza indsearii,triBaequ 
d'UrlMoo V,cIm aeoondo il BzofÌQ,fc 
tale lieoedizionea'9 •prilciSMiMlfc 
no di Pasqua. •• Bmedtctioiieoi iaferi 
crificandum Eotetn •aratuaneiilca* 
ginae Joannaeadadeoli donavil,ipai 
ro Peiro regi Cypri, qui co aeditis^ 
oolauin Spinellium Juvenanliuaitsa 
canoellariuro balllieo militari oruii' 
Da queste testi monianae dofU|Qeip 
riice, che il Papa Arce il donatìvoiUii. 
mosa Giovanna I regina di Sieilkif 
la quale ne feee poi un predente a Pi* 
I re di Cipro. Temo naaai della fciib: 
questo racconlo,lanto pi h che altro«a 
rai, avei-e neh 368 Urbano Vduaaii 
Roma la Rosa doro a Giovanna \%f 
ferenza di Pietro 1, onde i cardiaiB» 
tamente ne mormorarono, coaled^ 
mano T.iutore delle due F'itedUà^ 
V^ pubblicate da Baluaio p. SSiej' 
e Muratori, Scriptorum rer, Iialit\ì 
p. 541, 620 e 634- Benedeito Xm* 
1725 per mezzo di Gio. Fraaccfesij 
Abbati Oli vieri.spedi aMalla al grss^ 
Siro dell'ordine Gerosolimiianoir^f 
nuele de Vilhena portoghese, \o^ 
e berrettone benedetti, per la difai^ 
faceva di queir isola contro le min' 
turchi. Il Marchesi, Gallrria deUt0 
1.2, p. 199, chiama Gio Fmncefooti* 
liere di Malta e cameriere d*OQoredit 
nedetto XIII, e che dopo tale onoii 
incarico fu canonico Valicano, pniti 
tario apostolico soprannumero,e poie 
te del buon gciverno. Il Zalutki ndf 
pera che citai a BBRBBiToifB, nel dex 
vere questi donativi futlt a're di Poloi 
afferma che Benedetto XIII neliTsi 
fece al re Augusto II ed elettore di S 
Sonia. Il n.* 4686 del Diario diB0 
del 1 747 riferisce come Benedetto X 
in concistoro segreto recitò una enid 
allocuzione sopra lo stocco e berretti 
benedetti, destinnndoli iu dono al 
maestro di Malta fr. Emanuele Piato 
Fooseca portoghese, e glieli rimise 



STO 

• 

breve Maxima^ de'^S dicembre, per le 
sue benemerenze e per quelle dì sua il- 
lustre religione equestre. Nominò able- 
gaio apostolico a portarli mg.r Luigi Va- 
lenti suo cameriere d'onore in abito pao» 
nazzo, nipote del segretario di stato e poi 
cardinale. Errò Cancellìeriye il n.*'49 del 
Diario di Roma 1 8 1 4 cbe lo copiò, in as« 
scrire cbe Clemente XIII donò al gran 
maestro di Malta lo stocco e berrettone 
benedetti. No, fu Clemente XIV, e nel 
1 774i e Io notai nel voi. XXIX, p. 262, 
dicbiarando ì regali che ricevette Table* 
gato apostolico mg.^ Bonanni. Lo affer- 
mano i n.i 8566, 8582,8598,8600,8602 
del Diario di Roma 1774} óve si parla 
del biglietto di segreteria di stato, per la 
nomina deirablegato;di sua partenza per 
Malta con una galera pontificia,con molta 
gente di buon servizio; del suo arrivo ai 
18 giugno, onorificenze ricevute, accoN 
to allo sbarco da 4 cavalieri, incontrato 
alla porta dal clero secolare^ regolare, e 
da'cappella ni conventuali, recandosi pro- 
cessiona latente in chiesa tra il rimbombo 
delle artiglierie e il suono delle campane; 
che ringraziati tutti, passò coi cavalieri 
alla nobile residenza destinatagli, riceven- 
do le visite de'grancroci, del prelato in- 
quisitore di Matta, e recandosi privata- 
utente a visitare il gran maestro Xime- 
nes de Texada di Na varrà. Indi si narra 
l'udienza pubblica, che fu destinata do- 
menica 26 luglio per la funzione, e si leg- 
ge la nota de'regali ricevuti dall'ablegatu, 
e il suoritorno in Roma. L'ultimo dona- 
tivo dello stocco e berrettone lo fece Leo- 
ne XII nel 1825, come riportai nei voi. 
XXVII, p. 142, XXXVIll, p. 65, dicen- 
do che il Papa, per avere il Delfino Luigi 
duca d'Angouléme, figlio di Carlo X re di 
Francia, generalissimo dell'esercito fi'an- 
cese, liberato il re e la famiglia reale di 
Spagna dal dispotico potere de' costitu- 
zionali ribelli, gli mandò in dono a Parigi 
lo stocco e berrettone benedetti, che esi- 
stevano nella sagrestia pontificia^ e con 
siugolar esempio volle ribenedirli nel gior- 



STO 59 

no festivo dell'Invenzione della ss. Croce 
a'3 maggio,Della sua cappella segreta del 
Vaticano,dopo la celebrazione della mes- 
sa. Sì determinò a questa straordinaria e 
nuova benedizione, per la presa risolu- 
zione di dare tale dimostrazione in occa- 
sione opportuna.InoUre notai, che a tal ef- 
fetto destinò per ablegato apostolico mg/ 
Lodovico de'baroni Ancajani (ora mona- 
co cassinese e abbate di s. Pietro di Fereri" 
tiUoydhbazìa di cui riparlai a Spoleti), ca- 
meriere segretosopraunumero,incaricato 
pure di presentare la berretta cardinali' 
zia al cardinalCroy arcivescovo àìRouenj 
e notai i regali ricevuti da 11 'ablegato. Di 
che e della benedizione in parte trattano 
in.i 36 ei6i del ^iVzrio di Roma 1825, 
dichiarando che l'ablegato fu accompa- 
gnato dal fratello barone Decio, e da mg.^ 
Conti cappellano segreto del Papa. Il cav. 
Artaud parla del donativo pontificio nel- 
la Storia di Leone XII, nel 1. 1 1 , p. 1 75, 
176, 249 (ed anche nella Storia di Pio 
FUI, t. 2, p. i3o). Egli osserva, che il 
berrettone o cimiero, è una specie di cap- 
pello del medio evo, ed è sempre accom- 
pagnato dallo stocco, specie di spada; che 
sogliono donarsi a generalissimi che siansi 
distinti in fazioni ioaportanti (poteva ag- 
gi ungere,anche pe'motivi che ho descrit- 
to, ed ai sovrani), come d. Giovanni di 
Austria, Giovanni III e il principe Euge- 
nio; ed egualmente volendosi ricompen- 
sare la spedizione di Spagna, per cui Leo- 
ne XII avea domandalo a lui stesso, co- 
me incaricato di Francia in Roma,le no- 
tizie sulla vita del duca d'Àngouléme via* 
citore di Cadice, ponendo fine alla rivo- 
luzione spagnuola; onde aver gagliardi 
motivi di manifestare a'cardinali la sua 
determinazione, e inviar quindi tali segni 
d'onore a Parigi, ch'è la più alta ricom- 
pensa cattolica che possa desiderare un 
guerriero amico della religione. Soggiun- 
ge, che alcune persone, conoscendo poco 
gli usi di Roma, che non si diparte mai 
dalle foggie deiraulicliità, trovarono io 
stocco e il bei'i'elloue pesanti da non pò- 



6o STO 

leni adoperarei ignomido che •ìnile o* 
none era stato fiitto ai 3 nominali ma- 
gnanioii e benemeriti della cristianità; et- 
ai però non aveano potlo sulla loru testa 
il formidabile berrettone, né ateano im* 
brandita quella spada sì pesante. Questi 
segni d'onore» nelle oereinonie della pace 
venivano portati dagli araldi, che prece- 
devanoque'oapitani; ma in Ittinpodi guer* 
ra essi non appari? ano vestiti di coti enor* 
mi insegne. Alcune critiche befGirde cir* 
colarono ed afflissero il buon Papa,il qua- 
le nel lagnarsene, mostrò di sa|>ere die 
il re, il Delfiuo, le priocipesie aveano e- 
sternato la loro sincera gratitudine per 
tali e altri doni : Carlo X si dichiarò gra- 
lissimo di tutto, e fece ancor lui donativi 
a Leone XII, di die trattai a'Ioro luoghi. 
Poi narra, die il giorno di Natale 1825, 
dopo la oelebrasioiie della messa,due mai^ 
sieri portavano il berrettone e stocco de* 
stioali al Oelfiuo, stati benedetti secondo 
l'uso del Papa nella sua cappella privata 
dopo una messa comune. Qui 1' ottimo 
storico (che celebrai anco nella biografia 
del cardinal «Sb/ii/?g/iVi) cadde in anacro- 
nismo, che non posso trasamlare, impli- 
cando più cose. Dal riportato di sopra, e 
comprovato dal Diario di Roma (gior- 
nale officiale, che se talvolta diMe inesat- 
tezze parlando d'antiche erudizioni, non 
fallava quando pubblicava cose di £itto 
del giorno e riguardanti il Papa, almeno 
nel sostanziale e più importante, e si ret- 
tificò col numero seguente quando noti- 
ficò cose che meritavano correzione), che 
lo stocco e berrettone pel Delfino già era- 
no stati a lui consegnati in Parigi. Im- 
porta inoltre che io rimaixhi, die meno 
alcuni casi, e in principio notati, la bene- 
dizione si fa sempre nella camera de' pa- 
ramenti del palazzo apostolico e talvolta 
nella sagrestia Liberiana. Di più leggesi 
ne'due allegati Diari di Roma, che l'ab- 
legato parti da Roma due giorni dopo la 
ribenedizione dello stocco e berrettone pel 
Delfino,c«oèa'5 maggio, e visi restituì do- 
poeseguita la ragguardevole comuàssio- 



STO 



ne odr «Itine asCliaua di loglio ìé 
stesio 1 81 S.NeU'auao preeedem^a 
che fu«e alaticalo LeoM Xii JJkk 
aioni deirapertura ckUsi porta «Mm 
re prioM del matlutiao della estiik 
NaUle, al letto de'pmioscnU e dkk 
lualità consuete bcocdi losloooochn 
tone ducale (doè quelli ebe speifi pia 
nuova lienedizioiie in Francia), iii» 
so a Ila funzione dd la contigua oippdbi 
stina, come trovo od u/iofddte 
di HomaiSti. In quello poi ddiJs 
nel o.*f o3, leggo che Leone XII w 
eseguito la chiusura della porta nslu 
inierveuiie nella aegueotc iiottc,vigiH 
s. Natale,al mattutino; laonde adlia 
tina appresso e nella sua cappcUsif 
ta, dopo aver celebrata la aieiai,ka 
lo stocco e berrettone (doè quclli£*t 
nuovo, e quando gli altri già ensia 
ricevuti dal Delfino). Mon vi fii pé 
cale in s. Pietro, ma aoleone laaai 
cappella Sistina, in cui sebbene tf 
aitilo il Papa, si videro lo stoooacl* 
ione^sosUnuii (a comu JEpiUoiaéji*' 
oenda da due manieri pontificii, e< 
portati^ uffizio che spetta al chicrifli' 
camera. Aggiungerò che od n.*lol^ 
Diario di Roma 1 8a6 si riporta,cki^ 
ne XII cdebrò lefunaiooi del fCif^^ 
mattutino nella basilica LibensSfft 
avanti il 2.*udla sagrestia e ooll'ssM. 
xa del sagro collegio (doé perdicii| 
raduna, non per assistere alla heiwir' 
ne) e degli altri che vi hanno luo^i^k 
la benedizione dd cappello e ddIoiA 
solila praticarsi in questa naie (aki 
dire i nuovi sostituiti a'donati, e triN 
esistenti nella sagrestia pontiGcta)LAM 
tanto praticò nel 1827, come dd a'i^ 
del Diario (il quale errò a lubeduelevt^ 
nel dire che l'eseguì in piviale). Fiaslil 
te il n.^25 del 1828, dioe che Leooel 
celebrò nella cappella Sistina il vcf 
e il mattutino, e nella seguente aM> 
pontificò la messa nella basilica LiUi 
na, in cui durante la fuuzioiie e dslt 
ddl'epislola presso l'altare da uu* 



STO 

eiere furono sostenuti lo stocco e berretto- 
ne, benedetti nell'antecedente notte (don* 
que nella camera de' paramenti della Si* 
stina). In questa li benedì Gregorio XVi 
ordinariamenteatranti la messa della not« 
le di Natale cui assisteva, e se non v' in* 
terpeni va l'eseguiva nella mattina prima 
della funzione. Il regnante Pio IX costu- 
mando celebrare il mattutino e il pon- 
tificale della notte di Natale nella basi- 
lica Liberiann, in quella sagrestia e pri- 
ma del mattutino t)enedice lo stocco e il 
berrettone. Su questo argomento, oltre i 
rammentali scrittori,si ponno federe,Ste* 
fano Fighi, De insignibus militaribus a 
Pont, Max, principibns deferri solilis, 
nello Scotti, Itinerario p. 4B1. France- 
sco A. Mondelli, Qnal sia dello stocco 
d'oro l'origine? nella Dissertazione FU 
della 11 Decade^ Roma 1 792. 

STOCRHOLMoSTOCCOLMA,Sb/. 
mia. Città capitale del regno di Svezia 
(F,) e capoluogo della prefettura del suo 
nome, nella parte orientale della Svea- 
landia o Svezia propria, poi*zione dell'an- 
tico Upland o iloslagen e pai*te dell'an* 
fica Sudermania. £' situata sullo stretto 
che unisce il lago Maelar ad unode'brac- 
ci del mare Baltico, 120 leghe nord-est 
da Copenaghen^ 160 ovest -sud -ovest da 
Pietroburgo, 35 1 da Vienna, e 35o da Pa- 
lìgi, in posizione sommamente pittore- 
sca; l'alternare della terra e delle grandi 
masse d'acqua, l' ineguaglianza del ter- 
reno che forma ora collina di dolce de- 
clivio, ora masse scoscese di rupi di gneis 
e di granito, le danno un aspetto mira* 
bile e unico in Europa. Stockholm è ba- 
sata sopra 7 piccole isole, dalla parte del- 
l'acque del lago Maelar, il più pittoresco 
de'Iaghi di Svezia. Questo lago per ledue 
foci Norrstram e Sodei*strom sbocca nel 
porto, mantenendo dolci le acque nello 
Skargard, vero arcipelago, dov'entra- 
no le navi per le principali imboccature 
di Dalaro e di Sandhamn. In certo modo 
questa città ha molta analogia con Ve- 
nezia; ma le acque che battono alle sue 



STO 61 

mura e alle strade sono pib chiare e piti 
profonde che quelle del canale e delle la- 
gune della già regina dell'Adriatico, cx>ii 
più che vascelli di tutte grandezze pas- 
sano a due ranghi innanzi le case e le fi- 
nestre de'circa suoi 1 00,000 abitanti. Alla 
vista d'ogni parte si ravvisano i giardini 
ricchi d'alberi e delle più rare piante, le 
cupole delle chiese, ed in qualche luogo 
i ponti che vanno da una all'altra isola 
pel commercio de'cittadini. La maniera 
però più usata per le comunicazioni del- 
la città,sono de'battelletti di diverse gran- 
dezze, che circolano, partono e danno tul* 
ti gl'indizi, come le vetture, le pieoole di- 
ligenze egli omnibusoggi usati nelle gran- 
di città d'Europa. Ciò che v'ha di straor- 
dinario però si è, che questi battelletti so- 
no tutti condotti da donne.L'ineguaglian- 
za delle rocce, o scogli di granito che in- 
numerevoli sorgono dalle onde, in parte 
delle quali sono fondate le abitazioni, le 
rendono di difficile accesso : ed in fatti u- 
na gran parte delle case sono disposte a 
foggia di gradini d'anfiteatro dal pendio 
d'un'alta collina, ed un vasto palazzo co* 
rona e domina l'assieme di queste vedu- 
te. Generalmente le case sono costratte 
di pietra ed a mattoni, ed esteriormente 
coperte di stucco bianco. 1 quartieri dei 
sobborghi sono di l^no, formano la par- 
te inferiore della città, e quasi del tutto 
nascosti. Il castello ed i pubblici edifisi 
hanno il tetto ricoperto di rame. La pili 
bella e la più larga strada é quella detta 
della Regina, che attravei*sa il quartiere 
al nord, ch'é il più ricco di edifizi. Vi si 
contano 1 5 belli ponti di congiunzione, 
nnode'quali è di ferro. Componesi Stock- 
holm di I o parti o quartieri materialmen- 
te separati, r.** Lo Staden o la città pro- 
priamente detta, sopra un'isola centrala 
e situata nel bel mezzo dello stretto^ che 
al mare congiunge il Maelar; la parte del- 
lo stretto medesimo che trovasi al nord 
dell'isola chiamasi Norre-Stroem; e l'al- 
tra Soeder-Stroem. Questa divisione i il 
centro degli af&ri commerciali: le rìvie- 



G2 STO 

re uè sono fiuuckeggiale da case superbe, 
dove abitauo i prioiuri mercaiili, e colà 
pure trovasi il palazzo regio, va&lo castel- 
lo quadrangolare di magniOca architet* 
tura e di bellissioio e maestoso aspetto, 
situato alla sommità deirisola, con nu- 
merosi ed eleganti ornali neirinlerno;due 
leoni di bronzo di colossale dimensione 
fanno mostra di difenderne l'iugressoyde- 
corando la principal facciata un bel ter- 
razzo con giardino. Vi dimora la corte, 
e tutte le amministrazioni della monar- 
chia. Raccbiude ancora gli archivi del re- 
gno, il museo ove fra le statue che vi si 
ammirano trovasi il famoso Endimione 
^coperto nella villa Adriana; la bibliote- 
ca regia, la bella chiesa di s. Nicolao, il 
palazzo dei cavalieri ossia della nobiltà 
ove radunasi per le sessioni delle diete, 
grazioso edifìzio esternamente adorno di 
statue ecolonne,e dentro di quadri e scul- 
ture; il nuovo palazzo di giustizia, la chic- 
sa alemanna di s. Gertrude con torre al- 
ta ii ipiedi, la borsa, la banca, la zecca 
con un gabinetto di minerali, il collegio 
delle miniere, lo posta e altri pubblici sta* 
bilimenti. Sulla piazza delcastellos'innal- 
za sopra un piedistallo la statua in bronzo 
di Gustavo 111. Le case molto alte,le strade 
generalmente anguste, danno al comples* 
fiio un'apparenza alquanto tetra. 2.^ Lo 
Helge-And&hohnen o Piccola Stoccolma, 
in mezzo al ?forre-SU'oem, al nord dello 
Staden, e contiene beile case in pietra e 
le scuderie regie. 3.^11 Riddar-Holmen^ 
all'ovest dello Staden, da cui non è sepa- 
ratocheda unoslrelto canale, traversato 
da un ponte: contiene la chiesa di Rid- 
dar-Holmen, una specie di Pantheon e 
notabile pel gran numero delle tombe re- 
gie, de' sarcofagi e trofei che racchiude, 
e dove sono sepolti la più parte de're di 
Svezia posteriori a Gustavo I Wasa (la 
cui statua equestre è una di quelle che 
sono in Stoccolma), fra i quali Gustavo 
Adolfo e Carlo XI 1, ed un gran numero 
di celebri diplomatici, grandi capitani e 
uomini illustri; e i'untico palazzo re^io, 



STO 

ove tengonsi alcune assemblee. Si consi- 
dera spesso questo quartiei*e come par- 
te della città propriamente detta. 4*°bo 
SkeppsHolmenoÀdmiralitets-Uolmen, 
situa toall'eil dello Staden e alcootioente 
congiunta per mezzo d'un ponte: contie- 
ne poche case particolari, e tri si trova- 
no l'ammiragliato, l'arsenale della mari- 
na, la dogana dell'ammiragliato e quan- 
tità di magazzini. 5.° Il Castel- Holmen, 
al sudest dello Skepps- Holmen, al quale 
comunica mediante un ponte. Havvi uà 
fi)rle guernito di 1 2 cannooi, e un lazza-^ 
retto della marina. 6.^ Il Beck-Holmeo, 
all'est sud est del Castel -Holmen: verun 
ponte noi congiunge alle terre vicine. 7.° 
Il Kongs-Holmen, la massima isola di 
Stoccolma,airovest nord -ovest dello Sta- 
den. Ne è abitata soltanto la parte orien* 
tale, e vi si trovano la chiesa d'UlricaE- 
leonora, e il gran lazzaretto regio. Si va 
da questo quartiere al continente, all'est 
per due ponti, uno de'quali passa sull'i- 
soletta diBlek-Holmen.8.^IlNorre- Malti), 
al nord della città propriamente detta u 
Sluden,alla quale è congiunto per mezzo 
di grande e bel ponte; giace sopra uua 
penisola molto più estesa dello Staden, 
ed offre 6 grandi piazze, ^ie molto rego- 
lari, molto lunghe, alcune però strette. 
Si notano in questa parte il palazzo del 
principe Alberto, l'osservatorio astrono- 
mico, l'arsenale dell'artiglieria col labo- 
ratorio, il teatro, il serraglio delle 6ere, 
il giardino degli agrumi, la cliiesa d' Adol- 
fo Federico, con un monumento in me- 
moria di Descartes ossia Cartesio morto 
a Stoccolma, e la piazza di Norre-Malm- 
torget,in mezzo alla quale sorge la statua 
equestre di Gustavo Adolfo. Al Norre- 
Matm attaccanst al nord est il quartiere 
di61asie-Holmen,ed all'est quello di La- 
dugardsLanden che somiglia piuttosto 
ad un villaggio che ad una parte di ca- 
pitale. 9.^ 11 Soeder-Malm, al sud dello 
Staden, al quale si unisce con un ponte 
levatoio e varie costruzioni di chiusa: è 
quasi interamente circondato dalle acque; 



STO 

b] sud-sud-est lo cougìunge al contineo- 
te un istmo stretto, copei*todi fortiGGazio* 
DÌ. L'aspetto somiglia a quello di Non*e- 
Malm, ma vi sono meno monumenti pub- 
Mici; però y\ si fanno distinguere l'ostello 
della città o palazzo municipale, e il gran 
deposito e pesa del feiro. i o.'ll Lang Boi- 
nieu, lunga isola al nord«est del Soeder* 
Malm, col quale comunica per un ponte, 
e vi si rimarca la casa di correzione, e Vu£' 
fìcio doganale per la percezione de'dirit* 
ti delle navi, che sortono dal lago Maelar. 
La riunione di tutte queste parti ofCe un 
circuito di 3 leghe e mezza, ma troppo 
manca che tutto sia abitato. Vi sono o- 
spedali, stabilimenti di beneficenza, case 
d'industria; 1 4 chiese,4 oratorii,la sinago- 
ga degli ebrei: della chiesa cattolica, e di 
quanto riguarda i cattolici ne tratto a Sve- 
zia, parlando del vicariato apostolico o- 
inouimo, risiedendo in Stoccolma il vica- 
rio apostolico. L'amministrazionedi Stoc-, 
colma sta in manod'ungovernatoreed'un 
sotto governatore. La magistratura della 
città consiste in 4 borgomastri e 20 con- 
siglieri.Per conto ecclesiastico,cioè del cul- 
to luterano, vi sono due concistori, uno 
della corte, l'altro della città. 11 re Car- 

10 Giovanni sulla piazza Stotsbacken in- 
nalzò un grande obelisco di granito, ino* 
norc della milizia borghesedi Stoccolma. 

11 grande arsenale, situato in ameno pas- 
seggio chiamato ilGiardinodelRe,è vastis- 
simo; contiene gran quantità di trofei che 
rammentano i bei giorni della monarchia 
8vedese,e molti altri oggetti cheriferiscon- 
8Ì alla storia del paese. In una sala si con- 
serva TeiGgie del sovrano in legno di buon 
inlaglio.Si mostra un battello che si pre- 
tende fatto costruire da Pietro 1 il Gran* 
de nel cantiere di Sardam; la camicia in- 
sanguinata trovata al re Gustavo Adolfo 
quando perì a Lutzen; l'abbigliamento 
completo di Carlo XII, allorché fu ucci- 
6o,e composto di uniforme di panno bleu, 
come semplice soldato, una larga cintura 
di pelle di bufalo, alla quale è appesa u- 
uà spudaccia lunga 5 pied)|du« stivali e 



STO 63 

• 

guanti estremamente stretti e piccoli, ed 
un cappello perforato verso la parte drit- 
ta vicino la tempia, buco cagionato dalla 
palla che die morte a si grande eroe. Pos- 
siede Stoccolma gran numero di società 
letterarie e pregievoli. L'accademia reale 
delle scienze fu fondala nel 1 789, da una 
piccola associazione che contava ti*a'suoi 
membri il celebre Linneo : ha essa 1 00 
membri svedesi e 60 forestieri; l'agricol- 
tura,ilcommercio,lemàni£itture, le scien- 
ze filosofiche e matematiche,£jrmanol'(^* 
getto de'suoi lavori; vedesi con interesse 
il suo museo, la biblioteca, l'osservatorio. 
L'accademia svedese istituita nel 1 786 da 
Gustavo IH non conta che 18 membri, e 
limitai suoi studi al perfezionamento del* 
la lingua svedese. Altre accademie sono, 
quelle delle belle arti, dell'istoria e del- 
le antichità, quellami litare, di architettu- 
ra, pittura e scultura, di musica, la socie- 
tà patriottica scandinava e d agricoltura, 
la biblica. Vi e scuola di navigazione e di 
disegno, il collegio di medicina e chirur- 
gia che soprintende su tutti gli stabilimen* 
ti medici del regno, la scuola di tecnolo- 
gia , ec. La biblioteca regia conta quasi 
5o,ooo volumi; il gabinetto de'minerali, 
quello zoologico sono preziosissimi; lecol- 
lezioni particolari sono numerose e inte- 
ressanti. Stoccolma è Tempono del com- 
mercio della Svezia centrale. Pochi porti 
sono tanto profondi e così vasti quanto il 
suo, che trovasi tra lo Staden o città, lo 
SkeppsHolmen , ed il Blasie-Holmen : 
1000 vascelli ponnostarvi in sicurezza, e<l 
i piti grossi giungono sino al]e riviere. Il 
solo impaccio che incontri la navigazio* 
ne viene prodotto dal gran numero d'i- 
solette e di scogli che inibarazzano l'in- 
gresso dello stretto verso iiBaltico; gli sco- 
gli sono coperti di frondosa verzura,altri 
hanno casolari graziosi di legno dipìnti 
in rosso. I due forti di Vaxholin e di Da- 
laroe guarentiscono il porto» ch'é 3 leghe 
discosto dalmare aperto. Le principali e- 
sportazioni consistono in ferro, legname, 
rame^catrame; il eoinmercioiaterDo assai 



64 STO 

i*agguiirdefole,trovKM fuciliUtodal loiigo 
lagoMaelnr,cÌie fu vorìsoeptire ilooinmer- 
do esterno |>er meito del caimle di Soe« 
dertelge tliibilito fra il lago e il Baltico. 
Hanno le manifatture e le fabbriche f a« 
rietà e attifitài e vi li distinguono par« 
ticolarmaite le telrarie, le raffinerìe di 
suocarOydi panno, eli cotonine, di cappel* 
li, di seterìe, d'orologierìe, d'ary^enterìei 
di ttroineiiti matematici, porcellana, ma* 
iolica, fonderie di cannoni, cantieri da co* 
strutione, utensili di ferro e di rame, rì* 
nomateessendo le fonderìe di ferro a stan- 
ga che formano uno dei primi articoli 
commerciali, cateto dalle magnificile mi • 
niere di Danmora, situate fra Stockholni 
e Upsala. E la i .'piatta manifiittrìce del 
regno,e£i più del 3.** del commercio del* 
Testeriio della Svctia. Si dice die H)\oNa» 
po/i può ri f aleggiare fra le capitali d'Eu- 
ropa colla città di Stovkliolm |>er l'anie- 
nitù de'dintorni,etsendo sulle sponde del 
IVIaelar sparse deliziose case di villeggia* 
tura, ed al nord sono due sorgenti mine* 
rnli. I castelli o regie delitiosittiine ville 
che In ciroondano,soiioquellediRosendal, 
diea'ai martoiSig rimase in parte pre- 
da delle fiamme, Rosesberg, CJlrichsdal, 
Drotiiingholm, Haga, Carlsberg e Start* 
»jo.Quantoalla edificazione di Stockholin 
fciri|»ortaal6ecoloXIII,ali25ooali254. 
Dopo la morte del re Enrico XI il Bal^ 
ho, il conte Berger viceré o governatore 
della Svesta, risoluto d'immortalare il suo 
nome, formò il progetto di fondare que- 
sta grande città. Ma come nelle grandio- 
se operatiopi non mancano maidelle con- 
trarietà, a queste gravemente fu sogget* 
to: e molto si trovò imbarazzato nella scel- 
ta del luogo conveniente, e quindi non 
volendoci fidare né alle sue cognizioni, né 
al suo buon gusto, narrasi che un giorno 
slanciasse sulle acque all' estremità del 
Ingo Maelar un pezzo di legno in forma 
di bastone, giurando che dove si fermas- 
se, colà sarebbe edificata la nuova città; 
e in fatti dopo qualche istante vide il ba- 
stone presso risola vicina. Fedele al suo 



STO 

gininmento il eoDle ISsoe dbhncHthi 
tà, die prese il isonne di •Sodfayii.i 
sia isola di legno, o di bastone, «bAa 
petto di legno,c da AoImb, isola. Aknp 
tendono dalia grande quantità èfei 
che si portarono par aoslmirla.Us 
tradizione popolare della IbadaMé 
rodienia ea|>ilale della Svena. Hm 
cremento fu rapido , uia solo ad ss 
XVII meritò di divenire 
corte reale, prìma stabilita adi' 
pitale Vptaia. Stuckholoi quiadie 
dentini politici e storici della Svakjti 
està si compenetra la sua storis. 

STOlA,S^la,Zt>na,OrarimLh 
abito, ornamento sagro, die eoaik' 
una strìsdo di stoiCi, proprìaddh 
de' vescovi, il cui oau è omoeiSDaC 
doti e ai diaconi soltanto, nsaéirii> 
to ai suddiaconi, come didiiaraaib 
Diclich e altri liturgia. Si pone éé 
nella parte media, onde brmaéd 
che cadono sul davanti fino d htfl' 
pra o sotto il ginoodiio. Queste^ 
rono staccate da irautìoo abito apoW 
vanti e chiamato Stola, di cui \it^ 
conservato il nome. Furono aitici^ 
mate Orarium^ dalla parola oi«»^ 
gnifica bordo, estremi tii, percbèkit 
liste terminavano il bordo ddrskit| 
me osservò Giosefib, Aniiek. gaJL^ 
cap. 8, parlando del lembo della ic'^ 
lare d'Aronne; cosi s. Giù. Crisorti^ 
espresue, dicendo della stola ufoem 
Fu dunque la stola detta orano A^ 
ni litui*gid,|)ercui Biiiio parlando 
alio di Liaodicea, che mólti dì 
brutosotto s. Silvestro 1, dichian:" 
rìumidem cut in antiquis Patribaii 
Stola, quae est Vestis sacra non 
jus USUI sacerdotibus ae diaoonis 
sus e<t,siibdiaconis interdictus". 
sinonimi Orario e Stola, e Ba 
Inft, Clet\ cap. 1 4i ^ Alcuino,^^'' 
nis Cffficiis e. 39, dicono: Ororìs*' 
lam vocoiii. Avverte pei*ò il Magfli' 
iizin de' vocahoU ecclesiéuticit is ^ 
Sbla, che sebbene da molti visse' 



STO 

mata Orarium, presso i greci tal voca- 
bolo significa solamente la stola diacona* 
le, a distinzione della sacerdotale, detta 
EpUrachelion e in significato di collana 
o sopracollare,$ebbenepoi i sacerdoti mo* 
derni mutando sito in portarla sulle spal- 
le pub chiamarsi Superhumerale{F,),ed 
i maroniti e altri cristiani arabi chiama- 
no Battirscin, Anche Costantino Curo« 
palata distingue la stola dall' orario det 
greci, poiché parlando dell'adorazione 
della Croce, scrive che la porta l'arcidia-^ 
cono vestito non della stola, ma dellWa* 
rio. L'etimologia della voce orario. Bai- 
samone nel can. 20 la fa derivare dal vo- 
cabolo greco significante osservazione^ 
perché 1* orario sembra particolarmente 
proprio de' diaconi soltanto, come assi- 
stenti de'sacerdoti celebranti e come os* 
servatori de'sagrì misteri. D'altronde Du- 
rando, De riLeccles. lib. a, cap. 9, é d'av- 
viso che l'orario sia voce latina, prove- 
niente da OS orisy cioè bocca, poiché da 
questa derivano la lode e la preghiera. 
Nel voi. XXXlf, p.i4^ e 146, parlando 
de'paramenti sagri de'greci, descrissi l'o- 
rario del diacono, e la stola del sacerdo- 
te, colle simboliche spiegazioni. Inoltre 
orario fu detto altresì quel velo, con cui 
per divozione cuoprivansi le Reliquie dei 
santi. Sull'etimologia del vocabolo Stola 
ponno vedersi il cardinal Bona, Rerum 
liturgicarum^ cap. 24 ; Le Brun, Spiega* 
zione della messa 1. 1 , p. So; Lambertinì, 
Della s. messa sez. i, cap. 4; Vert, Spie^ 
gazione delle ceremonie della chiesa^ t. 
2, p. 326. Secondo le spiegazioni del ci- 
tato Alenino, la stola fu detta orario per- 
ché conviene agli oratori o predicatori. 
Si porta sul collo l'orario, in maniera che 
l'estremità arrivino alle ginocchia, e si a- 
dattino sul petto in modo di croce, che 
secondo Simeone di Tessalonica, si rife- 
risce alle ali degli spiriti angelici, l'uffi- 
zio de'quali esercita il diacono. Ne'primi 
tempi alcuni diaconi avendo avuto Tarn- 
bizipne di portare due orari, il concilio 
^'^ di Toledo del 633 determinò col can. 

VOL. tXX. 



STO 65 

39, che non convenendo due orari a'sa- 
cerdoti e neppure a'vescovi, molto meno 
convenivano al diacono ministro inferio- 
re. Dipoi i diaconi sdegnarono di portare 
l'orario scoperto, nascondendolo sotto la 
7baice///7(^.).Quanto alla Tbri^ca^ veste 
lunga econ maniche lunghe,chiamata(9A^* 
la da'romani e da' greci Calasiris^ tutti 
i popoli d'oriente la portavano, come pro- 
vasi con molti monumenti,di statue e bas- 
8orilievi,che si ponno riscontrare nellaMi- 
tologiaj alcuni popoli però usarono ma* 
niche corte e si disse stola o tonaca reale» 
come abito ordinario de're ede'magistra- . 
ti, poiché arrivavano alla metà della par- 
te superiore del braccio, a somiglianza de- 
gli abiti odierni denominati rubboni,ed 
usati anche da' Gonfalonieri^ Priori (/^.^t 
anziani enitri magistrati municipali, ecoa 
larghe stole di lama o tela intessuta d'oro 
o d'argento. La tonaca o stola si vede nei 
monumenti, principalmente nelle perso* 
ne, che per la loro condizione erano sog- 
gette a pubblica comparsa, sempre cinta 
da una benda o fascia piti o meno larga 
di stoQa. La stola presso i romani era il 
vestito distintivo delle donne d'alta con- 
dizione e matronali. Le maniche erano 
lunghe, e scendeva sino a' piedi: d'ordi- 
nario era di porpora, adorna di galloni 
o bende di sioSa d'oro, di cui pure era 
orlata tutta all'intorno nella parte infe- 
riore; ed é questo il motivo per cui le pa- 
role stola e instita sv prendono talvolta 
negli autori per la castità e la modestia 
che vieppiù convengono alle donne di di- 
stinzione, che sole ottennero il permesso 
di portar la stola,dopoche la palla(sinoni- 
mo del peplos de'greci, ossia il manto o 
esteriore vestimento delle romane, che vi 
ravvolgevano il corpo senza affibbiarlo e 
meno largo della toga ) fu concessa alle 
donne del popolo e alle cortigiane. Su 
questa palla le matrone per distinguersi 
ponevano la stola,altri dicono il contrario, 
che sulla stola usavano la palla, di cui gli 
uomini non potevano decentemente ser- 
virsi. Presso i greci però la stola era co- 

5 



66 STO 

niUDe o'due seni, e io generale incliciva 
qualunque tonaca lunga; ed in un tento 
più particolare significò una tpeded'aUto 
proprio delle donne assirie, lungo e con 
maniche, che Semiramide rete comune 
ancheagli uomini,affincbèilsuo Iravcati- 
mento da uomo fosse meno osservalo. 
Quindi gli auirì e caldei, concedendo una 
fèsta anniversaria agli schiavi, uno di essi 
fiiceva dare, vestito di stola simile a regio 
ammanto e chiamata togana, come dissi 
nel voi. LXII, p.ia4. Questo vestimento 
dagli auirì passò a'medi, i quali a tempo 
di Ciro lo comunicarono a'persi, perchè 
quel principe lo credè atto perla sua luo* 
ghezxa ad ascondere i difetti del corpo, 
e a far comparire la belletia della statura. 
Cbiamavansi stolide le pieghe di certi ve- 
stimenti degli antichi, i quali curavano 
di mantenerle collocando con arte la cin* 
tura, dopo di averle formate allordiè ti 
lavavano: Senofonte parla di una stola di 
lino così increspata. 11 Buonarroti, Fasi 
antichi divtlro^^. 1 5 1 , parlando della sto- 
la, veste matronale e delle donne nobili, 
ampia esenta aictin ornamento, osserva 
che in progresso fu ridotta a forma più 
stretta e angusta, a cagione che venendo* 
f\ le stole ad arricchì i*e d'oro e di ricami, 
si sarebbero resedisadattea portare^quan* 
do con quegli stessi abbellimenti si fosse- 
ro mantenute con tutta Tabbondanza di 
panno , che aveano nella loro primiera 
semplicità. Queste vesti prexiose non e* 
rano solamente usate dalle matrone gen- 
tili, ma anco le portavano le cristiane^ co- 
me si raccoglie da Tertulliano, De cultu 
faeminarum lib« 2, cap. 9 e 1 o; poiché si- 
no da'primi tempi della Chiesa si conver- 
tirono alla fède persone d'ogni condizio- 
ne, come pure attesta Origene. Il mede- 
simo Buonarroti ne' Medaglioni tratta 
della stola olimpica, e delle stole usate dai 
baccanti. Il p. Bonanni, La Gerarchia ec* 
vlesiastìca considerata nelle stesti sagre e 
civili^ cap. 5i: Della Stola, incomincia 
dall'a V vertira non doversi confondere l'or- 
namento usato da' Sacerdoti (F.) e dai 



STO 

Diaconi(F^,€omm propriodislialiaÉ 
grado diaconale, con quella d^li»is 
che con tal nome significaroMoga» 
te di veste, cfaiamaiidoai aiolà hfoki 
lare delle donne oneste, topncsisp 
neve il Pallio f/'.^^ onde cantò Ooa 
Ad talos stolas demissa, ef eàamk 
palla j e nell'Apoenliase ai dice de'ta 
qui dealbaveruni sioias suasuim^ 
Aengnijcioèle loro vesti. Stole sièi 
ronodette le vesti taoerdolali dcgKéi 
così nel I .*librode'Maccnbei cap^is,» 
ce die Gionaia sacerdote imdukstti 
sacerdotali^ il die non si può ialoà 
se non della veste usata dal ssoaéi 
mentre in tal tempo oon tmìsià^ 
cui qui si parla. Ma leggo pnreisla 
ài^Annali ecclesiastici ao. 1 7, b.*i,^ 
do il ricordato GioseSo , die rìM< 
Giudea in provincia, I presideoliiitf 
iniperìali s'usurparono andie lem** 
gre, con dare e togliere il aomnsSi^ 
dazio (F.) ; perocché eranii mfài^ 
della stola pontificale, aoliln costfii 
nella torre Antonia TidiionllHfM 
nendosi in una cella serrata esaìfl^ 
con l'impronta de'Pontefici e ds'tf^ 
del sagro erario, alla quale II oéI^ 
accendeva ogni di una lucerna, CM^ 
nintrava la stessa stola al acromo isb^i 
te 3 volte l'anno, cioè nel tempoél^ 
giuno nel quale egli l'usava. Coakt^ 
la erano congiunti due altri vertii^ 
chiamati Snpemmeralee Ravoiuk^ 
bedue insigni per le pietre preiiatCi 
la stessa autorità di Gioae£b, rìlcnl 
ualdi all'an. 37,n.°i,cherecandodii( 
rusalemme L. Vitellio proconaolei! 
ria, concesse ai sacerdoti che ai ooaM^ 
se la stola cogli ornamenti pooti6at 
tempio, come praticavasi prima dhi 
gnasse Eiode. Eguftlmeiite ricavai 
daGiosefTo, riporta Rinaldi all'an. (fi 
28, che Cuspio Fado procuratoit< 
Giudea molestò gli ebrei per oagieoc 
la stola ponlificalegià restituita loro^ 
curnndo egli di ridurla di nuovo il 
terede'presidentiromaui. Pertantoi 



STO 

darono i giudei eoo sua licenza ambascia* 
lori a Claudio imperatore, il quale ad ì* 
stanza di Agrippa figlio del t*e Agrippa 
defunto e che stava presso di lui, ordinò 
che gli ebrei fossero mantenuti inposses* 
so della stola» Il vescovo SavneìVifDisserié 
eccl. t, 3, leti. 16 : Della stola^ abito pon- 
tificale^ sacerdotale e diaconale^ riferisce 
che nella sagra Scritturarsi chiama stola 
la veste talare e onorevole che copriva 
tutto il corpo e usata da' medi, dicendo 
la Genesi /^\ e 4^^ che Faraone costituì* 
to Giuseppe viceré d'Egitto, F'estiviteum 
stola byssina. Che i sacerdoti vestivano 
la tonaca di lino chiamata stola, ed i le- 
viti l'aveano di lana, ed a'quali la conce- 
de di lino re Agrippa senza riguardo al- 
la legge.Ghe la tonaca di giacinto del som- 
mo sacerdote, detta anche umerale, pure 
si disse stola, così il superumerale e stola 
santa. A Pontefice ed a Sacerdozio par- 
lai di quello massimo de'romani, dignità 
riunita negl' imperatori e ritenuta anco 
da alcuni di quelli cristiani; dissi delie sue 
insegne^ e che la loro stola custodi vasi in 
Campidoglio. Di questa stola del Pontefi- 
ce massimo deS*omani parla ancora Sar* 
nelli, la chiama tonaca, e che gl'impera- 
tori ^indossavano sotlo l'imperiale palu- 
damento, avendola adoperata ancogl'im- 
pera tori cristiani finoa Graziano, non per 
8agrificare,ma per la somma podestà che 
ne ricevevano» Il Pallio pontificale é una 
specie di stola, ed è perciò chiamato Sto» 
la apostola lus y Stola archiepiscopatus^ 
Stola pontificali. Il Manipolo{P^.) è unn 
piccola stola, eguale ad essa nella forma, 
nella materia e negli ornamenti. La sto- 
la è di seta, di stoffa, di drappo, di lama 
d'oro o d'argento, de* Colori ecclesiastici 
{ P'.) de'sagri Paramenti ( f^.)3bianca, ros- 
sa, verde, paonazza, nera,e rosacea per la 
IV domenica di quaresima nella cappel- 
la pontifìcia, come descrissi nel voi. Vili, 
p. 275,ed a Cotoni. Perla Messa é egua- 
le nella qualità della stoffii e ornamenti, 
alla Pianeta (F.)^ così quando si assume 
col Piviale {P)t\9^ DalmadcaiV.y Nel- 



STO 67 

V Avvènto e nella Quaresima^ il diacono 
ministrante nelle messe cantate depone la 
pianeta piegata (questa depone ancora il 
Suddiacono) o la dalmatica, e sul Ca- 
mice assume un largo stolone paonazzo 
a traverso del corpo, pel canto del van- 
gelo, restando così fino al Post Commu- 
nio in cui riprende la detta veste sagra. 
Leggo nelle Indicazioni pe* maestri delle 
ceremonie pontificie di mg*^ Fornici, a- 
vere osservato l'altro maestro di oeremo- 
nie mg.*^ Dini nel suo Diario mss.chenel' 
le antiche e recenti descrizioni della cap* 
pelle papale per la benedizione delle pal- 
me, e nel ceremoniale inedito di Paride 
de Grassis, si dice che il diacono deve es- 
sere sine stola. Non sa però precisare da 
quale epoca siasi introdotto l' uso della 
stola, discute le ragioni hicinde, epropo* 
ne che debba continuarsi.Ordinariamea- 
te la stola è lunga 9 palmi circa, e larga 
mezzo palmo, ma nell'estremità termina 
con quasi un palmo di larghezza* In que- 
ste due estremità e nel suo mezzo corri- 
spondente al collo, vi è la croce di gal- 
lone o trina d'oro, d'attento, di seta, o 
di ricami di tali materie. Vi sono stole 
pili o meno nobili e ricche di ricami e di- 
ornati. Nelle due estremità suole poi*sl la 
frangia di seta, di oro e di argento filato. 
Nell'assumersi e nel deporsi la stola, si ba« 
eia la croce di mezzo; i fedeli sogliono ba* 
ciare una delle croci poste nell'estremi- 
tà. La benedizione della stola è nel Po/i* 
tificale Romanuni par» 2 : Specialis Ih:* 
nedictio cujuslibet indumenti. La stola è 
l'ornamento de' vescovi, de'sacerdoti e dei- 
diaconi. I vescovi la portano sempre pen* 
dente dal collo e discendente pel petto. I 
sacerdoti la incrociano sul petto celebran- 
do la messa; ne'vesperi e in qualsivoglia 
funzione, il sacerdote adoperando la sto- 
la Qol camice, il cingolo e il piviale, de- 
ve incrociarla parimenti avanti il petto, 
come prescrisse il concilio di Braga cap^ 
3, disL 3, e riferisce Ga vanto, Rubr. Miss. 
par.i, tit.19, n.°4- I sacerdoti usano la 
stola peodeote; nelle processioni, ne'fuoe- 



68 STO 

rally iie*tÌDodi| io una parola quando u* 
MoolaooUa^moiÌDÌttraodo i sagramem* 
ti, benedioóiido e predicando. I diaoooi 
la mettono da iiniitra a destra a foggia 
di darpa. Aotioamenle , nella maggior 
parte delle chiese, i sacerdoti non inoro- 
davano la stola; ooà pure i certosini ed 
i duniacensi. I vescovi e altri prelati die 
portano la Croce pettorale (V.) non u« 
sano di (ormare la croce colla stolay per* 
chi portano odia detta croce attaccata e 
pendente dal collo le sagre reliquie : il 
Nardi vi comprende anche la croce gero* 
mata episcopale. La stola ha molti siin* 
bolici e morali significati, che leggo nel 
Magri, altri li riporterò poi col p. Bonan* 
ni. Denota il giogo soave della legge di 
Cristo , Tinnocenza e perseveranza nelle 
opere buone. Secondo Balsamone , con 
portatasi al collo, alludealle funi colle qua- 
li fu legato il Salvatore nella sua passio* 
ne e alla sua croce , che perciò si forma 
in modo di croce avanti il petto. Simeo- 
ne di Tessalonica dice che denota la gra- 
zia dello Spirito santo, il che si accorda 
colla preghiera detta dal sacerdote men* 
tre si pone la stola: Benedictus Deus^ tfui 
effudil gratiam super sacerdotes suos. Al 
dire di s. Germano, la parte destra della 
stola significa la canna data al medesimo 
Salvatore per ischerno di re, la sinistra 
simboleggia la croce portata dal medesi- 
mo sulle sue spalle. Altre significazioni 
mistichee morali della stola, si ponno ve- . 
dere in Lambertini. Dichiara Magri, in* 
decente abuso di que'sacerdotiji quali in* 
vece di porre la stola al collo, come pre- 
scrivono le rubriche, la buttano sopra le 
spalle pendente tutta dalla parte di die« 
ti*o, tenendo più conto della comodità e 
polizia,chede'profoodi misteri significati 
nella stola attaccata al collo, massime per 
rappresentar Cristo, che con la fune al ^1- 
Io fu condotto al sagrifizio: dice che co- 
sloro non portano la stola dell'immorta- 
lità, ma un paio di bisacce. Tali sacer- 
doti considerino attentamente le gravi 
minacce d'Innocenzo III: Dentasi, Mis* 



STO 

«iiecap. 54* IMieCergoaaeerdQSttca- 
duro decretom BradiMnesiaisaNMiliim 
eodemque orario oerviocm parilcrid» 
rumquehuoieniin prenieiisdgauiGi 
ds in pectore suo pracp^mre. Si qw» 
tem alitar egeritexcomsDuoicatioaiè^ 
tae subjacebit".Nola partieolaraKBlei 
gri,che devesi oonaklerare la parsk» 
vieem. e che in un aaeaanle antiduMM 
legge, che quando il anoerdotcnad^ 
va la stola, prononsùivn qucata anni 
Stola fuititìae circumda Domimm 
ctin meani.Inoltre eaai oootra vvca^ 
un'altra misterioea oerefiioiiia,pcRUa 
le due parli estreme dcUa atola a«r 
nano i fianchi, restnndo corte ndka 
ta,alla quale appena arri vano. Eeeskp 
role dd medesioio Papa lnnoeeaal 
«Quae a collo per aolcriora disedi 
dextrum, et sinistrtUD latut adonMt,f 
perarma justitiae a dextrìa et a aa* 
idest in prosperis, et in adverdssMBk 
debet esse munitus". Inoltre aggiaf! 
die tal positura della stola non canif» 
de al sito nel quale fu impoata dala* 
voneirordinazioneal preabilcnlo^tf* 
le pred da esso pronuauale inqdb 
ìo,^Ccipejugum Domini^ec liddM 
diio di Braga del 563, cap. 9,disLv> 
comanda sotto pena di acomunioitt 
cerdoti, che ricevendo la coamoioan^ 
prino la stola. M Cumsacerdoaud salcio 
missarum accedit, aut per ae Deoa^ 
fidum oblaturus, ac sacra naentuttC^! 
porisetSanguinisD.N. Jeau ChristiiH' 
plurusnon alitar accedat^quam orarii^- 
i*oque liumero drcumseptua. Si qaaih 
ter egerit excomrounicationi debitaei 
jaceat". Alcuni affermano esser 
mortale, perchè questo precetto ii 
pena grave di scomunica, dunque 1 
ga a colpa moi*tale. Altri dicono asK 
ser colpa mortale, come rAzorio, tfairf 
1 3, par. I, lib. i o, cap. 28, perché sM 
religiosi osservanti non usano la slolsi^ 
la comunione pubblica nel giovedì sÉi 
(di che riparlai a Settimana SAaTi),*^ 
tre che la Glossa sopra il citato cbboìi 



STO 
dicliiara essere in uso questo precetto 
quando il sacerdote «t comunica nell'in- 
fermilà solameate; ma Magri pensa che 
doie l'uso di portare la stola sta in o«- 
scrvania, non si deve cosi facilmente la- 
sciare, essendo precettudi cosa facileeche 
eomodameate si ritroia. I) Gavanto dice 
che i domenicani nou usano portare la 
stola nella comunione del giovedì santo, 
il che è falso, leggendosi nelle rubriche 
del loro messale:» Deinde fiat communio 
fi'ati'um hoc ordine, ut a majoribui io- 
cipiendo a sacerdotìbus cum slotts super 
cappas". il Confesiore{F.) nel Confissio- 
nale. (/^.) deve usare la stola sulla Cotta 
{y.)\ per l'eccellenu dell'abito religioso 
e sua benedizione, i religiosi su dì esso e 
seoia la cotta usano la stola nell'ammi- 
nistrare il sacramento della penileaaa. 
BeoedettuXni,con editto del cardinal vi- 
cario di Roma, ordinò che nel confessa- 
re in chiesa o in sagrestia, i confessori se* 
colari usino la cottaestola, e questa i re- 
golari, sotlopeoa di sospensione dì con- 
fciiare agliuni e agli altri. Tra gli obbli- 
ghi pertanto del Sagrìsta e riportati dal 
Diclicfa, vi é quello, che in sagrestia sie- 
no sempre in pronto delle cotte e delle 
' stolepericanf^ori,dÌco)areGonveniea- 
te (paonauo), se vi sìa la consuetudine, 
che certamente si deve introdurre, onde 
non si amministri senza stola il lagraraen- 
lo della penitenu. Vi tono alcuni paesi 
ae'qUBliunacdesiattlconon PreJica(f^.) 
mai Mnia la stola, oome in Fiandra, in 
lulia « albrove. Dice Hagri, che la stola 
li pub portare anoa da'predicatori «econ- 
Jolacomuae usanza, la quale non ti pra- 
tica in Boma per riverenza del sommo 
Punkfìce, che continuamente ndopra la 
stola anco per le pubbliche strade, ed e- 
kiai 111 io senza che nmministri i sagramen- 
ti. Sarnelli loda l'uso dello stola ne'pre- 
diostorì sui pulpiLi, e perchè non si ado- 
pera in Rotila per vcueraiione al l'apa, 
^■1 sle«i cardinoli predicando ne'Ioro ti- 
Ito la mo" 



STO 69 

mente sulla raozzetta, e lo afferma pure 
il Magri. Però fuori di Roma,taDta i car- 
dinali, quanto ì vescovi adoperavano la 
stola sulla molletta come n Papa (egual- 
mente dichiarandolo il Magri), pei'ché la 
stola scoperta portala fuori dell'amminì'- 
slrazione de'sagramenti è segno di giuris* 
dizione, e colla quale nelle pubblidiepro- 
cessioai si distinguono i parrochi da'sem- 
plici preti, e con essa intervengono nella 
soIenneprocessionechefailPapadel Cor- 
pus Domini. Aggiunge Sarnelli, che aa- 
ticamente, quando usavasi dappertutto 
la veste bianca talare detta alba, specie 
di camìcedi venato poiRoceheUo{F.),aoa 
la sagra, ma l'usuale, portavasi da' par- 
rochi [a stola anche in viaggio, oc'cooGni 
pei-ò di loro giurisdizione, ed inoltre cre- 
de che questo si praticasse anche da've- 
scovi ne'Ioro viaggi, poiché il ceremooia- 
le de'vescovi all'antica stola surrogò una 
fjscia.DissiaSiGBisTiDELPAFi,ch'ésem- 
pre insignito del grado episcopale , che 
quale parroco de' palazzi apostoli, recan- 
dosi Del sabato J>in(o a benedire le pon- 
tificie stanze, vestito di colta estola, giun- 
to in quella ove risiede il Papa, si leva 
la stola ed a lui dà l'aspersorio onde la 
benedica, il Marangoni, Dei/e co» gen- 
tilrsche, p.i4o (ed io ne parlai ad Anjt- 
Giri),dice che BonìfactoVI li, amorevole 
con quella sua patria, istituì nella catte- 
drale la dignità del preposto,ecavaado- 
si la tua propria stola d'oro di dosso, la 
die per onorifica insegna al i." preposta 
ed a'suoi successori; mentre i canonici a- 
Teano quella della mozzetta differente 
dall'altre, perchè avea la forma dell'an- 
tico Laticlavio {f.) senatorio, che dalla 
spalla sinistra steodevasi sopra 11 petto, 
terminando in forma circolare sopra il 
fianco liaistro, con un cordone pendente 
fino al ginocchio con fiocco d'oro. Però 
InnocenioXlil neh 733 tolse a) preposto 
la Itola d'oro, e invece gli concesse l'abi- 
to dì protonotario apostolico, ed a'cano- 
I l'utO della cappa magna sul rucchet- 
toifurde'Valicani. BeoedettoXI V 



70 STO 

decorò di »U>Ie d*oro Tiotcro collegio dei 
parrochi urbani di tua patria Bologna. Il 
Camerlengo del clero romano ( F,)^ e cbc 
lo rappretenta, nelle procesMoni per di- 
stinzione usa lo stolone al collo. 1 parro- 
chi in diferti luoghi usano stoloni » che 
chiamansi stoloni parrocchiali, e per i sa- 
gramenti che amministrano e altre fun- 
zioni adoperano bellissime stole. Sebbe- 
ne 9^* Sovrani {F.) i Papi concessero l'uso 
d'alcune vesti sagre, non mai accorda ro • 
no loro la stola, tranne all' Imperatore 
(F.) pel cauto àtW Evangelo ( F,), e della 
VII Laione{F,) nella notte di Natale,in 
cui gli donavano lo Stocco e Berrettone 
{F.) benedetti. A Suddiacono ragionai, 
se è considerato per tale. Dìui a Cbbto- 
siHE che queste monache hanno l'uso del- 
la stola e del manipolo, cantano l' epi- 
stola e l'efangelo, e con tali sagri indu- 
menti sono sepolte. All'articolo Benb- 
DETTo IX, e nel voi. LIV, p. 5a, nar- 
rai le condizioni imposte da quel Papa ai 
polacchi, per dispensare Casimiro I mo- 
naco e diacono, a di venire re eam mogliar- 
si, fra le quali che i nobili portassero al 
collo una £iscia di lino bianco a guisa di 
stola nelle feste principali di Cristo e del- 
la B. Vergine, e che tutti si tosassero la 
lesta a guisa de'monaci. 

L' orìgine della stola, veste sagra, il 
Buonarroti p* 78 la fa provenire dal pau- 
no che usavano i primi cristiani di por- 
tare nel tempo òtWtì presterà sulle spal- 
le. Elgli osservò in alcuni frammenti di 
vasi antichi di vetro, i ss. Apostoli con un 
certo panno di mediocre grandezza sopra 
le due spalle, fermato sul petto con flbu- 
la, la quale apparisce ornata di gemme. 
Altrettanto vide in altre figure, e perciò 
credè che i cristiani antichi, almeno nel- 
le città grandi, dove ve ne fossero molti 
convertiti dalla Sinagoga (F.)^ portas- 
sero in tempo delPorazione tal veste,nel* 
la qual congiuntura il rispetto e la natu- 
rale convenienza dettò a moltissime na- 
zioni di stare, per riverenza della divini- 
Ih, in abito decente e modesto, coperti, 



STO 

velati ed umili. E ooose gli dirci allt 
pubbliche oratiooi apcGulowate oai 
soliti portar sulle spalle e gli alth sUba 
panno, iu forma di aesnpiioe e pitai 
manto che circondava le spalle, e ^ 
che volta si aflKbbieve sul petto oosii 
la, probabilmente elIrctUinto si pota 
da'prìmi cristiani. Al qual oostniaep 
che alluda s. Giovanni nM'Apeeéa, 
descrivendo i i4 vecchi pieni di tìs^ 
di timore e di riverenza avanti alba 
dell'Agnello, coperti di bianche mt^» 
me si vede negli antichi musaici èà 
chiese di Roma» dipinti con paniib 
chi che cuoprono spalle e roani, rik^ 
già mento proprio de'aupplicaoti. Poi 
aggiunse, questi manti, come saolea 
venire, essendo stati tra lavasti òd^ 
furono ritenuti dagli ecclesisstici(eai 
con altre sagre vesti e già civili), ai 
pili religiosi nel mantenere i boosit 
(lini e i primieri istituti, e coki se lifaf 
loro propri e diventarono si puòdat 
prìme vesti sagre, delle quali si tn»n|i 
molto spesso fatta mensiooe daglii^ 
tori sottonome di itole e di oranjàfi 
che si portavano come la stola deUes 
trone, sì ancora perché si adoperala 
da'sagri ministri nell'atto di porgeR|S 
ghiere a Dio, come si legge nel ch.» 
del 4**' concilio di Toledo, e in Bedi,^' 
sept. ordinibus^ e sì perché finaloMsk» 
veano somiglianza co' piccoli panaick* 
mati or^.Eche veramente questi ai^ 
antichi sieno la slessa cosa della stoht: 
clesiastica, ne abbiamo riprova ncUeit 
magini di s. Lorenzo arcidiacono èk 
chiesa romana (martire nel a6i)tiil> 
dalle medesime pitture. Si vede iadS 
santo con questo panno sulle spalle,i'< 
peraltrogÌRnoto,come rilevò Fausto i^ 
la vitadis.Maurosuocompagno,ches0 
raa'diaooni prima che fosse loro cobobÌì 
to il Ca/o^io (f^.) e la dalmatica,per<|B' 
che tempo e in alcuni luoghi si oaé^ 
l'uso della stola; il che pure si dedaoeà 
que' medesimi canoni che in altre fC 
viocie li privarono poi di questo àf 



STO 

ornamento, come dal ricordato concilio 
di Laodicea, e dal can. 1 3 di quello di 
Auxerre» e dall'uso piìi recente fu intimo- 
dotto, che i medesimi la portassero sulla 
spalla sinistra^ lasciando nuda la destra 
perchè fossero più liberi a operare, e per 
una certa distinzione da' sacerdoti; così 
parimenti ne'musaici di s. Lorenzo fuori 
delle mura di Roma, si vedono i ss. Ste- 
fano e Lorenzo diaconi col detto panno 
solamente sulla spalla sinistra. Né deve 
recar meraviglia la diversità nella sloia o- 
dierna stretta e angusta,poichééavvenu« 
to ad essa lo stesso che a molti altri a- 
biti sagri, come la Pianeta (F,), lì Piviale 
(/^.), de'quali per minor peso, a cagione 
delia loro molliplicilà, non è rimasto al- 
tro che la semplice striscia, ov*è il rica- 
mo, come si vede chiaro nel manipolo e 
nel pallio^ e secondo alcuni nel piviale 
de'ihipi, il quale taglialo vogliono che sia 
diventato quella stola,che continuamen- 
te porta fuori di casa il Vicario di Cristo, 
quando però si fa precedere dalla Croce 
pontificia (^.).Dice Sarnelli che la stola 
fu nome generico e confacente ad ogni 
sorta di veste, fino ad una tovaglia che 
copriva le spalle, come notò s. Isidoro, 
Orig, lib. iQj e. 34* Che la nostra stola 
e tanto più corta di quella delTantico Te- 
stamento, quanto è maggiore della figura 
la verità; eche Costantino I volleche fos- 
se pubblica insegna del Papa. Opina che 
anticamente ia stola nostra fosse ancora 
tonaca umerale, attorniata da una gran 
fascia, che serviva anche per camice; e 
che dipoi introdotto il camice si ritenes- 
se la sola fascia, e di tonaca divenisse col- 
lana, come riferiscono Durando, Ralio* 
nal, div, off', lib. 3, cap. 5 ; Riccard, in 
Comment, ad ord, 6 s. Prodi; il cardi- 
nal Bona, Rerum liturg, GalUc. lib. i ,cap. 
7, n. I . Quindi vuole che la stola ponti- 
ficale si adoperasse dal Papa nelle pub- 
bliche udienze in concistoro, e nelle pub 
bliche strade. Leggo in Magri, nell'arti- 
colo Amictus^ che in caso di necessità si 
può adoperare il manipolo in vece della 



STO 71 

stola, e questa in luogo del manipolo. 
Trovo nelle vite de'Papi, che s. Stefano 
I del 257 istituì la benedizione delle ve* 
sii sagre, e proibì a' sacerdoti e diaconi 
l'usarle fuori di chiesa, ed a'iaicì l'adot- 
tarle, e che s. Zo&imo I del 417 ordinò 
che i diaconi usassero di stqla pendente 
dall'omero sinistro al fianco dritto, e lo 
notai a Ducono parlando delle vesti sa- 
gre e dell'orario. Ritornando al p. Bo- 
nanni, dice che nel 6.** sinodo generale 
gli abiti sacerdotali furono chiamati col 
nome di stola, ma meglio quell'abito sa- 
cerdotale fu chiamato da'sagri canoni O- 
rarium^ dal verbo oro che significa pre- 
gare, e nel concilio di Toledo si mostra 
conceduta a'diaconi perché Toffizio loro 
era il predicare, e lo stesso affermò il ve- 
scovo Saussai nella Panoplia sacerdo* 
tale. Per le ragioni già dette, anche il p. 
Bonanni confessa che la stola fu presa per 
l'orario o per altra veste propria del sa- 
cerdote e del diacono. Che l'uso di essa 
sia antichissimo, Tavverti pure Goar nel- 
la messa di s. Gio. Crisostomo; A posto • 
lica institutione^ primum fuisse in Eccle- 
Siam inductu ex actis s, Clementis (zio 
di Papa s. Clemente I del g3) hahemus 
apuds. Antoninum^ De mysticis script. 
cap.i, de Pallio^ par. i,tit. 6, cap. a6. 
Perciò essendo stato il santo coetaneo de- 
gli apostoli, riflette il p. Bonanni, con vien 
dire ehe in quel tempo cominciò l'uso 
della stola ; opinione adottata pure dal 
Saussai, e la dedusse da quanto scrisse 
Teodosio patriarca di Gerusalemme a s. 
Ignazio patriarca di Costantinopoli, rife- 
rito dal Binio, De conciliis p. 6 1 2. »* Po- 
deremet superhumeralecum mitra,pon- 
lificalem stolam s. Jacobi apostoli, et fra- 
tris Domini primi archiepiscorum hu- 
jus ecclesiae, qua antecessores mei pa- 
triarchae circuma mieti semper in Sancta 
Sanctorum ingredìebantur, qua et ego 
Indutus sum eamdem gerens tuo deside- 
rabili, et hooorando, mihi capiti ex cimo- 
re,el dilectionis copia dignus perfruaris". 
Dal che si vede ancora la distinzione del* 



71 STO 

le veslì e sagri ulentili mandali e umU 
da s. Giacomo. Clic verio il H'Ho fotte iti 
ufolastolaySÌ ricava dugli atti di s. Viii- 
ceoxo diacono e martire, presso Sigcbcr- 
to in Chronica. Circa In lurma e mate- 
ria antica di tal Ye^tc, il Toniatoiiio, De 
ìfeier. et nov. eccUs. dùci pi, 1. 1 , p. 5 1 3, 
awverle ch'era una fascia larga di lino, 
la quale poi fu ristretta ooiiie ora si usa, 
acdocckè non fosse d'impedimento alle 
ationi sagre, particolarmente da'diaooni 
greci, non essendolarga più di circa mea- 

10 palmo, e segnata in 3 luoghi col nome 
di Dio, Agios, e quella della chiesa lati- 
na è segnata con 3 croci,e nelle due estre- 
mila è alquanto più larga. Anzi, aggiun- 
ge il p. Bonanni, si suole adoperare fiitta 
di materia preziosa, abbellita unclie con 
ricami d'oro e di perle, non essendo più 
in vigore il decreto del 4«^ concilio di To- 
ledo, il quale vietò che la stola fosse or- 
nata, pi'escrivendo che si fiicesse di sem- 
plice tela di liuo,e ciò perchè in quel tem- 
po era uso che i diaconi se ne servissero 
per asci ugare il sudore della fronte,quan - 
do ad alta voce recitavano gli evangeli. 

11 concilio di Braga nel can. 9 fa fede che 
la stola era di lino, vietando di ascondete 
la sotto il camice. Cessato poi l'uso di tal 
pauno, cominciò la mutazione della for- 
ma e della materia della stola. Non po- 
tendosi precisamente asserire l'epoca del 
mutamento, pare che nel secolo IV giù 
si praticasse, poiché riferisce Teodoreto, 
Ist, eccies, lib. 2, cap. 1 7, che s. Cirillo 
di Gerusalemme chiamò in giudizio Aca- 
cio, perchè aveva venduta una stola pre- 
ziosa donata da Costantino I a Macario 
suo predecessore. Confessa Tomassino, 
non aver potuto trovar la ragione per- 
chè l'orario fu chiamalo stola, col nome 
della quale venne sempre significata una 
veste per coprir tutta la persona : e nel 
cap. 41 della Genesi si legge, che Giu- 
seppe datosi a conoscere a'fialelli die lo- 
ro due vesti dette stole. Noudimeno mu- 
tato l'orurio siiio dagli aulichi tempi in 
ornamcuto ecclesiastico^ vcuue chiamato 



STO 

stola in tulli i riluali, e ai farab im 
lunga fascia usata io modi di tersi, à» 
coni, saoerdoli e vcacuvi, nel laodot 
spiega il p. DooMunì nel cap. 5a: hfL 
modo ti usa ia siala e da ^uaUpam 
eeciesiaslicke. Inooinìiicia dal iàm 
re, che l'uso dellu stola nel sagrifiàia 
l'altare è di gran prcoeClo,ooflMB« 
dal cap. Ecciesiasi.fAuì. a.3,che|inE 
ve pure l'uso deiramillo, camice^oa 
lo, manipolo e pianeta. E'ancbepnii 
l'amministrazioDe de' aagramcatis 
l'uso della stola, eooetto quello «Icfiip 
nileiiza, benché il concilio di Miliae 
i565 vietò Tarn oiinistraaioue (li u. 
senza stola; e neh 579 proibì che in 
lari udissero leconfèasioni aenza itoii,t 
crelo che confermò il coodliod'iiic 
1 585. Notò Marlene» De Hl antif.^ 
8, art. 9, che fusefopreantichimap 
rogati va del diacono^stabililadaglif 
•Ioli, quando istituirono i 7 diacaìfi 
ministero della chiesa, il portare bis 
rito costantemente praticato dalledi 
orientale e oocidenlale; ed aggioige^, 
detta stola si soleva portare da'diai*^ 
giorno e la notte per un anno ìntenA 
uso fu prescritto a'sacerdoti nel ca^ 
Tiburien.can. iGpressoDurcardo:"^^ 
sby Ieri non vadent nisi aiolà vd 90 
iiiduti". La qual pratica fu purerÌGiit- 
la da Giovanni Monaco nella viliè^ 
Odone,» qui primo post ordioatiiii' 
suam nocte expergelàctus, et pradcr* 
lituin sentiensappensam collo suoitd^ 
fiere ooepil".Il Marlenaedice chedì* 
in uso nel secolo XII presso moltec^ 
•e. Che la stola si adoperi nel Sè^. 
e amministrazione de'sagi*auienti,c0*] 
luato quello della penilensa, osicn>>'r 
p. Bouanni, che conviene per euatf{ 
abiti saceiHlotali significativi della (^ 
gione e non di giurisdisicoe, nella coip 
desta si fonda il sagramento della pc^ 
lenza. Nondimeno ove è l'uso ùuAf 
dicare come nel confessare, è mollo )é 
vole e di decoro l'adoperarla» in divo* 
modo però da quello che si usa nel Ut 



STO 

pò della messa. Poiché significando que- 
sl'usione ia passione di Gesù Cristo, il sa- 
cerdote adopera la stola pendente dal col- 
lo e sovrapposta al petto in forma di ero* 
ce, ma nelle altre funzioni pende dalle 
spalle liberamente verso le ginocchia;eco« 
me è di parere l'Amalario lib. i, cap.20, 
ciò dimostra rurailtà quanto dev'essere 
profonda nel sacerdote. Siccome Tincro- 
ciar la stola sul petto, insegna s. Bona- 
'ventura,De//i^5<. missae^ rìcovda la pa8« 
sioue del Redentore, ovvero può indica- 
re il cambio fatto dal popolo giudaico , 
prima favorito, poi lasciato e posto nella 
parte sinistra; il vescovo però non la so* 
vrappone in ci*oce sul petto, ma lascian- 
dola pendere significa il pastore divino, 
il quale unirà i due popoli^ et fiel unum 
oviUf ei unum Pastor, A' queste pie in* 
terpretazioni , devesi aggiungere il rito 
antico del diacono, di portar la stola sulla 
spalla sinistra pendente sino a'piedi, sen- 
za esser legata dal cingolo, come appa- 
lisce iu molte immagini, ed in quella di 
8. Pier Damiani del secolo XI, che il p. 
Bonanni riporta a p. 1 88, ove si vedono 
3 croci nella parte anteriore della stola. 
Questo modo non più si pratica da'dia- 
coni latini, i quali pongono la stola sulla 
spalla sinistra, dalla quale trasferiscono 
le due partiestreme al fianco destro, ove 
legasi col cingolo che cinge U camice, af- 
finchè la mano destra sia libera nel mi- 
uislero,secondo l'ingiunto dal memorato 
concilio di Toledo. La legatura poi nel 
fianco destro, vogliono alcuni significare 
la fortezza nel resistere agl'incentivi del- 
la carne.Questo uso fu statuito a'diacoui 
dal concilio di Braga, at contrario dell'u- 
so militare della tracolla che regge la spa- 
da, per segnale che li distingue da'sacer- 
doti. L*uso però di portar la stola sulla 
spalla sinistra pendente e libera verso i 
p^edijfu ritenuto dalla chiesa greca, e al- 
trettanto pratica l'armena. Noterò che il 
p.Bouauni, parlando de'sagri ministri di 
molti riti e nazioni, tratta delle loro vesti 
sagie^ delle loro stole e uè riporta la fi- 



STO 73 

gura ; ed io a' rispettivi articoli non ho 
mancato di parlare delle vesti d'ogni ri- 
to e nazione. Si può vedere Renaudot, 
LUnrgiarum orientalium cqllecdo^e l'ar- 
ticolo Liturgia. A PoLisTAURio parlai del 
pallio de'greci, ed il Sarnelli ne tratta nei 
t.io, lett.ao, e lo chiama stola di tutte 
croci, e la dice usata anche dagl'impera- 
tori greci. Nella chiesa greca la stola dei 
sacerdoti è differente dalla diaconale, poi* 
che è più larga, e posta sul collo pende 
verso le ginocchia, con essere unita avan- 
ti il petto, e tale si adopera anco da' vo- 
sco vi, comeda'sacerdoti siri e armeni, né 
l'uso di essa si permette a' diaconi. Sti- 
mò il Morino, De sacris orcUnalionibus 
p. ( 75, che nella chiesa latina l'uso della 
stola derivò da quella greca, ma senza ad- 
durne prove; asserisce bensì che l'uso co- 
minciò nel monachismo pe'suddiaconi e 
pe'chierici, ma ciò fu proibito dal conci- 
lio d'Orleans del 5oi, nel cap.a2,lascÌHu- 
done l'usoa'diaconi, e solamente pel tem* 
pò in cui assistono al sagrifizio e non ia 
altra funzione,benchètia io servizio della 
chiesa, come fu determinato oel concilio 
diCarlagine del 253:«»Diaconus tempore 
oblationis tantum vellectionis utatur ". 
Anche il p. Bonanni dice dell'uso de'sa- 
cerdqti, d'assumere la stola senza le altre 
vesti sagre nel comunicarsi, sia nel gio< 
vedi santo, che in letto se infermi. Si usa 
la stola anche da' ministri eretici della 
chiesa anglicana e predicanti, per segno 
di loro carica^ in vigore della liturgia di 
Carlo 11, portandola di seta nera sulla ve- 
ste talare e lunga sino a'piedi,ma con ri- 
provevole abuso^ Di gran lunga lodevole 
e conveniente è l'uso continuo del som- 
mo Pontefice, il quale la tiene pendente 
dal collo sopra la mozzetta, qualunque 
volta apparisce io pubbiico,in segno del- 
la somma autorità pontificia, più o me- 
no preziosa, secondo richiede il rito pra- 
ticato da esso, come notò Nicola de Brai^- 
lion. Deforma Pallii cap. 3. 11 p. Bonan- 
ni non pare soddisfatto di quelli che cer- 
carono di spiegare i misteri contenuti nel- 



74 STO 

la Itola, ch'egli chiama pie coosiderazio- 
ni, e coDclude col vescovo Durando, De 
indumentis lib. 3, cap. 5,cioé che la stola 
M adtnonet illum^ qui eam induitur, ut 
memoi* sit sub jugo Christi, quod leve, 
et sua ve est, se constitutum" ; indi eoo 
Ivone à\Q\ìdi\ivt%yDesignificatlone indù- 
mentorum sacerdotalium, aggiunge che 
•i può dire^pendere la stola dal collo ver* 
so la parie anterioi'e, e oroare il lato de- 
•tro e sinistro,» utdoceatsacerdoteai per 
arma juslitiae adextris et a sinìstris, idest 
in prosperis,et ad versus debere esse mu« 
niluin, quod ad fortitudinem perlinet, 
sinequaceterae virtutes facile expugnan- 
tur, et minime coronantur". Inoltre la 
stola significa quella dell' immortalità e 
vita eterna della gloria, come scrisse il 
Corona a p. 607, accennata nelle paro* 
le ehe dice il sacerdote nell'atto di porla 
sulle spalle: m Redde mibi Domine sto- 
laiK nnmortalitatis,quam perdidi in prae- 
varicalìone primi parenlis".Ledue par- 
ti pendenti significano la pazienza a cui 
Dio promette la gloria, come scrisse ti- 
gone, De $acr, part. 4)lih. 2, cap. 4* H 
r<Iardi, Deparrochi, riporta varie erudi- 
zioni sulla stola, che nell'antichilà, come 
al presente, non potevano portare che i 
vescovi, preti e diaconi, gli altri essea* 
done espressamenteesclusi.Quandoi pre- 
ti urbani ed anche suburbani doveano 
assistere ogni festa alla messa del vesco- 
vo, indossavano camice e stola. Il sinodo 
provinciale di Gnesna prescrisse, che nel 
concilio provinciale o diocesano i vesco- 
vi e abbati sieno con mitra, i canonici cum 
superpelliceis, dalniuUis, et patvis mi» 
tris, et cappis^ seu pluviallbus, Rectores 
vero ecclesiaruntj et simplices sacerdo» 
tes cum superpeUiceis et stolis tantum sy- 
nodum intrent; ed anche i frati sacerdoti 
cum stolis, 11 concilio di Buda del 1279, 
assegna ne' sinodi diocesani mitra, stola 
e piviale agli abbati; stola e piviale a'ca- 
nonici ; a' parrochi e altri preti cotta e 
stola; a'mouaci o sacerdoti regolari stola 
soltanto. 11 sinodo di Colonia del 1289 



STO 

concede camice e stola a' vicari foranei, 
e sola cotta a'parrochi, ciò che fece anche 
il sinodo Nemausense nel 1 284; per cui 
dichiara Nardi, la stola è insegna natu- 
rale del saceixlozio, tutti ì preti la dovea- 
no portare nel sinodo, e ponno usarla se 
l'assumono i parrachi. Nel sinodo di Lie- 
gi del 1187 i vicari foranei erano in ca- 
mice e stola, gli altri preti in sola cotta. 
Da tutto questo, Nardi con alcuni cano- 
nisti deduce contro Thiers e altri che la 
definirono distintivo parrocchiale, che la 
stola non significa giurisdizione, nò mag- 
gioranza, ripetendo con Scarfant e An- 
tonelli : Stola non dat ma/oritatem, cum 
sit tantum signum sacerdotale j e con s. 
Tommaso, la stola non è che una veste 
presbiterale. Riporta la concessione del 
1717 fatta dal vescovo di Rimini a'par- 
rocchi di città onde portare la stola nelle 
processioni, ma insorte divergenze col ca- 
pitolo della cattedrale, nel 1 718 la s. con- 
gregazione de'riti approvò la concessione, 
ma di avere vigore solamente quando t 
canonici fossero vestiti cogli abiti sagri di 
tonacellee pianete;quindi ne'sinodi quan- 
do il capitolo non era in vesti sagre, i pie- 
vani non assunsero il piviale e la stola, 
né questa i parrochi. Nel 1766 fu in tal 
città stabilito, che predicando un, parro- 
co corani capitulo, non possa usare ia 
mozzelta nera che aveano ottenuta dopo 
formato un collegio, ma debba tenere la 
stola sopra la sola cotta. Sebbene Nardi 
dichiari che la stola é distintivo di sacer- 
dozio non d' uffizio, pure confessa, che 
quando poi il prete fa un atto sacerdo- 
tale, allora si che è segno di autorità sa- 
gra, come quando confessa, predica, be- 
nedice,aspergecoiracqua santa, battezza, 
dà l'olio santo, fa funzione o qualunque 
cosa sacerdotale all'alta re, o benedizione 
fuori dell' altare, adopera la stola, non 
per sola insegna saceixlotale, ma quale 
veste che indica la sagra di lui podestà. 
Quando poi entra in chiesa una proces- 
sione o altra unione, il prete di quella dà 
l'acqua benedetta coll'aspersorio avendo 



STO 

la stota^ essendo? i il vescovo deve levar* 
sela e consegnare al medesimo l'asper- 
sorio. A PuBiFiCAZiONH parlai di quella 
delle donne dopo il puerperio, che il par* 
rocoo in sua vece altro saoerdote,ÌD cot* 
ta e stola va a prendere versoi! fine della 
chiesa, e conduce all' altare, prendendo 
la donna una delle parti estreme della sto- 
la. Nell'articolo Sposalizio, parlando di 
quello mistico delle monache nella loro 
vestizione, riportai il rito usato daBene- 
detto XIV con una monacanda, in cui 
assunse la stola preziosa sulla mozzetta, 
e tenendola candidata colla mano destra 
la sinistra parte di detta stola, laccom- 
pagnò alla porta della clausura; termi- 
nata la funzione, il Papa depose la stola 
preziosa e riprese fusuale. llDiclich,^is. 
sacro-liturgico^ all'articolo Ebdomada^ 
r/Ojdice che non si deve usare la stola dal 
celebrante nelle ore canoniche, inclusi- 
vamente a'vesperi solenni: in Venezia e- 
ravi l'uso di adoperare la stola ad ogni 
ora canonica, ma posto inattività il con- 
trario decreto della s. congregazione dei 
riti, nel 1834 da due lustri era quasi di- 
strutto. All'articolo Eucaristia^ riporta 
la rubrica che prescrive doverla ammi- 
nistrare il sacerdote vestito di colta e sto- 
lardai coloreconvenienteall'uffizio di quel 
giorno; e sebbene il Baruffai do opinò con 
molte ragioni che la stola fosse sempre 
di color bianco, ciò che si osservava un 
tempo nella basilica di s. Marco di Vene- 
zia, tuttavia è chiaro il prescritto della 
Chiesa, a cui certamente non si può op- 
porre. Anticamente era molto disonora- 
to un vescovo, allorché era privato del- 
l'ora rio o stola, per cut dice l'Anastasio 
Bibliotecario in s. Agatone cap. 28, che 
essendo Macario patriarca d'Antiochia 
condannato come eretico nel VI sinodo, 
Basilio vescovo di Creta, pubblicamente 
Io privò dell'orario e così lo degradò. An- 
che a Sacerdozio parlai della degradazio- 
ne degli ecclesiastici, e dello spoglio che 
con sue formolo si fa di tutti i sagri pa- 
ramenti, compresa la stola. Riportai nel 



STO 7$ 

concilio di Quedlimhurgo, presieduto nel 
io85 dal cardinal Ottone, che questi si 
pose la stola, fece accendere i cerei e fuU 
minò di Scomunica (^.) l'antipapa C/e* 
mente Ill^ed i pseudo- vescovi suoi fau« 
tori. 

DeUa stola del Papa. Il citato p. Bo« 
nanni, cap. 90 : Della stola usata dal 
sommo Pontefice fVÌkrìsce che qualunque 
volta il Papa comparisce in pubblico a 
per qualche funzione, porta sempre pen- 
dente dal collo una stola nella forma cha 
esprime in una figura a p. 365. Essa è 
lunga sino ad un palmo sotto il ginocchio» 
alquanto unita sul petto da un coi*dono 
formante un nastro,con lateralmente due 
croci. £' tutta ricamata cou arabeschi , 
ossia fregi di foglie e fiori, pendendo dal« 
le due estremità lunga frangia. Tale slo« 
la, egli dice, è sempre di seta ricamata 
d'oro, di colore o bianco o rosso, secon- 
dochè si usa la mozzetta o bianca o rossa, 
come si prescrive ne' rituali, alcune volte 
più, altre]meno preziosa, usandola nello 
solennicavalcate ricamata di perle. Si no» 
minavaanticamenteOrdtriVi/Ts^perchénèt 
tempi della nascente chiesa era lecito il 
portarla solamente a chi predicava, co- 
me fu prescritto dal sinodo di Liegi, uf- 
fizio proprio de' diaconi, secondo la piii 
comune sentenza, che perciò non poteva* 
si usare da'suddiaconi e altri chierici in* 
feriori. Negli antichi secoli i vescovi, i sa- 
cerdoti, i diaconi ta portavano continua* 
mente, ma di poi il solo romano Ponte- 
fice la porta in segno di sua suprema di- 
gnità, poiché è proprio del Papa di pa* 
scere il gregge,o colla sua voce o per mezzo 
de'suoi ministri, colla predicazione e la 
dottrina evangelica. Il Nardi sulla ragio* 
ne addotta da Alenino, che la stola si chia* 
mò Orarium^eo quod oratoribus^ hoc est 
praedicatoribuSj concedaturj e sul can^ 
4o del concilio di Toledo, Orarium o- 
portet les^itam gestare in sinistro humero, 
propter quod orat, idest praedicatj os- 
serva che il vescovo è predicatore perchè 
dottore unico, e non può commettere la 



76 STO 

predicaiione vera che al prete e al dia- 
«suiio. Il Papa dunque come vescovo dei 
'vescovi, con pili di ragione gli conviene 
dappertutto e sempre portare la stola. II 
Muratori, Disitert, n 5** Delle vesti, dice 
che nel secolo IX i preti uscendo in pub- 
blico sempre portavano la stola al collo, 
ed il conciliodi Magonza delfS 1 3 col can. 
28 vietò loro d'andarne senza. Già notai 
di sopra che anco i vescovi portavano la 
stola pendente in ogni luogo,e che in pro- 
gresso di tempo essendo ciò andato indis- 
uso, solamente al Papa ne restò l'uso, e 
preceduto dalla Croce pontificia^ è una 
delle speciali prerogati ve e distinzioni del* 
la suprema dignità pontificia. A nclieNar- 
di osserva, che ne' tempi bassi i preti e i 
diaconi lasciarono di portare le stole fuo- 
ri delle chiese; rimase l'uso a' vescovi co- 
ine più tenaci degli antichi costumi ; il 
Papa poi, anche più osservante della ve- 
neranda antichità, la porta ancora oggi* 
(Ti di continuo, significando il portar la 
tlola anche per signiim castitatis. Il Gre- 
scimbeni, nell'Istoria della basilica di s. 
Man a in Cosmedin p. i4S) riporta il di- 
segno dell'anticliissima tavola di musaico 
€}ollocata da Giovanni VII del 7o5sul* 
l'altare della cappella da lui £atia fabbri- 
ca re in s.Pietro,co me narraXorrigio nelle 
Grotte {faticane, nella quale oltre Tim- 
magìne della B. Vergine e del Bambino, 
e quella probabilmente dell'aitsangelo s. 
Michele, vi è la figura d'un monaco con 
abito bianco simile al camice, sul quale 
ha l'orario, eh 'è una striscia simile alla 
stola, la quale è ricamata di gioie, alcune 
rotonde come rose e altre quadre, l'una 
sotto l'altra disposte, che Crescimbeni sti- 
ma lo stessoGiovanni Vile non già s.Pao- 
lo e il precedente s. Pietro come vuoleSe- 
ìrerano nelle Memorie sacre; se pure tale 
immagine da esso riferita non era fuori 
del quadro e in altra tavola contigua, co- 
me pare dal riferito da Grimaldi, non es- 
sondo veroTassertodaPiazza nella Gc;r<2r- 
c/èia cardinalizia circa il diadema qua- 
dro. *Si può vedere Ciampini, De sacr. 



STO 

aedi/, p. 7S,n.^i i4«sect. i5, p.io3. Di- 
chiarai a MozzETTA che il Papa usa sem- 
pre la stola usuale di raso rosso o di da- 
masco bianco, così le Scarpe (^.). Que- 
ste però e la mozzetta, secondo i tempi 
(che dichiarai meglio a Scabpa) e le fun- 
zioni, sono di seta o di velluto, di panno 
o di cammellotto. La stola usuale però 
e sempre rossa e di seta, delle qualità ac- 
cennate. 11 colore rosso l'usa nella moz- 
zetta e scarpe in tutto l'anno, il bianco lo 
prende subito dopo la cappella del sa- 
bato santo, e lo porta sino e inclusive al 
recarsi a quella del sabato in Albis^ do- 
po la quale riprende il rosso. L'abito di 
mozzetta e stola si chiama abito ordina» 
rio di camera, abito domestico.^ abito u- 
suale: con esso si reca alle funzioni delle 
cappelle pontificie nel palazzo apostoli- 
co che abita, ma senza stola e senza per- 
ciò farsi precedere dalla croce (come no- 
tai nel voi. Vili, p. 329), l'una e l'altra 
adoperando recandosi per Roma , nelle 
chiese, ne'monasteri, negli stabi limenti^ 
nelle visite a'sovrani; nelle F'illeggiatu* 
re e ne*P^iaggi (^.)^ andando ne'Iuoghi, 
e massime nel visitare le chiese. Però es- 
sendo in Roma o in villeggiatura o.altro- 
ve, se il Papa recasi ne'luoghi suburbani 
a trottare e camminare, veste la zimmar- 
ra, e perciò senza la mozzetta e senza la 
stola. Che con questa è indivisibile colla 
delazione della Croce pontificia, a quel- 
l'articolo lo dichiarai. Spetta al Maggior- 
domo {F,) nelle pontificie stanze di por- 
re sulla mozzetta del Papa la stola usua- 
le che gli presenta l'aiutante di camera: 
gli fa prima baciare la croce di mezzo, e 
nel porla al collo vi sovrappone il picco- 
lo cappuccio della mozzetta, in modo che 
tale croce resti visibile. Nel ritorno tal 
prelato leva al Papa la stola, gli fa ba- 
ciar la croce, eia restrtuisce all'aiutante 
di camera. In assenza del maggiordomo, 
supplisce il prelato Maestro di camera 
(F".). A.vvertii nel voi. Vili, p, 296, 298 
e 3oo, che il Papa facendo la Lavanda 
di'* piedi (i^.) nel giovedì santo nella ba- 



STO 

sìHca Vaticana, deposto il piviale rostò, 
con stola paonazza del sagro paramento 
e camice, sebbene vi si rechi preceduto 
dalia croce e colla stola usuale rossa sulla 
noozzetla, spogliatosi degli abiti sagri, rì« 
prende la mezzetta è non la stola usua- 
le, nel recarsi a servire a Pranzo quelli 
cui lavò i piedi,eadonta che perciò tra* 
versi la basilica, non lo precede la croce, 
comechè incede senza la stola. Oltre le 
dette due stole usuali e proprie della moz* 
zetla,il Papaco'sagri paramenti adopera 
altre stole, quasi eguali nella forma e ma- 
teria alle usuali. Nelle messe private per 
istole adopera quelle del colore proprio 
di esse. Nelle pubbliche funzioni usa le 
stole proprie de'sagri paramenti di 4 co- 
lori, bianca, rossa, paonazza e rosacea, 
secondo il colore del Manto che indossa, 
ed anticamente adoprandoil pìvtalene* 
ro, così era la stola. Il piviale o manto 
rosso lo adopera anche in luogo del co- 
lore nero e di quello paonazzo, per cui 
nell'avvento, nella quaresima e in altri 
tempi che laChiesa usa il colore paonazzo, 
allora il Papa di tal colore assume la sola 
stola/:osi ne'funerali.Qualora ilPapa do- 
vesse celebrare in tempi che i Colori ec' 
cUsiasiici (/^.) devono essere verdi, di 
questi sono i paramenti e così la stola; i 
casi però sono rarissimi. Tutto e meglio 
dichiarai aCApPELLE PoimFiGiE,descriven« 
do tutte quante le funzioni sagre che il 
Papa celebra o assiste,ordinarie e straor- 
dinarie. Quando il Papa interveniva ai 
MaUutini{F.),\nCappa (r.)efelda, sot- 
to la cappa prendeva la stola paonazza, 
ma 'non era preceduto dalla ci*oce pon- 
tificia, la quale sempre lo precede entra«* 
do nelle cappelle per le funzioni, però col 
manto o piviale, la mitra o il triregno. 
All'arlicolo Concistoro parlai de'concì- 
stori segreti, semipubblici e pubblici. Nei 
concistori segreti il Papa si reca in mez- 
zetta nella stanza ov'é preparata la Fai* 
da (^•), questa assunta, riceve sulla mez- 
zetta dal cardinali.** diacono de'presenti 
la stola di raso rosso concistoriale (colore 



STO 77 

che si u^ in ogni tempo), della qoale e. 
della £ilda é custode il Bussoiante {F,y 
sotto-guardaroba, e dopo aver baciata U 
croce di mezzo:questa stola é quasi eguale 
all'usuale di coloi^ rosso (e bianco odia 
settimana di Pasqua). 11 Papa così vesti- 
to, entra nell'aula concistoriale. Termi- 
nato il concistoro, nella detta stanza il 
prefato cardinale gli leva la stola, dando- 
gli a baciare la detta croce. Di che parla 
il Chiapponi, /^c//i canonizationis p. 53. 
Ne'concistori semi pubblici e pubblici il 
Papa nella stanza della falda assume que- 
sta, il camice, ilcingolo, la stola e il manto 
ix>$so, e la mitra : la stola gliela pone e 
leva il detto cardi nale,sempre facendogli 
baciare la croce di mezzo. Se il Papa si 
reca in qualche chiesa a celebrar messa 
bassa, e se vi sono cardinali, al più anzia- 
no tra i diaconi appartiene dopo la pre- 
parazione di levargli la stola dalla moz- 
zetta e poi imporla dopo finita la messa, 
consegnandola e ricevendola dalPaiutan- 
te di ca mera,come notai ne' vol.XXX V i f^ 
p. 187, XLI, p. 289, e dichiarano Ma- 
gri al verbo Stola y ed il vescovo SarnelU 
nella citata lett. 26 del t. 3, oltre Luna- 
doro, Relazione della corte di Roma, «• 
diz. del 1 646, p. 1 41 • Se non vi sono car- 
dinali diaconi, supplisce l'ultimo caixli- 
nale prete de' presenti o altro. Non essen- 
dovi alcun cardinale, ciò £1 il maggioi*do- 
mo, ed anticamente apparteneva al Sa» 
grista del Papa, come quello che ordina • 
riamente lo assiste in tale messa all' al« 
tare e vestito di cotta e croce pettorale. 
Quando il Papa recasi nelle chiese per le 
funzioni, giunto nella sagrestia o camera 
de'paramenli,gli leva dalla mezzetta, e 
di poi su di essa gli rimette la stola usuale 
il piò degno tra' cardinali diaconi, sup- 
plendo un cardinale prete in loro assen- 
za. Tanto la stola usuale, che la mezzet- 
ta, dopo levate al Papa restano sul Lello 
de' paramenti (^'). Quel medesimo car- 
dinale che ha levalo la stela usuale, pone 
al cello del Papa e dopo la funzione ri- 
toglie, anche la stola facente parte del sa- 



\ 



;tì 6 T O 

grò fiarnniento,edilcilaloChinppom nn 
parla a p.173. Ne'pontiGcalial li-ono, pel 
coQto dell'ora di terza, il cerdinnl diaco- 
no ministiante te*B si Papa quella in- 
dorsata pereuaegli pone quella pili no- 
bile pei' la metSH solenne, olire ^ti altri 
magnifici paramenti. Nella mallina della 
Processione del Corpus Domini,*6\\ Pa- 
pa celel)i-a la mesta nelln cappella Sisti- 
na, e come disii io parte ne' voi. IX, p. 
53,eXLI, p> 174-1 *£ già in està sono ve- 
nuti icnrdinaIi,ecome leggo nelle ricor- 
da te /n^/caii'oni di mg.' Fornici, il sagri- 
ita consegna l'aspei-iorìo al caixtinnl de- 
cano o più nnciano, il quale lo presenta 
al Papa,indi il cardinale (lineano piii an- 
tico dopo la preparazione gli leva la stola 
usuale Tacendogli baciar In ciuce (in que- 
lla e in altre funcioni in cui s'indoiiano 
gli abiti sagri, in mancanza de 'cardinali 
diaconi suppliscono i cardinali preti, ma 
in aljilodiaconale),eil in sua maDCaotao 
di altro cardinal diacono ciò eseguisce il 
maggiordomo: alle lavande della mani, 
ìldellocardinaldecanoopiù anziano pre- 
senta il manille al Papa per asciugarsi le 
roani. Dice il medesimo mg. r Fornici, che 
quando il Papa ritiede nel Valicano, oei 
venerdì di maiiodopo la predica Ae\ Pre- 
dicalore apostolico (^.), discende co'cai'- 
dinali in s. Pietro, dopo cLie il più degna 
cardinale diacono gli lia posto la stola u- 
suale sulla mozzetla, avendo già il cardi- 
nale depoiln la sua cappa, il cLe non fa 
se il Papa già l'iia preia in camera dal 
maggiordomo. Il cadavere del Papa dui 
i'ej|ifentieri^fz(/c(Tni(/^.) sita va-e quin- 
di si velie cogli abiti usuali della mot- 
zetla, si espone nellesuestanze scoia Ito- 
la, e in lai modo e senta essere preceduto 
dalla croce ai porta nella cappella Sisti- 
na, ove poi spoglia to della monella e dol- 
le scarpesì veste degli abiti poatifienli di 
colore rosso, inclusi va mente «lU itola •' 
scarpe di essi, e coA vestito poieia ai fH'- 
ne nella cassa mortuaria. Nel «ol.- VI 
3o4, parlando del cadavere del Pm 
guendo uno scrittore, lo ditri «i 



STO 

mente vestilo di motietta e stola, e per 
inavvertenza lo ripetei nel voi. LXIV,p- 
94, sebbene con <oJa mozzetta avesii di- 
cbiaralo doversi vestire sia nell'esposiiio- 
ne nelle pontificie )lai)ze,sia nel trasporto 
solenne ia Lettiga (F. ) e teaza «sere pre- 
ceduto dalla croce papale, ne'vol. Vili, 
p.i86e(87,XLVIl,p.32,cheveiamen. 
te sono i luoghi ove desa'issi tali funzio- 
ni, ed ivi affatto non nominai la itola. 
Tanti minuziosi dettagli, dovendoli rica- 
vare da molti aittori, apesio tra loro in 
contraddizione, ed essendo fallaci anco le 
coM di fatto per essersi sbaglialo, talvol- 
ta non fui felice di emendarli, ad onta 
della più icrupolota diligenza e ricerche 
indeFesse; però mi giova rifletlere sugli 
innu mera bili errori che corressi o retti- 
ficai, ed essendo uomo, cioè fallibile, noQ 
sempre mi è dato ciò fare, perciò vuole 
la discrezione e l'equità di non eddebi~ 
tarmi que'fallì che non potei conoscere, 
in grazia de'moltiisimì emendali, e per 
quanto i-imaivui a STAiiPA,aSToBiA e al- 
trove. Ed in fatti,cheil cadavere del Pa- 
pa eaponeudosi e trasportandoli cogli n- 
bili ordinari e usuali, non debba portare 
laslola, lo provano ancora quelle due te- 
stimonianze. Leggo nel contemporaneo 
diiii'iila Cecconi, Diario ùiarieo p. 684i 
sulla morte ecadavend'lnnocetuo XIII, 
che fu vestito di touana, manetta « ea- 
miiuro(msncanodiiMin)air(iilroneAe(- 
lo, la fascia, le searpe), iodi al wlito e- 
sposto nel suo palazzo apostolico Quiri- 
nale (perchè ivi mori), sotto il baldacchi- 
nD,alU vista del popolo, ivi concorsa per 
vederlo e baciargli i piedi.» Lasero del 
giaved> a un'ora di notte, disleso in la) 
fprma il cadavere col cnppello in capo, e 
sen/a stola e croce, eniro una lellig» di 
velluto tutta guamiu di franale 
d'oro, ed iiperl« da ogni pnrle, t'incti 
larono tulli ordiratamcnte, dal Qi 
ile.vemo il palaizu Vatìcano-lti gii 
iclln cappella Sistina, ì peotiei 



'ine 

i 



STO 

ino e salmeggiando in bassa voce),- 
ato il cadavere degli abili dometti- 
estito degli abiti pontificali di co* 
OSSO} cioè rocchetto, camice (man« 
singolo, la stola, i sandali» i goanti, 
lalmatica, pianeta, fonone, pallio, 
di tela d'oro (anch'io nel citato voi. 
. 2o4 dissi eli lama d oro, seguendo 
irato Novaes, Dessert 1. 1, dissert. 
g, ma quando ne ragionai espres* 
ate nel voi. Vili, p. 1 87, a MrriA, a 
xRODB'RoMAiri PoHTEFiciydichiarai 
tra di lama d'ai^ento,econ essa vidi 
li i cadaveri di Leone XI le Piovili, 
.^ anche collocare nella cassa), ed ai 
due cappelli pontiGcali (ne riparlai 
lo articoloSBPOLCBo)di velluto ros* 
e si fanno portare dal sommo Fon* 
nelle pubbliche funzioni (nelle so- 
CavalcaU)ónòue camerieri segreti 
da 4» e meglio ne riparlai a Sotba- 
DB'RoMAiri Pontefici), e posto detto 
ere sopra una bara portatile in for 
i letto funebre, circondato di torcie 
lezzo di detta cappella, venne assi* 
ll'intorno da 'prenominati peniten- 
ì\ s. Pietro, quali con cotta e stola 
davano recitando i salmi ed altre 
preci... poi dal clero della basilica 
ina, precedendo la sua croce,fu por- 
1 chiesa il cadavere, seguito da'car- 
". L'altra testimonianza la ricavo 
67 e 68 del Diario di Roma del 
, di quanto fu praticato col cada- 
li Pio VII. Morto al Quirinale, fu 
> con sottana bianca (non sono no- 
i altri indumenti), mozzetta rossa 
auro, e si espose con letto e baldac- 
di colore rosso in una delle anti- 
e,con 4 cerei agli angoli: nella sera 
seguente fu portato il cadavere in 
aperta da due mule con gualdrap- 
»mente guarnite, vestito come ho 
e col cappello usuale, alla cappella 
I del Vaticano, ove fu vestito pon* 
nentee con mitra di lamad'argen- 
osì fu esposto e poi sepolto. Ne'so- 
Possessi de Papi ( ^.) sino e indù* 



STO 79 

si ve a Leone X nel f5 1 3 s'incedeva in ca- 
valcata e con paramenti sagrì e mitre a ca • 
Tallo,ed ilPapa vestiva i sandali, l'amittOi 
il camice ^tfut^la croce pettorale,la j<oila 
albam, la tonicella,la dalmatica, la piane- 
ta, il fa none, il manipolo, i guanti,la mitra 
o il trìtono preziosi, il pallio, altri por» 
tarono il piviale prezioso come Giulio 11; 
ed il predecessore Innocenzo Vili nel re- 
stituirsi con cavalcata dal Laterano al Va- 
ticano, indutusamictu^lbo, cingalo 9 stO" 
la alba pretiosa,capelUim habens ex ve* 
luto cremesino^praecedeniibus crucis, ei 
cardinalibus. Leone X assunse dunque 
per ultimo in detta solenne funzione o- 
mnibusparamendt poniificalibus, a san- 
dalis usque ad pallium super planetam, 
e con triregno sotto baldacchino; giunto 
alla basilica Lateranense, lo depose per 
assumere la mitra preziosa. D'allora io 
poi j Papi presero possesso vestiti di fai' 
ila, rocclietlo, mozzetta e stola preziosa, 
e sopra il berrettino il cappello pontifi' 
cale: vi si recarono a cavallo, in lettiga^ 
e per uXiimoirk carrozza ma senza la feti- 
da. 11 Cancellieri pubblicò la raccolta del- 
le relazioni di tali funzioni, nella Storia 
de* possessi, òM^ quale rìcavai le seguen- 
ti nozioni solle stole preziose de' Papi. 
Paolo HI nel i533 vestito di rocchetto 
longo, et stola super capudum de velluto 
cremesino equitavit. Inoltre diPio I V m'i- 
struisce lo stesso Cancellieri, nelle giunte 
e correzioni delle Cappelle ponti fic'ie,t\\t 
nel 1790 ancora esisteva nella sagrestia 
papale la stola preziosa ricamata con per- 
le, fatta da Paolo 111 /Vir/ie#e e rinnova- 
ta da Pio VI, che si usava da'Papi nella 
benedizione degli /4gnus Dei (de'quali rì- 
parlai nel vol.LII,p. 83), in uno a 5 coo- 
che d' argento collo stemma dello stes- 
so Paolo HI, e 16 cucchiaie d' argento , 
oltre una più grande d'argento dorato, 
per uso del Papa, e tutte coll'arme d' A- 
lessandro VII. 11 Marangoni, Delle cose 
gentilesche trasportate a uso delle chic* 
se, nei cap. 77 e 78 copiosamente e con 
erudizioni trattò sulle iscrìzioni, memo- 



8o STO 

rie e stemmi de' Papi e cardinali nel- 
le chiese, se possano praticarsi senza no> 
ta di vanità, e se sìa lodevole^ ripoi*tan* 
do molti esempi di santi per la parte af- 
fermativa. Di questo argomento in breve 
ne tenni proposito a Stemma. Pio IV del 
i56o in camera paramenlorumindutus 
amiclUy alba, chiguloy et stola cum per» 
lis descendit ad equitandum, et ìngres* 
sui in lectìcam. Giunto a! Laterano, de- 
posila delnde stola cum perlis, accepit 
aliam stolam^ pluviale et mitramj i qua- 
li dopo la funzione si levò, accepta ite» 
rum stola cum perlìs„„etìnlravitin Ut' 
cticam. Nel 1 566 s. Pio V per prender 
possesso, in camera audìentiae secretne 
eoepit faldam^ amictum^ albam^ cingu* 
lum, mozzeltam, et stolam cum perlis. 
Arrivato nel portico Lateraoense, i/e^^o- 
sitis stola cum perlis, et mozzetta^ et ac* 
eepta alia stola, pluviali et mitra. Tro* 
¥0 in Novaes nella Storia di Clemente 
Xf,che canonizzòs. Pio V,che nella tra- 
slazione del suo cadavere al luogo ove si 
venera, e fatta a'i6 settembre 1 698, fu 
spogliato delle antiche vesti, alle quali si 
sostituirono delle nuove, onde la stola fu 
donata alla famiglia Chigi, che la collo* 
co in prezioso reliquiario, ed a'25 mar* 
so 1775 fu dal principe d. Sigismondo 
donata a Pio VI,che per divozione al san- 
to ne avea preso il nome. Di questo ne 
parla ancora il n.^ 26 del Diario di Ro» 
max'j^S^ colla descrizione della ricchis- 
sima e nobile cu«todia,eilPapa fece espri- 
mere al principe il suo sommo gradimen- 
to, pel suo segretario d'ambasciata mg.*^ 
Avogadro. Gregorio XIII nel 1571 per 
prendere il possesso, sumptaque longiori 
veste j quae falda vocatur^ et stola prc' 
iiosa super caputio purpureo ^ descendit 
in atrius inferius, ubi ascendii equum al* 
bumpurpura, etauro ornatum.Gve^orìO 
XI Vnel 1 590 cavalcò sopra mula bianca, 
coperta di velluto cremesino con frangie, 
fiocchi di seta e tiine d'oro, ferri e staffe 
doi'ate, vestito di scarpe di velluto cre- 
mesino coq croci d'oro, sottana, fasciai 



STO 

rocchetto, colla mozzelta di velluto cre- 
mesino con mostre di pelli d'arroellino, 
con istola sopra preziosa, fnnocenzo \X. 
nel 1 59 1 si recò al possesso, con sultana 
serica alba, et longiore sub roccìietto iti' 
dutus,etdesnpermozzetta holoserica pur. 
purea cum stola pendente, et birrtUo pi- 
leum pontificale holosericum purpurenni 
Qordidis, el/loccis auratis ornamentum. 
Paolo V nel 160 5 cavalcò nobilissima 
chinea bianca, vestito con sottana lung;i 
di tabi bianco,rocchettosottilissimo,moz- 
zetta e berrettino o camauro di velluto 
cremesino colle mostre di armellino, cap- 
pello pontificale teso del medesimo vel- 
luto circondato di trine d'oro, con stola 
preziosa al collo ricamata e adorna di mei* 
te perle. Gregorio XV nel 1 621 pel pos- 
sesso, accepit faldam magnani sericam, 
et stolam preci osam supra mozzeltam de 
velluto rubeo, et galerum ponti ficaie ni. 
Noterò con Cancellieri, C<2^/7tf//e p. 26 r , 
che nel 1 790 ancora esisteva la stola pre- 
ziosa di raso rubino, tutta ornata di perle 
di variegrandezze a disegno, con lo stem- 
ma di Gregorio XV (della famiglia Lu* 
dbmi),chei Papi adoperavano sulla moz- 
zetta nelle solenni Cavalcate {f^,) per le 
Cappelle della ss. Annunziata, di s. Fi- 
lippo, della Natività, di s. Carlo, le quali 
cavalcate non si fecero piti dopo Pio Vf. 
Pel possessoAlessandro VÌI nel i655 usò 
stola bracteis argenteis pietà, gemmis au- 
roque Crucis imaginem,gentilitiaque(de\' 
la, famiglia Cliigi) stemmata exprinienti' 
bus,lemniscisque ex auro bracteato per* 
ornata defluente e collo spectabilis. Cle- 
mente IX nel 1667 si recò in lettiga al 
possesso,colla mozzelta di velluto creme- 
sino con mostre di pelli d'armellino,coii 
stola pi*eziosa, circondato &di* Paggi {f^ .). 
Clemente X nel 1 670 prese possesso colla 
stola pretiosa ex margaritis coutexta. Il 
ven. Innocenzo XI nel 1676 andò al pos- 
sesso con istola preziosa, tempestata di 
grosse perle. Altrettanto leggo nel 1 69 1 
d'Innocenzo XII per tale funzione. Cii> 
mente XI nel e 701 cavalcò nel possesso 



STO 

^son istola preziosa con rìcclie gioie. E- 
-tiandio nel 1 72 1 Innocenzo Xlll,portato 
in lettiga al possesso, era vestito con moz* 
ietta di velluto rosso e stola predoM con 
gioie. Nel citato diarista Gecconi appreo- 
deche nel 1 7^4*1 piissimoBenedettoXllI 
incede ai possesso a cavallo, con mozzet* 
la di raso rosso e sopravi la stola prezio- 
sa chiamata pontiGcaIe,tutta adornata di 
perle. Clemente XI li nel 1 758 portò nel 
possesso la stola preziosa con perle; Cle- 
mente XIV nel 1769 a cavallo e colla 
stola preziosa riccamente ornata di per« 
le; e final mente Pio VI nel 1 775su cavallo 
bianco, vestito di falda, rocchetto e moz- 
zetta di velluto rosso ornata d'armellino, 
colla stola preziosa ricca di perle, e dopo 
la funzione deposti gli ornamenti ponti- 
ficali, vesti la mozzetta e la stota usuale, 
restituendosi in carrozza circondata dai 
paggi al palazzo apostòlico. Fu Iddio che 
ordinò a Mosè che le vesti sacerdotali £}S* 
. sero proziose, perché in esse vesti appa« 
risse la bellezza e il decoro del gradò sa- 
cerdotale, perché il sacerdote fosse stima- 
to e riverito dal popolo. Volle Iddio che 
s'impiegasse nel culto suo tuttociò che in 
terra é pili prezioso, come ampiamente 
dimostrali p. Bonanni, La Gerarchia eC' 
clcsiastìca^ dichiarando altresì che tutto 
era idea della futura gerarchia della chie- 
sa cattolica che Dio andava meditando 
d'istituire dopo la redenzione del mondo, 
in cui in luogo del sommo sacerdote. de- 
gl'israeliti, dovea stabilire un capo visi- 
bile, il quale la governasse come suo vi- 
cario e vice Dio in terra.Sebbene poi nel* 
la nuova chiesa non si ritennero le for- 
me degli abiti medesimi, fu però ritenu- 
ta la preziosità del sagro apparato,in cui 
si contiene i misteri più sublimi, per con- 
ciliare maestà e venerazione; ed i Papi 
nella loro magnificenza e splendidezza- ec- 
clesiastica . non intesero giammai di far 
pompa della loro sublime e suprema di- 
gnità, ma solo per maggiore esaltazione 
della gloria diGesiiCristoedellasua Ghie* 
sa» vasto subbiettoche con religiosa com- 

VOL. LXX. 



STO 



81 



piacenza svolsi ne*iui>nerosi suoi impor- 
tanti articoli. Ma le vicende politiche che 
rosero clamoroso il fine del secolo pas* 
sa to, spogliarono la s. Sede di tuttodòche 
possedeva di prezioso per la celebrazio- 
ne decorosa de'santi misteri, di che pure 
non mancai parlare a'suoi luoghi consen- 
si di dolore. 11 rispettabile mg.*^ Baldav 
sari, Ae^zfone dèlie avversità di Pio Fì^ 
t. 3, p.is e seg., con diligenza narrò co- 
me Pio VI per adempiere i duri patti del- 
la famosa pace di Tb/enlr/to, ordinò che 
si distaccassero le perle e le gemme ond'e- 
rano ornati i manti, le pianete, le stole ed 
altri antichi oi*namenti pontificali, il tut- 
to di lavoro ricco e meraviglioso, custo- 
diti nella sagrestia pontificia. » In alcuni 
di essi vedevansi gli stemmi d'Innocenzo 
Vili, di Giulio Il,di Leone X, salvati nel 
sacco di Roma, Altri aveano le insegne 
di Paolo III, di Giulio IH, di Gregorio 
XIII, di Sisto V.... Le perle raccolte di 
ogni grandezza pesarono libbre 5o,e qua- 
si una libbra le granate, i rubini e altre 
gemme. Inoltre si disfecero due Mitre(V,) 
preziose, e 4 ricchissimi Triregrd (^.), 
cogli slemmi e iscrizioni de' Papi che li 
fecero".D'allora in poi non vi furono piik 
le stole preziose e altri sagri paramenti 
ornati di Gemme e Pietre (^.)di valo- 
re, ma con soli ricami d'oro. Laonde se 
sino a quel tempo due erano le stole u- 
suali de' Papi, tanto quanto al colore bian- 
co e rosso, che quanto alla materia cioè 
preziosa e ordinaria con soli ricami, dipoi 
restando la distinzione nelcolore, quindi 
stole più nobili i Papi non adoperarono 
se loro non furono donate, formandosi le 
prime semplicissime senza stemmi o im- 
magini e quali fra poco descriverò. Nor 
terò che stole preziose le usarono anche 
i vescovi ed altri prelati, anzi leggo nel 
n.^ i44 <lel^' Osservatore Romano del 
1 8 5 1 , che i vescovi di Modena e di Reg- 
gio, con altri distinti ecclesiastici e laici 
donarono a mg.r Luigi Fransoni impa- 
vido propugnatore de'diritti della Chie- 
se^ una magnifica stola di squisito rica* 

6 • 



83 STO 

Ilio» tempestala di perle e pietre prezio* 
9e, ed accoiTipagQala da ooorifìcentissi- 
ma lettera. 

Pio VII prese possesso incedendo in 
carrozza e preceduto dcilia cavalcata, co- 
me praticò il regnante Pio IX, ed ambe- 
due con istola usiiale; con minor pompa 
si recarono nel possesso Leone XII e Pio 
Vili, indossando ciascuno stole usuali, e 
ialefulaportata.da Gregorio XVI in tal 
funzione, nella quale, come i due imme- 
diati predecessori,vi andò in carrozza. Di 
piti Gregorio XVI vi si condusse senza 
pompa, non adoperando neppure la car- 
. rozza nobile, e senza che alcuno lo pre- 
cedesse a cavallo, tranne il crocifero col- 
la croce pontificia, uso proprio dèi treno 
•semipubblico.EppureeglieilgloriosoPio 
•VI furono oltraggiati e culunniati dall'au- 
tore deirarticolo : De* Palili e delle Sto- 
4e de* sommi Pontefici^ pubblicato dal n.** 
38deir^/^£</ii di Roma de' 1 3 novembre 
1 847) ^icen^o gratuitamente e senza do- 
cumentarlo. M Anticamente i*Papi per la 
loro modestia hanno sempre usato por- 
-^ lare la stola con Un semplice ornato; ma 
in seguito cominciò a variare questa lo- 
devole costumanza; ed in veix) noi vedia- 
mo che Calisto III del 1 4^5 la porta va col- 
Telfigie de'ss. Pietro e Paolo, Pio III nel. 
i5o3 e suoi successori vollero fregiarla 
eolle immagini degli altri apostoli, fintan- 
toché in questo piii bel sagro ornamen- 
to papale s'introausse il costume di frap- 
•porvi a guisa di livrea iris peltivi stemmi 
di famiglia, come fecero Pio VI e Grego- 
rio XVI. Ma per miracolo della provvi- 
denza venne Pio lX,quel Pontefice la cui 
moderazione, la cui saviezza, la cui virtù 
inspirano dispetto e ammirazione a lutto 
il raondo.Questi appena sali al trono pon- 
tificale, memore delie vetuste apostoliche 
consuetudini, in sì sagro arredo volle an- 
cora essere riformatore, rendendo cosi in 
icerta guisa un franco e solenne omaggio 
alle tradizioni e costumanze de'suoi glo- 
riosi pt*edecessori. Laonde secondo gli an- 
lichi usi e confoi me al gustoarUstico del- 



STO 

la nostra epoca, semplice sì, ma nel tem- 
po istesso magnifica restò la slula**. Di 
tutte queste arbitrarie asserzioni , non 
contento l'autore dell'articolo dell' /4l- 
bum, e perchè si facesse il confronto delle 
stole di Pio VI e di Gregorio XVI, colle 
stole del Papa Calisto III, in cui sono le 
immagini de'ss. Pietro e Paolo, e del Pa- 
pa Pio IX formata di due sole croci, ol- 
tre i ricami, ne diede di tutte il disegno 
a suo modo. L'introduzione degli stemmi 
gentilizi nellestolepontificie, col dì sopra 
narrato provai eh' è anteriore a Pio V I 
ed a Gregorio XVI, e di questo ultimo poi 
diròdi pili.L notissima eanticliissima con- 
suetudine, che morto il Papa, spelta al 
cardinal camerlengo e al prefetto del lece - 
remonie pontificie, di far allestire gli lì- 
biti pel successore, fra i quali due stole 
usuali con semplici ricami d'oro arabe- 
scati (e di quel genere che si vede nella 
stola del ritratto di Clemente XIII, posto 
in fronte al Bullarii Romani Continua' 
tio)y con 3 croci come alle comuni stole, 
con piccola frangia d'oro nell'estremi tu, 
e due cordoni di seta e oro, con ghianda 
e fiocchi per riunire le due parli sul pet- 
to, e talvolta per meglio fermarla si ag- 
giunge un uncinello o altra specie di fer- 
maglio. La forma e grandezza è quasi co- 
me le stole comuni del clero; quanto al- 
la materia, lu stola rossa è di raso rubi- 
no, quella bianca di damasco di tal co- 
lore, ed ambedue sono foderate di seta e- 
gualmentedeVispetti vi colori. Appena ve- 
stito il nuovo Papa dell'abito ordinario 
della mozzetta, il cardinal i.°diacono gli 
dà a baciare- la croce di detta stola usua- 
le rossa, e bianca se nel la-settimana di Pa- 
squale per la i .^volta gliela pone al collo 
« allaccia o ferma sul petto. Cosi vestilo 
il novello Papa sedente sulla sedia pon- 
tificia riceve la i.'n^^omz/o/ze e ubbidien- 
za da'cardinali. Come tutti i Papi, anche 
Gregorio XVI e Pio IX ebbero tali sto- 
le e l'usarono. Nel decorrere degli anni, 
le stole di Gregorio XVI divenute poco 
deeenti per l'uso, si rinuovarooo dal mag* 



STO 

gtordaniato io tulio scrupolosamente e- 
gaali, senz'aumento di nuoti ornali, ne 
di maggiori ricami, ad eccezione di una 
che alP insaputa del Papa fece fare un 
maggiordomo cogli stemmi, e ciò ad e- 
aempio delle usale da tanti Papi. Però di- 
•piacque al Papa, e per non mortificare 
il prelato soltanto alcuna rarissima volta 
l'adoperò. Vero è inoltre, che la divozio- 
ne di alcuni fedeli offri a Gregorio XVI, 
ad esempio del praticalo con altri Papi, 
diverse stole, più o meno ornate, ed al- 
cune con Istemmi; ma o per essere bian- 
che nella più parte, o per la loro forma^ 
poche volte furono indossate dal virino* 
so Papa;e q^iando lofeceripugnante,con- 
venne fargli riflettere, di dare così una 
dimostrazione di gradimento ai riverenti 
e ragguardevoli oblatori; comecon poco 
successo praticai con bellissime scarpe a 
lui donate, e lo rimarcai nel voi. LII, p. 
I IO, ma non volle calzare quelle regala- 
te dalla regina Cristina di Sardegna per- 
chè con croci di brillanti. Nel testa meu- 
toolografodiGregorioXVl,notificatodai 
pubblici fogli periodici, si legge questa di- 
sposizione. »» j.^A I Maggiordomato.lascià* 
roò le tre stole nobili, una bianca ricama- 
ta con due brillanti solitarii,e due rosse 
parimenti ricamate,per uso de' Pontefici 
prò tempore*. La prima stola , coi due 
brillanti nel centro delle due croci si- 
tuate nelle parti estreme di essa, fu stu- 
pendamente ricamala a Parigi e costò 
6000 franchi. La donò la congregazione 
istituita ìQ Avignone óeìRosario (^•), vi- 
vente approvala da Gregorio XVI, e per- 
ciò in ambo le parti vi furono ricamati 
gli stemmi della città, oioé ungrifalcoe 3 
chiavi (li descrissi ad AviGNOifE,anlicodo- 
minio temporale della s. Sede, che quan- 
do l'acquistò vi aggiunse le 3 chiavi), s. 
Agricola suo vescovo e altro santo, mi pa • 
re s. Pietro. Una delle sue stole rosse fu 
of&rta a mezzo del cav. Drack dalla cit- 
tà di Lilla in Francia; l'altra rossa ebbe 
il fondo di velluto cogli stemoofi all'estre- 
mila. Potrei di queste e delle altre £irae 



STO ii 

la descrizione e dirne ancora le provenieu* 
ze, ma la brevità me io vieta, dovendo 
piuttosto e come più intrinseco passare 
con dimostrazioni alla difesa de'Pontefi- 
ci Pio VI eGregorio XVI; e contro le in- 
giurie con tanta audacia lanciale alla lo* 
ro veneranda riputazione, riportare il ri- 
sultalo di qualche mia ricerca e limitata 
sopra alcuna delle opere che possiedo,cioè 
sui monumenti antichi, e riguardanti gli 
stemmi introdotti nelle usuali stole ponti- 
ficie, non che ne'manti o piviali degli stes* 
si Papi-, analoganaente all'immemorabile 
costume di porre gli stemmi gentilizi ne- 
gli utensili sagri, che ci ricordano l'epo- 
che in cui furono lavorati e di coloro che 
li fecero eseguire per proprio uso o per 
pie offerte, con vantaggio della storia,deI- 
rarle,e della religione come esempi di ge- 
nerosa pietà. Tutto questo pure esegui* 
rò con semplici e laconici cenni, altrimen- 
ti amplissimo ne sarebbe l'argomento, e 
converrebbe entrare in particolari che 
devo evitare. Già riportai a Medaglie 
P0NTiFiGiE,a Monete pontificie, ed in al- 
tri relativi articoli, alcune mie osserva- 
zioni futtesopra scrittori di numismatica 
pontificia, e riguardanti i nomi, l'epigra* 
fi, gli emblemi, le insegne, gì i stemmi gen> 
tilizi, le figure, ed i ritraiti nelle mede- 
sime incise, sia -sul piviale, sia sulla stola 
usuale. Se da'remoli tempi a tutti i prin- 
cipi, a'nobili, ed anco a'parlicolari, noa 
meno che a tutti i gradi della gerarchia 
ecclesiastica secolare e regolare, fu am- 
messo di potere inserire i loro stemmi 
nelle cose di proprio uso e ne'parameuti 
e arredi sagri, perchè si dovrà negare o 
censurare soltanto a' romani Pontefici, ca- 
pi supremi della Chiesa^ ed esercitanti a 
un temfpo il principato temporale della 
Sovranità della s. Sede{F.yt I più sag- 
gi, i più illuminali, i più santi Pontefici 
non ne dubitarono, e seguirono l'antica 
consuetudine da tutti rispettata. Nell'o- 
pera del p. Bonanni, Numismala Ponti* 
ficuni Romanorum, si riportano incise e 
illustrate le pontificie medaglie da Mar* 



84 STO 

tino V del 1417, nd Innocenzo XIT e al 
1 699, (licendosi ancora che insìgna geti' 
tìlUium acprimum expretseritEugenius 
IF del 1 43 1 . Nella Serie de'conii di wc- 
dagUe pontificie da Martino V fino a Pio 
inesistenti nella pontificia zecca, si fa 
la descrizione di moltissime delle meda- 
glie rìpi*odotte dal p. Bonanni , e di un 
gran numero dal medesimo trasandate. 
Peccato che nelK indicarsi le medaglie 
rappresentanti iPapi in mozzetta e stola, 
rare volte si dice quali ricami si vedono, 
e così non posso addurre un copioso no- 
vei*o di stole ornate certamente de'ponti* 
ficii stentimi o di altre figure. Aggiunge* 
rò dunque agli esempi che potei leggere 
nelle due opere, e vedere ne'disegni efac- 
simili del p. Bonanni, le incisioni rìguar- 
danti i manti o piviali papali , natural- 
mente più rilevanti delle stesse stole u- 
suali, Gomechè s'indossano da'Papi nelle 
sagre funzioni pontificali; ed ancorché si 
'voglia^supporre che fossero invenzioni de- 
gl'incisori adornatum, o per fere allusio- 
ni alle virtù e affasti del Papa pel quale 
intagliavano i conii,perb ne doverono pri- 
ma riportare la sua piena approvazione, 
nel disegno che gli sottoponevano innanzi 
di eseguire l'incisione. Le larghe mostre 
anteriori de'manti o piviali pontificii, sic- 
come circondano ancora ilcollo esi disten* 
dono sinoairestremità,chiamate pure fre- 
gio, ricaino, aurifrigio, e sul quale i car- 
dinali baciano la mano al Papa nel ren- 
dergli al trono V Ubbidienza {F,), sì pon- 
no considerare stole oraamentali esterio- 
ri, laonde con più di ragione mi è lecito 
parlarne;e poi le nozioni ed erudizioni che 
qui riunirò, si collegano a mólte altre, e 
lericavo dalle due menzionate opei*e, che 
ciascuno può riscontrare, come delle al- 
tre di cui poscia ragionerò compendiosa- 
mente. Le figure o stemmi che descrive* 
rò, esistenti in dette mostre de'piviali, so- 
no ricamate precisamente sul petto e ver- 
so il collo. Dirò pure qualche parola sul 
Formale (F.) oRazionale( F.),ornamen- 
to che serve a fermare o cupprire gli an- 



STO 

cinelli che congiungono sul petto le due 
porti del pontificio manto, perchè anco in 
essi vi furonoespressefiguree stemmi gen- 
tilizi de'Papi con iscuiture.MarlinoV,Gu- 
genio IV e Nicolò V furono effigiati ve- 
stiti di piviale con ricami, e quello del- 
l' ultimo è riunito col monogramma di 
Cristo. Il piviale di Calisto III si vede con 
semplici ricami. Pio 11 deli4^B nelle ci- 
tate opere é pel i.° rappresentato in ca- 
mauro e mozzetto, la quuie anticamente 
avea il cappuccio più ampio dell'odier- 
no. Il piviale di Paolo II ha i busti dei 
ss. Pietro ePaolo, e nel formale il suo stem - 
ma, così Sisto IV ha il proprio nel suo. 

II piviale d'Alessandro VI è fregialo coi- 
l'immagine della B. Vergine, quellodiPio 

III collo Spirito santo raggiante tra due 
teste di cherubini; quello pure di Giu- 
lio 11 ha figure, e quello di Leone X col- 
l'immagine di s. Paolo. Adriano VI tro- 
vasi in camauro e mozzetta.ClementeV 11 
ha il piviale collo Spirito santo, e nel for- 
male l'immagine del Salvatore; in altro 
con due figure allegoriche muliebri, enei 
formatela detta immagine. Nel piviale di 
Paolo III è espresso il Papa che apre la 
porta santa, e nel formale una figura se- 
dente; in altro il Papa dà lo stendardo ad 
una figura genuflessa, e nel formale so- 
novi due figure in concordia; altro pi via- 
le ha l'effigie di s. Paolo. Il piviale di Giu- 
lio III è ornato di figure esprimenti il Pa- 
pa che sedendo benedice il popolo, in al- 
tro sono ricami istoriati co'fiitti del Pa- 
pà, altro ha varie figure intorno ad un'ara 
accesa, altro col Papa in atto di benedi- 
re, altro col Papa sedentee figura innan- 
zi, altro col Papà in tal situazione e mol- 
te figure, altro con processione al tempio 
rotondo (di s. Andrea fuori la pbrla Fla- 
minia, di cui nel voi. LV,p. 263 e altro- 
ve). Molte figure appariscono sul piviale 
di Marcello II, oltre un'ara accesa con due 
figure per parteconfaci: in quello di Pao- 
lo IV sono vi i ss. Pietro e Paolo. Nel pi- 
viale di Pio IV si vede un'ara accesa con 
figure intorno, in altro é l'effigie di s. Gio. 



STO 

Battista, fu quello di t. Pio V ?i è apici- 
«a la battaglia navale di Lepaiaoj m al- 
tro la Pietà 9 io altro Qo'aca aeoefa eoo 
6g«re intorno, io altro uà Angelo con due 
figore» in altro la B. Vergine. Gesà che 
«hianiat. Pietrodalla nave è ricaoutoaiil 
piviale di Gregorio XIII, altro con pre- 
dica dell'apostolo, altro ooH'adocmione 
del Papa, altro eoo procemooe (fòrte pel 
trasporto del corpo d i s. Gr^orio Nazian - 
ceno alla chiesa di #. PieCro)^ altro colla 
crooefissione di s. Pietro : due medaglie 
Jo rappresentano in mozzetta. Il piviale 
di Sisto V ha una figura che adora il Pre- 
sepio, altro co'ss. Pietro e Paolo, altro con 
Angelo e la B. Vergine, altro con figure 
intorno ad un'ara accesa. Urbano VII ha 
un piviale con Gesù Crocefisso e figure 
sotto la croce, altro con due ss. vescovi. 
Gregorio XIV ha nel piviale i ss. Pietro 
e Paolo; Innocenzo IX Gesù con croce e 
la B. Vergine; Clemente Vili la figura 
della giustizia, e in altro s. Gio. Battista. 
Leone XI écon camauro e mozzetta. Pao- 
lo V in piviale con s. Francesca e l'Ange- 
lo, in altro colla B. Vergine, in altro con 
processione pontificia, i n altro con s. Gio. 
Battista, in altro Gesù dà le chiavi a s. 
Pietro.1l pivialedi Gregorio XV ha s. Gio. 
Battista. Quello d'Urbano Vili hi figura 
di s. Pietro, e nel formale la B. Vergine 
col Bambino; in altro piviale s. Elisabet- 
ta, in altro le teste de'ss. Pietro e Paolo, 
in altro s. Pietro e Serafini, in altro s. Ur- 
bano vescovo, in altro s. Michele arcan« 
gelo, in altro con 4 figure e nel fi>rmale 
l'i m roagine del ss. Salvatore, in altro l'Im- 
macolata Concezione, in altro i bosti dei 
ss. Pietro e Paolo e due fiicde del sole em- 
blema di sua casa Barberini, in altro la 
B. Vergine col Bambino, ed anche io cà* 
mauro, mozzetta e stola. Il piviale d'Io- 
nooenzo X é ornato co'ss. Pietro e Pao- 
lo, altro con processione e il Papa sotto 
haldaechino, altro colla Concezione, al- 
tro con mezze figure de'ss. Pietro e Pao- 
lo, ed in diverse medaglie si trova effigia- 
t0 io auBaoTOy looozettaa sloh. Alcstan» 



STO 



85 



dro Viièdi.'cfaeilp. 
senti nella sua Medaglia collo sIcaaHdi 
soafiiniiglia Chigi odlc mostre dei pivia- 
le; in altro vi è s. Pietra^ in altro ■■ Aoge- 
lo con croce; come pure e peii.*vicoe ef- 
figiato in camauro, mozzetto e stala eoo 
ricini e la sua arme, ed io ooo vi e fi- 
carnata la B. Vergine: Se si esamioone lo 
colleziooe della OMioete e medagtte po»> 
tifide si troverebbero ooo pochi aotcriorì 
esempi simili,ed iooumerabili de'Papi po- 
steriori. Il piviale di Gemente IX ha soli 
ricami, molte medaglie poi lo figoraooio 
oiozzetta estola, così Clemente X; nelsoo 
piriale vi è s. Pietro, in altro il Papa ri- 
ceve uno stendardo turco, in altro si ve- 
de una processone, in altro la Crocefis- 
siane, in altro un santo adorante la cro- 
ce. Il ven. Innocenzo XI ha il piviale eoo 
semplid fi^; in mozzetta con croci la- 
terali sul petto, insieme a'ritratti di Leo- 
poldo I, Giovanni HI, e Giustioiaoi do- 
ge di Venezia perla liberazione di Vico- 
oa. In un'altra medaglia con monetta e 
camauro in Irono ricevendo i kgati del 
Tonkino e di Siam a udieoca pobUica. 
Un'altra figura il suo stemma geolilizio 
Odescalchi posto incielo tra gli astri, col- 
Tepigrafis: DÌ9ÌnaeNunciaMentis, Le aie- 
daglie col piviale hanno in questo rica- 
mati la B. Vergine in gloria , Gesti che 
consona le chiavi a s. Pietro, il Croce- 
fisso, il Sairatore. lo altra cou mozzetto 
e stola, si vede ricamato un santo gcoo- 
flesso avanti ilCrocefisso. AlessandroVflI 
è in mozzetta e stola ricamata, colla sbar- 
ra traversa, parte del suo stemma Otto- 
boni; in altra la stola ha per ricamo la 
B. Vergine col Bambino: oe'piviali vi é 
s. Brunone, un santo genuflesso. Final- 
mente il p. Bonanni riporta le medaglie 
d'Innocenzo XII con mozzetta e stola ri« 
carnata, ed anche in trono così vestilo io 
atto 4^'inriar missionari in Africa e Asia: 
nelle medaglie col piviale, questo é or- 
nato colla Concezione, con s. Pfetro, colla 
B. Verginee il Bambino, colla porta sao« 
la. Limgo sardbbe riferire i C'agì de'pi- 



86 STO 

viali che prasiegue a descrivere la suddet- 
iaSerie de'coniij solo dirò di quello diCle* 
menleXlcol suo stemma Alba ni,che la sto* 
la dMunocenzo XI 11 rappresenta la Pru- 
denza e laGiustizìa,rumileBeuedeUoX 1 1 \ 
è in piviale colla sua armeOrsini, Ciemen - 
te XII in esso hail parente s. Andrea Cor- 
sini, e il suo stemma gentilizio, e Pio VII 
ha nel suo il proprio stemìba Chiaramon- 
ti. Nel libro intitolato, Pontificum Roma- 
nonim numismata templi Vaticani fa- 
hrìcam chconologicam indicantia, tra le 
incisioni vi sono le medaglie di Martino 
V^ Paolo IT, Giulio II, Leone X, Giulio 
in,GregorioXIII,SistoV,ClemenleVlIf, 
Paolo y, Urbano Vili, Innocenzo X,e 
AlessandroYlIytuttibenemeriti della me- 
desima, e in piviale con ricami e figure 
diverse. Quella di Clemente Vili ha le 
stelIe,partedelsuostemmaAldobrandini, 
COSI Urbano Vili colle sue 3 àpi, mentre 
Alessandro VII hai suoi 3 monti sovrasta- 
ti dalla stella: Innocenzo X poi è figura- 
to in mozzelta e stola, collo Spirito san- 
to raggiante e il giglio parte del suo stem- 
maPamphilj. Sono nelle mani di tutti le 
monete pontificieantichee moderne, d'o- 
ro e d'argento d'ogni valore, inclusiva- 
mente del Papa che regna, vedendosi in 
esse i Papi vestili con camauro o berretti- 
no, mozzettaestola nella qua le sono ripe- 
tuti gii stemmi gentilizi. Si può vedere 
lo Scilla, Dtlle monete pontificie antiche e 
moderne. Nella ChronologiaRomanonim 
Pontificum^ che fu dipinta nella basilica 
di s. Paolo fuori le mura, si vedono i primi 
Papi colle antiche sémplici vesti, poi col 
pallio di più forme, indi e successivamen- 
te in pianeta, in piviale col formai^ e santi 
nelle mostre; da Clemente V deIi3o5in 
poi con roozzetta e camauro alternativa- 
mente co'piviali e pallii. Il piviale di Ni- 
colò V sembra colle figure de'ss. Pietro e 
Paolo, cosi di Calisto III e altri si\pcesso- 
ri. Da Clemente VII del 1 5^3 sempre fu- 
rono dipiliti in mozz€tta,e ordinariamen- 
te col camauro orlato di pelli d'armelli- 
no. Alessandro VII pel [."anche colla sto- 



STO 

la e collo slemma gentilizio ricamato; so- 
no colla semplice mozzetta Clemente X e 
Alessandro Vili. Benedetto XIV con es- 
sa ha la stola ricamata colla propria ar- 
me Lamberlini, come ha la suaCastiglio- 
ni Pio Vili nella stola, e sotto il quale ne 
fu incisa l'immagine. Nell'^^gie^ Roma- 
norum Pontificum^ BassaniiyyS, sebbe- 
ne vi comprenda pure il ritratto di Pio 
VII, il pallio adorna l'immagine di s. Pie- 
tro e successori, poi si vedono vestili di 
pianeta, di piviale con arabeschi e figu- 
re de'ss. Pietro e Paolo, oltre il formale. 
L'abito di Giovanni XXI ha il cappuccio, 
Clemente V è in pianeta, Clemente VI del 
i352 in mozzelta, Innocenzo VI che gli 
successe pel i .''in camauro e piviale, Gre- 
gorio XI pel I .''in camauro e mozzelln, Ca- 
listo IH io piviale con 4 figui'e,cosìPio IH. 
Alessandro VII peli.^ in mozzelta e stola 
e con parte del suo stemma ricamalo, co- 
sì Clemente XI e Clemente XIV. Nelle 
Vitae Pontificum Romanorum del Ciac- 
conio, da s. Pietro a Clemente IX, sono 
ri porta te l'effigie e gli stem mide'Pa pi. Ve- 
do s. Lino successore di s. Pietro col pal- 
lio, e altrettanto gli eletti dopo di lui. So* 
no espi*essi poi gli altri in pianeta, in pi- 
ipìale colle figure de'ss. Pietro e Paolo e 
formali. La veste di Giovanni XXI ha il 
cappuccio, Clemente V é io pianeta, Cle- 
mente VI peli.^ in mozzetta, Innocenzo 
VI in piviale e camauro, con questo e la 
mozzetta pel i ."Gregorio XII. In piviale 
colle immagini de'ss. Pietro e Paolo Ca- 
listo III, con semplici ricami Pio III. In- 
nocenzo X pel i.^in mozzelta e stola, e su 
di essa ricamati ì ss. Pietro e Paolo, ed i 
gigli gentilizi. Alessandro VII è colla so- 
la mozzetta. Clemente IX in mozzetta e 
stola. Il Guarnacci, continuatore del Ciac • 
conio, Vitae Pontificum Romanorum da 
Clemente X a Clemente XII^ riprodus- 
se eziandio i ritratti e gli stemmi de'Pa- 
pi. L'opera é dedicata a Benedetto XIV, 
e vi pose in fronte la sua effigie in camau- 
ro, mozzetta e stola ricamata colla di lui 
arme.ClemeDte X si vede in semplice moz* 



STO 

Tette, Innocenzo XI in mozzetta e stola) 
così Alessandro Vili, ma co'suoi stemmi 
dell'aquila con due teste sul globose ri- 
petuti in ogni parte. Sono pure in moz* 
zettae stola Innocenzo XII, Clemente XI, 
1nnocenzoXIII,BenedeltcXlIIeClemen- 
te XII col suo stemma in ncamo. Il Bulf 
lariuniRomanctnim Ponti ficum dà s. Leo- 
ne I a Clemente XIJ, riporta l'effigie e gli 
stemmi de' Papi, cominciando da s. Pietro 
e col pallio, poi in pitineta, in piviale con 
figure de'ss. Pietro e Paolo e formali. Ap- 
pariscono Giovanni XXI col cappuccio. 
Clemente V in piviale, Clemente VI pel 
i.° in mozzetta, Innocenzo VI peli.° in 
camauro e pi via le, Gregorio XII pel i.^ia 
camauro e mozzetta, Nicolò Vcon figu* 
re di santi ricamati sulpiviale, altrettan- 
to osservo in Calisto III e Pio III. '^ però il 
formale di Pio III ha la mezzaluna,stem- 
ma di sua famiglia Piccolomini. Pel i.° 
Alessandro VII in moZzetla e stola colia 
sua arme ricamato; indi Clemente IX in 
^nozzetta e stola col lo stemma Rospiglio- 
si di sua famiglia. Clemente X è senza sto- 
la, Innocenzo XI la porta, non Alessan- 
dro Vili, bensì Innocenzo XII, Clemen* 
te XI, Innocenzo XIII, Benedetto XIII, 
Clemente XII. E per finirla aggiungerò, 
che Bernino dedicò a Clemente XI la sua 
opera: Il tribunale della s. Rota, e vi pò* 
se nel frontespizio il ritratto dello stesso 
Papa in triregno e piviale, nel ricamo del 
quale e sul petto in ambo le parti cam- 
peggia il suo completo stemma gentilizio, 
sovrastato dalle chiavi incrociate, dal tri- 
regno e dallo Spirito santo raggiante. Il 
Museo Chiaramonti fu dedicato a Pio V 1 1, 
ed avanti la dedica vi è il suo busto in 
mozzetta e stola, la quale ha per ricami 
il proprio stemma e quello dell'ordine cas- 
sinese a cui appartenne. Ma già non vi è 
bisogno che io produca altre prove, ovuq« 
que ognuno più verificarle da se ne'dipin- 
ti, busti, statue e altre sculture, in cui si 
rappresenta qualche Papa in mozzetta e 
stola usuale. Concludo adunque, che mi 
f embra di avere abbastanza eforse super- 



STO 8^7 

fiuamente provato co' monumenti, ch« 
Pio Vie Gregorio XVI non mai introdus- 
sero •pe'primi esclusivamente nelle stole 
usuali i propri stemmi gentilizi; e se taU 
volta l'usarono, lo fecero semplioeraente 
per l'inveterata consuetudine de'loro il- 
lustri predecessori. D'altronde è troppo 
noto quanto Gregorio XVI fu geloso cu- 
stode e osservatore rispettoso degli anti- 
chi riti eceremonie, e contrario a qualun- 
que no vita. Ne die luminosa e solenne pro- 
va quando ricusò di tornare ad usare la 
nobile croce astata con 3 traverse, della 
quale riparlai nel voi. LI, p.198, ooado- 
verosa lode del Papa. Dissi superiormen- 
te che il Papa, nel conclave appena elet- 
to, deposti gli abiti cardinalizi e vestitigli 
ordinari pontificii, indi assume la stola u- 
suale; però qui aggiungerò col Magri, vo- 
cabolo Papa, che al tempo suo non si fa- 
ceva l'adorazione vestito di mozzetta e sto- 
la, sebbene intènde di parlare della i.% 
nella quale vestiva perciò,oltre gli attua> 
li abiti, l'amitto, il camice, il cingolo, ed 
invece de\h fascia di seta bianca con fioc* 
chi d'oro, quella di colore rosso, ma que- 
sto temo errato, la stola pendente dal col- 
lo, se sacerdote, dalla spalla sinistra se 
diacono, e se non aveva oixline sagi*o non 
riceveva la stola, indi il pivialee la mitra 
preziosa. A Suddiacono, a Di Acoiro, a Sa- 
cerdozio, ed a CoNSAGRAZlOJfB DBL SOM- 
MO PoifTBFicB, riportai quanto si pititi^* 
oò coir eletto Papa in tale funzione, se 
dovea consagrarsi suddiacono e diacono^ 
perciò recandovisi egli senza stola. I car- 
dinali in conclave nel i.^giorno, deposta 
la Croccia (^.), ricevono la comunione 
dal cardinal decano, i preti prendono dai 
ceremonieri la stola bianca alla presbite* 
rale, i diaconi alla diaconale. Inoltre se 
in conclave s'incontrano le feste del Na- 
tale e della Pasqua, in tal modo il caiv 
dinal decano comunica i cardinali diaco- 
ni. Ne'pontificalì di tali solennità eguaU , 
mente il. Papa comunica i cardinali dio- 
coni in abiti sagri bianchi, compresa la 
stola a traverso da lot;o assupta prióaa 



«8 STO 

della dalmatica. Che se il Papa noQ pon- 
tifica, supplendo il cardinal decano, icar* 
dina li diaconi ricevono da lui la comunio- 
ne vestiti di cappa, sulla quale i cei*emo- 
nieri pongono a traverso la stola bianca. 
Di tutto trattai a Conclave ed a Cappel« 
%E PONTIFICIE. 11 honigOy Delle vesti pur» 
puree^ p. Si e 5:2, riportando il canone 
del concilio di Braga, dice che per l'os- 
servanza di esso, i cardinali preti e dia- 
iton'ìy vestiti di pianeta e dalmatica, sotto 
di esse debbono assumere le stole, secon- 
do l'ordine cardinalisio a cut apparten* 
gODOi se ricevono la comunione dalle ma- 
ni del Papa nel pontificale. £ che comu- 
fiicandosi i cardinali pi'eti e diaconi in 
conila ve,o colle cappe in altre circostan- 
Ke, le stole dovranno essere del colore se- 
condo il tempo corrente. Finalmente no- 
tai a Funerale, ehe i cardinali defunti si 
espongono e seppelliscono cògli abiti sa- 
gri, se dell'ordine de'preti di color pao- 
nazzo compresa la stola, se di quellu dei 
diaconi di colore rosso in uno alla stola 
a traverso. Quanto agli altri ne tenni prò* 
posito a Funerale e Sepoltura. 11 cita- 
to Lunadoro a p. 1 53 eseg. tratta del Gai'>- 
dinaie diacono che si comunica privata- 
niente^ e dice dovere essere in abito car- 
dinalizio e rocchetto, assumere la stola a 
traverso, che gli pone e leva un cappel- 
lano previo il bacio della croce; che da 
«e stesso deve dire il Confiteor con voce 
forte, col Domine non sum dignus 3 vol- 
te, e dopo ricevuta l'assoluzióne; quindi 
seguila la comunione il coppiere deve 
.•dargli da purificare,- e un gentiluomo gli 
pi*esenta la salvietta! Come il cardinale 
predica in pulpito nel suo titolo, colla sto- 
la sul rocchetto e sotto la mozzetta, comie 
^issi di sopra; che predicando fuori di Ro- 
ma deve portare pure la mantelletta, ed 
usare la stola scoperta e sulla mozzetta; 
o in piviale, mitra e pastorale nelle loro 
diocesi. Inoltre Lunadoro rileva a p. 120, 
che né icardinali,nèi prelati, quando pre- 
sente il Papa assumono i paramenti sa- 
gri| non ponno portare la stola e il ma* 



STO 

ni polo, e neppure il camice, tranne il car- 
dinale assistente che canta il vangelo, ed 
il manipolo il prelato Suddiacono apo- 
stolico (F,) che canta l'epistola. 

STOLA, Ordine equestre. Sì attribui- 
sce l'istituzione ad Alfonso V re d'Ara- 
gona del 1 4 1 6 poi re di Napoli Alfonso I, 
o almeno creò cavalieri di quest'ordine. 
Inoltre si narra che Filippo il Buono du- 
ca di Borgogna avendogli mandato in Na- 
poli l'insigne ordine del Tosone d'oro, in 
contraccambio Alfonso V gl'invio la sua 
divisa della Stola, e dell'ordine del Gi- 
glio (^*), a condizione che se in seguilo 
insorgesse guerra tra loro si dovessero re- 
stituire le insegne cavalleresche. Pare che 
quella de'cavalieri della stola consistesse 
in un armacollo in forma di stola, e ne 
parla il p. Helyot nel t. 8 della Storia de- 
gli ordini religiosi e militari, 

STOLAD'ORO, Ordine equestre dd^ 
la repubblicadi F'enezia, Incerto è il tem- 
po di sua antica istituzione, e formò un 
ordine separatodaquellodis.Marc{>(^.), 
che conferiva la stessa repubblica di f^e- 
nezia (^.), la quale ebbe pure i cavalie- 
ri chiamati della Caha per portare es- 
si calze, di diverso colore una dall'al- 
tra, come bianca h rossa, ricamate, e una 
di esse ornata sino alla metà di gioie, co- 
me riferisce il p. Bonanni, Catalogo de- 
gli ordini e^fie.rlri, p. 1 8, che ne riporta 
la figura, ed a p.i i3 quella del cavalie- 
re della stola d'oro. Il p. Helyot, Storia 
degli ordini militari^ t. 8, cap. 57, tratta: 
De' cavalieri della Calza ideila Stola d^o- 
roy di s, MarcOy e del Doge di P^enezìa, 
di che feci parola a Doge. Riferisce per- 
tanto, che s'ignora l'origine de'cavalieri 
della calza, e da'monumenti rilevasi che 
esistevano nel secolo XV, distinguendosi 
quelli annoverati all'ordine, per una caU 
za che portavano alla gamba diritta di- 
visa in liste di più colori, per traverso e 
per lungo, e nelle solennità era ricama- 
ta d'oro e d'argento, ornata di perle e al- 
ti*e gioie; 1' altra calza era tutta verde^ 
Consiste vail loio ?eslìario in calzoni come 



STO 

quelli de'paggi e m liste simili a quelli dei 
S¥Ìnerì pontificii, ed eraooricamatìopiiie 
il giabbooe, che si fiermaTa ooa dotura. 
Sopra quest'abito portataao altra veste 
•■ipia e lunghissima con larghe maniche, 
ed alia stola sulla spalla: tale veste variava 
nel colore, essendo talvolta violetta, tale 
altra di tabi cremisi, in alcune occasioni 
di damasco, e nelle solennità di brocca- 
to d'oro. L'ordine ebbe statuti e regole^ 
e per patrono l'evangelista s. Marco: al* 
cuni brani si leggono nel p. Helyot, con 
singolari particolarità, ed aggiunge che 
cranvi a Venezia altre omonime coinpa* 
gnie e società, che differenùavano nelle 
'▼estimenta che pur descrive, e nelle qua- 
li si recarono ad onore di fiirne parte mol- 
li principi sovrani, ed i pìii qualificati si- 
gnori d'Italia. In progresso di tempo sif- 
fiitte compagnie furono abolite; restando 
ì cavalieri della stola d'oro,di s. Marco,e 
del doge,de'quali la repubblica se ne attri- 
buì la creazione. I più ragguardevoli ca- 
valieri nominati dalla repubblica furono 
della stola d'oro, che conferiva a patri» 
benemeriti per segnalati servigi ad essa 
prestati nell'armate,neirambasceriee nel- 
le magistrature. Furono così denominati 
dal portare sulla spalla sinistra una sto- 
la d'oro ricamata,larga'un piede,che scen* 
deva non meno davanti che di dietro si- 
no alle ginocchia. Conceduto tale onore 
dal senato veneto, gli aggregati all'illustre 
ordine comparivano in pubblico per otto 
- giorni con veste ducale di damasco o di 
panno rosso, secondo le stagioni, essendo 
nell'inverno foderata d'armellini come la 
'veste de'senatori, e perciò maestosa e con 
ampie maniche. Assumevano taleabitose 
fiicevano parte del senato, oquando la si- 
gnoria lo portava nelle solennità : negli 
altri giorni incedevano colla veste nera dai 
nobili, soltanto distinguendosi colla stola 
che porta vano sulla spalla, similmente ne- 
ra e hordata con gallone d'oro. Nell'i n- 
verno cingevano la veste con cintura di 
velluto nero con frangie d'oro. Pretende 
ilp,BoQanai|ChelasloIa fosse di tela d u- 



STO 89 

ro e ornata di gemme, che la cintura nei 
giorni di ceremonie era rossa, e di tal co- 
lore le calie e le scarpe, il Sarodli, Lei' 
iere^ t. 3, letL 26, Della siola^ dice che 
anticamente i nobili veneziani cuopriva* 
no il capo con un panno chiamato stola, 
ma dopo inventata la berreUa, la stola po- 
sero sulla spalla sinistra conservandole il 
nome, e formandone un distintivo largo 
3 palmi; che i cavalieri l'ornavano con 
lembi d'oro, i senatori di porpora, quan- 
do vestivano le toghe rosse. Quanto all'o- 
rigine de'cavalierì della stola d'oro, per 
tradizione é antica, essendosene perdute 
le memorie primitive quando il fuoco di« 
strusse gli archi vi. Nondimeno è noto cha 
anticamente i nobili veneti coprivano Ja te- 
sta con ampio cappuccio che scendeva sul- 
le spalle, ornato da'pa trizi con ricamo d'o- 
ro, ma riuscendo incomodo nell' estate^ 
andò in disuso. Si vuole che anticamen- 
te ciascuno vestisse a piacere, ma nel 1 63 1 
il senato decretò una prammatica sugli 
abili , ordinando che i nobili portassero 
vesti- nere con ampie maniche, Isa vi gran- 
di vesti di color violetta, così isavi di ter- 
raferma per tutto il tempo che esercita- 
vano le cariche; che i capi del consiglio 
de'quaranta e i savi degli ordini usasse- 
ro veste] violetta, ma con maniche strette 
dette a comio, ed a'magistrati fu conces- 
sa la veste rossa nelle pubbliche funzio- 
ni. A' cavalieri della stola d'oro fu pre- 
scritto, sotto pena di 5oo ducati, lascia- 
ta la veste rossa 8 giorni dopo la loro ao- 
cettasione,d'usare vesti con maniche stret- 
te come gli altri, permettendo ad essi per 
divisa di loro dignità la cintura e la stola 
bordata con gallone d'oro, a riserva dei 
deputati per l'accompagno del doge, per 
ricevere gli ambasciatori,o comparire nel- 
le pubbliche funzioni, ne'quali casi per- 
misero le vesti rosse. 1 veneti ambascia- 
lori a qualche principe, se aveano ricevu- 
to da esso qualche ordine equestre, come 
quelli pressoio s. Sede da' Papi ereati for- 
malmente cavalieri dello Sperone doro 
(^.), nel ritorno erano tenuti fiir i'«ulra« 



go STO 

ta solenne in senato, e deporre nelle sue 
mani le ricevute insegne cafalleresche, ed 
ordinariamente le approvava, segnata* 
mente quelle del Papa. Sebbene il sena- 
to restituiva loro le decorazioni, essi tut- 
tavia non le portavano, comechè conside* 
rati cavalieri della stola d'oro. Vi erano 
in Venezia .delle famiglie che godevano 
jier discendenza di quest'onore, concesso 
•Moro antenati per benemerenze, e n'era 
sempre insignito il gran cancelliere della 
repubblica,quantunque semplice cittadi- 
no del 3.° ordine: vestiva ordinariamen- 
te di rosso con veste violetta di ampie ma- 
niche, con istola di simile colore, e nelle 
pubbliche funzioni la veste ducale rossa; 
precedeva tutti i principi , ed al suo ca- 
davere si ponevano a'piedi gli speroni d'o- 
ro. Indi il p . Helyot ragiona degli altri 
cavalieri di s. Jf^rco in Venezia, diversi 
da quelli della sloia d'oro; ed aggiunge 
che il doge qual principe e capo della re- 
pubblica conferiva dì sua autorità l'altro 
ordine denominato del Doge o dei Pn'n- 
crpe di Fenetia, ch'egli dava nella sua 
6ala di udienza. Era divisa de'cavalieri di 
tuie ordine la croce equestre di 12 punte, 
simile a quella de'cavalieri di Malta^snial- 
tata di turchino, contornata d'oro, e a- 
vente nel mezzo un ovato in cui vedeva- 
ii rappresentato il Leone alato di s. Mar- 
co, principale insegna della possente i*e- 
pubblica. Tutti questi cavalieri cessarono 
col suo termine nel declinar del secolo 
passato.Si ponno vedere, Giustiniani, Hi- 
storie degli ordini equestri j e le Poesìe 
per il solenne ingresso al cavalierato del- 
la stola d*oro, A sua eccellenza Alvise I 
Contarinif Bergamo 1785. 

STOLZEMBERG DE HUTTEN 
Fbarcesco Cristoforo, Cardinale, Nobi- 
le tedesco, nacque agli 8 marzoi7o6, in 
Weissenfeids diocesi d'Erbipoli,da cospi- 
cuaeantica famiglia, che ne cui^ diligen- 
temente la morale e scientifica educazio* 
ne, secondandone il talento. Compiti gli 
-studi, e dichiarando vocazione ecclesia- 
lUca fu provveduto di benefizi ecclesia- 



STO 

stici, e quindi per le sue* virili ed egre- 
gie qualità meritò che il Papa Benedet- 
to Xl^nel concistoro de'3 febbraio 1 744 
lo precdhizzasse vescovo della ragguar- 
devole sede episcopale di Spira. L'esem- 
plare sua condotta gli procacciò colla ge- 
nerale estimazione vieppiù quella di Cle- 
mente XIII successore di detto Papa, il 
quale in premio l'elevò alla sublime di- 
gnità cardinalizia, e con elogio nel con- 
cistoro de'23 novembrei76i lo pubbli- 
cò dell'ordine de'preti. Riporta il n. "692 7 
del Diario di Roma ài tale anno, che Cle- 
mente XIII gli spedì in Germania la ber- 
retta cardinalizia per l'ablegato aposto- 
lico mg.' Pietro Mantica, suo cameriere 
segi*eto partecipante e segretario d'amba- 
sciata, ed a cui die pure l'incarico di pre- 
sentarla al cardinal Migazzi arcivescovo 
di Vienna d'Austria. Non essendo mai ve* 
nuto in Roma, non ebbe né la chiesa ti* 
tolare, uè l'insegne cardinalizie del cap- 
pello e dell'anello, per cui non si recò al 
conclavedeli 769 per la morte diClemen- 
te XIII ed elezione di Clemente XIV, e 
poco dopo vi soggiacque anch'egli, com** 
pianto per le belle qualità che lo fregia- 
vano. Pertanto leggo nel n.°8 1 60 del Dia' 
rio di Roma del 1 7 7 o,che il cardinale ces- 
sò di vìvere in Spira suo vescovato a' 19 
aprile, in età d'anni 64) nn mescei i gior- 
ni; e nelle Notizie di Roma del 1 7 7 1 , che 
dopo le solenni esequie fu sepolto nella 
cattedrale di Spira. 

STOPPA, Stuppa, Materia che si trae 
dopo il capecchio, materia grossa e lisco- 
sa {tomentum)^ nel pettinar lino (Jinum) 
o canapa, erba e pianta dalla quale sec- 
ca e macerata si cava materia atta a fi- 
larsi per far panni, detti perciò pannili- 
ui, tele, corde e funi. Del lino parlai a Pan- 
lfiLiNi,SBT A,eScBiTTURA diccndo della car- 
ta formata con esso; a Campana per le sue 
corde, e ne' relativi articoli. Il rapido e i- 
stantaneo bruciamento della stoppa ser* 
vi, e tuttora si usa nella funzioue sagra 
più solenne del Papa, per simboleggiare 
la caducità delie cose umane. Negli ar- 



. STO 

ticoli Cappelle poettificie e Fikk:o, ricor- 
dai l'antica cereraonia praticata in alcune 
chiese annualmente nelle solenni feste , 
per dimostrare la fralezza dell'umane co- 
se e la generale combustione alla fine del 
mondo; non che per impedirenelle soien* 
ni onorificenze i moti della Tanità , e a 
rammentare la brevità della vita e la fra- 
gilità delle cose, che gli ebrei rappresen- 
tavano con gtttare in terra e fare in pez- 
sl i bicchieri di vino , bevuto nelle loro 
nozze; altre costumanze praticandosi ne- 
gli SposaUzHF,) delle altre nazioni. Nel- 
la chiesa romana, come si ha dairOixli- 
ne romano XI di Benedetto canonico in- 
dirizzato al cardinal Guido, poi nel 1 143 
Celestino II, presso il Mabìllon, Musei I- 
iaìicì^ t. 3, p. 1 26 e 1 4 1 , Taccensione del- 
la stoppa si praticava la mattina di Na- 
tale nella patriarcale Chiesa di #. Maria 
Maggiore^ quando il Papa recando visi a 
pontificare, al suo ingresso nel presbite- 
rio, un mansionario della basilica gli pre- 
sentava una canna con* cerino acceso, col 
quale il Papa dava fuoco alla stoppa, che 
stava sui capitelli delle colonne, per rap- 
pi'esentare la fine del mondo, che da una 
pioggia di fuoco sarà cagionata. Neil' Or- 
dine della chiesa Bisunti na, Hist. Sequan. 
t.i, p. 4o, e nel t. 3, p. 417 del Glossa' 
rium di Carpentier si legge, che nel gior- 
no di Pasqua è prescritto:** Archidiaco- 
nus poneligoem inpharus, et dum linum 
succendttur, venit inclinans reverentissi- 
me, ante d. Archiepiscopum, etdicet ad 
eum. Reverendissime Pater , sic transit 
inundus,etconcupiscentiaejus '*, Si può 
TedereSarnellijLiime a* principianti, par. 
I , quaest. i o, p. 1 44* Transit mundtim, et 
concupiscentia efus. Ciò facevasi nel gior- 
no di Natale e nelle feste più solenni, ed 
anche più volte nello stesso pontificale, 
come ivi é detto.»«Surgens Archipraesul 
de cathedra, antequam incipiat: Gloria 
in exceUisj accedat Archidiaconus reve- 
renter,et tenensoram planetae trahat ieni- 
ter, et dica t: Scito de terram e^^e/sicque 
debet fieri, quotiescunique Archiepisco- 



STO 91 

pus, aut sacerdos a sede surgit, ut acce- 
dat ad altare post orationem". Lo stesso 
facevasi nella festa di Pasqua, come si può 
vedere in Magri, Hierokòùicon^ p. 4?^» 
ed in Gemma,Déa/t/. rit, Missae, p. ai3. 
Parla dello stesso uso l'Ordinario della 
chiesaLexoviensedel secoloXIll nel gior- 
no di Pentecosti! (al quale articolo riporr 
tai altri esempi per allusione alla venuta 
dello Spirito santo in lingue di fuoco), ad 
processionem missaestuppae inflamman* 
tur^quas custodes inveniunt. Dissi a Luc- 
ca, che quando l'arcivescovo intuona il 
Gloria in excelsis Deo , si brucia una 
quantità di stoppa in mezzo al la cattedra- 
le. Nel voi. XXXIV, p.iSg ei44f*'il^^B> 
che nel VI secolo già era introdotto il co- 
stume di rammentare airimperatore gre- 
co nella sua coronazione, la caducità di 
sue grandezze e che dovea morire, ed in- 
sieme di rendere stretto conto a Dio del- 
le sue azioni, sia col bruciamento avanti 
a lui della stoppa, sia colla presentazio^ 
ne d'un vaso di ossa eceneri; perchè con* 
siderasse la sua caducità, e nella brevis- 
sima durata della fiamma il nulla de'suoi 
onori iransitorii, dovendosi conservare u- 
mile tra gli splendori seducenti del potere; 
e che il globo imperiale, dì cui riparlai a 
Scettro, era segno della maestà impeg- 
nale e insieme della fralezza della possan- 
za terrena.Narrai ne'seguenti articoli, che 
nelle antiche ceremonie della Coronazio» 
ne de* sommi Pontefici e del Possesso del 
PapOj più azioni servivano a lui di mo- 
rali e gravi avvertenze. Quando si poneva 
sulla Sedia stercoraria, cantavasi il ver- 
setto: Suscitat de pulvere egenum, et de 
stercore erigit pauperum, ut sedeat cum 
prìncipibus, et solium gloriae teneatj af- 
finchè conoscesse la diflferenza dello stato 
a cui era sublimato, e si mantenesse u- 
mile nel ricordar sempre quello che la- 
sciava. Gli si mostrava un gallo di bron- 
zosopra una colonna, figura di quello che 
cantò 3 volte alle negazioni del 1 .^Papa 
8. Pietro, perecci tarlo a compatire i man- 
camenti dei sudditi e perdonarli come a- 



92 STO 

veva fatto Cristo con s. Pietro. Sedente 
nella Sedia Gestatoria^ 3 volte gli si bru- 
ciava innanzi 3 globi piccoli di stoppa, nel 
nodo che descrissi nel voi. Vili, p.i65, 
dicendogli altrettante volte e con canto 
un ceremonì^re: Sancle Pater y sic tran- 
sii gloria mundil In tal guisa ricorda n* 
dogli, nel più solenne rito in cui incoro- 
natasi Pontefice massimo e sovrano tem- 
porale, quanto breve sin la gloria terre* 
uà, simile ad una vampa die finisce nel- 
l'atto medesimo che si accende con vee- 
menza. Questa grave e significante cere- 
monia tuttora si conserva. 1 1 Magri nella 
Notizia de vocaboli ecclesiastici, all'ar- 
ticolo Papa^óìct che nel giorno di sua co- 
ronazione e mentre è portato nella basi- 
lica Vaticana, il maestro di ceremonie lo 
precedecon in mano due lunghe canne, iii 
una delle quali vi e della stoppa, nell'al- 
tra una candeletta accesa, con cui attac- 
cato fuoco alla stoppa, dice il detto ver- 
setto, che colla combustione replica due 
altre volte, secondo il prescrìtto dal Cae» 
rem, Rom, 1. 1 ,sect. i^c^ieZ. Inoltre nel 
HieroUxicofi dice il Magri: » Porro Apo- 
iiolico in Pascha procedente, pharuse^ 
ituppa super eumsuspenditur, quae igne 
tuccensa super eum cadere permittitur, 
sed a ministris vel a terra ex.cipitur, et 
per hoc ipso in cinerem redigi, et gloria 
ornatus ejus infavillam converti admo- 
netur". Di più aggiunge, che al riferire 
di Ciaoconio nella vita dell'antipapa Be- 
nedetto XII l,anticamente si praticava pu- 
re altra ceremonia nella coronazione del 
Papa, con ricordargli: Pater sancle non 
videbisdiesPetri^ per cui dichiarò che non 
fu legittimo avendo vissuto 3o anni. Ri- 
flette poi, che tal ceremonia non si trova 
registrata negli antichi cei*einoniali,corae 
già rilevala Pontificato, ragionando su 
questo argomento, dichiarando falsa sif- 
fatta asserzione del cantato versetto, ben- 
sì riportai le analoghe erudizioni e spie- 
gazioni, sopra un punto in cui talvolta si 
fi>ndò l'altrui sciocca speculazione, colle 
ammonizioni date da s. Bernardo ftH'aa* 



STO 

tico suo discepolo Eugenio III.» In tutte 
le opere tue, ricordati che sei uomo,e sem- 
pre abbi avanti gli occhi il timore di Co- 
lui, di cui dice il salmo, che auftrt spi* 
tiCiim Principum. Quanti altri Papi hai 
visto morire? I tuoi predecessori t'avvi- 
sano della certissima e prestissima mor» 
te tua; e il breve tempo che hanno essi 
dominato, fa sapere a te che pochi saran- 
no i giorni tuoi. Fra le lusinghe adunque 
di questa gloria, che passa, abbi la men- 
te fìssa ai novissimi, perchè quelli segui- 
terai nella morte, a cui nella sedia ponti- 
ficale set succeduto". Il vescovo Sarnelii, 
lettere ecclesias ti che X.&y\m^\e^ la lett. 
36 in discutere: Perche si dica del Papa: 
Non videbit dies Petri. Riporta cose già 
riferite dal Magn,edal p. Menochio, vS/do- 
iY7,cent. g,cap. Sg. La supposta ceremo- 
nia la qualifica diceria volgare senza fon- 
damento, ripetuta dall'I llescas nella sua 
Storia dePapij e riporta la sentenza di 
s. Agostino. *• Senectus, quae est ultima 
aetas hominis, non habet determinatum 
tempus, secundum mensuram aliarum, 
cum quandoque sola tantum teneal tem- 
porìs, quantum reliquae aetates omnes". 
Le medesime opinioni narrò Cancellieri 
ne Possessi de* Pontefici y^, 54 e 5oo, ci- 
tando inoltre queste due opere. Bernar- 
dino Mezzadri, Dissert, crii, hist. de i5 
annis Rom, Petri Cathedrae adversiis u- 
trumquc Pagium, Romaei75o. G. An- 
tonio Bianchi, Dissert, sulla venuta dis, 
Pietro a Roma^ degli anni del suo Pon- 
tificato della cattedra romana , e delle 
chiese da lui fondate nelle provincie o- 
rientali, nel t. 3 delle Dissert, eccles. di 
Zaccaria. Sul pontificato di s. Pietro e del- 
la sua cattedra X Antiochia , riparlai a Si- 
BiA nel fare la serie de'patriarchi Antio- 
cheni. \\ p. Gattioo, Acta caeremonialiay 
tratta del bruciamento della stoppa avan- 
ti al Papa nella sua coronazione, a p. 373, 
4 io,423,riproducendo le descrizioni del- 
lecoronazioni d'Innocenzo Vili deli4B4 
e colle ceremonie che ancora si osserva- 
nO|d'IaaoQenzo X deli644»6 d'iauoceu- 



STO 

so XI del 1 676. Quanto nlla combtistio* 
ne della stoppa nel ponlificaledi Pasqua, 
ne parla a p. 4'* Eletto neli4og Ales- 
saodro V nel sinodo di Pisa, fu corona- 
lo nella cattedi*ale,edalla descrizione pub- 
blicata ut* Possessi da Cancellieri, si leg- 
ge: El illa die fuerunl multa solemnia, 
uiputa^ de stupì s conibustis dicendo^ Sic 
traimi gloria mundi. Nel 149^ fu coro- 
Bato Alessandro VI, essendovi presente 
PìetroDelfino celebre generale de'caroal- 
dolesi, il quale descrivendo in un'episto* 
k tutta la pompa, dichiara l'impressione 
cbe gli fece della caducità delle cose u- 
tnane, pel mortale deliquio che sorprese 
il Papa all'altare maggiore, e da cui rin- 
venne essendogli sprutzata dell'acqua nel 
vollOfOnde appena pronunziata la formo- 
la: Sic transil gloria mu/tdi, la sperimen* 
tò in effetto. Pio III che gli successe nel 
1 5o3, e come notai nella sua biografia, 
nel vedere ardere la stoppa e nel sentire 
il triplice canto: Pater sancte^ sic transit 
gloria mundi, ne rimase talmente pene- 
trato e commosso, anche per esser impe- 
dito da una piaga di stare in piedi, che 
ne pianse;y&m«e statim , et humanam 
sortem ingemuisse dicitur^ brevi peritU' 
ram. Il suo pontificato infiitti fu di 26 
giorni. Neil 585 fu coronato Sisto Val- 
la presenza degli ambasciatori del Giap- 
pone. Mentre si bruciava la stoppa, si dis- 
leper 3 volte il solito versetto: Santo Pa- 
dre, così passa la gloria di questo mon» 
do. Ma Sisto V, pronto e arguto nelle ri- 
spoile, fuoi*i dell'uso degli altri Papi che 
in quell'atto nulla dicono, con animo in- 
trepido rispose ad alta voce: La gloria 
nostra non passerà mai^ perchè non ab' 
hiamo altra gloria^ se non chefarbuó' 
na giustìzia, £ poi voltatosi agli amba- 
tcialori giapponesi soggiunse: Dite a'vO" 
Hri principi nostri figli ^ il contenuto di 
^U€ila nobile ceremonia. Clemente XIV 
venne coronato nel 1 769, e vedendo che 
nella ceremonia della stoppa questa sten- 
lava ad accendersi, forse per essere uroi- 
da» ne mostrò gran compiacenza, pren- 



STO 93 

dendolo per buon preludio (mi'quali no- 
tai qualche erudizione a Profeta) che il 
suo pontificato avesse lunga durata, co* 
me rilevò Cancellieri, insieme alla cadu- 
ta da cavallo nello scendere dal Campi- 
doglio, nella pompa del possesso. Confes- 
sò il Papa, che subito gli venne in men* 
te il versetto: ImpuUus eversus sum^ ut 
cadereni^t Dominus suscepit me, con tut- 
ti gli altri del salmo 1 1 7 che sembrava a- 
dattato al suo caso. Notò inoltre Cancel- 
lieri essere stato detto allora lepidamen- 
te: Che Alessandro incominciò il suo im- 
pero con domare un cavallo, non doma- 
to da verun altro; e che Clemente inco- 
minciò coll'essere domato da un cavallo, 
domato da tutti gli altri. Quanto inoltre 
spiritosamente disse Clemente XIV nel- 
la caduta, lo riportai nella biografia, fi- 
gli regnò 5 anni, 4 mesie3 giorni,-emor\ 
di 69anni non compiti. Nel voi. XXXVII, 
p. 77, e meglio a Stazioni sagre dblii 
CHIESE DI Roma, parlai degli stoppini delle 
lampadedi esse, e che gli stoppini di quel- 
le visitate da 'Papi si prendevano per for- 
mare un guancialetto per la loro cassa 
mortuaria, e porsi sotto il capo de' loro 
cadaveri. Di questo uso trattano, Severa- 
no. Memorie sagre, p. 368, citando Cen- 
cio Camerario che ne ragiona nel libro 
òe* Censi j e Cancellieri, Notizie de* con- 
clavi, p. 5i. 

STOP PANI GiANFRANCEsco, Cardi- 
nale, Nacque in Milano da nobili genito- 
ri , e dopo aver coltivato i buoni studi 
nel collegio Borromeo di Pavia, portato- 
si inBoma,fu da InnocenzoXlli ammes- 
so fra i suoi camerieri segreti, e poi di- 
venuto prelato di manlelletta fu da Cle- 
mente XII nel 1 730 spedito inquisitore n 
Malta, e dopo 5 anni facendolo consagra- 
re arcivescovo di Corinto in partibus lo 
promosse a nunzio di Firenze, e nel 1 739 
con lai dignità lo mandò al senato vene- 
to; indi Benedetto XIV nel 1743 lo di- 
chiarò nunzio all' imperatore Carlo VII 
di Baviera, del quale si guadagnò i'afiel- 
to e la grazia. Ma la sua buona ventura 



94 STO 

si cambiò nel 174^ colla cnor le del l'ini- 
peraloie, poiché favorendo egli alla die* 
tadi Fi'ancfort nell'elezione la casa di Ba* 
viera, fu invece eletto Francesco I mari- 
to della regina M/ Teresa d'Austria, il 
-quale non lo volle per nunzio a Vienna, 
onde Benedetto XIV nel 1 747 lo fece pre- 
sidente d*Z7r^//io^ città a cui compartì im- 
mensi benefizi, e lo stesso fece con quel- 
la di Pesaro, dove a pubblico vantaggio 
spese molto del proprio. Volendo Bene- 
detto XiV premiare la lunga e lodevole 
sua carriera colla porpora, anche per le 
istanze premurose del cardinal Valenti se- 
gretario di stato, amicissimo e parente del 
prelato, nondimeno si trovava imbaraz* 
£ato dalle contrarie e vive rappresenta n* 
«e del cardinal Millini ministro dell'im- 
peratrice regina M.^ Teresa, la quale on • 
ninamente lo voleva escluso da tale di* 
^nilà, per l'opposizione mostrata al ma- 
j^ito in detta dieta, nel favorire la parte 
Bavara contendente. Ma dipoi conside- 
rando il Papa che non conveniva dar mo- 
tivo alle corti di cominciare l'abuso di dar 
V Esclusiva (ne riparlai a Sagro collb- 
Gio) anco dai collegio cardinalizio, come 
pretendevano darla in conclave sul nuo- 
vo Papa; e che il prelato avea protesta- 
to con tro la segui ta elezione a seconda del- 
le sue istruzioni, ed avea inoltre servito 
con riputazione la s. Sede, restò fermo nel 
divisamento e procurò di dileguare tan- 
ta opposizione; quindi ai 116 novembre 
il 753 lo creò cardinale delfordine de'pre- 
ti, e gl'invio a Urbino la berretta rossa 
per l'ablegato mg.r Veterani suo came- 
rìere segreto. Venuto in Roma gli confe- 
rì il cappello cardinalizio, e per titolo la 
chiesa di s. Martino a'Monti, e lo Domi- 
nò legato apostolico d'Urbiqo, che con- 
tinuò sino al 1 754) quindi nel 1 756 io fe- 
lce legato di Ravenna, ove pure si fece a- 
mare per la sua incorrotta giustizia,e ap- 
plaudire per la sua liberalità, e vi restò 
(fino ali 76 1 . Ascritto alle principali eoa* 
gregazioni cardinalizie,ClemeDteXlII gli 
I attribuì la prefettura dell' economia di 



STO 

quella di propaganda, e non In generale 
come scrive Cardella, e più tardi diven- 
ne segretario della congregazione del s, 
o^sio, non che protettore de'canonici re- 
golari Lateranensi, dell'ordine di s. Ba- 
silio,di diverse università artìstiche, del- 
l'accademia teologica, del monastero di 
s. Susanna, e delle città di Pergola, e di 
Augusta in Germania. Clemente XI 1 1 nel 
1763 lo preconizzò vescovo suburbicario 
di Palestrina, in cui adempì le obbliga- 
zioni tutte di zelante pastore colle fre- 
quenti visite della diocesi, e colla solle- 
citudine veramente paterna ch'ebbe pei 
seminario. Imp^*occhè leggo nel prene- 
stino Cecconi già vescovo dìMontalto, che 
gli dedicò la sua opera, Instiluzione dei 
seminari i^e^coi^i/r^ encomiata l'episcopa- 
le sollecitudine, ed enumerate le sue be- 
neficenze, per le sue instancabili cure pel 
seminario, ove stabiPiun nobile oratorio, 
l'arricchì di sagri arredi per le messe so- 
lenni,consediIi e pulpito per esercizio del- 
la divina parola, oltre altri comodi e or- 
namenti, ed oltre ancora l'impegno pel 
profitto de'giovani,al quale effetto li prov- 
vide di scelta e copiosa libreria. Trovo nel 
Petrinì, Memorie Prenesline^ altri enco- 
mi, e che avendo sino dal 1 750 il semi- 
nario donato a'passionisti la chiesa di s. 
Maria di Pugliano già de'conventuali e 
nel territorio di Paliano,ove i religiosi sta- 
bilirono un ritiro e abbellirono la chiesa, 
questa a' IO agosto 1765 si portò a con- 
sagrare solennemente con nobile corteg- 
gio, essendo ancor vivente il loro fonda - 
toreb. Paolo della Croce. Acquistò in Ro- 
ma il bel Palazzo Stoppani ( /^.),che seb- 
bene ora proprietà de'Vidoui ne conser- 
va il nome, e dove collocò le famose ta- 
volePrenestinedalui trovate in Palestri- 
na {P^.)y ossiano i frammenti de'fasli di 
Q. V. Fiaccò. Mecenate de'letteratì, ge- 
neroso co'poveri, munifìco verso le chie- 
se, compì gloriosamente il periodo de'suot 
giorni in Roma a' 18 novembre 1 774» in 
tempo di sede vacante per Clemente XI V 
al conclave pel quale e per Clemente X I li 



STO 

ioter venuto, «usa poter entrare in 
quello che si celebrava allora, a cagione 
elei male che lo aflOi^eva e portò al le- 
pelerò diygaooi. Fu tumulato nella chie- 
n di a. AJidrea della Valle, nella cappel- 
la della Madonna, dove in vita erasi ap- 
parecchiala la tomba, come si vede nella 
lapide posta alla sua memorìa nella vici- 
•n parete, sopra di cui è espressa la di luì 
effigie in marmo con un semplice elogio. 
STORIA e STOmCO.Hisforia.hisiO' 
ricuSf hisioriografus, Narraxioue di Uosa 
di cose seguite, raccolte e scritte dallo sto- 
rico oistoriografo. Gli nrcAiW sono le mi- 
niere della storia, gli elementi sono le mo- 
morie lapidarie dell'iVcrràioni ^ non meno 
che le monete e \e medaglie j ed altri an- 
tichi monumenti. Ogni umana 4*ioor dan- 
ni tramandata alla posterità senza questi 
poderosi e indispensabili aiuti , riuscirà 
aObrata e manchevole di piena autorità, 
imperocché la fedele storia d^ve essere vi- 
"vo oracolo della verità. La storia è il pih 
durevole mooumento,chegIi uomini pon- 
ilo lasciare delle loro asioni, giacché né 
le statue, né l trofei, negli archi trionfi- 
li, né le iscrizioni, né le medaglie, né le 
colonne, né le pitture, né i mausolei, poo- 
fio eguagliarne Testensione e la perpetui- 
tà. La storia é lo specdiìo e il vero teso- 
ro della vita umana, che preserva dalla 
morte e dalla dimenticanza le azioni e le 
parole memorabili degli uomini,leav ven- 
ture meravigliose e gli accidenti straor- 
dinari, che produce il lungo tratto del 
tempo. La storia, ch'é maestra della vi- 
ta e rivelatrice de' secoli, insegna assai 
meglio della Biosofia o almeno ne cur- 
i^obora le dottrine colla pratica dell' e- 
•empio. Noi dunque a ninno più dobbia- 
mo che agli storici, i quali registrano le co- 
te pih notabili, per conservarne la memo- 
ria in perpetuo,che possa servire d'istru- 
«ionealla posterità. In qual fondo d'igno- 
ranza saremmo noi caduti e inabissati , 
se fosse abolita la memoria di ciò che ac- 
cadde prima della nostra nascita? £ qual 
ristretta esperienza avrebbe ognun dei 



STO q; 

mortali, se non avesse che quella solo che 
si fiisse potuto procacciare nel giro limi- 
tato di sua vita? Per compensarne adun- 
que liei miglior modo la fatai brevità, o- 
gni uomo, culto specialmente, gode per 
quanto può, di farcii spesso presenti l'e- 
tà trascorse, con indagare le memorie e 
le costumanze de'passati secoli e delie an- 
tiche nazioni, conos»cendo che i libri so- 
no nel tempo, come i telescopi nello spa- 
zio, che avvicinano gli oggetti più lonta- 
ni. Osserva il di. Cantò, negli Sludi su 
fab. Panni. « Comunque la vita d'uno 
scrittore sedentario consista negli seritit 
suoi, pure l'autore vive col suo secolo, e 
seassistea una rivoluzione, ne é specdiio: 
laonde un grande scrittore é rappresen- 
tante del proprio secolo e inisialora del 
nuovo, se non per volontà creatrice, al- 
meno per vaghezza indecisa e per confuso 
presentimento ". Dicesi anche storia un 
successo, un avvenimento, una cronaca, 
una leggenda^ un poemetto o simili; ed 
inoltre,le dipinture o sculture rappresen- 
tanti alcun Èitlo. La mitologia e l'icono- 
logia, crede la storia personificala Gglia 
di Saturno dio del tempo, e di Astrea dea 
della gtustizia;la dipinge in maestoso con- 
tegno, con grandi ali, emblemi della sua 
prontezza uel divulgare gli avvenimenti, 
coperta di bianca veste simbolo della sua 
veracità ed ingenuità; con un libro in una 
mano, e nell'altra uo^ penna ed uno sti- 
le ; volgendosi addietro , siccome quella 
che seri ve per coloro che verranno dopo. 
Talvolta viene espressa che sta scrivendo 
in un gran libro sostenuto dalle ali del 
Tempo, che rappresentasi sotto la forma 
di Saturno. Si dipinge ancora con un dia- 
dema, perché la storia è specialmente di 
lezione de'governanti;col sole nel petto, 
per esprimere il carattere della verità e 
della imparzialità da cui non deve e^sa 
giammai dipartirsi. Alcune medaglie, del* 
le piramidi e altri attributi, annunciano 
che le sue prove consistono uegli antichi 
monumenti. Si dipinge pure in un qua- 
dro il cui (ondo è formato da una incen- 



96 STO 

diata cìttò, che indica la distrazione de* 
grìmperi,notnbileeÌ8truttivoarticolodei 
suoi annali. Alle arti della Scrittura (^.), 
ed a quella della Stampa ( /^.) dobbiamo 
principalmente ripetere la storia e il pro- 
gresso delle umane cognizioni. Si preten- 
de che il libro pi il antico sia quello di E- 
noch; meglio è vedei*e Libberia, ove ne 
parlai. Si crede da molti essere il più an- 
tico storico Sanconiatone,o almeno degli 
scrittori non ispirati, nativo di Berito in 
Frigia, che scrisse in Lingua (/^.) fenicia 
la storia di Tiro.Pare che vi ponesse gran 
diligenza in compilarla, poiché si vuole 
ch'egli tutto attingesse negli atti autentici 
della città e -negli archivi che gelosamen- 
te si custodivano ne' templi. L'opera fu 
trovata esaltissima da AbibaI re di Beri- 
to, a cui la dedicò: si ritiene che fiorisse 
1 4 secoli innanzi l'era cristiana. A Libre* 
BiA inoltre rilevai l'antichità delle dedi* 
che iìt'Libn( /^.),narrando l'opera da Be- 
roso caldeo dedicata al re Seleucio Nicà- 
nore, che cominciò a regnai*e 6 1 anni do- 
po la morte d'Alessandro; e ad Era di A- 
I.BSSANDRO IL Grande, dissi csscre morto 
4^5 anni avanti Gesù Cristo. Essendo la 
atoi'ia la narrazione degli avvenimenti 
passati, per evitare la confusione, ed es- 
sere diretta nel suo cammino, ha bisogno 
della Cronologia (f^.). Questa insegna a 
classificare, secondo l'ordine de' tempi, gli 
avvenimenti diversi che presenta la sto- 
ria. Per questo la cronologia divide l'isto- 
ria in alcune parti, ciascuna delle quali 
è seghata da qualche fatto memorabile, 
cui si riferiscono tutti gli altri. Tali par* 
ti si chiamano Èpoche {F.\ e differisco- 
no dal Periodo (^.). Abbiamo il Calen^ 
dario cronologico del tratiaio elementare 
e delle principali epoche per tintèlligea- 
za delie storie^ Romai8!t6. E di G. D. 
Musa ozio, Tahulae chronologicae qiiae 
sacra, politica^ bellica, fortuita, literas 
et artes ad omnigenam historiam com* 
plectuntur. Accessit disserte^tio histoHcO' 
critica qua Chronologlae his tabulis tra- 
dtlae specimen apologeticum exhibetur 



STO 

JV. Spinelli, Romae 1 7 '>o. Non v'ha cosa 
che di maggior diletto e di più reale van- 
taggio possa riuscire alla gioventù, quan- 
to l'avere innanzi agli occhi, per così di- 
re, il quadro di tutti gli avvenimenti dei 
secoli. Per questo appunto coloro che l'a- 
nimo intesero in ogni tempo all'educazio- 
ne scientifica e letteraria della gioven- 
tù, le offrirono ad oggetto di studio sto- 
rie particolari e compendi di cronologia. 
Ma tali storie studiate separatamente le 
une dalle altre, fecero conoscere il biso- 
gno di quadri cronologici d'istoria anti- 
ca e moderna, sagra e prof ma, con un'i- 
dea generaledel mappamondo de'secoli, e 
poi mirare con questa norma all'acquisto 
delle particolareggiate istoriche cogni- 
zioni. Rollio, Fleury, Pluche e B^itteanx 
opinarono, che questo genere di compen- 
di storici potevano essere molto proficui 
all'istruzioneelementare, sì perchè avvez- 
za il giovane alla memoria delle cose, s\ 
perché lo guida a fissara un ordine alle 
proprie idee. La storia è indegna di que- 
sto nome se non sia testis temporuni, lux 
veritatis^^vìmu legge della quale è ne quid 
falsi dicere audeat, secondo il noto pre- 
cetto di Cicerone. Di questa verità nin- 
no dubitò mai fra gli antichi, e quindi si 
legge presso Luciano: Chiunque impren- 
da a scrivere una storia a ninno dee sa- 
grificai*e, solamente alla verità. Non è a- 
dunquechi non veda i documenti auten- 
tici e degni di fède essere alla storia quel 
che sono i materiali ad un edifizio;e quel 
che Seaeoa affermava de'grammatici che 
delle parole non sono essi inventori, ma 
solamente custodi^ con molto miglior di- 
ritto doversi intendere ancora degl'istori- 
ci per rispetto agli avvenimenti da loro 
narrati. E quanto alla filologica Erudi» 
zione {^.), disse Galileo.»» Non aver glo- 
ria solamente colui che ai concetti suoi 
sa dar forma e sviluppo pratico; ma que- 
gli eziandioche non tanto perchécrea pen- 
sieri, ma perchè sa incarnare nel fatto i 
pensamenti suoi". Girolamo Martens nel 
Saggio di un* istoria completa dell'erit» 



STO 

dizione ad uso de* giovani che comincia- 
HO a fare i loro studi in qualche univer* 
sitàf riconosce 4 pnncipali epoche nella 
storia dell'erudizione e delie Leilere belle 
(^.): l'epoca de'greci sotto Alessandro e 
i Tolomei; quella de'romani sotto Augu- 
stojquella degl'italiani sotto iMedici;quel- 
la de'francesi sotto Luigi XIV; quindi ri« 
conosce una 5/ epoca, che i cattolici po« 
Iranno chiamare il secolo di M.* Teresa, 
e i protestanti il secolo di Federico H. F", 
Lbttbbato. Il prof. ab. d. V. Anivittì,/^/t- 
nali delle scienze religiose, a.* serie, 1. 1 2, 
p. 2a6,dichiara:»Dal risorgere delle let- 
tere insino a'dì nostri ha la storia per- 
corso successivamente tre stadii.Da prin- 
cipio tra la polvere delle recondite ope- 
re, e tra gli avanzi dell'antichità si aprì 
una via di erudizione, rimescolando nel- 
le sue ricerche il vero e il falso, il favo- 
loso e il reale. Dall'abuso di codesta e- 
rodizlone indigesta ed informe, sentito 
da'dotti il bisogno di separare la gratui- 
ta asserzione da' veridici monumenti, il 
dubbio dalla certezza, il senso dalle pa- 
role; la storia progredì alla crìtica, e di* 
venne narratriee fedele e prudente. Per 
ultimerà non lasciare inutili e quasi mor- 
ti ì tesori della erudizione e i sudori del- 
la critica, la storia fu assunta alla filo- 
sofia; e si pose viva ed esultante pel sen* 
tiero delle ragioni, che sono il mistero 
de'fiitti, alla cui rivelazione si provaro- 
no un tempo eccelsi genìi, ma che po- 
scia rimase dimenticato.Va no è questio- 
nare quale delle 3 vie avrebbe fatto rag« 
giungere alla storia una meta gloriosa. 
Perciocché in fatti, per quanto spetta al- 
l'erudizione, laddove essa non sia crusca* 
ta, altro non è che una farragine di no- 
tizie, vano ingombro alla memoria, e tri- 
ste occasione di perniciosi argomenti. La 
critica poi è cosa in vero di che bella si 
fa la mente, e in ispecie, come suona il 
suo nome, la &coltàche discerne; ma in- 
fine si ferma sulla corteccia de' fatti, né 
altro &, o poco più, che chiarirne la ma- 
teriale esistenza.La filosofia della storia, 

VOL. LIX. 



STO 97 

questa per fermo si è che lega tutte le 
potenze e le proprietà piìi nobili dello spi- 
rito umano a'fatti dell'uomo e leggendo 
in essi pili che l'uomo la umanità, risale 
a'princìpii che li crearono, e alle conse- 
guenze che ne furono il frutto. Ma do- 
ve la erudizione non ne fornisca abbon- 
dante la materia, e la critica non la giu- 
dichi e non la ordini ; la filosofia della 
storia si scambierà colle opinioni degli 
individui, e Dio non voglia che sovente 
non isvanisca in fiintastiche formule, o 
come oggi dicono in utopie 1 11 perché 
quantunque la seconda sia più nobile 
della prima, la terza dell'una e dell'al- 
tra; tuttavia crediamo che la storia sur- 
ga oggimai da tutte e tre: l'una dà, l'al- 
tra accetta, la terza pone tutto il valore 
intrinseco e relativo a profitto del vero, 
del buono e del bello; e perciò a quella 
maniera che 1' uomo surge e dal corpo 
destinato ad essere informato dall'ani- 
ma, e dall'anima destinata ad informa- 
re quel corpo; la storia ci viene dall'u- 
nione di quegli elementi, de'quali i prir 
mi due sono, diremo così, materiali, il 
terzo è principio animatore e formale. 
Nessuno altresì vorrà negarci che né la 
erudizione sia già tutta esaurita; che an- 
zi ogni gioi'no feconde sorgenti se ne di- 
scoprono. La critica eziandio ha immen* 
si lavori da compiere, più che immensi da 
imprendere. La filosofia poi soventi volte 
darà in esagerazione ove di tutti gli uma- 
ni eventi pretenda rintracciare la genesi, 
ec." Il gesuita p. Narbone nella Bibliogra- 
fia sicula, dà ai giovani che aspirano a 
divenire scrittori un documento utilissi- 
mo, ed è: » Che dalla distinzione nasce 
l'ordine, dairordine la chiarezza, da que- 
sta la facilità nell'intendere, senza la qua- 
le, poiché gli uomini sono naturalmente 
fuggifatica, niun libro potrà universal- 
mente piacere e divenir popolare". Dice 
il Parisi nelle Istruzioni, che la dottrina 
del cardinal Antouiano fu senza ostenta- 
zione: ebbe per massima nello scrivere di 
far servir le parole e lo stile alla mate* 

7 



98 STO 

ria, e ocm questa alle parole; e perciò %eh- 
beile sapeva tutta la finezza della lingua 
latìnai l'adattò alle cose sagre, di cui trat> 
tano per lo più i brevi pontificii, né si fe- 
ce scrupolo d'usar termini e frasi eccle- 
siaslicheiepurgate dalla profanità del gen 
tilesimo, quando mancavano le parole e 
frasi latine per esprimere le cose , delle 
quali i latini non ebbero idea. Bacone da 
Verulaqoio, De dign. et aug. scieiiL lib. 
a, cap.i, divide tutta la dottrina umana 
in 3 classi, prese dalle 3 facoltà della no- 
stra mente; cioè in istoi*ia,cheappartie- 
nealla memoria; in poesia, ch'è parte del • 
l'immaginazione; ed in filoso fia,opcra del- 
la ragione. D'Alembert nel discorso pre- 
liminare AM* Enciclopedia ^ lungamente 
spiega colla sua solita sottigliezza la con- 
gruenza di tale divisione della dottrina 
umana, e conformemente alla medesima 
divide i letterati, in eruditi, in filosofi, ed 
in belli spinti: la memoria é il talento de 
gli eruditi, la sagaci tà e la dote de'filu* 
sofi, e le grazie sono il distintivo de'belli 
spiriti; e questi 3 talenti diversi formano 
3 classi di uoqiini, che non hanno altro 
di comune fra di loro nella repubblica let- 
teraria ctie il dispregiarsi mutuamente, 
come riflette r And res. Egli aggiunge che 
takdivisioueé giustissima, SQ consideria- 
mo le relazioni delle scienze colle facol- 
tà della mente, ma non riesce molto co- 
moda per seguire i progressi &tti nello 
studio di quelle. La grammatica forma 
i)oa. parte della filosofia, ma nel trattare 
sleiicamente l'avanzamento delle scienze 
non sarà più convenientemeute rif*osta 
prassoall'eloquenza e alla poesia, che non 
«mitamentaalla melafi»ica? La storia na- 
turale e l'ecclesiastica appartengono cer* 
tamente alla storia, ma come distogliere 
quella dalla fisica, questa dalla teologia? 
Conclude il p. Àndres, che la divisione di 
Bacone potrà confarsi a chi voglia disa- 
minare la genealogia delle scieQze,ma non 
così a chi desideri scriveme la storia. Di* 
nersi sonoi generi di storia, a volerne ri- 
cordare i pi'ineipali, il i.^'é la storia santa 



STO 

At\Vd^n\\cùTeslamenlo(P^.\ scritta da au- 
tori ebrei. Essa comincia alla creazione 
del mondo e termina colla nascila di Gè- 
sii Cristo, comprendendo uno spazio di 
più che 4000 anni, secondo alcuni, altri 
l'accorciano, altri l'aumentano di molto, 
al modoe come riportai ad Era. Malgra- 
do la quantità delle critiche temerarie che 
gl'increduli antichi e moderni hanno fat- 
to di essa , e malgrado il disprezzo con 
cui ne hanno essi parlato, questa storia 
sarà sempre rispettabilissima sotto ogni 
aspetto; sic(.'ome sarà ognora la più sa- 
viamentescritta, quella che porta seco le 
maggiori prove di autenticità e dì verità, 
e dalla quale apparisce più chiaramente 
la mano onnipotente di Dìo. Sua conti- 
nuazione é la sLoria ecclesiastica, cioè del- 
lo stabilimento e de'progressi del cristia- 
nesimo, dal principio della predicazione 
dell'evangelo sino a' nostri giorni. La co- 
noscenza di questa storia è una parte es- 
senziale della teologia; in fatti non è que- 
sta una'scienza d'invenzione, ma bensj di 
tradizione: essa consiste nel sapere ciò che 
Gesù Ci*istoba insegnato, sia egli mede- 
simo, aia per mezzo de'suoi apostoli; in 
qual modo questa storia venne attaccata, 
e come è stata difesa. Chiamasi poi pro- 
priamente Scrittura sagra {F,) la storia 
non solamente dellantico, ma anche del 
nuovo Testamento, composta dagliiS^criY- 
tori sagri {F.), Do ultimo il dotto mg.^ 
Claudio Samuelli vescovo di Montepul- 
ciano, di recente defunto, ad esempio di 
ajtri lodevoli vescovi, neh 85 1 ci die il 
Nuovo compendio di storia sacra per 
uso deir educazione e. istruzione della 
gioventù di tutti i ceti. In esso dichiarò, 
che giova pmmuovere il metodo d' in- 
segnare la religione per Brezzo dell'isto- 
ria sagra. Con encomi ne rese ragione la 
Civiltà cattolica nel t. 8, p. 336. Inol- 
tre questa pubblicazione periodica cotan- 
to utile, neh. 7, p. 54^ della s.** serie, fe- 
ce altrettanto suìV Esposizione de*quat' 
tro sacri Evangeli insieme confrontati. 
Opera di Gemmano JUislei della coni' 



STO 

pagnia di Gesù, Roma 1 854* In questa 
felice idea e nobile pensiero, di porgera 
a'fedeli un nuovo e uE>ertoso pascolo di 
vita eterna, oltre la storia evangelica del- 
le gesta meravigliose dell'adorabile Re- 
dentore, scritta con mirabile accordo nel- 
la sostanza e senza che uno dipendesse 
dall'altro, da '4 Evangelisti divinamen- 
te ispirati, eziandio vi si penetra il senso 
più intimo e vitale, che invigorisce il cuo* 
re a proceder franco nelle vie della perfe- 
zione cristiaoaXe sorgenti della storia ec- 
clesiastica ossia del CHstianesinto (/^.)i 
sono gli scritti degli ApostoU^ degli È' 
vangelisti^ et' Padri che li successero, gli 
alti àt* Martiri^ i loroFo^^ie Martiro» 
logif quelli de' Sinodi o Concita (/^.), le 
memorie degli storici. Per poco che si vo - 
glia riflettere leggendo la storia ecclesia- 
stica, non si può non ammirare la prov- 
ìfidenza di Dio pel modo con cui degnos- 
si dirigere la sua Chiesa (^•)» Secondo 
i deboli lumi della prudenza umana, le 
pervecrizro/ii degl'imperatori e degli altri 
prìncipi pagani avrebbero dovuto soffo- 
care il cristianesimo appena nato; e le e- 
resie e scismi insorti 'in tutti i secoli, e- 
rano più che sufBcienli per distruggerlo*. 
Dopo l'irruzione de'barbari, l'ignoranza 
sembrava che dovesse seppellire nella me- 
desima tomba la religione e le scienze. La 
corruzionede'costumi, che circola da una 
nazione all'altra, indispone glispiriti con- 
tro una dottrina che la coudanna , e vi 
sono de'tempi ne'quali sembra essa sta- 
bilire una prescrizione contro V evange- 
lo; ma Dio, che veglia sulla sua opera, si 
serve per sostenerla anche delle cose e del- 
le persone che sembravano doverla inve- 
ce distruggere: gli ultimi esempi, e mera- 
vigliosi, gli avemmo nel finir delio scorso 
secolo e nel presente. Il dognia^ la mora» 
ie, il cuUo esterno, la disciplina, sono i 
4 principali oggetti che si osservano leg- 
gendo la storia ecclesiastica. 1 due primi 
non possono mai cambiare: talvolta pe- 
rò sembrano oscurati dalle dispute, ed è 
d'uopo di seguire attentamente il filo di 



STO 99 

tale contestazione per potere alla fine de- 
terminarsi a comprendere il vero signi- 
ficato de'decreti dellaChìesa, i quali han- 
no deciso le questioni. Il culto esterno può 
aver maggiore o minore splendore,^e bi- 
sogna osservare il legame e il rapporto 
che ha sempre col dogma. La disciplina 
varia secondo i tempi, i costumi, le leggi 
civili:vi sono però anche in questa de'pUQ- 
ti fissi ed invariabili, da' quali la Chiesa 
non si é mai dipartita, e che non cambie- 
rà giammai. La propagazione dell'evali* 
gelo, le vicende della Chiesa e le gesta de- 
gli eroi del cristianesimo meritavano be- 
ne, che se ne conservasse presso i fedeli 
la memoria. Egesippo fu ili. "che diede 
l'esempio di scrivere la storia ecclesiasti- 
ca, e in S libri compose de'commentart 
degli alti ecclesrastici,de'quali ci sono ri- 
masti soltanto pochi frammenti. Le que- 
stioni tanto agitate sopra la Pasqua e so- 
pra il Battesimo, ed altre dispute insor« 
te ne'primi secoli intorno all'ecclesiastica 
disciplina, tenevano sempre più vivo lo 
studio de'crìstiani dottori, e davano ma- 
teria A sottiK ricerche e ad erudite scrit- 
ture. Ed ecco in qoal guisa, dice il p. An- 
dres, cominciò a prender piede ed a viep- 
più propagarsi l'ecclesiastica letteratura, 
a segno di potere degnamente occupare 
lo studio delle persone di più alto inge- 
gno per molti secoli; la Chiesa mantenen- 
do Scuole {F.) e Biblioteche per istniire 
gli ecclesiastici nelle scienze divine ed u- 
mane. Uno de' più antichi scrittori di sto- 
ria ecclesiastica faEusebio diCesatea{ F,). 
Sulla storia ecclesiastica abbiamo princi- 
palmente del gran cardinal Baronio, jin» 
nales ecclesiasticis, Venetiis i yoS. li Ba- 
ronio si meritò il titolo di Padre della 
storia ecclesiastica, e la scrisse per co- 
mando di s. Filippo Neri (sul quale nel 
i854 pubblicò in Roma mg.r Francesco 
de'conti Fabi Montani, Ragionamento 
della coltura scientifica di s, Filippo Ne» 
ri e delt impulso da lui dato agli studi 
ecclesiastici)^ in un tempochei4 'D'oì* 
stri protestanti, chiamati Centuriatori di 



lOO 



STO 



Magdeburgo{ f.^^y/eano pubblteato uoa 
storia ecclesiastica divisa in 1 3 centuriei 
eoo empio scopo e per propagare il na* 
scente luterà oismo. Gli Annali del Ba- 
rooio iocominciano dalla nascita di Gè* 
su Cristo, e giungono sino al 1 198. Odo- 
rioo Rinaldi, Annali ecclesiastici tratti da 
quelìi del cardinal Baronio, Roma 1 64 1 '• 
Annales ecclesiastici ex tomi octo ad u- 
num pluribus auctum redacti ^ Romae 
1667. 11 Rinaldi continuò pure gli An- 
nali del Ba^oniosino al 1 534} coulinua- 
zione compresa in detti tomi. Tre poi ne 
pubblico Giacomo Laderchi, Annales ec- 
clesiastici ab anno 1 566 ubi Odericus 
Raynaldus desini y Romae 1738. Enrico 
Sponda no, AnnaUum ecclesiasticorum 
card, Baronius continuatio ab anno 1 597 
quo is desiit adfinem i&Sfi , Lugduni 
1 678 : Epitome AnnaUum ecclesiastico- 
rum C. Baronii,hugd\xni 1 660. G. P. O- 
liva, Obiervationes anonymi de Arimi- 
nis ad Annales eccL H, Spondani, 1 656. 
Antonio Pagi, Critica historico-chrano- 
logica in unìversos Annales ecclesiasd' 
cas Card. Baronii^ in quo rerum narra- 
iio defendituryiUustratur^ suppletur^ordo 
iemporum corrigitur, innovaiur, et perio- 
do graeco- romana ^ nuncprimum concia- 
nata munitur, Antuerpiae 1 727. Bei*ault 
Bercastelj Storia del Cristianesimo, Ye- 
neùa i828.GiovànniBellomo, Continua- 
zione della storia del Cristianesimo di B, 
Bercastely Venezia 1 832-35. Robiano, 
Continuation de PHistoire de VEglise de 
Bercastelydepuis 1721 fusqu^en 1 83o,Pa- 
ri8i836. Storia ecclesiastica del cardi- 
nale Giuseppe Agostino Orsi, Venezia 
1822. La continuò e compì, come dissi 
nella biografia del cardinale, mg.' Ange- 
Iio Becchetti domenicano bolognese ve- 
scovo diCitlà della Pieve.Nel 1 836 si pub- 
blicò in Parigi : Istoria generale della 
Chiesa ne* secoli XV li leXIX^ continua- 
zione di tutte le edizioni di B, Bercastel 
e supplemento a tutte le istorie della Chie- 
sa pubblicate fino a questo giorno. B. 
Henrioo^ Storia universale della Chiesa 



STO 

dalla predicazione degli apostoli fino al 
pontificato di Gregorio XFI, Mendrisio 
i838. Jo.Baptista Palma, Praelecliones 
Historiae ecclesiasticae , Romae i838. 
Pauli del Signore, //i^nVii/Zorae^ historiae 
ecclesiasticae, quas notis,et animadver- 
sionibus illustravit d, Fincentius Tizza- 
niy Romae 1837 (di Del Signore si ha pu- 
re, Thesaurus historiae ecclesiaslicae ^ 
Romae 1 839). Di queste due opere se ne 
rende ragione, con encomi, negli Annali 
delle scienze religiose nel t. 6, p. 2 53, con 
questo preambolo.»Se le storie de'tempi 
che ci precederono offrono allo spirito u- 
mano un erudito pascolo di cognizioni per 
apprendere colla scorta de'passati avve- 
nimenti i progressi delle arti, le civilizza- 
zioni de'popoli, Tinfluenza delia morale 
e delle leggi, e tutte quelle cagioni, che 
tanto potentemente agiscono sullo stato 
deiravanzarsi e del declinare delle nazio- 
ni, non può sotto gli stessi riguardi con- 
sìderarsì quella de'fdsti della Chiesa di Ge- 
sti Cristo. Non è questo studio ristretto al 
vantaggio di erudire semplicemente lo spi • 
rito, e di mostrargli la via, con che gli sia 
dato dietro l'esperienza de'trapassati se- 
coli ottenere ì mezzi di una migliore e- 
sistenza nella vita sociale; ma riguarda 
ciò chedi più interessante, più prezioso 
e più caro può formar l'oggetto del le as - 
sìdue sue contemplazioni. La storia della 
Chiesa nel suo sovraumano nascimento,, 
e ne'suoi portentosi incrementi a fronte 
degli ostacoli più strani e crudeli, quelli 
della sublimità delle sue dottrine soste- 
nute coU'appoggio di provvide leggi di- 
rette alla loro invariabile durata, la san- 
tità altresì de'suoi pietosi seguaci, e dei 
Riti (^.) pieni di religione, di maestà, e 
di alte espressioni, regolati da saggia di- 
sciplina sempre accorta a non allontanar* 
si per quanto è possibile dalla norma dei 
nostri maggiori; questi e altri simili be- 
ni, che si raccolgono dal percorrere il va- 
stissimo campo di tale storia, destano nel 
cuore umano un'imponente e grata soa- 
vità di pensieri e di afifelli da non poter- 



STO 

ti questa aver eguale nello studio della ci- 
viltà delle generaziooi e de' popoli, iimi- 
tato all'unico scopo dell'erudizione e del- 
la temporale felicità. La stona della Ghie* 
sa di Gesii Cristo è quella ad uo tempo 
della Religione {F',)y che abBiamo la sor* 
te dì professare, e se nulla vi ha, ni può 
immaginam di più imponente e di ptb. 
caro di lei, forza è il concludere esser des« 
sa di tutte le nostre occupazioni la più u* 
tileela più interessante". Inoltre gli An» 
fiali delle scienze religiose, 2.' serie, t. 3, 
p. 453, dichiarando che la filosofia della 
storia ecclesiastica non -ci guida ad apprez* 
zare giustaitiente i fatti, se non per mez- 
zo del doppio studio delle cagioni e delle 
leggi chedominano lastoria stessa, e per- 
chéG. S. Blanc ù conoscere l'applicazio- 
ne di queste leggi, nel Corso di storia ec» 
desiastica, Parigi 1 84 1 '4^> ^^ loda e an* 
uuoziache l'opera sarebbe accompagna^ 
ta da dissertazioni storiche, da problemi 
e da documenti giustificativi. Lo studio 
delia storia ecclesiastica, fatto ormai più 
serio e coscienzioso, produsse non po- 
chi trionfi alla Chiesa e le prepara al- 
tre consolazioni. Fanno parte e si colle- 
gano colla storia ecclesiastica, la Geo* 
grafia (F,) sagra, e la storia dei Papi 
(/^.), quella àt* Santi (F,) le cui grandi 
virtù e glorie si ponno vedere nelle bio- 
grafie e nettanti articoli che vi hanno re- 
lazione. La più parte di questo mio Dii' 
zionario riguardando la geografia tanto 
sagra, quanto profana, a'suoi innumera- 
bili articoli riporto gli autori storico-geo- 
grafici tanto generali che pai*ziali. Tra le 
parti della geografia una delle più essen- 
ziali è la geografia istorica, poiché com- 
prende i limiti degli stati diversi, le varia- 
zioni che provarono, le loro perdite, i lo- 
ro ingrandimenti, e gli storici progressi 
che riguardano l' emigrazioni de'popolì, 
la formazione e caduta degl'iVn/Teri^ r^ni^ 
repubbliche^ ì cambiamenti delle dinastie, 
in una parola i più rimarchevoli tratv 
della storia di ciascun popolo e nazione. 
Quanto alla .storia àtPaf»^ dichiarai in 



STO loi 

quell'articolo oo'principii deH'arte stori- 
ca, i progressi della critica favorevoli per 
debito di giustizia e di storica verità al- 
la storia de'romani Pontefici, vendicando 
le a mare e ingiuste accuse lanciate al Pan* 
tìficato (F,)y di che riparlai in molte del- 
le biografie de'Papi, e segnatamente in 
quelle di s. Marcellino, s. Liberio, 9^ Si* 
riciOf s. Simmaco, Onorio J, Silvestro 11^ 
s. Gregorio VII, Innocenzo III^ Boni* 
facioFIII, Gregorio XII,SistoIF,Giu' 
Ho 77, ec. £ siccome nell'articolo Papa ri- 
portai gli storici de'Papi, e ricordai che il 
ch.cav.LuìgiFerruociavea con aurei versi 
storici continuato Frodoardo, ora sono 
lieto, ad onore di si cospicuo letterato e 
latinista egregìo,di aggiungerei pubbli- 
cazione del suo : Enchiridlon ffistoriae 
Ponlificalis post Ubros Frodoardi cono* 
nici Remensi a secalo vini ad xrttil, 
in periodus sex contractum servata ver* 
stts hexametri ratione, Luci in Aemilia, 
ex officina Melandriana i853. La storia 
de'Papi é della più grande importanza, 
poiché congiunge a'fatti principali delle 
cose di religione, le vicende di tutti i po- 
poli per le relazioni dirette e indirette, 
che il Pontificato (F,) esei*citò sempre 
in ogni contrada, e ne riparlai a Sovra- 
ni e Sovranità* r laonde non vi può es- 
sere quasi alcuna cosa appartenente alla 
storia pontificia, la quale non la colle- 
ghi pure con tutti gli avvenimenti più 
memorabili del cristianesimo, non solo 
per rispetto della spirituale podestà ePri' 
mato(F,)(ìe\ romano Pontefice, ma an^^ 
Cora per quella temporale esercitata nei 
domiuii e principato civile della chiesa 
romana, non meno che negli Stati e Re* 
gai tributari alla s. Sede {F,), Pel va- 
sto e copioso complesso delle molteplici 
ed enciclopediche nozioni che compren- 
de la storia de'Papi, avendone fiitto nel 
fior degli anni particolaie e analitico stu- 
dio, fu per questo precisamente che con* 
cepii l'idea di compilare questo mio Di* 
zionario di erudizione storico»ecclesia» 
slica,che sebbene lo circoscrissi db f. Pie» 



102 STO 

tro sino ai nostri giorni,%uh\io l'ampliai, 
e yieppiìi in seguito del suo «viluppo. 
Su tale frontespizio e altro, feci parola 

nel voi. LXYIII, p. 244* ^^9* ">• ^^^i* 
miro Tempesti de' conventuali, nell'idea 
dell'opera; Storia della vita e geste diSi- 
sto F, deplora nel vedere la storia bio- 
grafica, che prima tessevano i soli dotti 
edi consumata esperienza ne'maneggi di 
corte, capaci de'grandi affari che debbon- 
si sviluppare, divenuta comune occupa- 
zione di persone incapaci a corrisponde- 
re al grave e difficile incarico, e che acce • 
cati dalla presunzione e dalla vanità, qua- 
si per divertimento a tempo avanzato si 
ponevano al diffici le ci mento. Per tra ttare 
talco qualunque altra storia dichiara che 
senta un continuo e unicostudio, senza un 
maturo criterio non è mai possibile di far 
bene,per cui suoleavvenirechesiffatte sto* 
rie biografiche non recano lustro a'pas- 
sati,nè utile a' viventi. 11 p. Tempesti de* 
scrive le difficoltà di questa impresa ar- 
dua e scabrosa, i doverì e le prerogative 
necessarie allo storico, e pel i .^la netta e 
pura verità, di saper scegliere idocumen* 
ti per compilarla, eliminando quelli con- 
tenenti favolose o esagerate narrazioni; di 
procedere con critica savia, temperante 
e non indiscreta, divenendo allora inso^ 
lente e ingiuriosa; di sapere adattare il 
conveniente stile proprio alla storia, non 
senza ornamento e qualche sobrio arti- 
ficio; essere uno scoglio per rispetti umani 
il tacere certe veritàjl'occultare alcuni no- 
mi, il palliare successi per non offisndere, 
mentre manca il pregio alla storia se a lei 
manca la veracità imparziale; altro im- 
barazzo essere il conciliare le opinioni di- 
scordi, le testimonianze condraddittorie, 
dovendosi usare somma diligenza, cau- 
tela e buon senso nell'abbracciare la sen- 
tenza che sembra piti probabile. Ricor- 
da l'insegnamento di Luciano, che lo sto- 
rico ^ qualora non voglia tradire l'arte 
pròpria e fare ingiuria al Poeta {F,\ cui 
è affine, come lo è al Pittore e allo Seul' 
torc (y*)i deve studiarsi di somigliarlo 



STO 

per l'altezza e sublimità de' sentimenti; 
insegnamento corroborato ancora da De- 
metrio cogli esempi de'celebri storici gre- 
ci Erodoto, chiamato a ragione il padre 
della storiale Tucidide, poiclié favellan- 
do egli dell'elocuzione afTerma, che se lo 
storico formerà il suo ragionare all'idea 
poetica, parlerà magnificamente. Lon- 
gino con Demetrio disapprovò il parere 
di Tullio, il quale vuole che Teopompo 
superasse nella grandezza del dire Fili- 
sto e Tucidide; e pretende Longino che 
Teopompo avendo materie nobili non 
le trattasse con carattere convenevole. Il 
p, Bontempi facendo il confronto dell'o- 
ratore e lo storico, essendo egli d'avviso 
che il carattere storiale sia il medesimo 
della maniera platonica panegirica, col- 
l'insegnamento di Giuliano Cesare nel- 
l'orazione encomiastica di Costanzo, di- 
ce che l'oratore amplificando innalza le 
cose sopra quello che convenga loro, ov« 
vei*o le avvilisce più di quello che sia d'uo- 
po e non le eguaglia; laddove lo storico 
non ingrandisce, né diminuisce le cose, 
ma cerca solo la vei*ità nelle cose mede- 
sime, e le riferisce semplicemente come 
le trova, eguagliando con carattere no- 
bile le cose narrate colla narrazione. A- 
ristotile, Tullio e Quintiliano ammae- 
strano che la dicitura convenevole alla 
storia de v'essei*e fluida, copiosa, soave, or- 
nata di quando in quando di opportune 
virtuose sentenze, giusta l'ingiunzione di 
Cornificio, A tempo e luogo de ve di re qual- 
che giudiziosa epifonema (conclusione en- 
iàtica, che trae sentenza dalle cose nar- 
rate), tanto vagheggiata da Valerio Mas* 
Simo, che ravviva il racconto e raddol- 
cisce l'animo del lettore. Deve scintillar 
di figure vive, ma con tale artificio che 
non sembri lostorico farne pompa,diquaU 
che naturale episodio e analoga modera- 
ta digressione, insegna Plutarco che non 
si devono trascurare nelle storie biogra- 
fiche anche ie azioni minute, chequali^ 
ficano meglio quello di cui si scrive la sto- 
ria, riportandone le sentenze , e i detti 



STO 

arguti o tepidi ^ poiché presentano cote 
degne d'imitaxione, e ne formano il ca* 
ratteristìco della persona. Sul cattolici- 
smo poi degli scrittori, pubblicò alcune 
osservazioni la Cmltà cattolica^ a.'serìe^ 
t. 4} p* 6 r f , come quella ch'è sempre in- 
tenta di ricondurre a perfetta armonia 
col cattolicismo le menti de'suoi nume- 
rosi lettori. Pertanto avverte, che talvol- 
ta lo scrittore o storico crÌ8tiano,mas$ime 
cattolico, quando finge a se medesimo di 
considerarsi giudice spregiudicato fra le 
contese religiose de' cattolici e quelle dei 
protestanti, si mette forse senza volerlo 
e senz' accorgersi non sopra un terreno 
neutrale,ma tra le file nemiche. Ogni uo- 
mo può errare, e se altri scrive molto e di 
molte materie, è assai facile che egli erri 
sovente. Siccome poi si può errare in i- 
storia e in filosofia , così anche e molto 
più si può errara in materie religiose e 
teologiche. Non è cattolico colui che per' 
siste ostinato nel suo errore, quando per 
tale é riconosciuto; bensì lo é assai più 
di quanti altri i quali viceversa scrivono 
e parlano otti madieote, mentre pensano 
ed operano molto male, se docile si mo- 
stro prontoa mutar parere e si sottomet>- 
te a quello deliaChiesa.'» Siamo in tempi 
ne' quali l'eterodossìa, rindìfferenza e la 
smania di giudicar tutto e perfino laChiesa 
nelle sue pratiche e nelle suedottrine,han* 
no impregnato per così dire l'atmosfera 
che respiriamo. Qual meravigliachescrit- 
tori sinceramente cattolici nel loro inter- 
no, fermissimi di voler rimaner cattolici 
ad ogni costo, tuttavia Siano pur essi im- 
bevuti di quell'idee e principii e formole 
non cattoliche, che sotto ogni aspetto an* 
che piò leggiadro e seducente si presen- 
tano ora alle menti? Filosofia, storia, po- 
litica, letteratura ogni cosa è stata ma- 
nomessa e guasta da quei principii ete- 
rodossi di fiilsa indipendenza, che da 3 
secoli con permanenlee maligna cospira- 
zióne congiurano contro la verità. Qual 
meraviglia, ripetiamo, che gli scrittori 
moderni,aniBhe rettissimi| non sappiano 



STO io3 

tuttavia tenersi sempre in guardia contro 
quel veleno che serpeggia e cova quasi in 
ogni fibra della societàt... Perciò apj^unto 
è tanto raccomandata agli scrittori catto- 
lici quella sottomissione sincera a'giudi« 
zi e all'autorità della Chiesa infiillibilo 
maestra e colonna della verità. Questo 
vantaggio abbiamo noi cattolici, che ri- 
conoscendo e riverendo un'autorità, cofi- 
tro cui le porte delt inferno non predar* 
rannOy slam certi d'essere nel retto ogni 
qualvolta non ci discostlamo almeno col 
cuore da' suoi giudizi. All'incontro quei 
poveri omicciattoli che superbi del loro 
meschino sapere vollero o ne' tempi pas- 
sati o ne'recentì farsi maestri del mondo, 
rigettando e non curando l'autorità del- 
la Chiesa, noi li vedemmo cadere in pri- 
ma in errori grossolani, e pet*dere poco 
dopo presso il volgo medesimo quell'au- 
torità di scrittori famosi che tanto am- 
bivano e per cui difendere ed assicurare 
appunto adoperavano quel loro folle or* 
goglio". 

Lo studio della storia ecclesiastica fu 
sempre coltivato dalla Chiesa, e pel ze- 
lo de' vescovi eziandio nelle scuole, nei 
seminari, nelle u/irVersiV^, ed anche con 
apposite accademie, come lo è tuttora. 
Boma sempre fiorente di accademie ec- 
clesiastiche, polemiche e liturgiche, eb- 
be pure quelle di storia ecclesiastica.Leg- 
go nel Piazza, Eusevologio Romano^ trat. 
1 2, cap. 24 : Oelt accademia di storia 
ecclesiastica in s. Eusebio nelC Esqnili' 
no, chiamata questa primogenita dell'ac- 
cademia o conferenza de* conci li i e del* 
l'istoria ecclesiastica del Collegio Urba^ 
no (V.) di Propaganda fide, pei*chè con 
virtuosa emulazione da'migliori sogget- 
ti del clero romano secolare e regolare, 
verso il declinar del secolo XVII nel mo- 
nastero de' celestini di s. Eusebio alla 
conferenza sulla storia dei concilii fu ag- 
giunta la pubblica accademia di storia ec- 
clesiastica, spaziando sul vasto campo del- 
la medesima, che illustrarono tanti gravi 
e fedeli scrittori, sur quali primeggia il 



io4 STO 

cardinal Baronìo, che per antonomaiia 
celebrai Padre della storia eccUsiastica^ 
con ioterventode'pìii cospicui letterati, e 
de'cardÌDali e prelati. Ad Accademie di 
RoMA| encomiai Benedetto XIV cultore è 
patrono dottissimo de'sagri e profani stu* 
di| che &a le accademie che istituì o ri- 
stabiPi in Roma (delle quali abbiamo la 
Notizia delle accademie erette in Roma 
per ordine di Papa Benedetto XI f^^ Ro- 
ma 1740, Ivi furono pure stampati nel 
1 742> 1 743> 1 744 6^* Argqmenti de* di* 
scorsi da farsi nelle accademie nuova' 
mente istituite da Papa Benedetto XI f''), 
"vi fu quella della Sagra storia e crudi" 
zione ecclesiastica y e con avveduto con- 
siglio la stabilì nella casa òeFilippini{ V.\ 
come illustre palestra e congregazione, da 
cui fiorirono, oltre il fondatore s. Filip- 
pò ]Nei*i benemerentissimo degli studi, ec- 
clesiastici^ i Baronio, i Rinaldi, i Severa- 
D0,ed altri dottissimi nel le sagre storie, de* 
putandone a segretario il dottissimo Bian- 
chini. Di grande utilità riesce altresì lo 
Studio della storia profana, % quello del- 
la storia letteraria. Gli esempi chiari nel- 
l'antica storia profana dell' istesse virtù 
pagane, giovano mirabilmente all'accor- 
lo istitutore o nelTaccademie per infiam- 
mar l'animo de'cattolici giovinetti, non 
che ad imitare, ad avanzare e superare 
gli sforzi della naturale probitàdi uomini, 
i quali avvolti gemevano nel lagrimevole 
tenebrore del gentilesimo. Le virtti di Ci- 
ro pel 1 ,^ seggio d'oriente, quelle de'Ca- 
milli, dc'Scipioni, de' Valeri Pubblicola, 
de'Meneni Agrippa fra'roroanì,d'un Ari- 
stide e d' un Epaniinonda per tacere di 
tanti altri tra'greci, sono mirabili scatu- 
rigini fecondissime di salutari lezioni alla 
più tenera età,le quali avvegnaché si colle* 
ghino a fatti illustri ne' vetusti annali, più 
l^sse nelle menti e più radicate rimangono 
ne' cuori. I precettori devono curare di 
volgere a giovamento de'costumi la storia 
profana, collo studio e la lezione de'clas- 
sici, esponendone il bello, lumeggiandone 
le parti più morali e incorrotte, e tacen- 



STO 

done le contaminate; e così ne trarranno i 
giovani ammaestramenti e precetti, quan- 
to più brevi tanto più efficaci. Il eli. pruf. 
Montanari neh 835 pubblicò in Pesaro, 
Ragionametèio di s. Basilio il Grande ai 
giovani circa il frutto da trarsi da libri 
de* gentili, I giovani devono essere prin- 
cipalmente istruiti nella storia romana, 
come quella che specialmente più gli eru- 
disce e addottrina nelle costumanze lati- 
neper intelligenza degli scrittori che han- 
no tutto giorno per le mani nelle scuole 
di latinità e belle lettere; al quale effetto 
non pochi scrittori composero opportuni 
compendi storici di sì importante storia, 
per insinuarla ne'giovani allievi che cre- 
scono alle saggie speranze delia patria e 
della religione. Colla storia romana si ap- 
prende pure in gran parte la storia uni- 
▼ersale^per avere i possenti romani esteso 
il loro dominio non solo in Europa, ma 
ancora nell'Asia e nell'Africa. Egli è cer- 
to,che senza la notizia de'fatti più strepito- 
si, che le ne procurarono l'ingrandifnen- 
to, senza qualche ideade'soggetti che ma- 
neggiarono gli affari pubblici delFeterna 
Roma (/^.), senza aver un'idea della re- 
ligione e de'costumi generali di quel ce- 
lebre popolo, gli scrittori appena mate- 
rialmente si ponno con molta fatica in- 
tendere, di qualunque classe siano essi , 
cioè poeti , storici e oratori , facilitando 
pure r insegnamento letterario di altro 
genere. La storia ebbe più seguaci presso 
i romani, le cui gloriose geste chiamava- 
no lo studio de'graodi ingegni a trasmet- 
terle a'posteri colla dovuta dignità, e gli 
enumerai al citato articolo Roma. Livio 
solo potrebbe bastare ad immortalare la 
gloria^ della storia romana; ma prima di 
lui erano fioriti con lode non minore di 
storico stile Sallustio e Cesare, e Cornelio 
Nipote colla breve e sugosa cronaca; né 
minor grido levò nella storia dopo i tem- 
pi di Livio, il politico Tacito. Oltre tutti 
ì quali Floro, Q. Curzio, Svetonio, Gru- 
stino, Velleio Patercolo e più altri in di- 
versi generi di sctivere storie hanno tra- 



STO 

f messo alla posterità i loro nomi: Vale* 
rio Massimo uoa nuova foggia^di storia 
Toile seguire, e Pomponio Mela la geo- 
grafia. Né sconosciuta fu a'romaoi la fi- 
lologica erudizione, dappoiché Varrone, 
Aulo GelliOi Quiotilliano, Boezio, Ma- 
crobio é alcuni allri simili scrittori pon* 
no formare una classe di filologi presso 
gli antichi romani. Così in tutte le classi, 
che le belle lettere riguardano, possono 
i romani vantare uomini illustri , come 
leggo nel p, Andres. Osserva Cancellie- 
ri nella prefazione de Possessi de' Papi, 
che fi-a gl'immensi volumi di tante sto- 
rie,quelladi Roma certamenteé una delle 
più importanti e delle piii belle, e la sola 
che soddisfa all'amor proprio d'ogni na- 
zione,perché dappertutto hanno fatto per 
qualche tempo residenza gl'imperatori , 
e vi hanno eseguite grandi imprese e la- 
sciati i più illustri monumenti. Comin- 
cia co're, seguita con una repubblica di 
consoli, di tribuni, di eroi; presenta una 
serie d'imperatori, divenuti padroni del 
più vasto e del più grande impero che 
siasi mai veduto nell' universo; termina 
finalmente con quella dei Papi, i quali 
dopo di essersi colle loro virtù conciliato 
l'amore e la venerazione de' popoli, giun- 
sero alla Sovranità {F'.) temporale d'un 
fiorentissimo stato e d'una Roma privile- 
giata dal cielo e destinata a far sempre la 
prima figura nel mondo, avendo felice- 
mente cambiato l'antico impero cpnqui- 
stato dalla prepotente forza delle armi, 
con quello tanto più npbile, più giusto e 
più glorioso della religione. Cancellieri 
stesso fu uno de' più benemeriti scrittori 
delle glorie di Roma, da lui egregiamen- 
te illustrate, per cui meritò il riportato 
nel voi. LI V, p. 297, e ohe il p. Brandi- 
marte, nella Lettera che a lui indirizzò, e 
la quale pubblicò a p. 289 di Plinio Se» 
niore illustrato, non dubitò di adattargli 
l'eloquentissimo elogio fatto da Gcerone 
a M. Vari*one,il più dotto de'suoi contem- 
poranei. » Nos in nostra Urbe peregrinan- 
|ep| e4Tantesqae tui libri quasi domum 



STO io5 

redoxerunt, et postumus aliquando, qui, 
et ubi essemus, agnosoere. Tu morenrPa- 
triae, tu descriptiooas temporum, tu sa- 
crorum jora, tu saoerdotum, tu domesti- 
oam, tu publicam discipliuam,tu aedium, 
regionum, locorum, tu omnium divina* 
rum, humanarumque rerum nomina, ge- 
nera, officia, et causas aperuisti/' Quan- 
to poi all'importanza della storia lettera- 
ria, appare manifesto a chiunque consi* 
deri,che forse in niun'altra opera umana 
l'utilità meglio accoppiasi col diletto. Ed 
in fatti,ossiache la storia ci schieri dinan* 
zi i dotti più cospicui de'secoli trapassati 
e le vicende di loro vita, ossia che prenda 
a svolgere le origini, i progressi, i decadi- 
menti delle lettere e delle scienze, massi- 
mamente nel paese natale, sempre é pia- 
cevolissima occupazione.DiceBacone,che 
la storia del mondo, senza la storia de'sag- 
gi, è come la statua di Polifemo senza l'oc- 
chio.Nel pelago sterminato di opere scrit- 
te fin qui, la storia letteraria non presta 
minor servigio agli studiosi che la busso- 
la o la carta nautica al piloto per segnar- 
gli la via da correre, gli scogli da cauta- 
mente evitare, i luoghi a cui giunsero i 
precedenti na vigatori,e donde perciò deb- 
ba egli prendere le mosse se brami spin- 
gersi a termini più lontani. Inoltre la sto- 
ria letteraria non presta minor servigio 
come scuola a tutti aperta per aguzzar 
l'ingegno, per. esercitare il giudizio, pelr 
aflinare il gusto, per apprendere a dritta- 
mente pensare; e scuola tanto più utile 
perchè non per astrusi precetti, non per 
astratte teoriche, non per vaghi principii, 
ma per esempi v' insegna praticamente a 
pensare, a giudicare, a sentire il vero, a 
gustare il bello, a proferire il retto, a di- 
visare i solidi pregi dagli appariscenti,e le 
verebellezzedallefallaci. Tali sono, se non 
tutti, almeno i principali vantaggi che si 
ricavano dalla storia letteraria. Una sto- 
ria critica delle vìcende,che in tutti i tempi 
e presso tutte le nazioni ha sofferto la lette- 
ratura; un quadro filosofico de'progressi 
che dalla sua origine fino a'nostri tempi 



io6 STO 

ha essa fatti in tutti generalmente e par*' 
Ucolarnienle in ciascuno de'suoi rami; un 
ritratto dello stato in cui trovatasi all'in* 
cominciare del secolo presente, dopo lo 
studio di tanti secoli; una prospettiva de* 
gli ulteriori avanzamenti che le rimane- 
irano a fare, si ammira nella dottissima 
opera del gesuita p. Giovanni Andres,De/- 
f origine, progressi e stalo attuale (fogni 
letteratura, Roma 1 808. Noi abbiamo in- 
finite storie letterarie di nazioni, Provin- 
cie e città, altre di scienze e di arti parti- 
colari, tutte certo utilissime all'avanza- 
mentodegli studi; ma un'opera filosofica 
che prendendo di mira tutta la letteratu- 
ra, i progressi ne descriva criticamente e 
lo stato in cui si trovava in detta epoca, 
non erasi ancora pubblicata; poiché il dot- 
to Tiraboscbì, dal p. A ndres riguardato 
il Livio d'Italia, ci avea dato solo la Sto- 
ria della letteratura italiana, ed il Car- 
dellail Compendio della storia della bel- 
la letteratura greca e italiana. Vi sup- 
pPi coraggiosamente il p. Andres, ma non 
credette di seguire l'accennata partizione 
. dì Bacone, e reputando non abbisognare 
il suo proponimento di una molto esatta 
divisione, si contentò di distinguere le bel-' 
le lettere e le scienze, dividendole in na- 
turali ed ecclesiastiche, come piti oppor- 
tune all'ordine richiesto alla vasta sua o- 
pera, e all'idea di presentare la storia del- 
la letteratura in tutte le sue classi, A que« 
sto fine la divise in 4pa>*ti,enella 2.' par« 
ticolarroente la storia dei progressi fatti 
alla bella letteratura, sotto la quale vi po- 
se e comprese la poesia, l'eloquenza, la 
stoHa, e tutti gli studi filologici dell'erudi- 
zione, servendosi di que'benemeriti scrit- 
tori, che la storia di ciascuna scienza pre- 
sero a illustrare. Si può anche vedere il 
preposto Antonio Riccardi di Bergamo, 
Manuale d'ogni letteratura, ovvero pro' 
spetto storico critico biografico di tutte le 
letterature antiche e moderne, Milano 
18 3g. Ad onore diquesto benemerito e dot^ 
tissimo ecclesiastico,che arricchì la repub" 
blica letteraria di tante belle e utili ope-* 



STO 

re ecclesiastiche, per riconoscenza a quel 
benigno compatimento col quale si degnò 
riguardarmi senza conoscerlo di persona , 
a conforto e ad incoraggi mento degi i Scrit- 
tori ecclesiastici laici, mi piace riportare 
la interessante dedica ch'egli fece de) suo 
eruditissimo Manuale, >• All'ottimo e pre- 
stantissimo amico d.r Giovanni Labu$\ 
Voi laico avete scritto con calore di nar- 
razione e con saviezza di critica i Fasti 
della Chiesa, cioè le F'ite de' santi; ed io 
sacerdote ho composto in vece i Fasti del- 
la letteratura, che v'indirizzo e vi dedico. 
Vedete 1 Tutto il contrario di ciò che a- 
vrebbe dovuto avvenire. Voi, già m'im- 
magino, sarete stato fatto segno de'motti 
e sorrisi di alcuni begli spiriti de'nostri 
tempi,all'umorede'quali la vostra impre- 
sa potrà sembrare una piccolezza, mal- 
grado il presente trasporto per le biogra- 
fie de'morti ede'viventi; perchè nel gusto 
di molti la storia de' rettili e degl'insetti è 
più nobile di quella de' santi, cioè di quei 
veri eroi, che giudico alquanto più gran- 
di e più utili degli Alessandri e de'Bruti. 
lo pure mi troverò esposto per avventu- 
ra ad un'altra specie di derisori; cioè di 
coloro a'quali par cosa da pocoe indegna 
d'un ministro di Dio, quella parte di eru- 
dizione, che non appartenga del tutto al-' 
le dottrine ecclesiastiche. Ma quando le 
lettere già per se stesse non fossero tanto 
pregievoli e utili anche alle scienze sagre, 
lo zelo che in questo mìo libro ho spiega- 
to a favore della religione e delie sane dot- 
trine, potrebbe bastare per giustificarmi 
diaversceltoa trattare di letteratura, sen- 
za obliare perciò gli studi e i doveri più 
gravi del mio ministero; e in un secolo, 
in cui si ha bisogno di richiamare a'buo- 
ni principi!, e d'ispirare i migliori senti- 
menti, dovrebbe considerarsi non inde- 
gna d'un sacerdote quell'opera, che in un 
soggetto di letteratura, ed a profitto della 
gioventù, si offre sparsa d' un certo sa- 
pore di religione, e condita di massime e 
di giudizi rivolti a correggere le malizie 
degli 8a*ittori irreligiosi. Un tal pensie- 



STO 

ro, che appena giustifica un sacerdote di 
aver idcsso mano negli studi di umana 
letteratura , copre di gloria un laico, il 
quale, per ubbidire ad una voce autore- 
vote, e scrivere in un argomento sì caro 
alla Chiesa di Gesti Cristo , sospese per 
qualdie tempo le investigazioni di quel- 
le scienze predilette, che lo hanno tra noi 
proclamato il degno successore del Mor- 
celli. Oh fossero molti i laici scrittori, co- 
me voi chiari e distinti, che alzino i loro 
pensieri sino a Dio, fonte di tutti i lumi, 
e che si uniscono intorno al vessillo della 
Beligione I I loro talenti non sarebbono 
che più luminosi ; le loro opere acqui- 
sterebbero un gusto più universale, uno 
splendore più costante,perchè in fine sen- 
za il sale della vera sapienza, ch'é la Re- 
ligione, tutto si guasta e perisce. Il vo- 
stro esempio è degno di essere esposto 
all'imitazione de' dotti. Voi avete altre 
opere che vi hanno meritato la stima de- 
gli eruditi d'Italia e di oltremonti, parti- 
colarmente nelle scienze archeologiche, in 
cui possedete un criterio eguale alla eru- 
dizione; ma quelìadt' Fani della Chiesa, 
neiratto che attesta l'estensione delle vo- 
stre cognizioni nella storia sagra e profa* 
na, vi erige un monumento di gloria e di 
felicità sempiterna; perchè se passa trop* 
pò prestola vanagloria def mondo, i san- 
ti che avetecelebrato, intercederanno per 
sollevarvi un giorno a godere quella che 
non viene meno ne'cieli". Il sullodato p. 
barbone nella sua bella Istoria Mia lei- 
teraiura sieiliana, dice che la storia let- 
teraria per suo istituto assume un tri- 
plice incarico, dare cioè notizia degli scrit- 
tori, render conto delle loro opere, pro- 
ferire giudizio sul loro merito; quindi 3 
essere le facoltà cheabbraccia, tra le par* 
ti integranti che la costituiscono, biogra- 
fia, bibliografia e critica. La biografia 3 
cose precipuamente indica, la patria. Te* 
tà, la vita degli scrittori; per la vita si 
comprende ingegno, doti di spirito, di 
cuore, studi, imprese, virtù, vizi, vicen- 
de, onori^fortunajec Lo studio poi del- 



STO 107 

le operedichiara ridursi a due parti, ooa 
estrinseca o materiale, l'altra formale o 
intrinseca. Lai.* si aggira sull'intitola- 
zione della scrittura, sulla pubblìcazio* 
ne, sulle diverse edizioni, sulle moltepli- 
ci illustrazioni, ec A. questa succede la 
a.' eh e l'attenta lettura dell'opera stes- 
sa, nel comprenderne le sue porti, pene- 
trarne i sensi, gustarne le bellezze, va* 
lutarne i pregi; ovvero nel discoprirne i 
difetti, disvelarne gli errori, bilanciar* 
ne il vero merito. La i •* di queste condi- 
zioni, giudica il p. Narbone, costituisce 
la bibliograGa,raltra la critica. Ma quan-- 
to alla parte bibliografica, dice trattar- 
ne w\V Apparalo melodico, ove riporta 
le edizioni, le versioni, e ogni altra rela- 
tiva erudizione. Finalmente ritiene che 
la critica, siccome più nobile delle dette 
parti, COSI è più a rdiia, più rischiosa, pid 
soggetta a inganni, a errori, a invidie, a 
pregiudizi. Dicono i sapienti, che a 3 co- 
se conviene principalmente aver l'atten* 
zinne nel giudicare leopere,cioè alle dot- 
trine che vi si espongono, all'ordine col 
quale sono trattate, alla lingua eallosti*. 
le; vale a dire al l'invenzione, alla dispo- 
sizione, airelociizione. 

Gti annali del mondo hanno principio 
nell'Asia,che vide nascere ili.* C/bi?io crea- 
to daDio,e l'Asia' appunto parve formala 
peressereil clima nazionale del genere u- 
inano,poichèsupera lealtre parti del mon- 
do nella salubrità deirarìa,nella fecondità 
del suolo,nella preziosa varietà e ricchezza 
delle sue produzioni. Qui cominciarono 
pure le prime società e i primi imperì,che 
dilatarono in seguitole loit) colonie all'o- 
riente e all'occidente; di qui ebbe origine 
la vera religione, che allontanandosi dal. 
suo fonte, e passando co' popoli in tutte 
le parti del mondo, degenerò nelle piU 
stolide superstizioni àeWidolatrias di qui 
sono venuti i più antichi sistemi di filo- 
sofia; di qui le arti e le sctenze,le storie, la 
storia del mondo,la storia universale scrit- 
ta informa di annali, di cronache, di cro- 
nologie; mentre al dire del Bianchini, la- 



io8 



STO 



storia senza la cronologia é una musica 
sensa ballota, e gli annali senza la storia 
sono battute senza musica: la cronologia 
poi senza la storia é un disegno finito di 
motte parli, che non dimostrano l'unione 
• la proporzione di tutto il corpo. Di qui 
apparisce quanto ragionevolmente ope- 
rassero ^li antichi, come ì moderni scrit- 
tori di storia universale, quando ricerca- 
rono i modi onde conciliare la distinzio- 
ne de'tempi colla comprensione de'fatti. 
M.Tullio Cicerone insinuò agli studiosi di 
formarsi tale idea così delie scienze, come 
della storia d'ogni nazione, che l'uomo 
si riputasse quasi cittadino del mondo, ed 
uno della repubblica di lutti gli uomini, 
nato ad estendersi e a conversare con o- 
goi secolo per mezzo dell'animo, sebbene 
obbligato a restringersi a vivere tra' più 
iricini d'un luogo o d'un'età, per l'abita- 
sione del corpo. Tra quelli che ci dierono 
la storia univei*sale riporterò i seguenti, 
Giacomo Hardion, Storia universale, Pa* 
ligi 1754*69 in 20 voi. Egliavea lascia- 
to tale opera in 1 8 voi., frutto di una Lei- 
tura (^.) immensa, dappoiché ni uno fa 
dotto la libreria se non si^ legge; e Lin- 
guet pubblicò gli ultimi 2 vol.Mg.^Fran- 
oesco Bianchini, La storia universale prò- 
vaia con monumenti e figurala con sim- 
boli degli antichi, Venezia 1 82 5. Ab. Bor- 
ne, Compendio di storia universale dal» 
la creazione fino all'anno 1 83 idelVera 
cristiana , diviso per secoli e corredato 
dtun quadro mnemonico, opera tradotta 
dal francese da G, Fabrettifiesavo 1 832. 
Cav. Cesare Cantù, Della letteratura di» 
scorsi ed esempi in appoggio alla storia 
universale, T ovino 184 ^.Storia universa* 
ledei mondo con ispeciale riguardo alla 
storia della Chiesa e degli Stati fino ai 
nostri tempi, Ratisbona 1 840. Arrigo e 
Cario de Rìancey, Istoria del mondo, 
dalla creazione fino a' nostri giorni,Pavìgi 
i833-4o.Nella biografia del granBossuet,. 
celebrai i' inimitabile suo Discorso sul» 
la storia universale, Dufresnoy, Tavo* 
lette cronologiche della storia universa» 



STO 

le sagra e profana, Venezia 1748. Fra 
tutte lestorie,la contemporanea è maetra 
eccellentissima, quando al lume della ve- 
ra filosofia si chiariscono le dollrìne con- 
tenute ne'fatti. Però quella di nostra età, 
in cui i felli non succedono ma sì accal- 
cano, e due lustri equivalgono a un se- 
colo per la rapidità degli avvenimenti, 
per ispirilo politico di parte è gravemen- 
te alterata e sfigurata, massime per isfo- 
gare il rancore contro la Chiesa e i suoi 
ministri. Da uno storico di parte indar- 
no si aspettala verità de'fatti, l'equità dei 
giudizi, la fedeltà nelle cagioni, comechè 
avente l'animo tutto quanto inclinato ad 
una fiizione o ad una Setta (^^),la qua- 
le ha per abito e per costume, onde rag- 
giungere ilsuoscopo,di usare d'ogni mez- 
zo,e si serve precipuamente della potenza 
della stampa e della storia propagatrice, 
quale strumento e arma a lei favorevole, 
deprìmendo tuttoché gli fa ostacolo, vivi 
e defunti non risparmiando, ed osteggian- 
do di continuo là Chiesa, la sovranità, i 
legittimi poteri civili^ con franca e deri- 
soria audacia. Si legge nel n.° 248 del- 
l' Osservatore Romano del 1 85 1 . » Qua n- 
do greci o romani si riputavano soli al 
mondo da qualche cosa, e lenendo ogni 
altro popolo in conto di barbaro, non a- 
vevano a leggere altra storia fuorché la 
propria, allora per necessiti! la scienza dei 
fatti procedeva unicamente a modo di li- 
nea verticale dal su all'ingiù per quella 
serie successiva di narrazioni in cui si e- 
rano raccolte le memorie del passato. Nel- 
l'età nostra la storia ha acquistalo, a dir 
cosi, due sorti di dimensioni. Non iscor- 
re più solo in lungo per la successione de- 
gli anni e de'secoli,a norma,della legge del 
tempo; ma si dispiega altresì in largo a se- 
conda dellospazio, ofifrendoli nella varie- 
tà delle vicende contemporanee di quan- 
ti popoli scambiano tra se per via della 
slampa le notizie de'fatti toro, quella me- 
desima gradazione compiuta di principii 
e di consegueuze,che altrimenti si appre- 
senterebbe nella storia cronologica de'siu- 



STO 

goli popoli. Quindi è che, a voler esser 
giusti e discreti, quante sono le magoi- 
iìcbe cose dette da' savi, a commendaiio- 
ne dello studio della storia, dichiaraodo- 
la maestra della vita ^consigliera dipru* 
denza^ scorta del politico^ specchio do* 
gni etàj altrettante e non una di meno, 
v'hanno ormai a ripetere dello studio dei 
€àìiì contemporanei Ossian vicini o na- 
zionali, ossiano oltremonti e d'oltrema- 
re. L'unica difficoltà consiste nello spo- 
gliare la storia contemporanea delle pas- 
sioni di chi la scrive, e nel saperla leg- 
gere senza gli occhiali delle passioni pro- 
prie. Ma non ci daremo a pensare che ai 
veri studiosi ciò sia punto più difficile che 
non il cogliere la verità istorica riguardo 
a'tempi antichi) che ancor essi que'mes* 
seri i quali si dilettarono di scriverci dei 
fatti loro e de'loro eroi, s'intende che ne 
scrissera colle rispettive loro passioncelle 
e private e politiche, e co'colori poetici 
oratorii, d'entusiasmo o di sdegno ch'e- 
rano allora di moda. Nello scrittore e dif- 
ficile chesia perfètta la cognizione diquan- 
to narra, perfetta l'imparzialità, perfetta 
la sincerità. Mi^ ciò che monta si è che 
chi studia i fatti del giorno egli stesso sia 
fermo anticipatamente dal canto suo nei 
veri principi! religiosi e morali : in secon- 
do luogo nel dover consultare più d'u- 
no scrittore, non consulti fuorché i piii 
notoriamente probi e di onorata coscien- 
za. " Ma di questi raro é il numero, ed i 
posteri dovranno usare grande cu'cospe- 
zione, somma cautela, molto acume per 
distinguere il poco vero dal molto l&lso e 
calunnioso, scritto per ispirito di parte e 
altre passioni, nella nostra storia contem- 
poranea e lagrimevole. Un tenue saggio 
d'improntitudine e delle false asserzioni 
in moda nel tempo in cui viviamo, per 
non rammentare altri articoli, si può ve- 
derlo in quello a questo precedente della 
Stola, ove confutai le ingiurie scagliate 
su due gloriosi Papi e per quel sagro in- 
dumento, il quale ancora fu preso di mi- ' 
ra e di pretesto per isfogare il veleno e 



STO 109 

male animo di cui è invasa la più parte 
della moderna società. Se Dio vorrà che 
io possa effettuare il mio vagheggiato pro- 
ponimento, di erigere cioè un apposito 
monumento storico (oltre quanto di lui 
vado dicendo in questa mia opera, come 
a Roma) di doverosa giustizia, di profon- 
da venerazione, di tenera riconoscenza, al 
virtuoso, dotto e magnanimo Papa Gre^ 
gorio XVI, che ammirato e compianto 
dall'universale scese nella tomba; vasto 
e immensurabile sarà il campo per spun- 
tare e stritolare le freccìe impunemente 
scoccate contro l'illibato candore de'san- 
ti suoi costumi ^ contro i tanti fasti del 
suo memorabile pontificaito, e contro il 
suo prudente e vigoroso governa mento, 
tutela di ordine e di prosperità^ che in 
parte il ten^po e la storia hanno già giu- 
stificato e lodato. E qui basti il dire, che 
si giunse all'eccesso impudente, in diver- 
se storiche narrazioni, di taeereeommet- 
tere il suo nome immortale, quando do- 
veasi nominare per dovere di storica ve* 
ri tà, anzi lodare, perchè n'ebbe gloria che 
durerà quanto il tempo lontana. Vidi tra 
gli altri, e registrai con isdegno, nello de- 
scrizione d'un grandioso monumento da 
lui interamente eretto e perfeziona to,afi&- 
stellati nomi di altri rispettabili Papi che 
per nulla vi avevano luogo, e del tutto 
dimenticato il suo nome e sebbene fon- 
datore di esso 1 Ma facile è ad ognuno, 
barbam veliere mortuo leoni. Questa è 
la storia nostra contemporanea, che sa- 
pientemente nella critica ragionata delle 
opere contemporanee, va descrivendo e 
deplorandola veritiera Civiltà cattolica^ 
che fedele a' sagri doveri degli scrittori, 
molte volte ha ripetuto con al tri pochi sag- 
gi e generosi:Che le più delle storie,le qua- 
li presentemente vengono alla luce, so- 
no ad arte guaste e corrotte: Che da uno 
storico di parte fanatica indarno si aspetta 
la verità de' fiitti, l'equità e l'imparziali- 
tà ; però sono sostenuti e carezzati con 
sperticati encomi, con vero sti*azio della 
verità^ dagli organi pubblici di periodici 



no STO 

•giornali (della cui origÌDe, scopo e pro- 
gresso parlai a Diario e Notizie bel oioa- 
no, Id UDO alle effemeridi storiche ed eru- 
•dite), del tutto loro ligi, onde prima di 
essere letti e giudicati dal pubblico, fab- 
bricano loro una riputazione preventi- 
"va. Argomento che ha svolto in tanti luo- 
ghi e nella serie a.', nel t. i, pi 5 : Ra* 
gipne deile nostre Riviste j nel t. 3, p. 5s 
Le nostre Cronache contemporanee j nel 
t. 5, p. 1 5 e I So t L'arte di falsare le isto* 
rie: Ripari contro le false istorie. Darei 
•di buon grado un breve sunto di tante 
preziose verità, pronunziate ad avverten- 
za e disinganno de'con tempora nei, ed a 
lume dei posteri , se non temessi che il 
.compendiarle con istretti e fugaci cenni, 
•tion ne scemasse e snervasse di troppo il 
"Valore. Vi sono tra gli uomini delle con- 
«lizioni, in cui per grande che uno si ac- 
quisti il merito della virtù o del sapere^ 
talvolta ben di rado ne tramanda la sto- 
ria lodato il nome alle generazioni lonta- 
ne. Tanto è vero che in questo basso mon- 
do la rinomanza la meglio guadagnata 
UGO corre sempre per giustizia, sibbene 
per caso o per fortuna. De* popoli anti- 
chi vennero a noi chiari gli uomini ciie 
primi dierono leggi a una città o stato; 
quelli, che difesero col valore la patria nei 
>eombatti menti; quelli i cui poemi o i li- 
brì scamparono alla distruzione di una 
gente o d* una biblioteca ^ e coloro che 
lasciarono pitture o sculture ^ o che co- 
struirono cdifizi da sfidare Tedacità del 
teiùpo. Pertanto si deve la ricordanza di 
tanti illustri alla ventura della conserva- 
zione di loro opere, e di que'benevoli che 
ne curarono la gloria, con iscriveitie so- 
briamente la storia, o illustrando i pro- 
dotti del loro ingegno, quando realmente 
lo meritarono, finche poi si passò all'ec- 
cesso e all'abuso, e sino conviventi. Tan- 
te poi sono le biografie, le vite e gli elo- 
gi che scrivonsi di presente, che ormai 
è divenuto un fastidio non lieve; e quel 
ch'é peggio il mal vezzo di scrivere vite 
si è esteso a quelli che vivono ancora l 



STO 

Anzi si richiede da loro stessi le notizie 
biografiche, e ne posseggo le prove e le 
domande! Confesso però, per istorica ve- 
rità, che questa non è interamente una 
novità, poiché trovo negli Opuscoli dt\ 
p. Calogerà, t. i, p» 127, il Progetto ai 
letterati d* Italia per scrivere le loro vi- 
te del conte Gio. Artico di Porcia, col 
novero di quelli che già Taveano scritta 
e pubblicata, per rendere ragione delle 

loro opere. Indi a p. 1 4^ si l^gg^ ^^ ^'^^ 
di Giambattista de Fico scritta da se 

medesimOé Nel t. 49» p. 4^3» ^"^'^^ ^ *'"" 
di di Francesco Maria Spinelli princi- 
pe della Scalea scritta da lui medesimo 
in una lettera. Rammenterò pure che 
Giulio Cesare e Pio II ci lasciarono i to- 
ro Commentari, l cardinali Bentìvoglio 
e Quirini scrissero la propria vita. Il pe- 
sa resePasseri egualmente compilò la pro- 
pria,che riporta Colucci nel t^d àeWAn- 
tichità picene. Il Cavedoni scrisse la pro- 
pria biografia. Abbiamo pure, Biogra- 
fia di Nicolò Cacciatore inviala a mg,r 
Muztarelli, ec« Roma 1 84^* Questi ed 
altri esempi avranno avuto buone ragio- 
ni per descrivere le proprie azioni e o- 
pere, ma ciò è alquanto pericoloso, e vi 
occorre molta sobrietà e moderazione; sìa 
se ha per iscopo di difendersi dalle offese 
altrui, sia se ha per fine di rendere conto 
de'propristudi.L'ufficio di tramandare ai 
futuri il nome degli uomini veramente il- 
lustri, è riservato alla storia,nè essa lodi- 
mefitÌGhera,come non T ha scordato già m- 
mai, restando sempre le opere a farglie- 
lo sovvenire, se per avventura furono tra- 
sandali. Dio, il tempo e la storia imman- 
cabilmente rendono giustizia^ D'altron- 
de, non basta la voce d'uno sctùttore doz- 
zinale a dare la immortalità al nome di 
un uomo, quando l'opere da lui lasciate 
non valgano a tantOé II giudizio impar- 
ziale, più che da noi, spetta alla tarda 
posterità, la quale senza spirito di parte 
e senza gelosia, giudica, innalza e con- 
danna le opere de'pri vali,' non meno che 
quelle de^princtpi. Vero è per altro, che 



STO 

sorgono di tanto in tanto e tramontano 
uomini cosi grandi^ virtuosi e benemeri* 
tif da non potersi né doversi aspettare la 
voce della storia per farne soggetto di e- 
mutazione alla gioventù; ed in questo ra- 
ro caso e unico scopo, i saggi accolgono 
volentieri e in lieto modo una vita bio* 
grafica» e un elogio storico, anco di quel- 
li che hanno de'diiitti alla pubblica ri- 
conoscenza. Certamente Ustoria é quella 
che solleva a celebrità gli uomini e le o« 
pere loro; e per essa si forma la giusta 
opinione e il debito giudizio, ed insieme 
si distribuiscela lode o il biasimo. Se gli 
storici non ci avessero tramandate le ge- 
sta di tanti illustri) le avremmo ignorate, 
ed essi restavano defraudati della giuMa 
ammirazione che destano le loro virth e 
imprese. Anzi talora gli uomini guada- 
gnarono più di celebrità per le nobili al- 
ti'ui sci*itture, che per le stesse loro ope- 
razioni, quantunque lodevoliiEd è perciò 
che Alessandro il Grande invidiò ad A- 
chille il poema d'Omero, ed il Petrarca 
si riprometteva col suo studio di dare ai 
posteri un nome immortale. Non i mo- 
numenti sepolcrali ricordano gli illustri 
estinti, comecfaè soggetti ad essere abbat- 
tuti ed esposti alle vicende del tempo di* 
struttore; sibbene la più durevole memo- 
ria ciascuno meglio deve lasciarla eolico- 
pere virtuose, cogli scritti e colle arti. Sul- 
l'ampio argomento della storia, si ponno 
inoltre vedere: Fresuoy, MtKnio per sUi» 
diare la storia^ Venezia 1726. I. Porta, 
De furtifis Uuerarum /io/f5,Neapoli 1 563. 
Autori che ragionano di sefWenezia 1 840. 
Elia Heingero, Disseri.de fidelitale ger» 
Vanda in aucloribus ci ^?/if/i5,p ressoSchel- 
hovmo^AmotniL Letter* 3, p.53o. Ga- 
spare E.Sturckio, Oàsetv. de vilUs alle* 
gatiomsauclorum,ium in genere aliorum, 
tum praeeipue historicorum, in Misceli.^ 
Lìpsiae 1 76a.Gaetano Giardina,Z>e rcc/a 
methodo cilandi auctores, ex auctorita* 
tes, animadvertionet criticae^ (juibus de 
Pseudonymis^ PlagiariiSy et Anonyniis 
eogniiiones acceduta^ Panormii 17 1 8. G. 



STO Iti 

Guglielmo Berger^ Dissert. de auetori* 
taiibus praepostere in re lilleraria iMicr- 
palis^ Vittebergaei7io. A. M.* Salviai» 
Lettera sopra il citare i passi degli auth 
. n, nelle 6ue Prose to5c/i/ie, Venezia 1 734* 
De Burigny, Reflexions sur la necessi* 
té des citadons, dans les ouvragee Jte* 
rudition, et sur la maniere^ doni les an» 
ciens citoienty nel t. 34 Acad. des Tnscr. 
Hist. p* i33. £. Pourmont, ^ii/7(^fe tfk 
la Dissert. sur les Citations^ ibid. t. 35, 
Hist, p. 74- Lancetti, Pseudonimìa OV" 
vero tavole alfabedche dei nomi finii e 
supposti degli scrittori con la cantra op* 
posizione r/e''veriV Milano 1 836. File dì 
uomini illustri scritte da loro medesimi, 
Milano 1 8a I . Manno, De*vi\ide*leUeratiy 
Milano i83o. G. Tartarotti, Lettera in- 
torno a* detti o sentenze attribuite ad an- 
tori di cui non sono, presso il Calogerà , 
Opuscoli t. a 5, p. 349* £. Balletti Ric- 
coboni, Lettera sopra le traduzioni^ ibid« 
1. 1 4f p« 4 1 6* ^^' ^* 47 de*medesimi Opu- 
scoli Pi 449 si riporta il Discorso oriti* 
co di d. Francesco Serio e Mongitore, nn 
di cui brano trovo opportuno qui inse- 
rire. » Singolare sarebbe la felicità di chi 
seri ve, se nel lavoro delle opere, colle qua- 
li pretende guadagnarsi la gloria di no- 
me immortale, potesse godere Ti mm uni- 
tà di .ogni errore. Ma ci fa conoscere la 
sperienza, che adoprata tutta la diligen- 
za per isfuggire l'inciampo d'ogni abba- 
glio, e insieme la censura deflettori, nul- 
la di meno è di tale tempera la condizio- 
ne dell'umana debolezza, che bene spes- 
so senza a vvedei'sene cade in qualche nota- 
bile errore, meritevole di particolare cen- 
sura, e insieme di compatimento, perchè 
cuj'usvis hominis est errare. Che se ciò 
accade nella maggior parte degli scritto» ' 
ri, molto più memorabile è in uno sto* 
rico^ che dee per proprio e distinto oa* 
ratiere seguire con legge indispensabila 
la verità ; perche secondo Strabone lib. 
I, Historia finis est veritasj ma i insie- 
me degno di commiserazione inciampan- 
do in eiYori, che nqo poterono evitare au- 



iia STO 

che storici di primo grido, come osservò 
Flavio Vopisco scrivendo: m Neino Seri- 
ptorum, quaDtum ad historìa pertioet^ 
non aliquid est mentitus, in quo Livius, 
io quo Salustius, in quo Comelius Taci* 
luSy inquodeniqueTrogus manife«tis er- 
roribus convincerentur". Stimo però es- 
aere proprio d'un animo ben composto 
il compatire negli storici ogni fallo, quan- 
do o la negligenza non avesse trascurata 
l'esamina di quanto scrivono, o la pas- 
sione non avesse occultata la verità; ma 
stimo ancor lodevole il notare con mo- 
desta censura e gentilezza di forme gli er- 
rori e abbagli, che talvolta si trovano 
negli storici, per non restar pregiudicata 
la sincerità ^el vero. Compatisco gli an- 
tichi storici che errarono in molte cose; 
ma non posso ritenermi di non lodare l'ab. 
Lancellotti, che neW Oggidì notò gli ab- 
bagli di sessanta e più storici che cadde- 
ro in manifèstissimi ervori ". Quanto a 
me, ognuno che mi onori di lettura e sia 
ragionevolmente discreto, non potrà ne- 
gare che solo e senza aiuti mi accinsi a 
lavoi*o arduo, difficile, voluminoso, qua- 
si enciclopedico, poiché colla storia uni- 
tersale e inclusi vamente alla contempo- 
ranea, e perciò di più grave esposizione, 
collegai la svariata e molteplice erudi- 
zione, che quasi si può dire tutto quan- 
to abbraccia, di conseguenza in tutto as- 
sai superiore alle mie deboli forze, alle 
forze d'un uomo solo; e questa è storia 
incontrastabile. Tutte le cose ebbero sem- 
pre da tenui principiicominciamento,co* 
me r opera mia. L' ingenua confessione 
degli abbagli che talvolta prendo, come 
uomo e perciò fallibile, ovvero ripeten- 
do gli altrui che non fui felice di tutti co- 
noscere, ad onta che certamente non ri- 
sparmi ogni più precisa e laboriosa di- 
ligenza, come francamente più volte prò» 
testai, ed anco all' articolo Stampa, av- 
vertendo insieme che nòh manco correg- 
germi negli errori miei o tipografici al- 
l'opportunità, é perciò li vado eliminan- 
do; tutto questo, spero, mi gioverà in gè- 



STR 

Aerale presso i buoni e gentili , e mag- 
giormente coi colti e dotti che ben sanno 
quanto costi talora un periodo, in con- 
cedermi benigno e largo compatimento 
proporzionato alla vasta impresa. £ qual 
è mai quell'opera che possa vantare com- 
pleta immunità da ogni difetto? Agli al- 
tri poi, che per gelosia e invidia, disco- 
noscendo la fatica indefessa e enorme, il 
grandioso e ardito concetto e qualche pre- 
gio,e da severi e inesorabili aristarchi si far- 
mance solo rimarcano il lieve abbaglio, e 
puerilmente un neo, senza curarsi di cer- 
care se ne'luoghi relativi viriparai,per cui 
la censura deve procedere con molta cau- 
tela onde non esporsi invece ad essere ceu- 
aurato e biasimato, pegl'incoi'si loro gra* 
vi errori efaifalloni,dit*òloro con un poe- 
ta latino: Quod poiui^feci: faciant me» 
liorapolentes. Finalmente airuniversale, 
la storia non mi permette di tacere, per 
l'indulgente accoglienza che largamente 
mi dimostra verbalmente o con onorifi- 
che lettere, non provocate e spontanee, 
rendo qui un solenne e pubblico omag- 
gio d' imperitura e tenera gratitudine^ 
comechè sensibilea tanti lusinghieri con- 
fòrti, che però senza illudermi^ il tutto 
riferisco all'aiuto solamente di Dio, au- 
tore di tutto, ed alla sua gloria e a quella 
di sua Chiesa. Però: Finis coronai opus^ 
ed i vicino^ annuente et permiUente Dea, 
STRADA, e STRADE DI ROM A;/ter, 
Via^ Ficus j Fiaruni Almae Urbis, La 
strada o via è quello spazio di terreno de- 
sthiato dal pubblico per andare da lub- 
go a luogo. Strada maestra. Via Regia^ 
Sì dice quella che conduce da luogo prin- 
cipale ad altro luogo grande. Strada vi- 
cinale, sì dice quella che conduce ad al- 
cuna casa particolare^ Strada battuta, si 
dice quella, ove di continuo passano mol- 
te genti. Dicesi Vicolo la strada stretta, 
VicuSyparvus vicus^e Piazza quel luo- 
go spazioso della strada circondato d'e- 
difizi.Le strade di ferro o Ferrovie, so- 
no così denominate dalle rotaie di ferro. 
Mercè queste nuove vie uperte arraffici 



STR 

t ai viaDdantt, le più lontane regioni ài 
ponno riguardare alle nottitsattioenti.Le 
strade ferrate nella necessità in cui sono 
di trar profitto nella loro traoda da tutti 
i vantaggi del terreno, offrono oggi gior* 
no alle grandi vie di comunicasione già 
esistenti una nuova occasione per coDjfer» 
marsi ne'loro diritti. Tutte le strade ur- 
bane, suburbane^ provi ociali e nazionali 
hanno la propria nomenclatura, deriva- 
ta da svariate cause. Le principali ebbe- 
ro origine dairubicazione di esse, dal oo- 
noe di chi le fece costruì re o migliorò, dal 
vicino luogo ove accadde qualche memo- 
rabile avvenimento, dal luogo donde par- 
te o da quello in cui ha fine, dal nome 
de'propiiiqui edifizi, da quello che vi a> 
bitò, e per non dir altro, dal sito ove fu- 
rono o SODO riuniti ulIizi,o corporazioni 
artistiche di una medesima specie. Fra 
le più considerabili costruzioni che ci la- 
sciarono gli antichi romani, sono da an- 
noverarsi le cloache,importante oggetto, 
sia per la salubrità e comodo degli abi- 
tanti, sia per la conservazione delle stra- 
deje quali sarebbero senza di esse pregiu- 
dica te dal ristagno del le acque. La pianta- 
gione degli alberi lunghesso le strade re- 
ca grande utilità, diletto e abbellimento: 
una strada alborata riesce anche mae- 
stosa. Osservò Plinio, che ponno gli al- 
beri considerarsi come un dono mol te pre- 
zioso fatto agli uomini dalla provviden- 
za^ attesi i grandi vai.taggi che produ- 
cono, pe'Ioro flutti, pe'molteplici usi della 
vita, per la salubrità dell'aria. A questo 
si aggiunge, l'amenità e l'opportunità di 
garantirci dagli ardenti raggi del sole ; 
opportunità assai valutabile per le pub- 
bliche vie e passeggiate, onde i cittadini 
a cui le civili occupazioni non permet- 
tono di abbandonare la città, ponno an- 
che dentro la medesimao ne'suburbi go- 
dere della campagna, e ricreare lo spi- 
rilo e il corpo. Quindi sono celebrati gli 
albereti che adornano le rive del Senna, 
i giardini di Londra^ i suburbani di Vien- 
na^ le vie alborate di Castel Qandolfo^ 

' VOL. iix. 



STR ii3 

«quelle di Genzatu)^ e ciò che più sorpren- 
de le lunghe passeggiate coperte di boschi 
fra le nevi di Pietroburgo, I Po(Ui (^.) 
sono strade, sorrette da edifizi per lo più 
arcuati, sopra le acque dei fiumì^ onde 
congiungere le due rive. Dissi a Poste, 
che questo vocabolo derivò dall'imposta 
del pedaggio, e servi per esprimere il luo* 
go stabilito sulle strade maestre di distan- 
za in distanza, ove si trovano cavalli per 
far Fiaggi{F'.)coQ sollecitudine. In quel- 
l'articolo ragionai degl'immensi vantag- 
gi che da esse si ritrae, con nozioni relati- 
ve al le strade pubbliche e alle locande po- 
stali ; mentre dell' origine delle taverne 
parlai a PELLEGBmAGGio,ead Ospizio del- 
l'ospitalità a'viandanti. Una delle più lo- 
devoli istituzioni a vantaggio delle stra- 
de urbane, è sicuramente quella dell'il- 
luminazione notturna, massime a gaz. Im- 
perocché siccome le tenebre favoriscono 
le insidie e le azioni turpi, cosi la luce 
artificiale deve reputarsi un testimonio 
del pubblico costume e della sicurezza so- 
ciale. Delle strade più rinomate^ tanto 
urbane, che nazionali e provinciali, e lo- 
ro nomenclature ; de' più deliziosi e de- 
corosi passeggi pubblici, urbani e subur- 
bani; e dell' illuminazione notturna delle 
principali città, ne tratto nel descrivere 
gli statiate città e i luoghi più importanti. 
Quanto all' origine delle strade grandi, 
si può ragionevolmente presumere che si 
aprissero tosto che gli uomini furono riu- 
niti in nqmero considerabile sulla super- 
ficie della terra per potersi distribuire in 
diverse società poste a qualche distanza 
l'una dall'altra. Anche ne'remoli tempi 
verosimilmente furono in uso alcune re- 
gole di polizia amministrativa sul man- 
tenii^iento delle strade, ma non ci resta- 
rono vestigi. Questo oggetto,come mate- 
ria diqualche impoi'tanza,non vedesi trat- 
tato se non che ne'bei tempi della Gre- 
cia, il senato d'Atene invigilava sopra le 
strade; Lacedemone, Sparta e altri stati 
ne confidarono la cura e la. sorveglian- 
za alle persone più distinte ed agli stessi 



ii4 STR 

re; non sembra tutta? ia, che questa o~ 
sleiitaiione di pubblico regolamento a- 
vesse prodotti grandi effetti nellaGrecia, 
se è vero il riferito da alcuni scrittori^ che 
le strade non erano in que' tempi selcia- 
te. Era riservato a un popolo trafficante 
il ben conoscere il vantaggio della faci- 
lita dei viaggi o dei trasporti delie der- 
rate, e per questo si attribuisce a'carta- 
gìnesi la selciatura delle prime strade, che 
adattate furono in quel modo,afiferman- 
do Servio che i cartaginesi furono i pri- 
mi a costruir le strade con pietre. Coni' 
ment. ad vers. 4^6, lib. i Aeneid, Dio* 
nisio d'Alicarnasso, Antiq. cap. 4i» ram- 
menta le vie aperte nettagli de'monti da 
Ercole, che si vuole fosse ili.^^ad appli- 
carsi a tali opere. Altri pretendono, che 
già Semiramide si fosse applicata a far 
aprire strade pubbliche in tutta Testen* 
sìone del suo impero. Sarebbe questo il 
più antico esempio che la storia ci som- 
ministra di simili lavori , ma i tempi e 
i fatti di quella regina sono oscurissimì; 
e siccome vi ebbero molte principesse di 
quel nome, non si può ragionevolmente 
assicurare, che alla più antica Semira- 
mide e moglie di Nino dovessero attri- 
buirsi le opere magnifiche delle quali par- 
lano molti antichi scrittori. Perla mag^ 
gior parte sono apocrifi gli scritti,ne'quali 
si parla de'grandi edifizi, delie strade e 
delle colonne con iscrizioni, eseguite per 
ordine di quella regina. Giustino, lib. 2, 
cap. I o, commenda le strade de'persiani, 
ed i grandi tesori profusivi da Serse. Né 
]presso il popolo ebreo fu minore la pre- 
mura, che si ebbe per la costruzione del- 
le strade; giacché racconta l'istorico Gio- 
sefifo, Antiq. lib. 8, cap. 7, n.*'4> ^'^^ Sa- 
lomone fece lastricare di pietre nere le 
strade, che conducevano a Gerusalem- 
me. I romani non trascurarono punto sì 
titili esempi, e questa parte de'ioro pub- 
blici lavori non e una delie meno glorio- 
se per quel popolo, e non sarà neppure 
una delle meno durevoli. Quindi la sor- 
teglianza e rammioistrazioue delle pub- 



STR 

bliche vie fu riguardata degna della mas- 
sima considerazione presso ogni colta na- 
zione,ecome uno degli oggetti più inte- 
ressanti. Anzi per rendere più imponen 
te la tutela delle pubbliche strade, non 
mancavano gli antichi di farvi concor- 
rere l'opinione religiosa, attribuendola 
protezione delle strade ad alcune deità 
denominate ViaU o Fiocuri. Fra que- 
ste vi posero in i.** luogo A pollo, il dio del- 
la luce e delle belle arti , con greco vo- 
cabolo chiama ìoAgyeus, quasi viis prae- 
positus urbanis. Ne attribuivano anco- 
ra la speciale tutela a Mercurio, messag- 
gi ero degli dei, protettore de' viaggia to- 
ri, il dio del commercio, dei negozianti e 
mercanti; perciò ponevano ne'ca pi -stra- 
de le eosì dette Èrme o statue viali, ef- 
figiate senza mani e senza piedi, Hermes 
essendo il nome greco di Mercurio, vo- 
cabolo equivalente a scoglio latente. Nel 
voi. LXllI,p.4o parlai delle pietre qua- 
drate chiamate Erme, di loro forma e 
sovrastate dalla testa d'Ercole o di Mer- 
curio, e perché così mutilate; che da'ro- 
roani furono dette Termini, e poste sul- 
le pubbliche vieanche con altre teste di 
deità protettrici delle vie stesse, e sì fece- 
ro Termini anche con 4 teste; altre Er- 
me ne àveano 3, ognuna delle quali guar- 
dava una strada che presiedevano. Si po- 
sero ancora alle porte delle case, nelle 
piazze, ne'portici, ne' vestiboli de' templi, 
presso i sepolcri. Si collocarono in gran 
numero da'greci e da'romani, ne'crocic- 
chi o incrociamenti delle strade maggio- 
ri,ed anche su'confini e traghetti de'cam- 
pi. Tjalvolta nelle basi aveano iscrizioni 
e ordinariamente : Auspicatus ad Iter: 
Dux Fiaej ovvero conteneva ciascuna 
faccia triplice o quadrupla della pietra 
il nome del le strade corrispondente a'ia- 
ti di esse. Si racconta, che i passaggieri 
in onore di Mercurio solevano accumu- 
lare delle pietre dinanzi a queste Erme, 
e in tanta quantità che spesso ne copri- 
vano tutto io stipite fino al capo. Ciò si 
ha pure da Salomoue, Prov, 2 6, 8: Sicut 



STR 

i)ui iniuit lapidem inacervumMercuru^ 
ila qui Iribu'U insipienti honorem. G>sì 
quel sapiente dichiarò, niente essei^e di 
pih vano, quanto il rendere onore ad un 
insensato, perchè come la statua non sen- 
te gii onori che le si tributano, così egual- 
mente non li sa conoscere e apprezzare 
uno stollo. Tra le spiegazioni di siffatta 
superstizione, dicesi aver costumato gl'i- 
dolatri d'accumulare de'sassi in ossequio 
di Mercurio, perchè chiamato in giudi- 
zio dalla gelosa Giunone per aver ucci- 
so Argo da'cento occhi, a cui avea affi- 
dato la custodia di sua rivale Io cambia- 
ta da lei in giovenca, gli dei che già era- 
no per sentenziare, avendo inteso essere 
ciò seguito per comando di Giove, assol- 
tolo in sull'istante, gettarono a' piedi di 
Mercurio tutti i calcoli neri e bianchi, e 
COSI disciolsero l'adunanza e il giudizio. 
Altri opinano essersi' ciò praticato, per- 
chè Mercurio soleva acconciare e rende- 
re più agevoli le strade, sgombrandole 
da'sassi e dalle macerie,insegnarle a' vian- 
danti, e istruirli del tragitto che doveauo 
percorrere.Quiodi ogni passeggiere giun- 
to innanzi al dio Viale, se non avea un 
fiore, un serto o altro equivalente, in se- 
gno di venerazione e riconoscenza git- 
tavagli un sasso, che a lui si offriva per- 
ché i sassi disagiano le vie e formano im- 
pedimenti a chi le corre. Ma propagatasi 
la religione cristiana e divenuta domi- 
nante, tra le superstizioni che soppresse 
eziandio si abbatterono le Erme e si tol- 
sero dalle pubbliche vìe, anche per rap- 
presentarsi alcuni in maniera indecente 
e colle parti della generazione, come can- 
tò Prudenzio in Symm, 2, e come nel 
-578 proibì il concilio di Auxerre, e lo ri- 
marcai nel voi. IH, p.i5i, e successiva- 
mente altri secondo i luoghi ove si diffon- 
deva il cristianesimo; e poiché a' tempi 
di Carlo Magno se ne trovavano ancora 
nellaSassonia di fresco convertita dal gen • 
tilesimo, passandovi quel principe col- 
lesercito a conquistarla, ordinò che fos- 
sero distrutte. Ma siccome i novelU ci*i- 



STR ii5 

stianl, come diffusamente prova Maran- 
goni» Delle cose 'gentilesche e .profane 
trasportale ad uso e adornamento delle 
chieseynonsì appagavano soltanto di ab- 
batterei monumenti delle gentilesche su- 
perstizioni, se insieme non ne espiavano 
e consagravano i luoghi già da esse con- 
ia minati, colla erezione del glorioso ves* 
siilo della Croce,questa finda'primi tem- 
pi della Chiesa non meno nelle casce nei 
templi^ ma altresì sulle principali stra- 
de piantarono. Anzi ne' luoghi ove mo- 
rì alcuno o vi fu ucciso, per promuove- 
re suffragi alla di lui anima e per fare ri' 
spettare il luogo, con mucchi di sassi si 
elevarono croci, ed in siffatto modo se ne 
elevarono pure persola divozione, e per- 
chè non sostenute da cementi compatti 
si suole gettarvi de' sassi. Inoltra nelle 
strade suburbane e massimamente nelle 
vie urbane si eressero le Maestà (^.), ta- 
bernacoli con sagre /f/ifi2agi/2i(^.), po- 
sti per le pubbliche vie affissi a'muri, se- 
gnatameute sui cantoni degli edifizi, piò 
o meno ornate, con lumi accesi e fiori in- 
nanzi, ponendosi così la strada egli abi- 
tanti sotto il loro patrocinio, solennizzan- 
dosi le loro feste, ed in alcune si fanno 
serali orazioni da'divoti riuniti, altri sa- 
lutandole in passarvi avanti. Abbiamo 
dalla Mitologia il dio 7'er/7ii/ie tenuto per 
protettore de'confini che si ponevano ai 
campi, e qual vendicatore delle usurpa- 
zioni, e fu una delle piò antiche deità dei 
romani. In fatti Numa Pompilio 1,^ re di 
Roma, conoscendo l' insufficienza delle 
leggi contro gli stimoli della cupidigia, 
credette di dover chiamare la religione 
in soccorso della politica, onde col timo • 
re degli dei frenare coloro, i quali colla 
destrezza si sottraevano alla punizione 
degli uomini.Pertanto pubblicò che il dio 
Termine vegliava alla conservazione dei 
limiti, e dopo aver fatto al popolo la di- 
stribuzione delle terre, edificò a quel nu- 
me un piccolo tempio sulla rupe Tarpea, 
e fu poi chiamato pietra immobile del 
Campidoglio; istituì uu culto in onore 



s 



ii6 STR 

di lui e ne regolò le ceremonte. Le feste 
Terminali si celebrammo nel 6.*^ giorno 
prima delle calende di marzo, in onore 
dì Termine; altri vogliono di Giove che 
prima di Numa era venerato col nome 
di Terminale^ e qual patrono delimiti, 
ai IO febbraio. Altri credono che Numa 
cnnsagrasse i confini a Giove Terminale. 
Rappresentò la nuova deità sotto la fi- 
gura d'una grossa pietra quadrata, che 
fececollocare nel suoleropio,e ordinò che 
ogni anno gli si offrissero in sagrifizio dei 
frutti, latte e vino. Inseguito il nume fu 
rappresentato con testa umana, senza 
braccia e piedi per indicare che dovea ri- 
manere immobile nel luogo destinatogli, 
ove pure si facevano a lui sagrifizi par- 
ticolari ne'limiti de' medesimi campi. 1 
due proprietari vicini a gara ornavano 
di ghirlande il limite principale, presso 
cui innalzavano un altaree un piccolo ro- 
go in cui sagrificavBDO vittime, seguen- 
do un banchetto colle loro famiglie, e 
d'ordinario coll'intervento de'viliici vi- 
dolori. Per fare rispettareal popolo » con* 
fini, si persuase nulla esservi di più sa- 
gro quanto i confini de'campi, e chi avea 
l'audacia d'alterarli e violarli si abban- 
donavano alle Furie, ed era permesso uc- 
ciderli. Sulla pietra di questo Dio si fa- 
cevano i più tremendi giuramenti. Dice 
Marangoni, che il dio Termine fu espres- 
so con due faccie opposte, l'una di vec- 
chio e l'altra di giovane, rappresentando 
in esse l'eccellenza d'ordinare le cose pre- 
sentì colla memoria delle passate, e con 
questa prevedere le cose future. Soggiun- 
ge Marangoni, questo ancora fu uno dei 
tanti furti fotti da'genlili alla sagra Scrit- 
tura, difformandolt con favole, rappre- 
•entaìido in Giano (bifronte, custode del- 
le porte, e presiedeva anch'egli alle stra- 
de) il patriarca Noè, il quale vide i due 
stati del mondo, cioè prima e dopo il di- 
luvio. Mentre i greci posero ogni studio 
al decoro e alla fortezza delle città, la- 
sciarono indietro cose al sommo essen- 
ziali al pubblico vantaggio; le cloache. 



STR 

gli acquedotti, le vie lastricate. T romani 
con insigni opere donarono i populi ili 
tali triplici costruzioni, mostrandosi \\\ 
questo meglio previdenti de'greci. Le vie 
esterne furono una speciale cura de'ro- 
mani,siachenetogliessero l'esempio dai 
cartaginesi,8Ìa cheda'coltissimi etruschi, 
e questo pare più vero e più probabile. 
Le aumentavano quando il possente loro 
impero cresceva, ed esse contribuirono 
molto al suo incremento. La natura di- 
versa de'Iuoghi non presentava diOìcol- 
tà, che non fosse vinta dalla loro perse- 
veranza e grandezza d'animo. Si apriro- 
no monti, si colmarono valli, la via prò* 
cedeva sempre quanto più si potesse ret- 
ta, quanto meno si potesse scoscesa. Gli 
avanzi che tuttora ammiriamo, sono te- 
stimonianza di questo, come della solidi- 
tà usata nelle costruzioni. Gli strati co- 
minciavano da 3, e se il suolo era di ter- 
ra quasi fiitta liquida dall'acque o fan- 
gosa, si formavano fino da 5 strati di ma- 
terie diverse, onde dare ferma base alia 
via. Poi ponevano il pavimento di pie- 
tre grandi o massi poligoni, congiunti 
con tanta esattezza, che non restava qua- 
si apparenza delle commissui*e. La ma- 
teria delle pietre era una lava basallina, 
detta comunemente selce, prodotto non 
raro d'Italia, dove arsero tanti vulcani, 
e facile a trovarsi nelle molte cave ch'e* 
rano ne'dintorni di Roma, dove ne furo- 
no pur molti, essendo il suolo perciò in 
gran parte vulcanico. Scrive Gio. Giro- 
lamo Lapi, Del selce romano ragiona- 
mento mi ner alogico jRoma 1 7 84 -La stra- 
da così lastricata formava un dorso nel 
mezzo,manieraconvenientissima allo sco- 
lo dell'acque, che a'nostri giorni si ripose 
in uso. Il finimento era formato da due 
margini, come i nostri marciapiedi e fat- 
ti per lo più con grandi pietre da taglia: 
ì marciapiedi sono quegli spazi più alti 
a'Iati d'una strada o d'un ponte,dove può 
passare chi cammina a piedi, senza esse- 
re incomodato da'cari'i, carrozze e simi- 
li. Tuttora la materia dellaquale forma- 



STR 

sì il lastrico delle strade di Roma è il sel- 
ce, della qual sostanza trovansi frequea- 
tissime cave ne'dintorDi della città. An- 
che in tempo dell'antica repubblica le vie 
urbane si lastricavano di silice in Urbe, 
mentre quelle al di fuori cuopri vansi sem- 
plicemente di ghiaia, glarea extra Ur- 
beni. Gli antichi romani però non cono- 
scevano la ferratura de'ca valli, ed aven- 
do piccoli carri usarono il selce in fornoe 
grandi e poligone. ÀI presente si adope- 
ra nelle strade il selee tagliato in piccoli 
quadri piramidali larghi centimetri 9 e 
mezzo e alti 1 8 . Questi sono uniti fra lo- 
ro sopra un letto di sabbia o ghiaia, cioè 
le urbane particolarmente hanno con- 
giunti i selci con arena o calce (Nicolai 
dice preferibile l'arena) unita alla poz- 
zolana, o questa sola; le strade sono fian- 
cheggiate e divise nel mezzo da alcune 
pietre di selce pib grandi, larghe ne'Iati 
centimetri 28 e alte 18, chiamate guide 
o liste. Nell'estate per smorzare la polve- 
re quando si scopano, le vie s'innaffiano 
con acqua, che si diffonde a mezzo di va- 
rie botti condotte sopra carretti. Abbia- 
mo: Descripdo dolii aqua pieni, qua no- 
bìliores viae Rornae irrigantur, nel li- 
brodi Giuseppe Bernieri intitolato: Poe* 
sis focosa, seu niorum, oc hidicrorum 
quorumdani, quae olim Romae, modo 
vero tum apiid romanos^ tum apudno- 
strates vigent, poeticae descriptiones,Pa'' 
taviii7i5. Plutarco, nella Vita di Caio 
Gracco^ sembra ad esso attribuire lai.* 
misura delle vie, e l'invenzione delle co- 
lonne, che di miglio in miglio ne indicas- 
sero il progresso. Questa utile maniera 
di segnare le distanze non fu por pih in- 
termessa, finché durò l'impero romano, 
ed i moderni ne continuano 1' uso. Sul- 
la balaustra del Campidoglio di Roma, 
vi è la Colonna milliaria che col nume- 
ro I indicava ili. ^miglio della via Appia: 
nel 1 584 ^^ trovata fuori di Porta Ga- 
pena nella vigna Naro; la palla di bron- 
zo da cui é sormontata è parimenti an- 
ticai e stava già in quella mano cololsa- 



STR 117 

le dello stesso metallo che tuttavia esi- 
ste nella corte del palazzo de'Gonserva- 
tori, da dove fu tolta verso il fine di det- 
to secolo per collocarsi sulla colonna. A. 
questa per simmetria fi^ posta altra mo- 
derna a sinistra. Spesso la colonna mil- 
liaria degli antichi, oltre al numero del- 
le miglia, mostrava una o due iscrizioni 
di principi, che presero cura di conser- 
vare le strade già fatte o di aprirnedi nuo- 
ve. Imperocché nella sapienza che fu gui- 
da all'ottimo governo romano, non mai 
volendosi che il popolo mancasse di la- 
voro, oltre al mantenere le vie esistenti, 
spesso se ne f icevano nuove, per non te- 
nere la plebe ino/Jo, sovvenendola così 
degnamente. Nel n.** 1 98 del Giornale di 
Roma del 1 853, si legge un importante 
articolo, sopra autorevoli elementi per 
determifiare con precisione il valore delle 
antiche misure romane di estensione li- 
neare. Conoscendosi da'piìi insigni dotti 
scrittori dell'antichità romane l'impor- 
tanza di determinare con precisione la 
giusta corrispoudenza delle misure di e- 
stensione lineare impiegate dagli antichi 
romani, tanto nel definire i partimentì 
delle loro opere d'ogni genere, quanto nel 
dividere le vie principali da essi stabili- 
te in tutto il vasto impero, ne fecero uà 
oggetto particolarenelle ricerche che dal 
XV secolo si protrassero senza interru- 
zione sino a'npstri tempi presso ogni col- 
ta nazione che tiene in pregio quanto ci 
fu tramandato da quel vetusto popolo. E 
ciò non solamente per giovare agli stu- 
di artistici e storici, ma anche per con- 
cordare le coriMspoadenze delle divisioni 
itinerarie e di ogni altra più estesa de- 
finizione geografica; ed a GEOGRAFU,par- 
lando dellesuedifferenti specie, dissi pu- 
' re che descrive la situazione delle strade, 
i limiti e le divisioni degli stati, e parlai 
delle carte itinerarie e delle carte topo- 
grafiche. Però nonostante siffiitti gran- 
di e veramente eruditi studi rimaneva- 
no sempre ragguardevoli disparità ne'ri- 
sultamenti, pi^otti specialmente dalla 



ii8 STR 

varietà de'ruonuincDti su cui si basaro* 
DOy e dal Don essere essi compresi nel nu« 
m&ro dì quelli che andarono soggetti ad 
una precisa determinazione nello stesso 
loro stabilimento. Il cb. commend. Lui- 
gi GiDÌna,oomeaccennainel voi. LXIV, 
p.i43, dopo aver procurato di concor- 
dare le indicate disparità colF appoggio 
de'documenti già presi, gli venne dato di 
poter basare le sue ricerche su due dei 
più insigni monumenti degli antichi ro- 
mani, che ci sieno stati conservati quasi 
nella loro integrità, quali sono la Colon» 
na di Traiano e la Colonna diM. A. An* 
tonino che denominavasi pur dagli anti- 
chi Centenaria, denominazione contesta- 
ta da' I co piedi romani antichi che ri- 
trovò pure nell'altra Colonna di Traia* 
no. Quindi potè con sicurezza determi- 
nare il valore deiranlico piede romano, 
quello del passo, quello del miglio for- 
mato di looo passi a piedi 5oooosiaa 
metri 1481,750. Questa fu una scoper- 
ta di molta importanza, che aumentò le 
benemerenze dell'illustre artista e lette- 
rato. L'agri mensura,scienza e arte di mi- 
surare le terree descriverle in una pian- 
ta o mappa, fu simboleggiata dal dioTer- 
mine, e può dirsi nata col diritt<f di pro- 
prietà che le prime genti, costitoite in u- 
nione o società civile, dovettero formare, 
per riconoscere e godere tranquillamen- 
te ì frutti del campo provenuto loro da- 
gli avi. Gli antichi assegnarono Tinven- 
zione della geometria a'caldei, altra arte 
di misurare la terra, ossia quella scienza 
che esamina le proporzioni,ed ha per oh- 
bietto tuttociòch'é mtsurabile,come le li- 
nee, lesuperficie, i solidi; dappoiché nella 
Caldea parte àt\VAsiaJl\x la i .* culla del- 
l'umano consoraio dopo il diluvio: e sic- 
come il vivere sociale è fondato sulla giu- 
stizia del diritto di proprietà, ora avver- 
sato dal Socialismo (J^.), così per cono- 
scere il proprio e l'altrui terreno era ne- 
cessario che si conoscessero i confini dei 
campi, la forma e circoscrizione loro, ac^ 
ciocché ciascuno inviolabilmente godei- 



STR 

se la sua legìttima possessione. Indi dovè 
avvenire per naturale conseguenza, che 
siccome la terra contiene elevazioni e ab- 
bassamenti, toi*tuosità di riviere e di fiu- 
mi, ingombramento di laghi e di stagni, 
occupazioni di rupi e di foreste, così bea 
presto l'arte di misurare i campi sarà 
proceduta da principii e norme generali 
che la costituissero scienza. Arroge che 
tn que'primi tempi del mondo crescen* 
do' le popolazioni, e non bastando più il 
lorp patrio suolo, do veano trasferirsi fre- 
quentemente in altre contradp,e da quel- 
leanche in più remote,e stabilirsi in esse, 
e dividersi per famiglie gli spazi del ter- 
reno che a ciascuna veniva determinato 
da'propri bisogni e dall'autorità del ca- 
po della co/bftia. Pertanto doveasi cono* 
scere, oltre le qualità delle terre, altresì 
il modo di circoscriverle e limitarle con 
segni, i quali indicassero i confini dove 
giungeva la proprietà o del comune o 
de'particolari.Soprattutti si doverono se- 
gnalare nell'agrimensura e in tutte le al- 
tre parti che ne dipendono gli egizi, co- 
me quelli che per l'inondazioni del Nilo 
erano soggetti ad alterare spesso i con- 
fini de' campi, a formar canali, argini, 
sboccatoi, cateratte, deviazioni e conser- 
ve. Indi pare che dal rE'^iV^o fosse comu- 
nicata alle altre nazioni, e certamente gli 
ebrei che aveano abitato la regione ne 
restarono istruiti, e lo posero in esecu- 
zione quando si divisero il paese conqui- 
stato nellei2 7V/6{i. Ignorasi se i pelasgi 
et tirreni venuti in Italia, apprendesse- 
ro dagli egizi l'agrimensura, e la geode- 
sia o parte del la geometria pratica, la qua- 
le insegna l'arte di misurare, dividere e 
descrivere le terre de'di versi proprieta- 
ri, e dividere le terre o isole o paesi.Pare 
indubitato però ch'essi doveano essere 
espertamente istruti in queste utilissime 
scienze, imperocché dobbiamo a quelle 
antichissime genti l'essere l' Italia il più 
bello e ubertoso paese àtW Europa. Die- 
rono in seguito perfezione alle scienze 
geodetiche gli aborigeni, gli oscbi,g1i uui- 



STR 

1h*ì, gli eneti, e per ood dire d'altri prìn- 
cipalaiente gli etruschi, secondo quelli, 
che li distinguono da'ti rreni, i quali pò*, 
sero l'agrimensura sotto gli aruspici (dei 
quali riparlai a Sacerdozio e Supersti- 
zione) che coosagravanoi confini ponen- 
doli sotto la tutela della divinità: tanto 
secondo la legge di natura era sagro il 
diritto di proprietà, che non poteasi of« 
fendere senza sacrilegio ; e siccome Tuo* 
ino è avido, e l'avidità lo porterebbe ad 
usurpar l'altrui, così la mirabile sapien- 
za degli antichi infrenò questa passione 
sconvolgitrice della società ponendo i con • 
fini de'campi sotto la possente egida del- 
la religione. Quando Romolo fondò le 
Mura di Roma, dovette chiamare gli a- 
grimensori a misui'aresulPalazioo Mon- 
te Palatino la prima cerchia della nuo- 
va città, e lo spazio del pomerio che do- 
vea circondarla come luogo sagro agli 
Dei tutelari della città. Furono chiama- 
ti gli aruspici, £itti gli auguri, piantati i 
termini; e Ào/?ta sursecon quegli avven- 
turosi auspicii che la resero la città eter- 
na,conquistatrice e dominatrice del mon« 
do, prima col senno e colle armi, poi col- 
la divina potenza della fede che pose il 
sud eccelso trono sul Faticano, L'agri- 
mensiira fu in estimazione non solo sotto 
gl'imperatori romani, ma pure sotto i re 
barbari che invasero l'impero, come dot- 
tamente di recente ha dichiarato il prof, 
d. Stefano Ciccolini : DegU agrimensori 
presso i romani antichi, Roma i854. 
Questo ragionamento meritò gli elogi del • 
V Album di Roma t. ai,p. i4^, e mag- 
giori della CiV///à r^ir/o/ica, che eziandio 
nediè un erudito sunto,nella a.* serie,t. 8, 
p. 1 28. Fu in ogni tempo,e presso ogni col- 
ta nazione riguardata la cura delle pub- 
bliche strade come uno degli oggetti più 
interessanti ; né deve recar meraviglia , 
che tanta importanza venisse posta rela- 
ti vamentealle pubbliche vie,poiché trop- 
po e v identi sono i va n taggi che dalla buo- 
na costruzione e dalla diligente manuten- 
zione delle medesime risultano al com- 



STR 119 

mercio ù interno, che esterno, all'agri* 
coltura, alla retta amministrazione gor 
vernati va, al ben essere finalmente degli 
abitanti. Ci diede E. Ottone, De tutela 
viarum pubUcarum, Trajectum ad Rhe- 
nam 1 73 1 . Per ciò che riguai*da il com- 
mercio, una delle principali sorgenti del- 
la pubblica prosperità, ove in uno stato 
si rinvengano strade ben costruite, ooa 
buoni materiali da non produrre &ugo^ 
con fossi laterali tanto necessari, e como- 
damente intersecate da un numero di mi- 
nori vie, e da ponti formati con solidità 
fra le altura de'monti, o sul passaggio dei 
fiumi, o sulle acque stagnanti, ivi ha luo- 
go una fàcile e pronta circolazione delle 
derrate, ed il cambio Interno delle prò* 
duzioni del suolo e dell'industria fi*a pro- 
vincia e provincia. Ne minore è il van- 
taggio che dalla bontà delle strade risulta 
al commercio esterno; poiché da ciò so- 
no in singoiar modo allettati gli esteri a 
visitare, e transitare per le contrade, a 
recarvi i loro prodotti di cui si abbiso- 
gnaj o esportandone i sovrabbondanti. 
Si rende del pari moltissimo interessante 
per quelli che regolano le pubbliche co- 
se, che per brevi e spedite strade ponno 
trasmettere gli ordini e avvisi,da cui tal- 
volta può dipendere la pubblica salvez- 
za. All' ornato e bellezza delle città è in- 
dispensabile la conveniente latitudine, li- 
vellamento e regolarità delle strade edel- 
le piazze opportunamente disposte: e fi- 
nalmente avendo in vista la pubblica sa- 
nità , nulla evvi di piìi utile, che la net- 
tezza delle vie, mediante V opportuno 
sgombramento dell'immondezze e il fa- 
cile scolo delle acque. La forza di tanti 
motivi, che imperiosamente raccoman- 
dano la cura delle strade, e che si fece 
sentire a tutti i popoli non selvaggi, pe- 
netrò in Riodo particolare l'anioio de'oo* 
stri maggiori, i quali nei 
ta l'importanza, e si 000 
sta materia eoo queib 
vei*ania e magoifioai 
lorodistintiTOi 



Ilo STR 

si deirantìche sli-ade e altri monumenti 
di simile natura, malgrado le ingiurie di 
tanti secoli, fissano attonito lo sguardo 
del viaggiatore, ed attestano la potente 
non meno ohe la saviezza del gran po- 
polo romano. Si vuole che ne'pri mi tem- 
pi i re ne riservassero a loro stessi la so* 
pinntendenza;8uccessa la repubblica,vea« 
ne questa sorveglianza attribuita a'ccQ" 
sori e agli edili curuli. Oltre a questi ma- 
gistrati furono istituiti ancora particola- 
ri curatori a varie strade di maggior im- 
portanza, prendendoli dalie famiglie più 
cospicue, con facoltà molto estese. Di 
questi curatori frequenti sono nell'iscri- 
zioni antiche le memorie ritrovate nelle 
consolari, le quali ci additano in quanto 
onore ti ritenessero da'romani ooloro,che 
destinati eranoalla cura dei le strade. Peu* 
tinger nella sua Carta geografica ^ non 
disegnò l'impero diRoma e delie sue prò- 
vincie,ma solamente ebbe in idea di dar- 
ci la figura delle strade per lo mezzo, e 
dentro dell' impero romano e delle sue 
Provincie, come dimostra presso Caloge- 
rà, Opuscoli t. 4^) p* 283, il d.' Dome- 
nico Vandelli, colle Memorie intorno al» 
V antiche carte geografiche, e particolare 
mente intorno alla Carta o Tavola detta 
Peutingeriana, I romani aveano 3 spe- 
cie di strade, le vie co$ì dette pubbliche, 
che suddividevano in regie^militari ecou- 
solari, le quali conducevano da città a 
città, o al mare, o a'porti de'fiumi navi- 
gabili,o in altra strada maestra; le vie vi» 
cinali, quelle cioè, che conducevano in 
f^icosàs un villaggio all'altro; le viepri* 
iHite, chiamate da alcuni anche agrarie, 
le quali erano destinate a condurre nei 
campi, ed a facilitarne la coltivazione. 
Quanto a'/^7cf e da^hi presero il nome, 
così sono descritti da Isidoro, riportato 
dal Sigonio lib. 2, ci. *» Vici et Castella, 
et Pagi sunt, quae nulla dignitate Givi- 
tatisornantur,sed vulgari hominum con- 
venta incoluntur, et propter parvi tatem 
sui majoribus civitatibus atlrtbuuntur. 
Yicus Uititus est a vicinis habitatoribus^ 



STR 

velquod vias habeat sine murls.CasIrum 
antiqui dicebant Oppidum loco altissi- 
mo situm, quasi Gasam altam a quo Ca- 
stellum: sive quodcastrabatur ibi licen- 
tia habitantium, ne passim vagarentur". 
11 Nardi pubblicò nel t 23 del Giorna» 
leÀrcadicop, 348: Sui vichi entro le clt^ 
tà^ e segnatamente in Rimino a tempo 
de*romanL Osserva che i municipii d'I- 
talia, e più le oolonie seguivano con ser- 
vilità gli usi di Roma capitale, anche ne- 
gli edifizi, come nelle magistrature. Ot- 
ta via.no Augusto divise ogni regione di 
Roma -in vichi, e lo attesta Svetonio in 

Aug. cap. 3o: Vittore ne contò 4^49*'*^' 
tri meno; le città provinciali fecero al- 
trettanto. Rimino colonia romuria si di- 
vise io 7 vichi interni, 5 de'quaii desutì- 
aero il nome dalle regioni di Uomo, a so- 
miglianza di tante regioni o rioni, come 
fecero altre città, oltre i vichi dell'agro. 
I prefetti de' vichi istituiti da re Servio 
Tullio nella rinnovazione delle feste com- 
pitali, tanto nelle città,quanto nelle cam- 
pagne, divennero in Roma magistri f^i^ 
corum,e Fico magistri i ministri subal- 
terni, come rilevai a Rioni di Roma, di- 
poi nel medio evo denominati Centena- 
riij e si dissero gli abitanti, vicanus vici^ 
habitator vici o pkbs vici. Vi erano vi- 
chi nelle città,e molto più nelle loro cam- 
pagne ; in città erano le varie divisioni 
della medesima, ed in campagna piccolt 
paesi tra loro distanti, il capoluogo dei 
quali s'intitolava P/7go,siccome vico mag- 
giore, formante una porzione di territo- 
rio composto di molli vichi, oggidì ville, 
castelli. Anche nel medio evo continua- 
va la distinzione tra pago e vico, in detto 
senso, aventi i loro patroni. La diversità 
de'vichi la dichiarò pure Manuzio, De 
^uaesitispavy^yìì. 7) >»Vicusduplex erat, 
nempe extra Urbem et in Urbe. Vicus 
in Urbe est domoiHim series continuata, 
suo non carens nomine, ut Romae Vi- 
cus Cyrius, Vicus Africus, atque alii ", 
Questi vichi davano il nome alle strade, 
per cui rimarca Navdi, che tuttora nel re- 



STR 

gno^di Napoli e in Napoli stette la mag- 
gior parte delle strade chiamasi Fico^ 
come Fico Retto, Fico di s, Maddak- 
na. Nell'altra sua opera De* parrochi, 
parlando delle regioni ecclesiastiche, con- 
ferma che in 7 regioni o vichi dividevan- 
si le città, ognuna delle quali avea il suo 
diacono presidente, e visitavano quelli 
che aveano bisogno e lo riferivano al ve« 
scovo. 

Le strade suburbane e consolari di 
Koma antica prendevano il nome dalla 
maggior pnrte delle Porte di Roma ( F.)^ 
o dal luogo ove conducevano, o dall'uso 
che se ne faceva, o da chi le avea fabbri* 
cate, come rileva Guattani, Roma de» 
scritta e illustrata. Perciò di esse parlai 
dicendo de'loro autori, descrivendo tali 
Porte^tà i luoghi per dove pattavano, e 
quelli in cui avevano termine; non che 
per le Cfuese, Catacombe, Cimiteri di 
Roma, e Sepolture suburbaue aRoma,in 
Ioli articoli ancora ne tenni proposito, ce- 
lebrandone le memorie, massime reccle- 
tiasliche e segnalate. Ed é per questo che 
qui appresso neirindicareleslrade di Ro- 
ma, pubbliche, vicinali e urbane, altre 
notizie meglio si ponno trovare negli ar- 
ticoli che riporterò in corsivo, e negli al- 
tri che ad essi sono relativi. Di quelle vi* 
cinali de'dintorni di Roma dottamente 
ne scrisse Nibby neW /inalisi de'dintorni 
di Roma t, 3, p. 49^1 ed io lo tenni pre- 
sente nel descrivere le città e luoghi di 
essi, colle strade che vi conducono, aven* 
do riparlato de'paesi compresi nella Co» 
via rea di Roma in principio dell'artico- 
lo Roma. Centro delle strade, nelle quali 
si mostrò tanto splendida la potenza ro- 
mana, era Roma, donde diramavano in 
varie parti, e che in modo diverso con- 
servavano le vestigia del lastricato, co- 
me testimonianza della loro direxione pri- 
mitiva) ma queste traccia ogni giorno spa- 
riscono. Dice Nibby, che lo scopo de'ro- 
inani nella costruzione solida e regolare 
delle vie e nella manutenzione accurata 
di essei non fu il comodo delle comuni- 



STR lai 

cazioni commerciali, ma prìncipaliiicnle 
la prontezza de'movimenti militari e la 
facilità de* trasporti delle armi e baga* 
gli, e così ti spiega la rapidità, colla qua- 
le le legioni trasporta vansi ito tutti i punti 
del dominio romano. In fiitti dal secolo 
VI di Roma in poi aprirono vie militari 
in toltele parti occupate da loro, esoven- 
te a tali lavori impiega vansi i soldati du- 
rante! loro acquartieramenti,percbènoa 
t'impigrissero nell'ozio. £ per tale ragio« 
ne, non solo l'Italia è coperta da una re- 
te di strade, che devono la loro origine 
ai romani, ma le Gallie,la Spagna, la Bel- 
gica, la Batavia o Olanda, la Gennania, 
la Pannonia,le dueMesìe,la Dacia,la Ma- 
cedonia, rillirio, la Grecia, l'Asia Mino- 
re, la Siria, la Palestina, l'Egitto e tutta 
l'Africa settentrìonaleconservano le trac- 
eie delle vie i*omane, che le solcavano, e 
molti monumenti di lavori porlentoti di 
monti tagliati, ponti, canali, tostruzioni, 
argini, ec, molti de'quali servono anco- 
ra. Nel far parola delle strade che usciva- 
no dalle portedi Roma preferirò per bre- 
vità di seguire Guattani : per quelle da 
lui non discorse prafitteròdi Nibby. Dal- 
la Porta Flaminia, oggi del Popolo, ne 
derivava la via di tal nome pei*chè spia- 
nata da C. Flaminio console nell'anno di 
Roma 533 o 534- Giungeva sino a Ai- 
mini, da dove poi sino a Bologna la con- 
tinuò il suo collega L. Emilio Lepido, o 
meglio questi lo fu dell'altro console C. 
Flaminio del 567,acui Strabone per ab- 
baglio attribuì la selciatura della via mi- 
litare da Roma a Rimini. 11 1 .^Flaminio 
fu l'autore del circo Flaminio, ed ucciso 
da Annibale al Trasimeno; ila.^Flami- 
nio fu collega di L. Emilio Lepido che a- 
prì l'altra strada dell'Emilia (di cui a Foa- 
LI e altre città per cui passava), che da 
Rimini conduce a Bologna. T. Livio la- 
nciò scritto, che nel 567 C. Flaminio fece 
la strada da Bologna ad Arezzo, ed il tuo 
compagno M. Emilio condutse una stra- 
da da Piacenza a Rimini. La via Flami- 
nia ebbe principio immediatamente tot- 



i^% STR 

to il Campidoglio, col nome di Lata, ed 
accora ne conserva il nome la Chiesa di 
s. Maria in Fia Lata, Fra le riparationi 
fatte a questa via merita roenuone quel« 
la operata da Augusto nel 727 di Roma, 
del quale risarcimento vi é memoria nel- 
Y iscrizione collocata sul celebre Ponte 
Molle o Milvio, Alcuni dicono che Àu« 
gusto ebbe intenzione in questo risarei- 
mento di aprire la strada da Roma a Fa- 
11O9 e farla praticabile a'carri, cioè da un 
mare all'altro» seguendo in ciò il disegno 
di Giulio Cesare, il quale al riferire diSve- 
tonio cap. 4t ^'^ le altre cose che pensa- 
"va la sua vasta mente, una era questa : 
Fiam munire a mari supero per Apen» 
nini dorsum ad Tiberini usque, A 'tempi 
di Paolo 11, che fabbricò il Palazzo apo» 
stolico di s, Marco^ nel principio di det- 
ta via si cominciarono a fare le corse dei 
cavalli, onde ambedue i nomi di Lata e 
di Flaminia si confusero,ed ebbero il no- 
me di CorsOf che divenne la piti nobile e 
piii magnifica via dì Roma. Dalla Porta 
Pinciana la TÌa che ne usci dopo breve 
trattosi gettò nella Flaminia. Dalla Por- 
ia Salaria derivò la via omònima che 
conduce in Sabina. Dalla Porta Nomea- 
//i/ia,oggi Pi/7,conduceva la via aNomen' 
io, onde la strada si disse Nomentana e 
Figulense.LePorteFiminalee Gabiusa è 
di opinione Guattani che mettessero solo 
nella campagna o Agro di Roma^ e che si 
unissero come la Pinciana nelle vie vici- 
ne piti maestre; se pure la Gabiusa non 
conduceva a Ga^io rinomata-città del La- 
2/o,al quale articolo egualmente dissi del- 
le sue principali strade. Dall'Aggere di 
Roma^inter aggers^ e probabilmente da 
Porta s. Lorenzo e prima dalla Porta Fi» 
minale^ ne derivò la via che mena a 7V- 
yoli^ laonde tanto la porta che la strada 
presero il nome di Tiburtina, Anche at- 
tualmente per andarvi si esce prima dti 
questa porta, e giunti nell'aperta cam- 
pagna, ora si percorre e ora si lascia l'an* 
tica via. Dalla Prenestina, cosi detta dal 
condurre a Palestrina^ e perciò ivi ne ri- 



STR 

parlai in un alla Labicana, vale a dire 
da quella porta chiusa fra la delta di s. 
Lorenzo e la Porta Maggiore, u^cìvd la 
via di tal nome. Dalla Porta Esquiluia^ 
oggi Maggiore^ si andava all'antico La- 
bicopnóe la porta e la strada furono chia- 
mate ancora Labicane, Dalla Porta Ce- 
limontana^mom^ìi. Giovanni^àeiV^ pu- 
re Asinaria e Nevia, crede G ualtani, che 
ninna nobile strada ne uscisse, ma che 
soltanto servissepo di comodo per le or- 
taglie: questa via conduce a Frascati, 
Albano e iVitz^o/i. Dalla Porta Latina ne 
partiva la via di tal nome, che al Tusco- 
lo, ad Anagni^ a Compito, a Roboraria 
ne conduce va. Dalla Porta Capena^o^^ì 
s,Sebastiano,Hwea principio la regina del- 
le antiche vie» VAppia, là quale fu opera 
insignedel fiimoso decemviro AppioClau- 
dio il Cieco, e perciò anche la porta fu 
cognominata Appia, Sebbene vi fossero 
▼ìe, che da Roma conducevano nelle cit- 
tà circonvicine fino da'primi tempi, non- 
dimeno è certo che lai.' viadi lungo trat- 
to che fosse lastricata fu l'Appia, V anno 
di Roma 44^* Di questa magnifica e ri- 
nomatissima strada, che conduceva sino 
a Brindisi^ ne trattai in moltissimi luo- 
ghi che la riguardano, come a Paludi 
Poutinb, ed a Sepoltura, descrivendo i 
più celebri sepolcri degli antichi romani 
eretti in essa, e ne riparlerò. Il can. Fran- 
cesco M.* Pratilli scrisse l'erudita opera: 
Della via Appia riconosciuta e descritta 
da Roma a Brindisi^ Napoli 174^* Con- 
tro di esso pubblicò Erasmo Gesualdo: 
Osservazioni critiche sopra la storia del- 
la Fia Appia di d, F. M. Pratilli, e di 
altri autori f Napoli 1 754* I^^Ha i .' se ne 
legge l'estratto a p. 1 77 del Giornale dei 
letterati per tanno 1 748; della 2." nel t. 
I o, p. 265 della Storia letteraria d Ita- 
lia. 11 commend. Pietro Ercole Visconti 
nel suo bel carme, La Fia Appia dal se- 
polcro de* Scipioni al mausoleo di Me- 
tella, lodò l'illustrazione di Pratilli per 
grande erudizione eaccuratezza,e che non 
valse a torpregio al turbile lavoro le cri- 



STR 

fiche di Gesualdo. L' Album di Roma 
coDtiene diversi eraditi articoli sulla via 
Appia, massime il 1 1 8, p. ii25 e se|^.9sul- 
lo scavo &tto nella medesima nel i85i 
d'ot*dine del Papa Pio IX e del ministro 
de'lavorì pubblici commend. Camillo Ja« 
cobini. Dalla Porta Ostiense o s. Paolo, 
sortiva la via di tal nome che andava a 
O^fià sul mare,passando innanii alla ba- 
silica omonima. Dalla Porta Portese per 
la via Portuense e Marittima andavasi 
come al presente a Porlo^ a Fiumicino^ 
e all'antico Porto Romano o di Claudio. 
Dalla Porta s, Pancrazio^ già Gianico* 
lenscy si percorreva, come si fa ancora, 
tal via detta BtkcheAurelia^F'ìtelliaeCor' 
nelia, per Civita Vecchia e il suo porto 
Traiano. Dalla Porta Trionfale, j^reìeia 
da alcuni la vera u^fireZùx, usciva la via 
dello stesso nome,che costeggiando \Mon^ 
ti Vaticani sino all'ultimo detto Monte 
ilfariOymettevanelIaF/^mr/iùs.Perque* 
sta i trionfanti facevano Y Ingresso solen- 
ne in Roma (^.), qualora non conveni- 
va ad essi passare peri' A ppia. A tale por- 
ta corrispondono ai presente Porta An- 
gelica e Pòrta Castello. Da esse partiva- 
no due comode vie (peii) la sola prima è 
aperta), che dopo un miglio circa si uni- 
scono, formando un delizioso cammino 
sino a Ponte Molle, per cui entrandosi 
nella Flaminia si va a Porta del Popolo. 
Conclude Guattani, che tutte le vie sum- 
mentovate erano lastricate dì grossi sei* 
Cìj e le fiancheggiavano sepolcri, edico- 
le, templi grandi e piccoli, e ville delizio- 
se, come può riconoscersi chiaramente in- 
ternandosi perdelle miglia nell'antica via 
A ppia. Opina per ultimo, essere fiilsoche 
tutte le vie si misurassero cominciando 
dal miniarlo aureo del Foro Romano {di 
cui riparlai a Piazza di Campo VACcmo 
ed a Roma): la colonna così detta nota- 
va le distanze delle vie, ma non ne era il 
principio; la di loro misura cominciava 
dalle rispettive Porte^ bensì ad ogni mi- 
glio vi erano colonnette col numero, chia- 
mate Columnae MilUariae, Cita Fabret- 



STR 



ia3 



ti, De aqueduetis, ed il p. Revillat, Dis- 
sert. delCaeead. di Cortona. Altre vie di 
cui tratta V eruditissimo Nibby sono le 
seguenti. Dalla^via Appia diramò presto 
la Porta Capena la via Ardeadnay cioè 
presso la Chiesa di s. Cesareo , e coiida- 
oeva direttamente ad Ardea, città auti* 
chissima de'rutuli, di cui riparlai in altri 
luoghi e nel voi. XXIX, p. 3o. Dirama- 
vano dalla Flaminia, fuori di Porta Fio» 
minia e al 3.^ miglio, le vie Cassia, già 
esistente nell'anno di Roma 709, e lastri- 
cata probabilmente dal censore L. Cas- 
sio Longino, che raggiungeva per Firen- 
ze l'Aurelia a Isuni, e la Emilia a Bolo- 
gna, detta pure Clodia o Claudia perchè 
nel I .^ tratto è una medesima via, di po- 
co posteriore alla Cassia, e pare costrui- 
ta da Appio Qaudio Pulcro censore. La 
via Trionfale, partendo dal Vaticano e 
scavalcando il dorso di Monte Mario,rag» 
giungeva la Cassia circa 8 miglia e meno 
fuori della porta antica. Altra dirama- 
zione della Cassia era la via A merina, che 
conduceva ad^/iie/(iei,dicui riparlai aSpo- 
LETI, comeché nella sua delegazione, e 
procedeva per Perugia. Diramazione del- 
la Flaminia è la via Tiberina, così detta 
per seguire più dappresso il corso del TV- 
pere. La via Ostiense era il tronco prin- 
cipale delle vie Campana, Severiana che 
principiava a Ostia, e così detta perchè 
aperta da Settimio Severo lungo il lito- 
rale da Ostia a Terracina, e la Laurea- 
una che conduceva alle antiche e celebri 
Laurento e Lavinio^ metropoli del La* 
zio, ove le descrissi. Tra le vie Nomenta* 
na e Salaria vi fu intermedia la Patina» 
ria.h^ 3 vie Tiburtina, Valeria e Subla- 
cense partivano insieme da Roma con un 
solo tronco, che fino a Tivoli avea il i.*" 
nome; dopo tal città prendeva quello di 
Valeria, e da questa Nerone diramò per 
uso della sua villa la via Sublacense, che 
prese nome da Sublacuni poi SubiacOn 
La Valeria l'aprì il censore M. Valerio 
Massimo a spese pubblicheranno di Ro- 
ma 447» ^ costeggiava la Sabina moo ai 



11^4 STR 

Marsi^ del qua! paese riparlai a Pescina 
e Sabiita. Le vie più celebri che traver- 
savano il territorio latino erano l'Appia, 
la Latina e la Valeria. La via Sublacen- 
te, la più recente di tutte le antiche vie 
romaneyavea fine a Subiaco, e di là par* 
ti vano due rami, che andavano a rag- 
giungere la Valeria, uno a traverso i mon- 
ti a Garseoli, Taltro rimontando il corso 
deir Aniene fìno a Trevi, scavalcando i 
monti, ricadeva nella Valeria presso la 
Scurcula ne'Marsi. A Sepoltitra narrai 
che i romani e altri pagani fuori delle mu- 
ra della città, per la pubblica strada e- 
ressero lateralmente i loro sepolcri, con 
cippi con iscrizioni per servir di confine 
o per additare la strada e il suo nome ai 
viaggiatori,eil luogo delta sepoltura d'un 
defunto per ammonirli d'essere mortali: 
questi cippi,che d'ordinario erano mezze 
colonne senza capitello,si posero pure lun- 
ghesso le vie per ogni i eoo passi, co'nu- 
loeri scolpiti per ordine e per segnare le 
distanze come colonne milliarie, ovvero 
con iscrizioni che conservavano la me* 
moria di qualche avvenimento. Allorché 
ooU'aratro formavasi un solco per deno- 
tare il recinto d'una nuova città, si pian- 
tavano cippi di distanza in distanza, sui 
quali si offrivano da prima de'sagrifizi, 
e talvolta si fabbricavauo torri al di so- 
pra. Inoltre rimarcai a Sepoltura che le 
strade maestre de'dintorni di Roma era- 
no i luoghi più abbondanti di sepolcri, 
e singolarmente lungo le vie Aurelia,Ap- 
pia,Labicana, Laurentina, Latina, Fla- 
minia, Tiburlina, Prenestina, Ostiense e 
Salaria, massime negl'i ucrocia menti, det- 
ti bivii pel biforcamentodi due vie, trivii 
equadrivii.Ciò facevano i romani, come 
quelli ch'erano tanto bramosi di perpe* 
tuare il loro nome, alBnchè i passeggeri 
necessariamente in vederli leggessero le 
iscrizioni e gli ammirassero. Descrissi co- 
me si com ponevano le Iscrizioni ( V^ e gli 
EpitaffU^F ,)^ in cui frequenti eranvi pa- 
role che invitavano imperiosamente il 
iriaggiatore a fermarsi e leggerli^ tal voi- 



STR 

ta essendo il contenuto lepido, tale altra 
con gravi ammonizioni e morali senten- 
ze; in altri si minacciava la morte terri- 
bilmente, e s'imprecavano i violatori dei 
sepolcri. Quindi feci ladescrizione dei più 
rinomati e superstiti sepolcri antichi dei 
romani, esistenti per lo più nelle pubbli- 
che vie suburbane; notando che la clistru- 
sione degl' innumerabili monumenti se- 
polcrali, derivò dalla loro esposizione,[)ei* 
essere eretti nelle vie pubbliche, onde fu- 
rono i primi monumenti ad essere ma- 
nomessi, spogliati e abbattuti. Dovunque 
i romani spinsero e dilatarono il loro im- 
pero, aprirono strade solide, spaziose e 
ornate, ponendo per ogni miglio la co- 
lonnli miniarla di pietra. Con tante e s\ 
comode strade i popoli, ch'erano rimasti 
sì lungo tempo come isolati e sconosciuti^ 
si avvicinarono a vicenda, e stabilirono 
un reciproco commercio non solo de'pro- 
dotti del loro suolo e della loro qualun- 
que si foske industria, ma un traifico di 
lumi, di gentilezza e d' incivilimento. ( 
romani non furono meno magnifici nella 
costruzione delle strade urbane nelT in- 
terno di Roma, che sontuosamente ab- 
bellirono di molteplici, stupendi e gran- 
diosi edifizi, civili, militari e religiosi. Po- 
che parti di Roma odierna mostrano ad 
occhio nudo il suolo originale, sul quale 
la città venne fondata 753 anni avanti 
l'era nostra, secondo Nibby. £ facile è 
rendersi ragione di questo fatto, conside- 
rando che si tratta d'una superfìcie abi- 
tata senza interruzione per 26 secoli da 
molti e molti milioni d'uomini, che si so- 
no succeduti, tra tante e diverse vicissi- 
tudini.Tuttociò, e prescindendo da qua-' 
lunque altra vicenda straordinaria,dovea 
coll'andardi tanti secoli portare un cam- 
biamento nella superficie del suolo pri- 
mitivo, ed alterare oltre la materia an- 
cora le forme.Laonde aggiungendo a que- 
sto le devastazioni, alle quali andò sog- 
gettaRoma per la mano degli uomini,che 
non furono poche, e le riportai nel de- 
scriverlai le fabbriche atterrate dagli al- 



STR 

lagamenli del Tevere e dagrincendit, gli 
edifici nuovi costrutti colmandone altrì,^ 
le strade rese più agiate o col togliere o 
coH'aggi ungere ten'eno, di conseguenza 
il suolo originale dove non fu alterato con 
tagli, dovrà investigarsi sotto strati con* 
siderevoliy ed ammassi di materie pro- 
dotte da rovine e da scarichi. A Riohi di 
RoMAyCon Befnardiui;,Nibbyealtri scrit- 
tori, trattai del progressivo riparto della 
GÌttà,civile ed ecclesiastico, incorni ncian* 
do dalla sua originesino al presente, e dei 
loro magistrati secondo le divèrse epo^ 
che; e toccai pure de' vici, de' compiti e 
della denominazione delle strade antiche. 
Riportai le nomenclature di ciascuna re- 
gione, rendendo pure ragione perché co- 
sì denominate, e quanto racchiudevano 
di pib importante, dichiarando con Pan* 
droli lo stato delle medesime a'tempi di 
Augustaquando divise Roma ioXI V re- 
gioni. La divisione de'quartieri fatta dai 
Papi, in proporzione del quantitativo dei 
cristiani che gli abitavano; de'posteriori 
riparti, della condizione delle vie a moti- 
vo degli atterrati edifizi antichi, e della 
denominazione delle regioni nel medio 
evo, indi del posteriore.stabilimento de- 
gli attuali XIV rioni e loro confini. Ora 
conN ibby, /{om^ neWanno 1 838 dexcrit- 
fó,par. 2.'antica,p. 83 1, parlerò delle vie 
e de'vici, come promisi nel citato artico- 
lo per la connessione che hanno colle stra- 
de, alle quali dierono il nome ordinaria- 
mente. 

Le XI V regioni di Roma antica erano 
suddivise in vici. La differenza fra wVie 
vicits consisteva in questo, che per via in- 
tendevasi soltanto il lastricato della stra- 
da, e per vicus il caseggiato che la fian- 
cheggiava. I nomi de'vici di 5 regioni di 
Roma cioè della I, X, XII, XIII e XIV, 
ci sono stati conservati dal fòmoso pie- 
distallo d'Adriano, esistente nel palazzo 
de' Conservatori, e questi medesimi no- 
mi sono riportati da'regionari Vittore e 
Rufo, il quale inoltre ricorda quelli della 
111, IV, V,VJ, VlIedXI, mancando quel- 



STR Ili 

li della II, quasi tutti quelli deirVllI e 
quelli della IX. Ardua e impossibile im- 
presa sarebbe il rintracciai'e la direzione 
di ciascun vico ricordato da' mentovati 
scrittori nella confusione avvenuta nei 
tempi bassi, per cui con viene limitarsi a 
riprodurne la sola nomenclatura secon- 
do le regioni di Roma, seguendo Tordi* 
ne de' memorati piedistallo capitolino e 
cataloghi dei regionari. Nondimeno in 
corsivo riporterò quegli articoli che li ri- 
guardano, in molti de'quali per l'ubica- 
zione ne trattai ; per altri si può vedere 
Roma, massime ove parlai di sue antichi* 
tà, o indicando quegli articoli in cui ra- 
gionai degli edifizi de'quali vado a fare 
menzione. Ad ogni modo, ancorché sem- 
plici nomenclature, riusciranno sempre 
importanti quanto a'nomi delle antiche 
vie di Roma e alla sua interessante topo- 
grafia, della quale eziandio discorsi a Ro- 
ma. La I regione contenne i vici denomi- 
nati Camtnanim dalla prossimità del 
tempio delle Camene vicino a Porta Ca» 
peìMj Drusiamis dal l'arco di Druso pro- 
pinquo a Porta s, Sebastiano, Sulpicius 
uUerìor^Sulpicius citeriar, Fortunae Ob» 
seqnentis, Pulverariusy Honoris et F'ir^ 
tutis dal tempio di questo nome presso la 
Porta Capena, Trium Ararum^ e Fabri" 
ciu$,Qùe* della 1 1 non sono noti.Que'della 
III erano 8 e detti da Rufo Albus^ For^ 
tunae Ficinae, jénciportusy Bassianus^ 
Structonim^ Aselius, Lanariiis,e Primi* 
genius. Otto pure ne ricorda nella IV, 
cioè lo Sceleratus (presso la Chiesa di s, 
Pietro in Fincoli e la chiesa Afi* Minimi, 
nome che prese dal fatto che narrai a Ror 
MA, ove Tullia figlia dell'ucciso re Servio 
Tullio, per recarsi sollecitamente a oc- 
cupar la di lui reggia, sul suo cadavere 
fece passare il carpento o specie di car- 
rozza che la conduceva), VÈros^W Vene» 
risy i vici detti Apollinis, Trium via rum, 
Anciportus minor ^ Forlunatus minor, e 
Sandalarius (ove erano quelli che lavo- 
ravano le Scarpe o Sandali). Nella r^io- 
ne V conta vansi 1 5 vici, detti Sucusanus, 



i!i6 STR 

come proseguimento della Suburra, il cui 
nome derivò dal pago Succusano, e per* 
ciò fu nella direzione di quella via che 
dalla Chiesa de'ss. Marcellino e Pietro 
^a direttamente a Porla Maggiorej Ursi 
Pileati^ ueHa direzione della Chiesa dì s, 
Bibiana (e ne riparlai a Cimiteri di Ro- 
ma); Minervae, forse così denominato da 
Minerva Medica; Uslrinusj così chiama* 
io dall'Ustrino o rogo pubblico (ove i ple- 
bei aveano \a Sepoltura) presso il Cam- 
po Esquilino sotto V Aggere ; Pallorisj 
Scius^ forse così detto dal tempio della 
Fortuna Scia; Sylvanij Capulaloruin; 
Tragoedits, così detto dal Jupiler Tra- 
goedusj Unguentar iusj Paullinusj Pa* 
storis; Caticariusj Feneris Placidaej e 
Junonis probabilmente presso il tempio 
di Giunone Lucina. Nella VI se ne enu- 
meravano 1 2 co'nomi d'Albus, Publicus^ 
Flqrae, Quirini, Flavii, Mamuri, For» 
tunarum, Paccius, lìburtinut^ Salutis^ 
Callidianus, e Maximus, Conoscendosi 
la situazione de' templi di Flora presso il 
Palazzo Barberini^ di Quirino nel giar* 
dino della Cìùesa di s, Andrea sul Mon* 
te Qnirinaleyóeì tempio della gente Fla- 
via non lungi dalla Chiesadis. Caio, del- 
le tre Fortune alla Porta Collina, e della 
Salute sul Monte Quirinale (meglio ne 
tratto a Palazzo apostolico Quiriitalb), 
pi*esso il quadrivio delle Quattro /V>/t/^z- 
ne, si conosce pure la situazione de'vicL 
che ne traevano il nome : così di quello 
di Mamurio presso il /òro di Sallustio 
o mei*cato, gli scrittori ecclesiastici mo- 
strano la situazione presso la Chiesa di 
s, Susannaj del Tiburtinus può credersi 
che fosse anch'esso non lungi dalle Quat- 
tro Fontane, dove fu la Pila Tiburlina 
da cui avrà tratto il nome. Lungo è il ca- 
talogo de'vici della regione Vii, che a- 
scendono a'seguenti4o. Ganymedisfior- 
dianus minor, Novus Caprarius, Solis, 
Gentianusy Sanci, Herbarius^ Mansue- 
Uts, Sìgillarius minor ^ Solatarius, For- 
Utnae, Spei majoris, Novus ulterlor^ Li* 
berlorum, Publii, Novus citerior. Sta* 



^STR 

tuae Venerisy Archemorium, alias Ar- 
chemoniurHfAemilianus, Piscarius, Cac • 
latus, Fictoriae, Ficinus, Graecus, La- 
narius ulterior, Pomonae^ Caput Miner- 
vae, Trojanus, Peregrinus^ Castus, Mi- 
nor, Putealum, Scipionis, Junonis, Sei- 
larius, Tsidis, Tabellarius, Mancinns, 
Lotarius, Di nessuno di questi vici può 
indicarsi con qualche approssimazione il 
sito. Quanto a'nomi, quello di Ganime- 
de ebbe origine dal Lacus Ganymedis, 
fontana ornata della statua di quel gar- 
zone; il 6or^a/tU5;, dall' arco di Gor- 
diano ch'era sulla via Flaminia; il Ca- 
prarius, daWAediada Caprariaj quello 
del Sole, dal tempio celebre edificato da 
Aureliano; il Gentianus, da* Castra Gen- 
tianaj quello di Sanoo, dall'edicola sagra 
a questo nume .di Sabina j quello della 
Fortuna, dal suo tempio, o Fortuna l\e- 
ducediDomiziano; quello della Speranza, 
dal tempio di questa dea; l'Archemorio 
dal/bit>(ene riparlo nel vol.XXVl,p. 1 3 r , 
di altri vici a Foro) di quel nome; e 1'//^- 
miUanus, da'granai omonimi. La regione 
Vili fu divisa ini 2 vici, fra'quali si co- 
noscono solo i nomi del iVot'ti^o Fia Ao- 
va del foro romano, che partiva dall'an- 
golo meridionale verso il Velabro; ì' Un- 
guentarius minor, ed ilTuscus, uno con- 
tinuazione dell'altro, che partivano dal 
foro verso il Velabi*o; il Ligurium o plut- 
tost o Ingurium, che partiva dairangolo 
occidentale del foro; ed il Bubularius no- 
vus, che forse trasse nome dalla regione 
ad Capita Bubu,la, rammentata da Sve- 
tonio in Augusto. Di ninno de'vici della 
regione IX, una delle più estese di Ro- 
ma, rimase il nome, sebbene fossero 3o 
secondo Vittore, e 35 secondo la Notizia. 
La regione X ebbe 6 vici, clie sono ricor- 
dati dalla base capitolina e da Vittore, 
cioè Padi, Curiarum, Fortunae Eespi' 
cientis^Sàlutaris, Apollinis,ed Hujusque 
Diei: di questi, quello delle Curie trasse 
nome dalle Curie vecchie, situate nel la- 
to del Monte Palatino che guarda il Ce- 
lio; quello d'Apollo, dal tempio sagro a 



STR 

qtiel nume ueglt orti Farnese; e quello 
Hujusque Dici, l'ebbe dal tempio della 
Fotluna edificato da Catulo neirangolo 
occideotale del Palatino. Nella regione 
XI si contavano 8 vici, deiiooiinati Con» 
ùnius, dal tempiodiCooso; Proserpinaej; 
Cereris^AeX tempio di Cerere e Proserpi* 
na, oggi Chiesa di s. Maria in Cosme» 
dinj i^rgeiydall'Argileto lungo la ripa del 
Tevere; Pùcarùit^ dalla prossimità di tal 
foro^ presso s. Eligio dell Università or» 
l/^^cade'ferrari; Parcarum; Feneris^ÒAÌ 
tempio di Venere presso il Circo Massi* 
no; e Sanctus, I vici della regione XII 
erano 12, Feneris Ahnae^ PiscinaePu* 
bUcae, DianaCf Ceios, Triarii^ Signi Sa* 
lientisy Laci Tecti^ Fortunae Mammo' 
sae, Colafiti Pastoris, Portae Ruduscu* 
lanae^ Portae Naeviae, e Vicloris: fra i 
quali di nota etimologia e dì approssima- 
tiva situazione conosciuta sono quelli : 
della Piscina Pubblica, sotto la Chiesa di 
s, Balbinaj quello detto FortunaeMàin- 
mosae, da una strada di simil nome; e 
quelli delle Porte Nevia e Rudusculana^ 
l'una sotto s. Balbina, l'altra fra questa 
chiesa e quella di s. Sabba 'del Collegio 
Germanico' Ungarico (del quale ripar- 
lai a Seminario Romano). Nella regione 
XIII o dell'Aventino, si leggono i nomi 
de'qui appresso 1 7 vici, scolpiti nel pie- 
distallo capitolino: Fidii, Frumentarius^ 
Triuni FiaruntfCeisetiyF'alerii^Lacì mi* 
liarìi^ Fortunati^ Capitis Canteri^ Triuni 
Alitum^ Novus^ Loreti minoris, Anni* 
lustri j Columnae Ugnae , Materiarius ^ 
Mundicieiy Loreti majorisfiFortunae Du» 
biae. Fra questi di 4 può assegna iVi Te- 
timologia e la direzione approssimativa, 
eioè òe Loreti minore e maggiore ^\ quali 
trassero il nome dal laureto o sei va di lau* 
ri che coronava il Monte Aventino, che ai 
tempi di Varroneera stata tagliata e avea 
dato nome a un vico conterminecon quel- 
lo deirArmilustro,ed ove fusepoltoTazio 
refy\Sabina. L'Armilustroera un'arcadi 
quel monte, perchè ivi i sacerdoti ìa\\\ lu' ' 
sirabant armis il silo di detto sepolcro al 



STR 127 

19 ottobre, con danza pirrica cogli anel- 
li. Quanto al vico della Fortuna Dubbia, 
esso ebbe nome dal tempio innalzato m 
quella dea, che sorgeva sulla sponda de* 
stia del Tevere ne'dintorni della cappel- 
la di s. Maria del Riposo, fuori di Porla 
Porlese (per la via Portuense vi è pure 
la chiesa di s. Maria del Carmine e s. Giu- 
seppe fiiori di detta Porta, di cui come- 
che subtirbana Parrocchia di Roma feci 
parola a quell'articolo e altroTe; qui ag- 
giungerò che riferisce la Civiltà cattolica 
2." serie, t. 7, p. 3og, che la chiesa per la 
vecchiezza minacciando rovina, oltre es- 
sere incapace per la sua piccolezza di con- 
tenere tutti i suoi parrocchiani, il regnan- 
te Pio IX isti tutore del vicino stabilimen- 
to agricolo, di cui feci cenno ne' voi. LUI, 
p. 233,LXIII,p.i23, ordinò la sua rie- 
dificazione pili ampia e decorosa, e con- 
dotta a compimento la visitò a' 3 luglio 
i854: un'iscrizione latina posta a destra, 
conserva la memoria del beneficio a van- 
taggio de'parrocchiani medesimi). Anche 
la regione XIV o Trastiberina fu ricca di 
vici, contandosene 22 sul piedistallo ca- 
pitolino enei catalogo di Vittore, e furo- 
no: Censorisy Gemini^ Rostratae, Longi 
AquilaCf Statuae Siccianae^ Quadrati^ 
Racilianus minor , Racilianus major, Ja- 
miclensis, BrutianuSy Larum Ruralium^ 
Statuae Falerianae, Saluta ris^ PaulU, 
Sexti Lucii,Simi Puhlici, Patratilli, La* 
ci Restituti, Saufeiìy Sergii^ Plotii, e 27- 
berinus. Fra tutti questi la direzione del 
Januclensise del Tiberinus si può rintrac- 
ciare pel nome nell'andamento della stra- 
da che dalla chiesa di s. Cosimato delle 
Francescane corre ver<o l'antica Porta 
Januclensis, e in quello della moderua 
via della Lungara. Gli altri hanno nomi 
generalmente derivanti da individui, fra 
i quali i detti Racilianus minor t major 
rammentano Racilia moglie del celebre 
Cincinnato, ch'ebbe la sua terra fuori di 
Porta Portese a destra della via. Di al- 
tre denominazioni parlai incidentemen- 
te nel descrivere moltissimi degli attua- 



ia8 STR 

lì edifizi dì Roma, comeclié innalzati su- 
gli antichi e rinomati che clierono nome 
pila propinqua sirada.Del famigerato f^i^ 
coPatriziOf parlai in tanti luoghi, come 
• Chiesa di s. Pvdbnzi Air a. Monte Esqui* 
riiio, Monte Viminale. La rinomata F'ìa 
Sagra fu una delle pìU antiche di Roma, 
Summa Sacra Pia, e se ne fa rimonta- 
re l'origine all'epoca della pace conclusa 
tra i re Romolo e Tazio, che raggiunta 
dalla via Trionfale, per essa i trionfato- 
ri salivano al Campidoglio, Incomincia- 
va dal Colosseo^e pel jPoro romano si di- 
rigeva al Monte Capitolino, salendo C/i- 
l'uni Sacrae Fiae, I magistrati che am- 
ministrarono la repubblica romana, con 
molta saviezza ebbero cura che la città 
metropoli dell'impero fosse circondata da 
parecchi boschi; e perchè i medesimi fos- 
sero tanto maggiormente inviolati, alla 
severità delle leggi unirono la riverenza 
della religione, onde impedito da un sa • 
grò terrore ninno osasse danneggiarli. I 
più celebri boschi erano quelli della nin- 
fa Egeria e delle Muse nella via Appia, 
J'A ricino d'Artemide, di Giunone, di Lu- 
cina presso l'Elsquilino, di Lavema nella 
"via Salaria, efinalnientequellodi Vesto. 
£ siccome i Papi molti delle antiche isti- 
tuzioni romane sapientemente conserva* 
rono, così gran lode meritarono appunto 
^lell'aver posta ogni cura nella conserva- 
zione de'supersti li boschi dell'agro roma- 
no, e nel moltiplicare la piantagione de- 
^li alberi. Il Ricchi nel Teatro degli uo^ 
mini illustri volsci, a p. 83 riporta il suo 
Discorso per riconoscere le difficoltà in* 
sorte sopra il taglio delle famose selve 
di Cisterna e Scr moneta y e Io dichiara 
innocuo comeché fuori della linea per cui 
soffiano i venti di scirocco,anzi desiderabi- 
le il loro taglio. Notai a Pestilenza, l'in- 
fluenza che hanno alcuni venti nel pro- 
durre le febbri, e la proprietà che hanno gli 
alberi in favorire l'aria salubre. Deplorai 
il taglio d'una selva lungo la spiaggia del 
Mediterraneo, che impediva il sollìo dei 
venti del sud, e lodai quello che apri più 



STR 

libero ingresso a' venti salubri de) setten- 
trione. Inoltre in quell'articolo narrai le 
precauzioni prese da'Papi per la nettezza 
delle strade, per la salubrità dell'aria e 
decoro dell'alma città; come pure per la 
pubblica incolumità e conservazione dei 
boschi e i^egolai'e taglio delle piante, isti- 
tuirono la Congregazione speciale sani» 
taria e \iìCongregazionediConsuUa(F.), 
Nel prosciugamento delle Paludi Ponti- 
ne furono piantati più di 60,000 albe- 
ri, par te a'd uè lati della via Appia da Tor 
tre Ponti a Terracina, e parte sui bordi 
de'fiumi. In questa guisa un gran bosco 
surse nel declinar del secolo passato, ove 
pnma stagnavano nocevoli acque , con 
sensibile miglioramento di quell'aria, per 
l'ìntuinzi tanto perniciosa. Aggiorni nostri 
furano formati giardini e boschetti sui 
Monti Pincio e Ce/fo, e albornte diverse 
lunghe vie de'Iuoghi disabitati della cit- 
tà, che quasi tutte manomise l'anarchia 
del i849i indi in gran parte ripiantati, 
tranne nel Foro Romano. Ora la pian- 
tagione degli alberi premiabili va pro- 
gredendo ogni anno a pubblico vantag- 
gio, come dissi a Seta ; e la piantagione 
di alberi efiEettuatasi nello stato pontiQcio 
nel 1 853 ascende al numero di 1 57, 1 92 , 
nella più parte olivi, gelsi, pioppi e ai- 
bucci, il che pubblicò il n.^ i\S del Gior' 
naie dì Roma i854- A Roma, e a Sena- 
to Romano riportai moltissime notizie 
riguardanti le strade urbane e loro ma- 
gistrati, le cloache, i Monti di Roma, le 
Fontane di Roma, le Porte di Roma^ le 
Mura, di Roma, i Ponti di Roma, i Por- 
Zi, i Fori e le Piazze di Roma, descriven- 
do a Piazza Navona il Mercato e il lago, 
e dove prima si fece. A Palazzi di Roma 
ragionai ancora delle case, ed oltre tali 
e altri articoli, ripeterò che nel descriver- 
ne gli edifizi, segnatamente i principali, 
sagri, ci vili,e profani antichi, trattai pu^ 
re le nozioni sulle anteriori e attuali vie 
ove sono, e di moltissime deiretimologia 
de'Ioro nomi e da chi originarono; ren- 
dendo così ragione della nomenclatura 



STR 

delle piazze , strade e vicoli, non poche 
a vendo pi*e<o la denominazioue che por- 
ta oo dalle famiglie e nazioni che Tabita* 
rono,dalle chiese,dagli stabilimenti, dalle 
botteghe artistiche, dalle loro insegiie^e 
diverse dalle osterie. Nella copiosa biblio- 
grafia che riprodussi sugli scrittori di Ro- 
ma e luoghi suburbani, un bel numero 
trattano delle vie urbane , suburbane e 
consolari. Negli articoli poi delle città e 
Provincie de'dominii temporali della s.Se* 
de, tenni proposito delle loro più rino- 
male vie interne, pubbliche, provinciali 
e nazionali, in uno a'ioro ponti, piazze e 
passeggi pubblici. A M aestbo dellestba- 
DE DI Roma, ragionai di questo antico e 
nobile uflSzio, succeduto agli antichi edi- 
li di Ao/na nella soprintendenza delle vie, 
ed a quest'ultimo articolo riparlai delleT 
differenti specie di tali romani magistra- 
ti. Dichiarai eziandio la cura che in ogni 
stalo e presso ciascuna nazione civilizza* 
ta si ebbe per le pubbliche strade, ram- 
mentando ivi ancora i maestosi avanzi 
dell'antiche. Quindi narrai le principali 
provvidenze prese da'Papi per oggetto di 
tanta importanza, e inclusivamente alla 
loro necessaria nettezza, cominciando da 
Martino V. Come principiò il tribunale 
delle strade con giurisdizione suU' arte 
muraria e sue pertinenze, sotto la dipen- 
denza del cardinal Camerlengo di s, Chie- 
5^(1^.) per disposizione di Sisto IV, e con 
un prelato Chierico di camera (V,) per 
presidente, poiché già la camera aposto- 
lica avea ricevuto ingerenza sulle strade. 
Dissi altresì quanto concerne V Immu- 
ruta ecclesiastica (F^)j come Sisto V 
commise tale soprintendenza alle cardi- 
nalizie Congregazioni delle fonti e ponti^ 
e Strade [F,) e sue costruzioni, con giu- 
risdizione anche sulle strade e ponti del-- 
le Provincie pontificie, aumentando Tau- 
torità del presidente, e meglio stabilendo 
la canea edilizia e curule dignità, non che 
il suo tribunale civile e criminale. Che 
Sisto V istituì pure la cardinalizia Con* 
gregazione per le Acque, Acquedotti e 

VOL. LXX. 



STff 119 

Ponti (F,), Accennai le successi ve disposi- 
zioni di altri Papi, il nuovo impianto di 
PioVll sulla presidenza delJeacqiieettni- 
de, e illuminazione notturna di Roma, To* 
perato da Leone XII, il regolamento di 
Gregorio XVI. Questo Papa nell'ordina- 
mento amministrativo delle comuni e del- 
le Provincie dello stato, attribuì ai presi- 
di delle medesime e loro consigli provin- 
ciali la tutela delle strade pravinciali e lo- 
ro costruzioni, che prima, tranne le pro- 
▼ìncie delle legazioni, spettava alla Con^ 
gregazione del Buon governo (f^,). A Pel- 
legrinaggio e ad ARBrt santi , rilevai le 
provvidenze prese da'Papi, prima di ce* 
lebrare que Giubilei [f^.)y per la sicurez- 
za delle strade, e loro ricostruzioni o ri- 
sarcimenti. Finalmente a Roma riportai, 
che il regnante Pio 1 X concesse nel 1 847 
al municipio le attribuzioni proprie del* 
l'amministrazione comunale diRoma, co- 
me delle strade interne ed esterne^com pre- 
si i ponti, ad eccezione di que'tratti di vie 
nazionali e provinciali che traversano il 
suo territorio; le mura, il pomerio, la ma- 
nutenzione delle porte della città; le ac- 
que^ gli acquedotti, le fonti, le cloache, i 
pubblici passeggi; la nettezza delle stra- 
de,gii sporti e aggetti irregolari delle fab- 
briche,! canali, gli stillicidi; Tallineamen* 
lo e simmetria de'fabbricati, per rendere 
p\h regolari lestrade,la nomenclatura del- 
le vice numerazione delle abitazioni, l'il- 
luminazione notturna della città, e gli ab- 
bellimenti della medesima in ogni gene- 
re. Per tali disposizioni cessò l' esistenza 
de'maestri delle strade. All'articolo Pia 
IX narrai che nel febbraio 1847 fu pre- 
scritto di togliere dall'altezza degli edifi- 
zi l'uso de'canali e di condottare le acque 
pluviali con appositi tubi internati nel 
muro sino al piano della strada e poi in- 
trodotti nelle chiaviche sotterranee; e vea- 
ne quindi ordinata l'apertura dal lato in- 
terno delle porte esterne pianlerrene ueU 
le principali strade della città , io modo 
che Papertura deirimposte si operi dal di 
fuori al di dentro, ingiungendosi pure la 

9 



i3o STR 

I emozione degli archi travi di legno e ì ban- 
coni delle botteghe che chiudono poi-zio- 
iM delle porte. Che ne) dicembre 1 847 il 
cardinal prefetto delle acque e strade di- 
venne ministro de' lavori pubblici, ed a 
questo furono attribuiti i lavori delle stra* 
de nazionali, i lavori idraulici nazionali 
e pi*ovinciali, i porti, i ponti e acquedot* 
ti non provinciali, né municipali; i lavo- 
ri del Tevere e sue ripe, la bonificazione 
delle Paludi Pontine; e gli furono uniti 
il consiglio d'arte e il corpo degringegne- 
ri civili. Che neiraprile 184B fu tolto il 
recìnto che segregava gli ebrei dagli altri 
cittadini. Che nel settembre i85o ai detto 
ministero(8ecolarizzotoe poi nel 1 854con- 
ferito a un prelato ministro) fu aggiunto 
o meglio dichiarato quanto riguarda la 
navigazione nell'interno e per l'estero, e 
la marina mercantile, la tutela delle anti- 
chità e pubblici mqnumenti. Che nel no* 
vembrei85o colla legge sulla di visione ter 
ritorialedellostato, sul governo delle prò- 
vincie e amministrazione provinciale, sui 
comuni dello slato e di cui riparlai nel voi. 
LV,p.a5o,neiramminislrazione provin- 
ciale furono comprese le strade provÌD- 
cialt e loro manutenzione; e dichiarale le 
aUribuzioui del consiglio municipale e 
della magistratura, pel mantenimento e 
nettezza delle strade interne e comunali, 
pe' ponti, acquedotti e fontane, edifizì e 
pubblici passeggi,spiatzi per le fiere e mer* 
cali,e per l'illuminazione nolturna.II Ber- 
nardini nella bella e accurata Descrizio- 
ne de' Rioni di Roma, fece pure la sta li - 
sticacle'suoi differenti edifizi civili e sagri, 
degli stabilimenti d' ogni specie, enume- 
rando 271 strade principali, 218 vicoli 
che aveano nome, 1 85 piazze principali, 
e 5 ponti compreso il Rotto. Il prelato Ni- 
cola M." Nicolai che nel 1829 pubblicò in 
Roma l'importantissima e pregiata ope- 
la: Sulla presidenza delle strade ed ac- 
quee sua giurisdizione economica JRìpor» 
lo l'elenco de'prelati presidenti e de'mae- 
stri delle strade, e de'presiden ti stabili del- 
le strade da Inuocen&o Xll in poi; l'elen* 



STR 

€0 delle vie urbane, colle rispettive mi- 
sure superficiali; l'elenco delle si rade pro- 
vinciali ecomunali dell'Agro romano,col- 
le rispettive dimensioni;relenco delle stra • 
de nazionali dello stalo pontificio, e sue 
traverse colle rispettive misure; l'elenco 
degl'im mondezzai esistenti ne' XIV rioni 
di Roma, e Telenco delle piante compo- 
nenti le alberature esistenti inRoma e nel 
suburbana Riportando l' indicazione e 
misura metrica di tutte le strade di Roma, 
enumerò 148 piazze, 5o6 vie, 275 vico- 
li. Osservò Nibby, Roma nell'anno 1 838 
descrilta^pBV, 2.' moderna, p. 865, che le 
strade di Roma moderna, come avviene 
in tutte le città antiche, sono andate di 
mano in mano acquistando regolarità, 
tanto per quello che riguarda la loro di- 
rezione, quanto per quello spetta alla co- 
struzione; non pertanto trovò che Ron)a 
in fatto di strade era ancora lontana dal 
giungere allo stato di maggior perfezio- 
ne possibile. Conobbe però, che la causa 
principale da cui viene l'impedimento a 
ben dirigere le strade dì Roma era la 
quantità grande degl'insigni monumenti 
pubblici,cioédellechiese,de'palazziedelle 
antichità, cose tutte ragguardevolissime 
per la storia o per le arti, i quali monu- 
menti ad ogni passo s'incontrano, e sareb- 
be grave danno il toglierli o mutarli di 
luogo, o anche in parte smembrarli. So- 
novi per altro nella città non poche stra- 
de regolari e magnifiche, e molte di esse 
sono egregiamente fiancheggiate da mar- 
ciapiedi, con grande vantaggio de'pedo-* 
ni. Quindi Nibby parla come erano kstri- 
cate le strade di Roma, e come lo sono 
al pi*eseute , a causa delle ferrature dei 
moltissimi ca valli, de'grandi cocchi e car- 
ri nutnerosissimi che le percorrono; della 
costruzione e nettezza delle vie, e di lo- 
ro illuminazione notturna, nomenclatu- 
ra delle vie e numerazione delle porte. Per 
ordine alfabetico poi riporta i nomi di tut- 
te le strade e di tutti i vicoli di Roma mo- 
derna, accennando i rioni cui apparten- 
gono. Anche il marchese Melchiorri, nel- 



STR 

la Guida melodica di Roma, stampata 
Del 1 840, osservò che le vie di Roma han- 
no, come quelle di tutte le altre città an- 
tiche , acquistato progressivamente una 
maggiore regolarità, sia nella direzione 
che nella costruzione; ma nondimeno es- 
sere ancor lungi la città dal potere otte- 
nere un perfezionamento intorno a que* 
sto ramo di pubblica utilità^Gonviene pu- 
re, che la causa principale che impedisce 
di dare una più regolare direzione alle 
«trade della città, si è l'abbondanza dei 
monumenti insigni. Non ostante, e come 
Nibby,rimarca vantareRoma alcune stra- 
de regolari e magnifiche, tutte adorne di 
sontuosi edifizi» Le 3 vie del Corso, del 
Babbuino e di Ripetta, che dalla super- 
ba Piazza delPopolo s'internano nella cit- 
tà, sono d'un effetto magico per la nobi- 
le prospettiva che presentano al i .^sguar- 
do di chi entra in città dalla via Flami- 
nia. Le strade che formano il quadrivio 
delle Quattro Funtane,la via Giulia, quel- 
la della Lungara, la Merulana che dalla 
basilica Liberiana conduce alla Latera- 
nense, ponno contarsi tra le più belle. Si 
può aggiungere e nominare la strada che 
dal Quirinale conduce a Porta Pia, la 
strada che dal Monte Pincio percorre si- 
no alla basilica Liberiana (che formano 
appunto il nominato quadrivio), quel- 
la che dalla Piazza di s. Maria in Tras- 
tevere porta alla chiesa di s. Francesco 
a Ripdj e alcune altrci II marchese ezian- 
dio discorse della costruzione e. nettez- 
za, sua illuminazione notturna, nomen- 
clatura e numerazione degli edifizi^ e del- 
le chiaviche o cloache, delle 'quali alcu- 
ne amplissime: enumerò 148 piazze, 5o6 
vie e 2^5 vicoli come Nicolai. Il cavalier 
Alessandro Ruffini nel 1847 stampò in 
Roma l'erudito e comodo: Dizionario 
eùmologico storico delle strade^ piaz' 
te, borghi e vicoli della città di Roma. 
Di più lo corredò dell' indice alfabetico 
delle strade di Roma diviso per rioni, con 
indicaiione di quelle vie che si estendo- 
no ad altri noni; e deirindioe ai&betico 



STR i3c 

delie strade di Roma diviso per parroc- 
chie, co'rispettivi numeri civici. Il mede- 
simo egualmente in Roma pubblicò nel 
1 8 5 3 : /rj dlcazione deW Immagini di Ma • 
ria ss, collocale sulle mura esteme di ta- 
luni edifica deltalma città di Roma con 
appendice. Considerando l'autore, che u- 
no de'più grandi elogi di cui va merite<' 
vole il popolo romano, e la speciale e vi- 
va divozione, unita a singoiar fìducia,oo- 
stantemente professata alla B. Vergine 
Maria, come luminosamente l'attestano 
gl^innumerevoli templi eretti al suo glo- 
rioso nome nella metropoli del cristiane- 
simo, che ricordano pure portentosi e stu- 
pendi prodigi, e grazie segnalate elargi- 
te dall'inesauribile clemenza della gran 
Madre di Dio; e che di ciò i romani non 
co utenti, con amoroso e pio trasporto, da 
antichissimo tempo gareggiai*ono io col- 
locare le sue sSé Immagini e sotto mol- 
teplici invocazioni, quasi in ogni canto e 
angolo degli edifizi, in ogni crocicchio del- 
le vie, in ogni piazza. Ammirando l'au' 
tore questo irivente spettacolo di divozio- 
ne e di riverente affetto, che ad <^ni pas- 
so si riproduce nelle vie della città, pres- 
soché unico al mondo ; con lodevole ed 
edificante intendimento richiamò la sua 
attenzione, per compilare la descrizione 
e con alquante illustrazioni delle mede- 
sime ss* Immagini, a sempre più eccita- 
re l'ossequio e il fervore per esse. Quindi 
formò il catalogo alfabetico e indicativo 
de'luoghi ove sono le esistenti, coll'ubi- 
cazione in cui si venerano» Distinse le di- 
pinte e le disegnate, dalle scolpite, e fece 
questo epilogo generale. Immagini della 
B. Vergine descritte ne'di versi loro tito- 
li e in vocazioni, sono 14^ i* Di altri di pia- 
ti, bassorilievi e sculture descritte che si 
riferiscono a soggetti religiosi, sono 1 3 1 8« 
Le feste annue che si celebitino ad ono- 
re delle descritte immagini , sono 347* 
Gli oggetti d'oro, argento, corone, gem-^ 
me e altri ornamenti delle descritte im- 
magini, sono 1918. Gli oggetti appesi per 
Toto alle immagini descritte^soooi lO.Le 



i32 STll 

lampade che ardono nella notte innanzi' 
le immagini descritte, sono 1067. Molte 
delle ss. ioimagini della B. Vergine sono 
col suo divin Figlio, ed anche con alcuni 
santi e sante. Al citato articolo Maestà , a 
quello delle ss. Immagini, e descrivendo 
gli edifici di Roma, parlai di molte delle 
medesime; mentre di sopra rilevai la lo- 
ro origine, in sostituzione delle oscenità 
d'alcuni Ermi, e per porsi sotto il possen- 
te patrocinio della B. Vergine il proprie- 
tario deiredifizio conquesto stesso, chi 
l'abitava, ed ancora perché il passeggie« 
re avesse frequente motivo di salutare e 
venerare il porto di nostra eterna salute, 
VAuxUium Chrisuanorum, la Deipara 
Regina sine labe originali concepla^ Cu- 
stos Urbis, 

Per mirabile disposizione della divina 
provvidenza, la Sovranità pontificia ( P^,) 
di Roma fu devoluta a poco a poco a' Pa- 
pi per {spontanea dedizione de'popoli,che 
trovarono in essi il vigile padre e il be* 
nefico protettore, quando cioè erano ab- 
bandonati dagl'imperatori greci alla ra- 
pacità de' longobardi che volevano sog- 
giogarli. In Roma i Papi presero cura non 
meno della sussistenza del popolo in tem* 
pò di carestia, che delle sue mura e altri 
edifizi, sebbene ingerenze pròprie de'ma- 
gistrati edilizi del senato romano, molto 
prima ancora e avanti che s. Gregorio II 
vei*8o ÌI7 260780 fosse proclamato sovra- 
nodiRoma, suo ducato e di altre Provin- 
cie. Cosila medesima provvidenza, con u- 
na serie di meravigliosi avvenimenti, svi- 
hippòquantoavea preordinato,per l'indi- 
pendenteesercizio del sommo pontificato. 
Incominciarono allora i Papi ad unire al 
grave incarico delle cose ecclesiastiche , 
quello ancora del ci vile reggimento diRo- 
ma esuostato,e quanto riguardava il ma- 
teriale della città. Quindi s. Leone I V,per 
l'incremento e difesa della città, cinse di 
mura e comprese nel fabbricato di Ro- 
ma la basilica Vaticana, gli adiacenti Bor» 
ghidi Roma(F.)y con porte, torri e slra- 
de^ e fu chiamata dal suo nom$ Città Leo- 



S TR 

nina (^'.) neir847: i borghi poi, qnjìndo 
furono aumentati, presero colle vie il no- 
mede'Papiedificatori.IndiGiovanniVlII 
deir87a fabbricò sulla via Ostiense, per 
mettere al coperto la basilica di s. Puolo 
dall'incursioni nemiche, una piccola cit- 
tà dal proprio nome appellala Giovau* 
nipoli (^.). Non solo i Papi assai per tem- 
po curarono la comodità delie strade, ma 
eziandio furono solleciti della sicui-ezza 
de'viandanti, come vado dicendo nelle lo- 
ro biografie. Leggo in L. Agnello Ana- 
stasio, /jA^r/a degli Antipapi 1. 1 , p. i gc), 
che Papa Gregorio VI deli o44> ne*suoi 
infelici tempi ricuperò la giurisdizione 
della chiesa usurpata dalle prepoleoli fa- 
zioni. Assicurò le strade presso Roma, le 
quali per i continui assassinii che si fa- 
cevano, non potevano ormai i pelle gii - 
ni frequentare, nel recarsi alla visita dei 
sagri Liniina Apostoloruni (f^.\ perché 
da'malvagi erano tagliati a pezzi. Tentò 
prima Gregorio VI colle scomuniche e 
cogl' interdetti di assicurare le strade, e 
perché poco giovavano vi adoperò le ar- 
mi temporali, onde i tristi ingiustamen- 
te lo chiamarono uomo sanguinario, an- 
che perché dicesi autore della Milizia 
pontificia, onde difendere le possessioni 
di s. Pietro. Unode'più antichi borghi di 
Roma che couser va il nome del Papa suo 
edificatore,é borgo/^i^/on'o^comeclié fab- 
bricato da Vittore III del 1086. Degli Ef- 
fetti ci diede le Memorie de Borghi di 
Roma e de'luoghi aggiacenti. Egli inol- 
tre parla dì molte strade antiche de'ro- 
mani, e di alcuni ponti e vici. Dopo la ri- 
bellione de'romani del 1 143, provocati 
dal fanatico agitatore e caposetta Arnal- 
do, proclamando la libertà e l'indipen- 
denza dal Papa, pose fine alle successive 
turbolenzeClementel 1 1 co'capitoli di con- 
cordia stabiliti nel 1 1 88, fra' quali si con- 
venne che il Papa contribuisse al ristabi- 
limento delle mura di Roma. A quest'e- 
poca ne'monumenti storici spesso si leg- 
ge ricordata la P^ia Papaie, ch'era quel- 
la strada che i Papi in Cavalcata^ F.) per- 



STR 

correvano, recandosi dal LateranoBÌ P'a» 
ticanojpev la celebrazione delle nagre fun- 
zioni, e per la Coronazione e Possesso (F'.) 
con solenne pompa, ed in alcuni luoghi 
si fermavano a riposarsi nel Lelio de'pa» 
ranienti {r,)f in altri facevano dispensa- 
re VEleniosina e QMave Moneta ponti fi- 
eia al popolo, della pure Presbiterio (F») 
per quella che da vasi ne' diversi sili ove 
erigevansi degli archi per festeggiare il 
Papa nelle sue cavalcale d' alcune fesle 
principali dell'anno, che erigevano i pro- 
fessori delle arti e le Università artistiche 
(^.). Ne parlai in molli luoghi, come nei 
voLXIX,p. 3r,XXI|p.i6oei6i,LXlir, 
p. 52, venendo rammentala xttW Ordine 
iffo/71/i/todelcanonicoBenedeltodel 1 143, 
di Cencio Camerario del r 192, e di Gre- 
gorio X del 1 27 1 . Della Strada Papale e 
dello spargimento del denaro che si face- 
va al popolo dal Saldano o da altri, e in 
quanti luoghi ove passava il Papa, anche 
per rimuovere la calca del popolo/a ja de- 
scrizioneTorrigio,Gro/te^£2/fCA^ie,p.553 
e 5549 cioè 5 volte: presso la chiesa di s. 
Martina (che descrissi a ScuLTUBà); vici- 
no la Chiesa di s. Marcoj al palazzo di 
Cencio Mosca o in Pugna, cui successe il 
Palazzo Braschiy in Via Papae; alla lor- 
i^e di Stefano di Pietro, in capo al Rione 
Parione, presso Monte Giordano, ov'era 
la chiesa di s. Cecilia in Turre Stephanij 
a'gradini delle Scale di s. Pietro, o dove 
il Papa montava a cavallo. Narra inoltre 
Torrigio, che nella chiesa di s. Martina il 
Papa cantava terza nel giorno della Pu- 
rificazione, assisteva alla benedizione del- 
le candele falla dairultimo cardinale pre- 
te, e sedendo fuori la porta della chiesa 
ledistribuivaal popolo, in manto e mitra. 
Indi passava nella vicina Chiesa di s. A» 
drianOy e dopo il canto di sesta, e vestito 
di pianetae pallio, riceveva la candela ac- 
cesa dal i.^cardinal vescovo, dava due can- 
dele a tutti i cardinali e ai camerlengo, 
a'prelati e laici una o più a beneplacito. 
Recatosi alla basilica Liberiana, vi entra- 
va a piedi nudi, chesi lavava in sagrestia^ 



STR i33 

cantava messa e tornava alLateniilo nel 
Patriarchio. Il Moretti, Riius dandiPre» 
sbjrterium, p. 263, parla dell'antica F'ia 
Papali a s. Pietro ad Lateranum, e de- 
gli archi che costruivano per essa nel gior- 
no della coronazione del Papa professo» 
res artitim et universiiates ìaicales, nei 
quali luoghi clerici tradebaniur moneta, 
quam subditis confectoribiis arcus cofuì» 
gnarent. Coronato il Papa nella basilica 
Vaticana, procedeva da'gradini della me- 
desima passando avanti diverse cappelle, 
maxime s. GregorU alibi appellatam in 
Cartina (di cui nel voi. XLIX, p. 291), 
ac porticus, et circumfacenda ponti edi- 
fida (ne parlai a CrrTA* Leonina), potis» 
sime casteUum Crescentii (descritto a C a • 
STBL s. Angblo), nunc s. Angeli: inde an* 
te palatium Maximorwn (lo descrissi a 
Palazzo ^kssiyiQ^/iedesqueyiaedeCal' 
caria (ne trattai nel voi. LXVll, p. 189), 
praesertim Caesariornm, modo Cesari* 
norum, ubi nunc s, Nicolai ecclesia^ et 
ss.Stygmatum b, Francisci/>litn ss. Qua» 
draginta Calcariorum: inde procedebai 
ante tituUun s. Marci (o Chiesa di s. Mar- 
co\ eìque conjnnctam porticum^ nec noti 
suppositas clivo Capitolino (o Campido» 
glio) moles: inde ante porticums, Cosmae 
(o Chiesade'ss, Cosma eDamiano nel foro 
romano), vicinumque monasterium,quod 
s. Laurentii in Miranda (ora degli Spc» 
ziaU) : inde ante propinquas Colossaeo 
(l'anfiteatro Colosseo) cappellas, quali 
s, Nicolai y et s, Mariae deferrariis: tan» 
dem ante titulum s, Clementis (o Chiesa 
dls. Clemente), haerentesquepalatio La» 
teranensi substructiones. Ecco dunque 
tracciata l'antica via Papale. Ri ferìsceGal- 
letli. Del Primicero, p. (4^9 che descri- 
vendosi dal suddetto canonico Benedetto 
nel rituale da lui composto al principio 
del secolo XII la strada che faceva il Pa- 
pa nel ritornare dalla basilica Vaticana 
alla Liiteranense, dice: prosiliens ante s, 
Marcwn^ ascendi t sub arcu manus car^ 
n/7e(chia malo oggi corrottamente Macel- 
lo de'Corvi, o perchè in questo luogo fla- 



i34 STR 

gellaodoM i . Lucia dal carnefice, questi di • 
Tenne pietra, tranne la mano che restò di 
carne; OTvero per esservi stato ivi innal- 
zato il sepolcro di C. Pubficìo Bibulo, che 
descrissi nel voL LXlV,p. 1 3 8, discenden- 
te da M. Valerio Corvina, così cognomi- 
nato per essersi fermato sul suo elmo un 
corvo mentre combatteva un gigantesco 
gallo, che per averlo ucciso in duello, gli 
fu ei*etta in detto sito da Augusto, secon- 
do Panciroli ne Tesori nascosti di Roma, 
una statua col corvo in cima all'elmo), 
per clivum Argentarii juxla insulam e- 
jufifrm nominis et CapitoUum; cioè pel 
clivo Argenta rio e verso la chiesa di s. Lo- 
renzuolo (ora del Conservatorio dis. Eu» 
femia\ presso un'isola o vico di case det- 
ta parimenti ^r^ftton^, descendit ante 
privatam Mamertinij e scende pel Gim- 
pidoglio avanti il carcere Mamertino, og- 
gi h. Pietro in Carcere (presso s. Marti- 
na, e dell'Università artistica de' falegna- 
mi). Della via Papale moltissimo se ne par- 
la nelle relazioni raccolte da Cancellieri, 
nella Storia de* possessi de' sommi Pon* 
tefici,etecì altrettanto io nel descriverli.O- 
ra più particolarmente si denomina stra- 
da Papale quel tratto che si corre dalia 
Piazza dell' Orologio della chiesa nuova. 
Piazza di Pasanino , Piazza di s. Àn- 
àrea della Falle, sino a Piazza del Gè* 
sùj la quale essendo tortuosa e in alcuni 
luoghi angusta, deci*etò il municipio ro- 
mano, onde possibilmente allargarla, che 
tutte le case che soggiacessero a notabili 
restauri, si debbano riedificare più ad- 
dietro, per fare acquistare più spazio al- 
la nobile via, frequentata dal Papa, dai 
cardinali, prelati e personaggi che si re- 
cano ne' palazzi apostolici, ed è la più 
comune che si percorre per andare al 
Faticano» Quanto alla pompa del pos- 
sesso del Papa, non vi passa nella via se 
il Papa abita nel Quirinale, poiché giun- 
to alla piazza del Gesù volta per la via 
che conduce a Campidoglio, ovvero do- 
po percorso un tratto della via Aracoe- 
)i, volta nel quadrivio per la Piazza di 



sxa 

s. Marco, "E qui noterò, che già e sino 
dal secolo X aveano luogo per le stra- 
de di Roma quelle feste spettacolose pel 
CarnevalediRoma{F,)e pe'Giuochi(r.) 
famosi di Agone e Testacelo, e ne'quali 
il Senato Romano (F,) sfoggiò la più 
imponente splendidezza, incedendo per 
quelle vie descritte ne'citali articoli. Ri- 
marca mg/ Nicolai, che fino da'tempi di 
Nicolò III, come si ha da un documenla 
degli 8 novembre i aSo, il magistrato del- 
le strade spiegava la sua giurisdizione an- 
che relativamente a'chierici, i quali era- 
no soggetti al tribunale edilizio di Roma, 
Nel i3o5 eletto Clemente V, per fatale 
disgrazia della Chìesa,deiritalìa e di Ro- 
ma, preferì all'avventurose rive del Te- 
vere, quelle del Rodano, fermando la sua 
dimora in /^wg/io/]e,e fu protratta per al- 
tri 6 pontificati. Le infelici condizioni che 
nederivaronoa /2om<7,le deplorai in quel- 
l'articolo; quando Clemente VI nel i 35q 
fece celebrare il 3.^ Anno santo in Ro- 
ma, raccomandò al suo legato la sicurez* 
za delle strade pubbliche pel comodo e 
incolumitsi de'pellegrini,come praticaro- 
no i successori per tale Giubileo, Desi- 
derando Urbano V restituire a Roma la 
papale residenza e visitarne i santuari , 
commise la sicurezza del cammino al car- 
dinal legato di Roma; e quando Gregorio 
XI nel 1 377 visi recòa ristabilirvi la ponti- 
ficia residenza,trovò la città rovinata negli 
edifizi e nelle strade,di rocca ta nelle mura, 
diminuita notabilmente nella popolazio- 
ne. Pe'precedenli accordi co'romaiii, que- 
sti rassegnarono al Papa la custodia e or- 
dinazione de'ponti, delle porte, delle tor- 
ridi tutta la parte di là dal Tevere e del- 
la Città Leonina, Non ostante i romani 
sempre irrequieti in que'tempi di scisma, 
Incominciato nel 1378, di prepotenze e 
di fazioni, poterono alquanto domarsi 
da Bonifacio IX, il quale nel iSgS fece 
un atto di concordia col senato e popola 
romano, che fu obbligalo colle proprie 
rendite di tenere del tutto sicure a'viag- 
giatori le due strade verso Rieti e Narnì, 



STR 

e per quelli di mare una galera armata. 
In quella poi stipulata nelt4o4con Io* 
nocenzo VII, e nella quale furono inse* 
riti i capitoli di Bonifacio IX, fu conve- 
nuto di doversi le strade custodire sicu- 
re dal popolo 1*01118 no, a spese della ca- 
mera di Roma ossia la Capitolina. Di am- 
bedue le concordie ne trattai a Roma, coi 
capitoli più interessanti, nel quale arti- 
colo moltissime nozioni riportai riguar* 
danti le strade. II testo poi di tali atti si 
ponno leggere nel Vendettini, Del Sena* 
to Romano^ p. 333, e nel Vitale, Storia 
de* senatori di Roma par. 3, p. 6 1 1 . Per 
tal convenzione fu accordato al popolo ro- 
mano la custodia di tutti e singoli pon- 
ti fuori di Roma e tutte le porte della cit- 
tà, riservandosi il Papa le porte della Cit- 
tà Leonina e il Ponte Milvio; obbligan- 
dosi i romani di non ammettervi i segua- 
ci dell'antipapa, né d'ingerirsi nelle per- 
tinenze delle città diSutri, Civita Castel- 
lana e altre, non che nelle terre, luoghi, 
beni, giurisdizioni, diritti e preminenze 
spettanti alla giurisdizione del Papa e al- 
la chiesa romana. Che il castello di Fra- 
sca ti, e rolfizìo di difendere la marina con 
tutti i diritti e sue pertinenze spetti e deb- 
ba spettare alia chiesa Lateranense di Ro- 
ma. Il Rinaldi dice, che s'ingiunse a'ro- 
mani di pagare i tributi non pagati an- 
cora, ed a'magistrati del popolo romano 
esentamele pubbliche strade. L'affliggen- 
te stato di Roma terminò colla elezione 
di Martino V, che creato nel 1 4 1 7 nel^t- 
nodo di Costanza, estinse lo scisma che a- 
vea lacerato lungamente la Chiesa.Notai 
a Svizzera, che nel soggiorno che vi fece 
supplicato di dimorare un tempo in Ger- 
niania,rispose non potere, dovendo recar- 
si a ristorare la derelitta Roma. Il Nico- 
lai nell'encomiata opera dice che con ver- 
rebbe un'erudita investigazione per cono- 
scere le vicende della carica edilizia dal- 
la caduta delh'impero d'uccidente fino al 
tempo nel quale i Papi, ritornati da Avi- 
gnone,cominciai'ono a ristabilire e restau- 
rare Roma vacillante e quasi oppressn per 



STR i35 

le tante onterìori incursioni de' barbari, 
per le tante successive rapine dì guerre 
civili e perversità di tempi. Ritiene non- 
dimeno, che la dignità edilizia é indubi- 
tato, che non per stabile disposizione di 
legge,ma a seconda delle circostanze, pas- 
sò in potere del senatore e conservatori 
di Roma, e di que'magistrati cheda'me- 
desimi venivano eletti, finchéHVfartino V 
applicò l'animo suo veracemente roma- 
no a stabilire con ottime istituzioni tut- 
te le parti dell' ecclesiastico dominio , e 
diede il i.^impianto alla presidenza delle 
strade, mediante la bolla Eisi cunctorum, 
de'17 febbraioi4^5, colla quale furono 
gittati i fondamenti, sui quali i Papi suc- 
cessori costituirono tutta la giurisdizione 
di^ detto tribunale. Pertanto l'uffizio edi- 
lizio tralasciato per la fierezza delle lun- 
ghe vicende politiche, destituito ormai di 
qualunque fondamento di leggi, e pros- 
simo quasi a mancare, ricevè vigore dal 
disposto di Martino V,efìi in quella più 
ampia forma di magistratura ridotto, che 
descrissi nel ricordato articolo Maestro 
DELLE sTRADEjattribuendone la cura egiu- 
risdizione a'cavalieri maestri di strade, i 
quali erano soliti già a giudicare intorno 
le cause de'contìni e servitti de' predice lo- 
ro concesse illimitate prerogative. Tutto 
confermò e ampliò il successore Eogenio 
IV. A questi ribellatisi i romani, egli fug- 
gì inFirenze; vedendo poi i romani il mal 
governo che aveano stabilito, la mag-' 
gior parte ritornò alla sua ubbidienza. 
Ridotta Roma in infelice condizione per 
l'assenza del Papa, dopo nove anni e cir- 
ca quattro mesi ottennero col perdono il 
suo benigno ritorno, trovando che per le 
pubbliche strade pascevano le pecore e 
le vacche, e tutta quanta la città nel piti 
deplorabile stato. Nel f447 gli succes- 
se Nicolò V, nella cui coronazione per 
la strada da' ss. Cosma e Damiano all'ar- 
co di Costantino, e da questo alla basili- 
ca Lateranense, fu corso il consueto pal- 
lio. Protettore delle lettere e delle arti, 
Nicolò V sontuosamente decorò I 



i36 S T R 

edifixi. Àvea conoepito la vasta idea dia* 
prire 3 strade che da Castel s. A ngelo con- 
duoessero nella Citla Leonina, delle quali 
una portasse in mezzo alla piazza di s. Pie- 
IrOy altra a destra al palazzo Vaticano, e 
la 3.* a sinistra dalla parte del Tevere al 
luogo ove giaceva Tobelisco, divisando di 
ornarle tutte di portici, con botteghe e 
case pegli artefici. 11 suo segretario Ma- 
iietti,pressoilMuratori,Aemiii/to/. script. 
t 3, par. 3, p. 929, oelebra Nicolò V, le 
opere che fece, quelle che magnanimo a- 
¥ea ideate, eche fu benemerito delle stra- 
de e delle piazze di Roma. Platina poi suo 
cx>n temporaneo, nelle J^ile dt' Pontefici, 
riferisce che Nicolò V lastricò quasi tut« 
te le vìe della città, o almeno avea divi- 
sato farlo. Rimarcai a Pestileuza, che nel 
i46a ne fu assalita Roma, perchè le sue 
strade non essendo ancora lastricale, né 
datoloro pendio allo scolo deiracque,que- 
Ite rendendosi stagnanti, come altre vol- 
te corruppero l'aria e degenerarono in in- 
fezione, che costrinse Pio 11 a partirne. 
Perciò rileva Cancellieri aePossessi^ p. 
3i I, che i Papi per evitare Tinsalubrità 
dell'aria, fabbricarono successivamente 
in alcune città di buon clima de' palazzi 
per abitarli, ne'tempi di caldo eccessivo 
o di mararia,per £avvìF'illeggiatura{F.); 
facendosi cadere le vacanze da'negozi nel- 
la Curia Romana ne'mesi più caldi e spe- 
cialmente ne'tempi pili canicolari, come 
oltre il Borgarucci, nello stile osservato 
da'Papi nel distribuir le vacanze, dimo- 
stiò il Garampi nel Sigillo della Garfa» 
gnana. Non sempre i Papi stimarono ue- 
cessario partire da Roma, ma si conten- 
taronodi variare abitazione in sito d'aria 
migliore, e Paolo 11 pel 1 .Vi recò a dimo- 
rare nel Palazzo apostolico di s. Marco, 
che avea cominciato da cardinale, e dal 
Salmon creduto il piìi bello di Roma per 
architettura, e forse lo sarebbe stalo se 
la morie non gì' impediva di compierlo. 
Fu a motivo di questo palazzo, che le cor- 
se dì Cavalli che nel brillante e famige- 
VàiaCarncvak di Roma si facevano nella 



STR 

vìa Floridao Recta, o Magislralis per es- 
servi molti uffizi de'notari, e poi Giulia 
per quanto dissi ne'vol. XIV, p. 1 49i ^U 
p. 3 16, s'incominciarono ad eseguire dal- 
l'arco ch'esisteva avanti l'odieruoP^i/^z;- 
zo Ottoboni Piano {F'.)f e più tardi dalla 
Porta Flaminia, sino al dello palazzo di s. 
Marco econ 8 pallii.Questa strada per tuli 
corse, e come già notai, prese in seguilo il 
DomediCorso^e riuscì la più frequentata, 
la più nobile, la più regolare, la più lun^a, 
la più bella e magnifica della sontuosaRo- 
ma.Sbocca dal mezzo della grandiosa piaz- 
za del Popolo e va direttamente per più 
d'un miglio verso mezzodì sino al detto 
palazzo, ora denominato di Venezia, nel- 
la via chiamata la Ripresa de' barberi , ter- 
mine e meta de'cavalli corridori così no- 
mati delle corse carnevalesche, e propin- 
qua alla ricordata via di Macel de'Corvi. 
Questa maestosa strada, fiancheggiala da 
buoni ed eleganti edifizi,fra i quali nou 
pochi magnifici palazzi, da piazze, da bot- 
teghe nella più parte decorose e molle an- 
die di lusso, presenta un complesso sor- 
prendente, e nel carnevale uno spettacolo 
di meraviglioso tripudio, sia per le Ma- 
scbere (^.), sia pel passeggio de'cocchi, sia 
per l'immensa moltitudine che vi accor- 
re di romani e forestieri d'ogni condizio- 
ne, sia pegli addobbi delle loggie e delle 
finestre; laonde forse non v'ha il simile 
nell'altre parti del mondo, per cui riesce 
di ammirazione imponente a tutti gli stra- 
nieri. Notai a Commissario delle antichi- 
tà' ROMANE, che Paolo li emanò partico- 
lari disposizioni per la conservazione de- 
gli antichi edifizi che nobilitano le vie eli 
Roma, seguendo in ciò l'esempio de'pre- 
decessori.AnchePaololI confermò le prò v- 

videnze emanate sulle strade da Martino 
V e Eugenio IV, a mezzo de'decreli dei 
7 settembre 1464 del cardinal Mezzarotu 
camerlengo di s. Chiesa e vice-cancelliere; 
altrettanto fece il successore Sisto IV coi 
decreti del cardinal Estouteville camer- 
lengo, e colla sua bolla De /are congrui, 
del 1480, dichiaraudo le facoltà al tribù- 



STR 

naie delle strade e suoi cavalieri maestri, 
per giudicare sulle cose e persone eccle* 
siaslicLe. Nella biografia di Sisto IFy ed 
a Roma, lo celebrai magnanimo per gli or- 
oamenti co'quali abbellì Roma, renden- 
done più salubre l'aria col selciamele vie, 

come altri meglio dicono lastricandole 
di mattoni a corteilo, ampliando strade e 
piazze, con abbattere moltissimi portioali 
emignaui; da dove,secondo l'av? ertimen* 
to di Ferdinando I re di Napoli, in qual* 
che commozione popolare, le donne a- 
vrebbero potuto con mortari disperdere 
le milizie, e per Tonguslia delle vie esse* 
re facile sbarrarle. Tra le nuove stradeche 
aprì vi fu la Sistina , così detta dal suo 
nome, poi Borgo s, /angelo dall'adiacen- 
te omonima cbiesa eretta da s. Gregorio 

1 pel prodigio narrato a Castel s. Ange- 
lo e altrove. E tanto vero che anticamen- 
te le strade si lastrica vano di mattoni, che 
la presidenza di esse portava una specia- 
le sorveglianza sopra i fornaciari, acciò 
li costruissero in modo da reggere ullat- 
trito de' pedoni e degli animali da cari- 
co. A derma mg.^ Nicolai che Sisto I V a- 
vea vietato, che si lastricassero le strade 
di selci, poiché per essere la città in bas- 
sa giacitura, opinava che tale lastricato 
conservasse umido a danno de'cittadini. 
Ma allora non vi erano le Car rozze (f^.), 
e non si videro che nel seguente secolo; 
si andava a Cavallo e in Lettiga (F), 
Notai a Governatore di Roma, che sotto 
Innocenzo Vili la sentenza di morte che 
si eseguiva sul monte Caprino, principiò 
ad eflfettuarsi sulla Piazza di ponte s. An- 
gelo; ed ora ha luogo sul piazzale detto 
della Madonna de'Cerchi, per l'oratorio 
che descrissi nel voi. LXIl, p. 233. Ales- 
sandro VI raddrizzò la via Lungara e ri- 
costruì la Porta Seltirnianaj ne parlai in 
questo articolo, e descrivendo i magnifi- 
ci palazzi, il Porto Leonino^ le chiese, l'o- 
spedale de Pazzi, l'orto botanico, che so- 
no lungo la via che conduce a Porta «. 
Spirito, Altri la chiamano LongHra,e nei 
iroL LWlìl, p. 3isi| LIX, p. 46| registrai 



STR i37 

due gravi avvenimenti ivi aocaduti.Si dis* 
se Lungara per il lungo spazio in cui pro- 
cede, essendo larga e dritta. Lungaretta 
poi è la vicina via, così appellata per la 
sua lunghezza estrettezza. Alessandro VI 
approvò il decretato di Sisto IV sull'abro- 
gazione de'privilegi ecclesiastici, cloche 
non deve recare meraviglia, perchè a vea* 
do i Papi preposto al tribunale delle stra* 
de il cardinal camerlengo, questi coll'am* 
pia sua dignità, mista di ecclesiastico e dì 
civile, abbracciava la giurisdizione dell'u- 
no e dell'altro foro; quindi i camerlenghi 
emanarono ordinazioni intorno a questo 
tribunale. Alessandro VI per l'anno san- 
to i5oo ordinò una via più comoda, che 
da Castel s. Angelo conducesse a s. Pie- 
tro, invitando il popolo a fabbricarvi del- 
le case, demolendo quella piramide che 
descrissi a Citta Leonina, ove notai le 
corse che si facevano nelle feste di Nata- 
le, di ragazzi e meretrici. La via prese al- 
lora il suo nome, e si disse Alessandrina, 
Giulio li nel 1 5o5 la lastricò, ed essendo- 
si aumentate le abitazioni, fu appellato 
Borgo JYnovoj compì e raddrizzò la via 
Lungara, coll'idea di tirarla sino a Ripa 
Grande; e verso il 1 5 1 1 col l'opera del cele^ 
bre architetto Bramante raddriztò e am« 
pi io la ricordata, lunga e bel la strada Fio» 
rida,che dalla chiesa di s.Giovanni de'fio-, 
rentini (che descrissi nel voi. XXV,p. i g), 
conduce al Ponte Sisto, eveilo dallo zio Si- 
sto IV, cioè dopo la via Paola aperta da 
Paolo 111, e perciò un tempo delta Paoli* 
na, come rilevasi da una lapide posta so- 
pra una casa verso Ponles. Angelo. La via 
Florida ricevédal Papa il nome di Giti' 
lia^ ed è spaziosa e adorna di buone fab- 
briche. Leone X cominciò a perfeziona- 
re le strade che conducono a Porta Fla- 
minia, e colla bolla Inter curas multipli* 
ces, de'a novembrei5i6, Bull. Rom, t. 
3, par. 3, p. 427> confermò ed estese la 
giurisdizione del cardinal camerlengo e 
de'mae«itri delle strade, declarando sulle 
appellazioni interposte alle loro sentenze. 
Clemente VII compì le vie che recano 



i38 STR 

9Ìla delta Porta Flaminia, proseguendo 
i lavori di Leone X; e defìnì la giurisdi- 
zione della camera apostolica e suoi chie* 
ricidi camera, sulle pubbliche strade tan- 
to di Roma, che delle altre città ponti- 
ficie. Il successore Paolo IH, avendo tro- 
vato diverse parti di Roma deformi per 
la quantità de'vicoli, poiché quasi tutte 
le case erano allora isolate, le ridusse a 
miglior forma, spianando gli edifizi mal 
fabbricati e altri alzandone. Raddrizzò 
molte strade,ampliòdi verse piazze; ed ac- 
quistate 39 case da*privati possidenti, le 
fece demolire, e vi formò la già nominata 
comoda via Paola, Delle sue benemeren- 
te per le strade di Roma, se ne fa men- 
zione nell'iscrizione scolpita sotto la diluì 
statua inCam|3Ìdoglio,e ripottata da Can- 
cellieri ne Possessi p. 5o4- Paolo III fe- 
ce succedere i chierici di camera ammae- 
stri dellestrade nella presidenza delle me- 
desime, ed aggiunse il vìM^io di Roma al 
tiibunale nelle cause ecclesiastiche, se ta- 
li prelati lo ricbiedessero. Però il presi- 
dente delle strade si eslraeva a sorte tra 
i medesimi chierici di camera ogni anno, 
Giulio III costituì una tassa digitilii4so* 
pra ogni bottegaio, a vantaggio della cas- 
sa delle strade. Pio IV dal Quirinale fece 
eseguire la lunga, regolare e larga strada 
che conduce alla sua Paria Pia, ed il car- 
dinal Sforza camerlengo stabilì un'impo- 
sta per contribuire alla spesa nel 1 564« 
Nel precedente il Papa fece aprire dopo 
l'antica Porta Cassio, che dal suo nome 
cardinalizio fece chiamare Angelica, la 
suburbana strada lunga più di 3 miglia, 
aifmchè comunicasse colla vìaCassia, e fu 
detta Pia dal suo nome pontificio. Pres- 
so Castel s. Angelo fabbricò Porta Castel* 
lo, con istrada suburbana verso Porta An- 
gelica, Edificò pure quella parte di Roma, 
fra il Castello e il Vaticano con sua stra- 
da, e nel 1 565 ordinò che si denominasse 
Borgo Pio la via che conduce al cortile 
diBelvederedelPalazzoVaticano, Si suole 
appellare pureBorgo s. Anna,dalla chiesa 
omooìfaside* Pala frenieri{F,y Anche al- 



STR 

tre strade furono migliorate dal magni- 
fico Pio IV. Questo Papa, come dichiarai 
a Maestro di strada, confermò la giuris- 
dizione de' maestri e del camerlengo, e 
assoggettò al tribunale l'arte muraria. Il 
successore «.Pio V,sostenitore zelante del- 
l'immunità ecclesiastica, rivocò le dispo- 
sizioni de' predecessori , contro le cose e 
persone ecclesiastiche. Leggo nel Catena, 
f^ita di Pio V , p. 1 35, che tolse l'uso di 
correre i palliinel Borgo s. Pietro o Nuo- 
vo nel carnevale, dicendo che ivi non e- 
i*avi palmo di terreno, che non fosse con- 
sagcato col sangue de'martiri (pel notato 
a Citta' Lbonieta e altrove), ripristinan- 
do Incorse nella via Flaminia o Corso, pi- 
gliando però le mosse dal suddetto arco 
denominato anche di Portogallo, e per la 
via Lata sino a s. Marco. Nel voi. Lll, p. 
58, parlai delle Tie Bonella e Alessan* 
^r//i/i, migliorate da s. Pio V, ed alle qua- 
li fu dato il nome del nipote alla 1 .^, e del* 
la patria di esso e del Papa alla 2.', e ne 
feci parola anche a s. Pio V. A Maestro 
DisTRADA dissi aQcora,comeGregorioXII [ 
concordò le precedenti bolle sulla giuris- 
dizione ecclesiastica del tribunale delle 
sti*ade;indi nel 1 583 impose una tassa sul- 
le vetture che si affìtta vano, per rinnova- 
re ì lastricati o pavimenti stradali di Ro- 
ma, che ancora continuavano ad essere 
formati di mattoni, come trovo in Nico- 
lai, e chiamati ammattonati; ad oggetto 
di rinnovare principalmente i pavimenti 
innanzi le pie case, e le abitazioni del mi- 
nuto popolo. Avvicinandosi la celebrazio- 
ne dell'anno santo 1 575, Gregorio XIH 
ordinò a tutti i governatori delle città e 
Provincie dello stato, di restaurare con di- 
ligenza le strade e i ponti , e rinnovarli 
se bisognosi d'esserlo. Dalla basilica Li- 
beriana fece aprire la dritta via sino al 
Laterano, senza badare a spese di demo- 
lizione di case e vigne adiacenti; e drizzò 
la via che da Porta s. Giovanni conduce 
a Frascati da lui frequentato. Curò la co- 
struzione dellestrade per andare al san- 
tuario di LoretOi facendo spianar monti 



STR 

e alzare le valli. Leggo nel Fea , Storia 
delle /jc^tfe,cliela via Ct>/idom'preie que- 
sto nome per avervi Gregorio XI 11 ria- 
Dili i principali di Roma; ne fti la storia 
e loro diramazione, come fatti, e riporta 
la nota degli artisti che vi lavorarono. Di- 
ce che i vari rami laterali de'condotti so- 
no in terra cotta, il grande in mezzodì 
travertino; però avvengono danni conti- 
nui e di frequente si debbono fare rappez- 
zi di piombo. Altri avendo a Nicolò V at- 
tribuiti i condotti di travertino nella stra- 
da Condotti, il Fea li confutò. Lo stesso 
Gregorio XIII, dalla via di Capo le Case 
(cosi dette o pel riportato nel voi. X, p, 
48, o per la loro elevala situazione), a- 
prì una strada per la Chiesa della ss. Tri- 
nità de' Monti, e dal suo nome si disseGre- 
goriana. Inoltre questo Papa avendo fat- 
to erigere la Fontana del Babbuino [F,), 
die la statua giacente di tal nome la de- 
nominazione alla magnifica via. Degli al- 
tri simulaci'i che servirono in Roma di 
convegno a'satirici o di argomento a pa- 
squinate, come Tal), Luigi, madama Lu- 
crezia, il Facchino, Pasquino e Marforio 
(queste due ultime statue e la i.'dierono 
nome alle vie ove si trovorono) ne par- 
lai ne'volf L, p, 3oo, LI, p. 5. Nella bio- 
grafia di Sisto enarrai quanto fu emi- 
nentemente benemeritodelle vie diRoma, 
descrivendo quelle belle, lunghe e larghe 
che aprì, prendendo il nome di Felice da 
quellodelsuocardinalato^quella che dalla 
chiesa della ss. Trinità al Pincio conduce 
alla basilica Liberiana, e propinqua al suo 
principio altra ne aprì che chiamò Sistina 
dal nome del pontificato. Le altre sono 
quelle da detta basilica alla Chiesa di s. 
Croce in Gerusalemme, ed a Porta s, Lo- 
renzo j\a quale insieme all'altra che da tal 
porta conduce a Piazza di Termini, aprì 
col suo peculio, come si legge nella lapi- 
de sull'arco dell'acqua Felice. Da Piaz» 
za Colonna Traiana^ aprì la via che por- 
ta alla nominata basilica da una parte, 
dall'altra incominciando quella che dovea 
condurre a s. Pietro, Migliorò pure la via 



STR 139 

dal Colosseo al Laterano, quella che dal 
Quirinale conduce a Porta Pia, e la sub* 
tu'bana Flaminia. Dissi pure quali privi* 
legi accordò a quelli che nelle vie Felioa 
e Pia edificassero case e l'abitassero, come 
fece per altre,e il decretato per la piazza d i 
Termini lo ricordai a SBTA,Rinnovò il di- 
vieto di far scavi senza licenza, anche per 
impedirela rovina degli edifizi e la mano- 
missione dellestrade; emanò provvidenza 
perla nettezza di queste,per decoro e salu* 
brità della città, ed istituì le suddette con* 
gregazioni per le strade e per le acque» 
onde aver cura e soprintendenza alle stra* 
de, a'ponti ed alle acque da lui condotto 
a Roma, Alla i .'di dette congregazioni as« 
soggettò non solo le strade di Roma e di« 
stretto o sua Comarca, ma le altre ao* 
Cora di tutto lo stato ecclesiastico. La con* 
gregazione non ne sostenne a lungo l'in* 
carico, né il cardinal camerlengo si curò 
gran fatto di mantenere la sua giurisdi- 
zione sulle strade, appena ritenendosi il 
diritto sulle cause ecclesiastiche dejum 
congrui. Di maniera che le attribuzioni 
edilizie dell'illustre e curule dignità pas- 
sarono interamente al prelato chierico di ' 
camera, annuale presidente delle strade* 
RenemeritofuSistoV anche della sicurez- 
za delle strade, per cui fu coniata una me- 
daglia coll'epigrafe: Perfecta Secar iias, 
colla sua effigie, e nel rovescio fu rappre- 
sentato un passeggero che dorme sotto 
l'ombra d' un albero, con allusione alla 
pontificie cure in liberare lo stato eccle- 
siastico dagli assassini, emanando leggi se- 
vere contro di essi. Di piò meritò una sta* 
tua in Campidoglio, con quell'iscrizione 
che riprodussi nel voi. I, p. 78. 

Paolo V d'animo grande, come Gre* 
gorio XIII soleva dire, che nel fabbrica* 
re si ottenevano due vantaggi, l'abbelli* 
mento della città, il sostentamento degli 
operai e perciò carità pubblica;ebbe idea 
di fare una strada rettilinea a Frascati 
(r,) di sole 7 miglia, per la villa Mondra* 
gone che designava villeggiatura papa- 
le. Magnìfico ampliatore dd Palazzo a^ 



i4o S T R 

posfolico Qnhinnle{F.),np%\ nuove sira* 
cieche vi conducessero. Similmente in ah- 
tre parti di Roma dilatò o raddrizzò mol- 
te vie prima anguste e tortuose, tra le qua- 
li perfezionò quella chedalleQuattroFon- 
tane risponde alla basilica Liberiana, da 
dove alle monache Filippine e delj'^/t* 
nnnziata apri la via dal suo nome detta 
Paolina{a\iì't attribuendola a Paolo HI), 
e l'altra che da Porta Flaminia procede 
pel Ponte Mil vio, chefece rendere più sta* 
bile con selciata. Recò notabile utilità al- 
la salute pubblica, con accomodare e al- 
largare le aperture che servono per con- 
durre alTe vere Ti m mondezza. Colle stra- 
de ampie che in Trastevere aprì o rad- 
drizzò, rese pili decorosi il monastero dei 
cassrnesi di s. Calisto, il convento de'ri- 
ibrmati di s. Francesco^ e la Porta Porte*^ 
se: la bellezza e vastità della via che con- 
duce alla chiesa di det li Fr/i/ice^r/i/ti^ suo- 
le nominarsi il Corso di Trastevere , lo 
Stradonedi s. Francesco, o via di s. Fran- 
cesco a Ripa, non solo per condurre a tal 
chie«a, ma anco al Porlo di Ripa grande^ 
cli'é il principale delle sponde del Teve- 
re. Avendo un incendio quasi distrutto 
sul Corso il monastero delle convertite (di 
cui a Meretrici), lo restaurò e separò dal- 
le vicine case, formando così quel tronco 
di strada che ha sfugo alla Piazza dis, 
Silvestro in Capile, Tra i cardinali crea- 
ti da Paolo V vi fu Bartolomeo Ferra" 
(//tid'Amelia,dal quale prese nome la via 
Fratina, per quanto dissi nel voi. XI V, 
p. ai6, ovvei*o pel notato altrove con 
Cancellieri, per la venuta de'frali Mini- 
mi nel vicino convento di s. Andrea deU 
le Fratte: sull'etimologia ne parlai an- 
cora nel voi. LXIX, p. 47* Non pare af- 
fatto che il cardinale donasse il palaz- 
zo alla congregazione di propaganda , 
a patto che si dasse il suo nome alla vi- 
ciua strada, come erroneamente pretese 
alcuno. Ad Urbano Vili del 1623 dob- 
biamo moltissimi ornamenti di Roma, 
racchiudendo nella città la via Lungara, 
per Tampliazione^che tece delle Mura di 



STR 

Roma» fndi per avere riaperto o regola- 
rizzato la strada del clivo de'Monli Vi- 
minale e Esquilino, che per averlo abi- 
tato i romani patrizi fu detto f^ico Pa- 
trizio, per lui preseli nome di via Urba' 
naj laonde fu fatto quel distico che No- 
▼aes riprodusse nel t.i, p. a4t della Sto* 
ria d^ Pontefici: Patritium a Patribus Fi' 
cum dìxero Quirites, — Urbanum Urba' 
no a Principe Roma vocal. Pare che nel 
pontificato d'Urbano VII! incominciasse 
il provento in favore del tribunale'^delle 
strade, sulle cave di pozzolana. 11 succes- 
sore Innocenzo X per maggior decoro di 
sua patria Roma, rinnovò molle vie, e 
quella che conduce a Frascati, e sontuo- 
samente abbelPiPi/isz^ Navona, Ordinò 
che gli esattori della tassa strade la de- 
positassero nel Monte di pietà, e costituì 
a fdvoi*edel tribunale delle strade il pro- 
vento detto de' porli e fiumi, il quale si 
formò dal pagamento annuo dell'appal- 
tatore della privativa di cercare i ferra- 
menti e altri oggetti ne'porti o luoghi dai 
quali le immondezze si scaricano nel Te- 
vére» Vedasi Domenico Gagliardelli, De 
purgandis viis Urbis ^ et de acjuae Fe^ 
licis qiialitatibus libellus, Romae i Sgo. 
Alessandro VII nel i665 demolì Tarco 
presso il Palazzo Oltoboni-Fiano^che in* 
gombra va la magnifica via delCorso,laon- 
de incontro vi fu posta una lapide di mg.^* 
Fabretti,e raddrizzò la stupenda via, per 
cui altra memoria è sul cantone del Pa» 
lazzo Tor Ionia a piazza di yenezia, o- 
ve si venera la B. Vergine della Chiesa 
di s. Apollinare, Alessandro VII fu mu- 
nificentissimo per rendere Roma di più 
ornata e salubre, sia col meraviglioso co- 
lonnato della Piazza F'aticana, sia colle 
piantagioni d'alberi deWaPiazza di Cani' 
pò Faccino e nel Monte Esquilino. A 0« 
BELiscBi DI Roma avendo descritto quelli 
eretti da'Papi nelle piazze e sulle vie del- 
la medesima, qui ricorderò quello innal- 
zato da Alessandro VII o Obelisco del- 
la Minerva sulla piazza di tal nome. A- 
vea Eugenio IV fatto atterrare diverse 



STR 

fabbriche, le quali quasi interamente na- 
SGondefano le superba mole dei Pantheon 
o Chiesa di s. Maria ad Mariyres, co- 
mechè edi6cale a ridosso; ma in seguito 
esseodovene state costruite delle altre, A* 
lessa ndro VII fece abbassare la strada 
perchè meglio si potesse godere la vista 
del sontuoso monumento. Inoltre ordi* 
nò la formazione di carte topografiche di 
tutto l'Agro romano e delle vie consola* 
ri, che furono con somma diligenza e pe« 
rizia delineate. Pfeli683 Innocenzo XI 
fece una distinzione sulla tassa delle vet- 
ture che percorrevano Roma e suo di- 
stretto, e le statuite proporzioni tronca- 
rono le antiche controversie. Questo Pa- 
pa decretò pure una tassa stabile su tut- 
ti i fondi e comunità dell'Agro romano, 
da amministrarsi dai tribunale delle stra- 
de per la manutenzione delle consolari. 
Sotto Pio IV erasi stabilita una tassa sui 
boltegari e altri venditori che con mostre 
di generi occupavano uno spazio: col di- 
sposto d'Innocenzo XI si regolarizzarono 
le licenze e i proventi per esporre nelle 
strade la vendita de'commestibiii, con ta- 
volati e baracche, ma deformanti la cit- 
tà, che soppresse a'noslri giorni, abusi- 
vamente in parte si rinnovarono. La tas- 
sa sulle vetture fu ampliata dal successo- 
re Alessandro Vili nel 1690, assoggettan- 
dovi quelle locate per viaggi fuori del di- 
stretto di Roma. Innocenzo XII fece mol- 
te disposizioni, che riportai a Maestro di 
STRADE, fra le quali avendo stabilito nel 
1 692 un nuovo metodo del tribunale del- 
le strade, volle che a beneplacito del Pa- 
pa si nominasse stabile il suo presidente 
chierico di camera, e non più eleggibile a 
sorte e annuale, e restituì il provento di 
Piazza Navona alla camera apostolica. Sì 
può dire ch'egli die il compimento all'im- 
pianto del tribunale delle strade. Aven- 
do migliorato l'imbrecciata, per comodo 
delle vetture, che conduce a fianco della 
cordonala di Gimpidoglio, a questo e al 
Palazzo CaffareUi, ed essendovi state 
collocate sopra ao pilastro 3 pile mai'mo* 



STR i4i 

ree delio stemma Pignattelli d'fDiiooeii- 
zo XII, questa ripida salita prese il nome 
di Tre Pile. E qui noterò, che Todiema 
magistratura romana, con lodevole riso* 
lozione , per appianare questa strada e 
i*enderla meno incomoda e pericolosa ad 
ascendervi il Gimpidoglio, ed ancora per 
trasferirvi l'archi vioUrbano, non che per 
riunire gli uffizi comunali ancora sparsi 
in vari punti della città, facendo uso del 
diritto che le viene accordato dalla legga 
del 3 luglioi85a, nel febbraio 1 854 ^^* 
terminò l'acquisto coattivamente di detto 
palazzo e suoi adiacenti locali* Gregorio 
XVI già energicamente e con autoritàso- 
vrana a vea impedito che il palazzo daldu- 
caBaldassareCafifarelli giunioresi vendes- 
se ad una potenza acattolica. Fu somma« 
mente benemerito delle strade Clemen- 
te XI nel suo lungo pontificato, restau- 
rando le vie pubbliche degli Eruict, del 
Lazio, della Sabina, dell' Umbria, della 
Romagna, fabbricando pure molti pon- 
ti, riilicendo la strada che conduce a Cri* 
slel Gandolfoj nel quale articolo notai 
i Papi costruttori di quelle strade e su- 
perbe gallerie alborate , come Urbano 
Vili, Alessandro VII, Clemente XIV e 
Gregorio XVI. Inoltre Clemente Xi con- 
fermò la costituzione del predecessore In- 
nocenzo XII , e die facoltà al tribunale 
di costringere gli ecclesiastici allo spur- 
go de'fossi lungo le strade consolari, di- 
sposizione ratificataduBenedetto XIII nel 
1 7 2 7.Clemen teX 1 1 lastricò con selci qua- 
drali le vie di Roma, e restaurò le conso- 
lari che ad essa conducono, le quali da 
pili di 3o anni erano alquanto abbando- 
nate; indi nel 1 736 ampliò, livellò e rad- 
drizzò buona parte della via del Corso. 
Oltre a ciò concesse 3ooo Luoghi di Mon* 
te al tribunale delle strade, ailinché l'an- 
nuo fruttato l'erogasse nella restaurazio- 
ne delle strade; poiché le strade di quei 
tempi, quando si selciavano di nuovo, im- 
portavano vistose spese. Nel suo pontifi- 
cato si facevano le corse per la via Lun- 
gara, per la festa che celebravasi alla B. 



t4a STR 

Vergine che si venerava o'piedi della sa- 
lila di s. Pietro Montorio nel declinar d'a* 
gosto, cioè dalle scale della Chiesa di s. 
Spirilo in Sassia (la quale col suo ospc" 
date diede nome al Borgo in cui sono), 
alla piazza della Chiesa dis* Maria del- 
ia Scala, Delle corse de' cavalli fatte in 
tli versi tempi in altre vie urbane e subur- 
bane, parlai a'Ioro luoghi, in uno a chi 
le faceva t cavoli i, asini, ebrei, donne, ra* 
gazzi, ec. Benedetto XIV non solo ridus- 
se la Chiesa di s. Croce in Gerusalemme 
<|ualesi ammira, tna feceallargare e rad- 
drizzare, non meno che alborare la vasta 
« lunga via che da essa conduce alla ba* 
ailica Lateranense, e rif<;ce molte stra- 
de della città. Tolse ogni controversia fra 
il tribunale delle strade e la congrega- 
zione delle acque e ponti; assegnò i via- 
tici a' maestri di strade nella visita delle 
%ie consolari; introdusse le colonne mil- 
liarie sulle stesse strade consolari, dispo- 
sizione utilissima e degna di quel gran Pu- 
pa^ poiché grande è il comodo che risul- 
ta al pubblico dall'apposizione de'termi- 
ni milliari^ siccome osservò Quintiliano, 
IstiL oratorie lib. 4» cap. 5; condonò par- 
te del debito de* proprietà ri pel nuovo la- 
stricato delle strade di Roma, e die loro 
facoltà di restaurare a proprio conto gli 
spazi delle strade urbane lungo le rispet- 
ti ve casCéSi può vedere la bolla ^i/niom/it- 
hus di Benedetto XIV, de*3o dicembre 
f 748, suo BidL t. Sjcostit. 67: Super con- 
servatione et refectione viarum publica- 
rum* Pio VI emulando l'antica magnifi- 
cenza de'romani, appena eletto nel 1 775 
neiranno santo, a comodo de' pellegrini 
accorrenti a Roma, subito ordinò grandi 
restauri nelle principali strade» Pertanto 
Hattò le vie consolari, cioè quellefatte dai 
consoli della romana repubblica , nella 
maggior parte distrutte o rese disastrose. 
Onde poi meglio agevolare il transito ai 
viaggiatori, nel 1 779 con una congrega- 
zione di cardinali ordinò, che lasciata Tan- 
tica strada che da Roma conduceva a Na- 
poli, per Marino, e per lo macchia della 



STR 

Fajola sempre favorevole asilo de'malvi- 
venti; quindi che sene tagliasse una nuo- 
va Ja quale andasse a sboccare neiranti* 
ca e celebre*via Appia, che pe'grandiosi 
lavori fatti pel prosciugamento delle Pa- 
ludi Pontine (delle quali riparlo a Piper- 
HO, Sezze,Tbr&acina), erasi già resa pra- 
ticabile nel passaggio in cui si abbreviava 
circa 1Q miglia il cammino da Roma a 
Napoli, e si faceva esso con maggior ce- 
lerità, divenuto quasi tutto perfetto pia- 
no e piò sicuro dagli assalti de'malviven- 
ti. Adunque Pio VI in quella parte che 
attraversa le Paludi riapri la nuova via 
Appia, che formata e lastricata di grossi 
selci da Appio Claudio, restaurata e mi- 
gliorala da Giulio Cesare, daMessala Cor- 
vino, da Vespasiano, da Nerva, da Tra- 
iano, da Massenzio, erasi col tempo se- 
polta e resa imitile, e divenne agialìssima 
e tirata a tutta linea daCisternaaTerraci- 
tia. Anche le altre strade pubbliche dello 
slato papale furono da Pio VI rinnovate 
e risarcite, particolarmente quella della 
sua abbazìa di Subiaco (F,)^ et! ancora 
quella della montagna di Viterbo, taglia- 
ta di nuovo nel giro di essa colla spesa di 
32,000 scudiTatta dalla comune viterbe- 
sejlaonde lasciata Tantica ertissima, restò 
la nuova più comoda e più sicura colla 
distruzione de* ricoveri che prima servi- 
vano a^malviventii A Pio VI pur si deve 
nel 1 786 la sistemazione delie Dogane 
pontificie{F^ nel le strade doganali di con- 
fine) fece eseguire le precedenti costitu- 
zioni relative alle strade e confermando- 
le, e che siccome alle tasse per le mede- 
sime nell*anlicaRoma erano soggetti i cit- 
tadini, qualunque fosse la dignità di cui 
erano insigniti, così il Papa dichiarò che 
nel pagamento loro non si dovesse avere 
riguardo a qualsivoglia privilegio, nem- 
meno de' padri di 1 1 figli, affinchè ciascu- 
na persona senza distinzione fosse sotto- 
posta alle tasse stradali, come aveano or- 
dinato altri suoi predecessori. Per tali di- 
sposizioni doveano contribuire alla ripa- 
razionedelle vie consolari del distretto di 



STR 

Roma i possessori de'fondi subiirliani, e 
le proTÌnciedel Patrimonio, Umbria, La« 
zio, Sabina, Marittima e Campagna. Nel 
'vol. LVIII, p. 1 44>^'il^^B> che anticamen- 
te la città non era illuminata cheda'fa- 
naii che ì divoti collocavano innanzi alle 
ricordate ss. Immagini, per lo più esisten* 
ti negli angoli delle strade, ed in tempo 
di sede vacante tutti i capi di famiglia do* 
veano la notte tenere un lume alla fine- 
stra. Nel 1787 essendo frequenti in Roma 
ì furti e gli assalti notturni, e anche in al- 
cune ore del giorno per le pubbliche vie, 
onde non si poteva camminare con sicu- 
rezza. Pio VI per riparare a sì grave di* 
sordine, ordinò pattuglie di soldati sì di 
giorno che di notte, ed in questa volle che 
per maggior sicurezza si mettessero in di* 
verse strade delia città diversi fanali o 
lampioni, onde ebbe un qualche princi- 
pio la stabile illuminazione notturna di 
Roma. Pio VII colla bolla Post diutur- 
nas,ÒQ*Zo ottobre 1800, restrinse la giu- 
risdizione del tribunale a quelle vie sol- 
tanto, che non erano poste in alcun ter- 
ritorio delle comunità dello stato, ed in 
vece colla tolta al tribunale accrebbequel- 
la delle comunilà,sotto la dipendenza del- 
la congregazione del buon governo; ri- 
chiamò all'osservanza lecostituzioni pon- 
tificie, che prescrivevano nulla doversi fa- 
re da mg.r presidente sei^a Tintcsa del- 
la piena congregazione,com posta pure dei 
maestri di strade, e che il prelato annual- 
mente rendesse conto delle spese ordina- 
rie fatte al tribunale della camera, la qua- 
le approvava e modificava le straordina- 
rie. La nomenclatura delle strade di Ro- 
ma non essendo regolata, era spesso sog- 
getta a variazioni; le denominazioni d'al- 
cune vie erano soltanto designate ne'suoi 
canti con tabelle di marmo, le altre a vea- 
no alcuni nomi dati dal volgo, ma senza 
la coiTispondente iscrizione: i numeri del- 
le porte delle case e botteghe non esiste- 
vano affatto. Laonde Pio VII, con lode- 
voli ssima e speciale prò vvidenza,nel 1 802 
ordinò la oomenclatura delle vie della cil- 



STR 143 

tà, e in tutte fece apporre nel loro prin- 
cipio e fine, e negli angoli iscrizioni dipìn- 
te in forma di cartelle di fondo bianco, 
con lettere nere uniformi e alte circa mez- 
zo palmo. Molte antiche denominazioni 
furono conservate, alcune rimosse o cam- 
biate con titoli più decorosi, e si elimina- 
rono i nomi duplicati. Nello stesso tempo 
furono designale con numeri pragressivi 
tutte le porle di ciascuna, escluse le chie- 
seealtri pubblici edilìzi. La numerazione 
comincia a sinistra di chi entra nella via, 
e prosiegue sino alla fine rivoltando sul 
Iato destro, e tornando inconlroairango- 
lo dove si ha principiato. I numeri doppi 
per porte aperte posteriormente, si distin- 
guono col le aggiunte lettere maiuscole À. 
R. C. ec. A Roma narrai Tinvasione de- 
gl'imperiali francesi e Timprigionamen- 
to di Pio VII nel 1809, e fra le cose che 
operò il governo imperiale ordinò la sta- 
bile e regolare illuminazione notturna di 
Roma. La stabilì con 1000 lampioni ben 
grandi, sospesi nel centro delle strade ad 
un grosso filo di ferro attaccato alle pa- 
reti degli edifizi laterali ad esse. Nel 1 8 14 
ritornato Pio VII in Roma, regolarizzò e 
migliorò questa utile, comoda edecoitxa 
illuminazione notturna , aumentando il 
numero de'lampioni. Imperocché ad evi- 
lare gl'inconvenienti che derivavano dai 
fili di ferro travei*santi le vie, fece collo- 
care de'Iampioni egualmente assai gran- 
di co'Ioro riflessi a riverbero, in tutti i luo- 
ghi che fu creduto necessario, ad una giu- 
sta distanza, appesi a lunghi e sporgenti 
bracci di ferro che si abbassavano e al« 
za vano facilmente per nettarli eaccende- 
re i-lumi, potendosi ancora ripiegare i det* 
ti bracci da un lato nelle occorrenze. La 
durata dell'illuminazione venne stabilita 
da un orario formato colla scorta delie 
tavole lunari compilate dagli astronomi 
del collegio romano; e ne fu affidata la cu- 
ra alla presidenza delle strade e ad un i- 
spettore generale. Il numero di tali lam- 
pioni nel i838 era asceso a iSog. Pio 
VII col moto-proprio de'6 luglio 1816 



i44 STR 

stabiD molte Toriazioni riguardanti la 
presidenza dellesli*ade,«pecialmente8pet« 
tanti alla giurisdizione civile e criminale, 
come al sistema amministrativo, e promi • 
se opportune disposizioni per provvede* 
re d'una particolare maniera alla manu- 
tenziotte,ripa razione e custodia delle pub- 
bliche strade. Questo nuovo impianto, 
dopo savi e maturi studi della Congre» 
fazione Economica (la quale cessò nel 
1847, come rilevai nel voi. LlIIjp.iga), 
il Papa lo pubblicò col moto-proprio e 
regolamento sull'amministrazione pe'Ia- 
▼ori pubblici delle acque e vie, Dal pri» 
ma momento j de'a3 ottobre 1 lì 1 7, Bull, 
Rom. coni, t. i4i p> 391. Con esso isti* 
lui un consiglio d' arte d' ingegneri, ed 
un consiglio amministrativo per la dire- 
zione centrale de'lavori delle strade na« 
zionali, sottomettendogli pur quelle che 
dipendono da' prelati delegati delle prò* 
vincie, non che da' cardinali legati del- 
le legazioni. In memoria di che fu conia- 
ta una medaglia con l'effigie di Pio VII 
col triregno e piviale, e l'epigrafe: F^iis 
jiWeisEi Op, PuR^eneli'esergo: Conle- 
gto Constiluto, Si vede la figura dell'ar- 
chitettura con compasso a libro innanzi 
ad un edifizio con 6 colonne,a pie del qua- 
le giacciono il Tevere con cornucopio e 
vaso donde esce acqua, e la figura d'una 
donna con ruota esprimente le strade.In- 
di Pio VII emanò il moto- proprio, / tre 
grandiosi acguedotli^de*:idìcenxhve 1818, 
Bull. cit. 1. 1 5, p. 2549 per la conservazio- 
ne degli acquedotti di Roma; ed a' 1 o det- 
to il moto proprio Dopo avere^ presso il 
Nicolai, 1. 1 , p. 263, sulla conservazione e 
rinnovazione delle strade di Roma. Nel- 
la biografia di Leone .¥// dichiarai le sue 
benemerenze per le strade , anche dello 
stato, la selciatura delle Piazze Fatica' 
ne e del Popolo j e il macello pubblico da 
lui edificato per la salubrità di Roma, ri- 
movendo G03ÌÌ anche i disordini e le dis« 
grazie che avvenivano per le vie urbane, 
a motivo de'privati macelli. Inoltre Leo- 
DeXII col moto-proprio de'2 1 dicembre 



STR 

1 S^Sjpresso il Nicolai, riunì la presiden- 
za delle acque a quella delie strade, on- 
de il prelato chierico di camera s'intito* 
lo presidente delle acque e strade; e pel 1 .^ 
col moto-proprio Con nostro, de'i 9 gen- 
naio 1829, presso il Nicolai, t. 2, p. 168, 
nominò mg/ LuigiLancellotli.LeoneXII 
ebbe pure la gloria di restituire la sicu- 
rezza alle strade della provincia di Fro- 
W/20/ie(/^.) infesta di mal vi venti, con gra« 
ve danno non meno de' viaggiatori, che 
de' pacifici abitanti; per cui la provincia 
fece coniare al delegato Benvenuti, a ciò 
preposto dal Papa, quella medaglia che 
descrìssi al citato articolo, con l'epigrafe: 
Securiialis Restitutori Fntsinates. Nel ci- 
tato articolo G)VGRBGAZ10NE DELLE ACQUE, 

avendo pure parlato di quanto riguarda 
le strade, dissi del regolamento nel i833 
pubblicato da Gregorio XVI pe' lavori 
pubblici d'acque e st rade,dich iara ndo co • 
me compone vasi la congregazione delle 
acque (cessata poi nel dicembre 1 847i col 
disposto notato nel voi. LUI, p. i94)}e la 
formata prefettura generale delle acque 
e strade. Altre provvidenze di quel Pa- 
pa sì ponno leggere nella Raccolta delle 
leggi sue. Ne' diversi relativi articoli de- 
scrissi le benemerenze di Gregorio XVI 
per le acque e per le strade ezia'ndio del- 
lo stato. Terminò i pubblici passeggi del 
Monte Pincìo e del Monte Celio y e pro- 
pinqua a questo ridusse magnifica la stra- 
da che conduce alla Chiesa de' ss, /Andrea 
e Gregorio. Isolò i grandiosi avanzi del 
tempiodiÀnloninoe Faustina della chie- 
sa degli Speziali^ e perciò aprì quella via 
che dal suo nome cardinalizio fu detta 
Maurina, Ridusse la nobile via del Cor- 
so al modo che si ammira, con marcia- 
piedi uniformi di peperino e fasce di tra- 
vertino : fu formato il piano come suol 
dirsi a schiena d'asino, per cui le acque 
piovane scolando lateralmente entrano 
nelle piccole chiaviche, aperte l'una a ca n- 
to all'altra sotto i detti marciapiedi. Per 
non dire di altro, fece eseguire la como- 
dissima via pei* cui in breve spazio di tem * 



STR 

pò si ascende all'elevato e amenlssimo 
Monte MariOy a comune vantaggio, rin- 
novando la quasi interrotta comuoicazio- 
ne fra Roma e la via Cassia perla Trion- 
fale, come celebrò il Giornale di Ronia 
del 1 85 1 , p. 4o4» con erudito articolo, se- 
condo il qualeeilTorrigiOyda me ripor- 
tato nel citato articolo (ne riparlai in u« 
no alla chiesa ne' voi. LV, p. 99, LXIIJ, 
p. 1 23),si crede da alcuno che sia seguita 
su questo famigerato monte l'apparizio- 
ne del Labaro a Costantino,di cui riparlai 
a Spebohe d'obo (e nel 1 849 fu occupato 
da 'francesi per liberare Roma dall'anar« 
cbia); ed è perciò che Pietro Mellini nel 
<i 35o (al dire dell'autore dell'articolo) vi 
eresse la chiesa di giuspatronato,e in me- 
moria di detta apparizione la dedicò al- 
la ss. Croce, lo che avea io già detto. De- 
scrivendo poi la chiesa del ss. Rosario, no» 
tai che visi venera laB. Vergine dellaFeb- 
bre, con nozioni sulle fèbbri romane. Di 
sopra narraijComeil regnantePio IX nno* 
vamenteattribui nel 1847 ^^'^ magistra- 
tura romana l'amministrazione delle vie 
interne £d esterne di Roma Ja loro net- 
tezza e altro, le acque e sue pertinenze, 
l'illuminazione notturna, e quali miglio- 
ramenti furono opera ti: che venne istitui- 
to il ministro de'Iavori pubblici, a cui si 
affidarono i lavori delle strade nazionali, 
ed altre analoghe ingerenze: laonde di- 
poi cessarono il cardinal prefetto delle ac- 
que e strade, ed i prelati presidente, vice- 
presidente delle medesime, e il segreta- 
rio delle acque. Ricordai pure le dispo- 
siziofìi sulle strade provinciali e comuna- 
li dello stato, e di altre cose annesse. Do- 
po che nel 1 852 pubblicai l'articolo Por- 
te DI Roma, pel grave danno che nel pre* 
cedente anno avea recato un fulmine al- 
la Porta Piùy nel 1 853 come si ha dal n.^ 
96 del Giornale di Roma, il commend. 
Galli pro ministro delle finanze, dall'ar- 
chitetto conte Virginio Vespignani,fece ri- 
parare ì danni e aggiungere quanto man- 
cava al compimento della medesiaia nella 
fronte, fermo oumteoeodosi il carattere 9 

VOL. LXX. 



STR 14? 

leproporzioni,superate tutte ledìffioolià, 
e compiendosi gli ornati già daBuonarrotl 
che l'eresse iniziati.Quindi vi fu posta que- 
sta iscrizione dettata dal dotto p. Giusep- 
pe Marchi gesuita. Pìus 'IX Pont, Alax, 
— Turrini din imperfectam fulmine ta- 
clam — Rcparasfit absolvit an.i853. £• 
gualmente a Porte di Roma parlando del- 
la Porta s, Pancrazio^ delle rovine pa- 
tite ne'combattimenti del 1849, e ritarpi - 
menti delle propinque mura, qui aggiun- 
gerò che la medesima porta,quasi distrut- 
ta in quelle battaglie, venne rifabbricatf 
con architettura dell'encomiato conte Va- 
spìgnani,soda e maestosa con veoiente,pe|w 
ciò lodata dairintelligente ed erudito ar- 
chitetto Gasparoni, con quelle belle pa- 
role riportate dalla Civiltà cattolica, a.' 
serie, t. 7, p. 3o7, ove pur si legge l'ele- 
gante iscrizione che vi fu sovrapposta iu 
pietra, ed uscita dall'aurea penna del pur 
lodato p. Marchi. Àll'articoloPoATi di Ro- 
ma, non solo feci cenno di quelli sospesi a 
fili di ferro,ma dichiarai che 4^e nedovea- 
no erigere sul Tevere in Roma, ove pa- 
re lo notai, con una discreta tassa di pe- 
daggio (della quale si fa cenno nel n.^i 1 1 
del Giornale di Roma del i853). Però 
finora soltanto fu eseguito quello per sup- 
plire al rovinato Ponte Rotto o Emilio 
(^.), detto di s. Maria, come sihada'n.i 
121 e 221 di detto Giornale, Ivi si leg- 
ge, che la società che avea ottenuto dal 
go ver no pontificio la costruzionedi4pon* 
ti a filo di ferro, terminò il lavoro dj quel- 
lo denominato/?o//o.Gliatttichi archi die 
appoggiano alla sponda del Tevere furo« 
no uniti alla sinistra con un ponte soi^ey 
so, lungo metri 62, 5o, e largo 6,a5. Ah 
la presenza del ministro de'Iavori pub- 
blici se ne fece l'esperimento a'aS e a4 
maggio 1 853, al modo descritto, e veniif 
dichiarato aver dato il manufatto aufli* 
ciente prova di stabilità, e potersi perciò 
aprire al pubblico transito, ciò ch'ebbe 
luogo nel dì seguente. Dipoi a'29 settem- 
bre per lai.*volta passò sul ponte il Pa- 
pa Pio IX col suo seguito. Ne' voL LUÌ, 

IO 



i4G S T R 

p. 228, LXI V, p. 1 4 7) accennai che a* 1 o 
ottobre 1 85o d'ordine del ministro de'ia- 
Tori pubblici commend. Jacubini, si aprì 
il tratto della via Appia al 3.° miglio da 
Roma, oltre il sepolcro de'Sei vilii, disco- 
prendosi negli avanzi de'suoi molti cospi- 
cui monumenti, iscrizioni, frammenti di 
sculture, e rovine d'antichi sepolcri colle 
loro decorazioni. Che furono collocati nei 
margini lunghesso la via, laonde questo 
tratto della vetusta regina delle vie di- 
Tentò una specie di museo, circa al 4>^iui - 
glie verso Albano. 11 ristabilimento ven» 
ne terminato ne'primi di giugno 1 853,giii 
Tisitato dal Papa Pio IX che per memo- 
ria fece coniare quella medaglia che de- 
scrissi, e vi ritornò ad ammirare la rista- 
bilita via. Essendosi eseguito il mirabile 
lavorosotto la direzionedeiresimioarchi* 
tetto e profondo archeologo commend. 
Luigi Canina, questi ne pubblicò l'impor- 
tante illustrazione in Roma nel 1 853e con 
incisioni: La Via Appia dalla Porla Ca- 
ptila aBovìlle^ descrìtta e dimostrata con 
documenti superstiti. Di questa bell'ope* 
ra e della felice impresa ne rende ragione, 
oltre i n.i 255 e 262 óeìGiornaledi Roma 
del 1 S53yV Album di Roma, t. 20, p. 3o i e 
336,t. 2 1 , p. 257, riportando alcuni dise- 
gni ra ppreseu tanti il sepolcro d iS. Pom peo 
Giusto, il tempio di Giove, éresposmone 
dell'intera architettura de'monumenti e- 
sistenti tra l'S.^e il 9.*" miglio della via Ap- 
pia, inclusi vamente a quella del gran mo- 
numento di Messala Corvi no ultimato da 
M. Valerio Messalino Cotta, ed ora re- 
staurato e illustrato eziandio dall'illustre 
Canina. La maggior parte de'memorati 
monumenti sono sepolcrali, poiché é ben 
noto che dalla Porta Capena fino all'a- 
diacenze óeWAriciaj in un'estensione di 
circa 1 6 miglia essi si congiungevano in 
modo l'un l'altro, che nessuno spazio in- 
termedio vi riamane va; anzi sovente nelle 
migliori posizioni presso la citta, si vedea- 
no per ogni lato della via collocati in dop- 
pia fila. Della qual cosa fanno ragione non 
tanto le storie antiche^ quanto i ritrova- 



ST R 

menti fatti in passato, e le grandi escava- 
zioni eseguite d'ordine del governo ponti- 
ficio,onde ristabilire sì rinomata via. On- 
de l'ammiratore e lo studioso deiruntiche 
memorie di Roma, percorrendo la via Ap- 
pia fin là dove è stata ristabilita, guidato 
dall'opera dottissima del commend. Cani • 
na, trova gli avanzi o le memorie de' se- 
polcri de'Scipioni, di Priscilla e di Gela, i 
colombari de'liberti d' A ugusto e di Livia, 
de'Cecilii ede'VoluVii, le tombe di Clau- 
dia Semne, di Cecilia Metella,i sepolcri di 
Cranico Labeone e di F. Crusliclio, di Ser- 
vilio Quarto, di Plinio Eutico, de'Secon- 
dini, di Pomponio Attico e di Marco Ce- 
cilio, di Pompeo Licinio e di Settimia Gal- 
la, degli Orazi ede'Curiazi (di questi ri- 
parlai a Riccia, e di altri de' qui nomi- 
nati sepolcri a Sepoltura), il ricordalo 
di Messala Corvino e di Valerio Messali- 
no Cotta, e di molti altri che sarebbe trop- 
po lungo numerare. Ma fra questi sepol- 
cri più o meno grandi , sorgevano altri 
grandiosi monumenti sagri e profrini, di 
cui al presente o si ponno determinare con 
precisione le loro posizioni,o si vedono an- 
cora imponenti rovine, e tali sono priu- 
cipalmentei templi deirOnore e della Vir- 
tù, le Terme Antoniane o Commodiane, 
l'arco di Druso, il tempio, il clivo e il cam- 
po di Marte, il circo di Massenzio e il tem- 
pio del suo figlio Romolo, il Xriopio, il 
luogo in cui fu ucciso Seneca per coman- 
do di Nerone, la villa de'Quintilii e quel- 
la di Gallieno, ed altri monuménti sagri 
e profani. La vista di tanti avanzi desta 
un complesso di memorie e di gravi con- 
siderazioni sul passato. L'idolatria, l'am- 
bizione, la gratitudine, il desio del pia- 
cere, l'amore de' parenti e il patrio senti- 
mento innalzarono tombe, templi, anfi- 
teatri, terme, ville e colonne; ma il tem- 
po che lentamente distrugge, e la barba- 
rie che affretta la distruzione di tuttociò 
che dal tempo viene risparmiato, hanno 
rovesciato tanti monumenti, ed in modo 
che di molti cerchiamo invano anche u- 
na rovina: sul luogo ov'essi sorgevano vi 



STR 

passò Taratro e vi pascola l'armento. Per 
cui ora torna assai grato percorrer la via 
Appia dalla Porta Gipena all'antica cit- 
tà di Boville;e vi si trovano epigrafi, ca* 
piteli!, cippi, bassorilievi, musaici, colon- 
ne, avanzi di statue e un'infinità d'altre 
cose. Tutta volta quanto resta a fare nella 
▼ia Appia, lo si apprende dall'encoraiata 
opera di Canina, ognora caldo di vero e 
lodevole entusiasmo per le cose di Roma 
antica, che sempre curò d'illustrare. Vari 
Papi furono solleciti di rendere facile e 
comoda la via nazionale Appia, che par- 
tendo da Roma conduce a'confini del re* 
gno di Napoli: ma l'opera piti importan- 
te rimaneva a farsi,vale a dire i due pon- 
ti per Gemano (/^.), e quello più gran- 
de per V Àrida o Riccia (^.) onde con- 
giungerla al colle Albano. Per quanto rì« 
portai in quegli articoli,GregorìoXVI si ■*. • 
bill di costruirli ambedue. 11 i.^gli riuscì 
di farlo edificare, come più necessario, e 
quindi lo inaugurò colla sua pontificia 
presenza; ma il 2. ^'benché decretato, per la 
sopravvenuta gravissima ìnondazionedel 
Po che rovesciò gli argini del Ferrarese 
e fece altri notabili danni, ne sospese l'e- 
secuzione, per le rimostranze d'un mi- 
nistro, che gli fece considerare più urgen- 
te il bisogno delle riparazioni lungo il Po. 
Però poco dopo avendo la morte rapito 
Gregorio XVI, il successore regnantePio 
IXordinòTeffettuazionedel divisato pon- 
te della Riccia, ed ivi lo descrissi a 3 or- 
dini d'archi di peperino pietra albana, 
per unire Albano all'Ariccia,e donde si 
gode la sorprendente amena vista della 
famosa Valle Aricina e de'Iuoghi adia- 
centi. Il Papa Pio IX ebbe la gloria di ve- 
derlo egregiamente terminato, colla spe- 
sa di 1 40,000 scudi, riuscendo veramen- 
te solido, magnifico, monumentale per 
bellezza artistica^ ed altresì più largo dei 
principali Ponti di Roma, come il s. An- 
gelo, il Sisto, ec. Questo ponte dell'Aric- 
ela viene descritto da'n.i 233 e i36 del 
Giornale di Roma deli 854; dal n.* 35 
dell'Album di Roma di tale annoili quale 



STR 147 

ne pubblicò la veduta scenografica colla 
descrizione del eh. d. Domenico Zanelli, 
e le iscrizioni composte dal sullodato p. 
Marchi; le quali con un sunto della de- 
scrizione si leggono ancora nella Civiltà 
caUolica^i,^ serie, t. 8, p. ^33 e 328- Per- 
tanto ricavo da tali descrizioni, che sul 
ponte fu costruito pure un acquedotto 
per somministrare al bisogno acqua po- 
tabile ad Albano. Che ne decorò l'estre- 
mità l'ingegnere pontificio prof Alessan- 
dro Bettocchi, con 4 eleganti pilastri di 
travertino, ove furono scolpite le iscri- 
zioni e gli stemmi di Pio IX in bassori- 
lievo, sovrastati da 4 colonne fatte a imi* 
tazione delle milliarie della stessa via Ap- 
pia. La strada che dal termine dèlia tra- 
versa d'Albano mette al gran ponte e sul • 
la piazza dell'Ariccia, e fiancheggiata da 
comodi marciapiedi, e la parte lastricata 
é eguale a quella del ponte, e costò circa 
19,000 scudi. Per compiersi le correzio- 
ni della via Appia, essendo necessario ta- 
gliere i pendii, che sorgono dall'Ariccia 
aGalloro,fii gettato un 2.** ponte di 8 ar- 
chi,ciascunodel diametro di metri i o,5o, 
sotto l'ultimo de'quali passa la strada fi- 
nora battuta, lungo metri 1 4o e largo fi 1 
le faccie interne de'parapelti 9 metri, al- 
to dalla sottoposta vallata metri 1 6. Me- 
diante questo ponte la via postale dalla 
piazza dell'Ariccia s'avanza in linea ret- 
ta fino all' oratorio di s. Rocco, e di là 
fino al luogo in cui incontra un altro pon- 
te in costruzione, nella valle di Grotta 
Lupara. Questo si compone di tre archi 
grandi del diametro di 1 5 metri l'uno, e 
d'un arco minore, sotto cui continua a 
passar la via antica: la sua maggiore al- 
tezza è di metri 2 3,Ia lunghezza 80. Que- 
sti ultimi due ponti si debbono special- 
. mente alla cura di mg.*^ Milesi-Pironi mi- 
nistro del commercio e de'lavori pubbli- 
ci, il quale per la mal ferma salute del 
valente cav. Bertolini architetto del pon- 
te di Genzano e di quello dell'Ariccia, ne 
a£Sdò la direzione a Federico Giorgi in- 
gegnere in capo di Roma e Coma rea. Con 



i48 STR 

tali opere sonoslnte colmate 3 valli, eia 
^ia d' Albano fino a Genzano si è i*esa 
piana e a un tempo assai più breve, riu- 
aoendo di grandissimo benefìcio al com- 
mercio e alle continue comunicazioni che 
Roma ha colle provincie di Moritfima e 
Campagna, e col regno delle due Sicilie. 
Per la solenne inaugurazione del sontuo- 
so monumento, e per la quale vi accorse 
una moltitudine innumerabile^ il Papa 
Pio IX a' 1 2 ottobre 1 854 vi &i recò alle 
ore I o antimeridiane. Giunto al princi- 
pio del ponte, sotto magnifico padiglio- 
ne fu ricevuto dal cardinal Patrizi vesco- 
vo d'Albano, dal cardinal Altieri presi- 
dente di Roma e Comarca, da mg.^ Mi- 
lesi-Pironi, e dalle magistrature munici- 
pali d'Albano,d'A riccia e di Genzano. A- 
scoltò V eloquente discorso del cardinal 
Altieri, col quale espresse la somma ri- 
conoscenza di detta popolazione e di al- 
tre città che ne risentono vantaggio, per 
la gigantesca costruzione di opere tanto 
mirabili e utili al commercio ed a'viag- 
giatori. Rispose il Papa benignamente, 
dichiarando la graziosa compiacenza del- 
la comune gratitudine e del riuscimen- 
todeiropera,encomiando tutti quelli che 
aveano preso parte al grandioso lavoro. 
Poscia s'inoltrò sul ponte, e giunto nella 
piazza deli'Ariccia,entrò nella chiesa col- 
legiata e vi ricevè la benedizione col ss. 
Sagramento da mg.>^ Macioti suo elemo- 
siniere. Passato poi al palazzo del prin- 
cipe Chigi,fu accolto riverentemente dal- 
la nobilissima famiglia, che gli olTrì una 
colazione. Dopo di questa il Papa s'av- 
viò a visitare il 2,*' e 3.** ponte che si van- 
no ultimando, esprimendo la sua piena 
soddisfazione. Recatosi a Castel Gaudol- 
& a pranzo, indi distribuì varie grandi 
medaglie, destinate a ricordare la da lui 
eseguita inaugurazione del meraviglioso 
ponte. Dissi altrove che Pio VII cullan- 
do l'isolamento del Pantheon^ verso oc- 
cidente fece scoprire esteriormente il pia- 
no antico; e che il Papa Pio IX volendo 
che se non in tufto^almeno in buona par- 



STR 

fé rimanesse isolato sì prezioso e grandio- 
sissimo avanzò dell'antica magnificenza 
romana, dalla parte orientale fece coni- 
prare alcune case che vi stavano addos- 
sate; dopo averle fatte atterrare, ordinò 
pure che si scoprisse il piano antico ester- 
no. Indi a' 17 ottobre i854 di persoua 
ne visitò i lavori, rimarcando i vantaggi 
ottenuti dall'atterramento, sia al celebre 
tempio,chealIapiazza,con plauso degli a- 
manti delle antiche grandezze e delle arti 
belle, che sempre desiderarono l' isola- 
mento di sì più bel monumento de'roma - 
ni.Nell'articolo Lumi parlai dell'illumina- 
zione a gaz come impropria per le chie- 
se, sia pel cattivo odore e insalubri esa- 
lazioni, sia per l'eccessivo splendore, sia 
pe'pericoli di restareall'improv viso .all'o- 
scuro e delle detonazioni; e ricordai il dot- 
ta articolo pubblicato nel n.*'24 e seg. del 
Diario di Roma óe\ì8^^y traduzione dal 
francese, sull' Origine, progresso, uso e pe- 
ricoli della illuminazione a gaz, e quaii- 
do ebbe principio V UUiminazione noUur- 
na delle strade j che in Londra cominciò 

neli4i4<^'>P^i*''^g'^^^'^"^i u"° lanter- 
na dinanzi l'ingresso di loro case, e in Pa- 
rigi nel 1666 con lanterne sospese a'cap'i 
di strada. Sul declinare del secolo XVII 
Boyle ed Halesin Inghilterra incomincia- 
rono'a dimostrare che il gaz risultante dal* 
la combustione del legno e del carbone di 
terra, in vaso chiuso somministrava luce: 
indi si fecero molte sperienze di solo pia- 
cere nel secolo seguente, per applicare il 
gazall'illuminazione notturna in vece del- 
l'olio^sì privata che pubblica. Altri voglio- 
no, che i primi inventori deirilluminazio- 
nea gazfurono il franceseLebon e l'inglese 
Murdoch^ nel declinare del secolo passato 
e principio del corrente. Se ne ponno leg- 
gere le notizie a p. 606 del Giornale dì Ro- 
ma del 1 852.11 tedescoWinsor pel 1 .^l'ap- 
plicò all'illuminazione delle strade,ma nel 
1 809 negandosi a lui il brevetto d'inven- 
zione a Londra che spettava a Murdoch, 
questi preso a socio da Gregory, nel 18 1 3 
regolarmente e stabilmente illuminòLon- 



3TR 

iva a gaz idrogeno carbonatOyeslrattodal 
carbofi fossile.D'allora in poi si fecero Sem* 
pre utili modificazioni^ le principali do- 
lendosi a CJegg e Lowe. A Parigi i primi 
esperimenti si fecero r\el 1 82 1 ; altri dico* 
no che in Francia siffatta illuminazione 
s'incominciò ad applicare nel i 8 1 4» ed io 
Napoli nel 1 84o. Ora Londra è illumina- 
te da 36,000 becchi di gaz. A p. 974 del 
Giornale di Roma del 1 853 si dice che 
il gaz tratto dall' olio per l'illuminazio- 
ne, stava per soppiantare quello ricava- 
to dal legno. Invece del carbon fossile 
può servire la torba o gaz della tórba pu- 
rificato con un apparecchio: la torba è la 
terra combustibile risultante dalla de- 
composizione delle piante nell'acqua, ed 
e facile a trovarsi ne'luoghi stati già pa • 
ludosi. Si trovò poi il modo di rimuove- 
re i pericoli derivati dall'illuminazione a 
gaz; e quello d'illuminare con nuovo gaz 
estratto dall'acqua, come nel palazzo de- 
gl'Invalidi a Parigi nell'agosto 1 854* Nel 
vol.LVIII, p. i44» riportai^ come ne'pri- 
mi del 1846 e regnando Gregoria XVI, 
s'introdusse inRoma l'illuminazione a gaz 
in qualche edifizio;che nel 1 847 si andava 
a erigere uno stabilimento di gaz, e che la 
m unici palitàdiRoma nel i852avea deter- 
minato e concluso con una società anglo- 
romana, diretta dal valente Stephered, 
l'illuminazione della città a gaz. Quindi 
presso s. Maria de' Cerchi si fabbricò lo 
stabilimento per servire di fornelli distil- 
latori del carbon fossile per formare il gaz 
luce, pel depuralorìo o lavatoi, e per il 
gazometro; e si fornì di lutti i necessari 
arnesi, apparecchi, gazometri, e di tubi di 
conduttore perle strade. Trovo nel n.**! .** 
del Giornale di Roma del 1 854» che nel- 
la sera del i .^gennaio, a un tratto alle ore 
7 cominciarono ad essere illuminate a gaz 
le vie Papale, inclusivamente alla piazza 
di S.Pietro, del Corso, e dal Campidoglio 
alle piazze del Gesò e di Venezia. La lu- 
ce che ne uscì dal becco d'ogni lampione 
fu sì viva e chiara, che interamente eclis- 
sò quella che mandano i lampioni a olio 



S T R 149 

adoperati finora. La moltitudine d'ogni 
condizione accorse a godere sì bello e gra- 
to spettacolo. Nella sera poi del 6 di det- 
to mese ebbe luogo la ragolare illumina « 
zione a gaz, non solo nelle ricordate vie, 
ma ancora nelle altre, nelle quali furono 
collocati gli appositi lampioni posti su al- 
ti candelabri di ferro fuso, eleganti, ver- 
niciati d'un verde scuro e colle sigle del 
senato e popolo romano. A p. 1 1 6 di detto 
giornale si riporta un dotto articx>lo sul- 
y Illuminazione a gfaz^e degli antichi mo- 
di usati per la luce artificiale nella not« 
te, e suoi successivi progressi. Leggo nel 
citato Albuniy p. 357, che la sera deli.** 
gennaio 1 854 '^ fulgida luce del gaz illu- 
minante , che può meritamente riguar- 
darsi come unadelle piò belle applicazio- 
ni della chimica agli usi domestici, ralle- 
grò alcune strade di Roma. Alloi*chè la 
vivacità di questa splendida luce si ver- 
serà nella pienezza di sua potenza sui 
grandiosi palazzi romani e sui monumen- 
ti sublimi della grandezza romana, ma- 
gico e nuovo ne sarà veramente l'elTetto. 
1 vi è pure un erudito articolo sul gaz e 
sue scoperte, col disegno del condensato- 
re, celebrandosi quegl'italiani che pe'prì- 
mi fecero la scoperta della combustibili- 
tà del gaz, quindi quegli stranieri che ne 
fecero l'esperienza e l'applicazione all'e- 
conomia domestica. Londra per lar.* si 
vide illuminata nella notte a gaz,nel 1818 
s'introdusse in Francia, fu adottato dal- 
l'America, e si diffuse nelle principali cit- 
tà d'Europa. Così Roma, la città più in- 
signe del mondo, anche pe'suoi monu- 
menti antichi emoderni,ha ricevuto que- 
st'altro lustro della moderna scienza. Già 
molti caffè, fondachi e stabilimenti ne a- 
dottarono l' illuminazione ; laonde ben 
presto propagandosi per tutta la città, po- 
trà gareggiare colle altre capi tali nella me- 
ravigliosa illuminazione. Attesta il n.°233 
del Giornale di Roma deli8549 che la 
sera de' 1^ ottobre il Papa vide per la 
prima volta illuminato a gaz il cortile 
delle loggie dì Ra&ele e le scale del pa- 



i5o S T R 

lazzo Valicaao. Abbiamo di fìeruucelli , 
Meecanica pratica^ e dell* illuminazione 
a gaz^ Livorno i85io. La magistratura 
romana nell* aprile i854i per gì* incon- 
venienti cbe frequentetnciite accadeva- 
DO nella via del Corso, per l'abusivo tran- 
sito di carri e delle bestie da soma, rin« 
novo con penale il divieto a chiunque di 
transitare lungo il Corso, dalla Piazza del 
PopoloallaRipresa de'barberì dal mezzo- 
dì a un'ora di notte, con carri, carretti, 
barrozze, trascini, carrettoni e altri simi- 
li legni, non che con bestie da soma ca- 
riche o scariche, vacche, capre e altri si- 
mili animali. Prima di parlare dell'iiitro- 
duzione nello stato pontificio delle stra- 
de fèirate, e de'teiegrafi, pe' quali colla 
velocità del fulmine parlasi colle capita- 
li e altri luoghi , conviene che io faccia 
precedette un cenno suU' origine e pro- 
gresso de'medesimi presso gli altri popo- 
li; nozioni indispensabili a questo artico- 
lo generico di Strada e Strade di Roma^ 
premesse alcune parole sulle strade an- 
teriori dell'altre nazioni, io seguito del- 
l'indicato in principio. 

Assuefatti a scorrere una distanza di 
alcune miglia o leghe nello spazio d'un' 
ora, sopra strade solide e ben pavimen- 
tate, non si può formare un'idea esatta 
di tutti gl'incomodi e disagi, che i nostri 
antenati doveano soffrire allorché si po- 
nevano in viaggio. Erano tal volta costret- 
ti a trovare la loro strada, come avviene 
in Turchia e altrove, a traverso terreni 
incolti e sentieri fangosi, a passare i fiu- 
mi a guado, a fermarsi sovente, ed anche 
per molti giorni, allorché i fiumi erano 
gonfi o straripati. Essi ben di rado per- 
correvano pid d' una lega nello spazio 
d'un' ora, e il timore di cadere in qual- 
che pantano, o di essere anche sorpresi 
e annegati da un'improvvisa inondazio- 
ne, li preoccupava di continuo. Quanto 
allemisureilinerariedelle strade, nel Di- 
zionario della lingua italiana ^^ in quel- 
lo Enciclopedico di Bazzarini,si definisce 
il miglio: lunghezza presso a poco di 3ooo 



ST l\ 

de^io&lri passi, ma ve no sono di molle 
altre lunghezze, secondo i luoghi e secon- 
do i tempi; la lega poi é una specie di 
misura itineraria, evalecircadue miglia 
e mezza italiane. INel Nuovo Dizionario 
geografico universale, Venezia 1826, si 
legge nel Breve vocabolario geografico 
che lo precede, all' articolo Miglia^ mi- 
sure /ttierar/e,L(?g^^e, qualificale misure 
in lunghezza, di cui si servono sotto no- 
mi diversi le nazioni, tutte per esprime- 
re la distanza da un luogo all'altro. A ta- 
le effetto si produce un quadro di confron - 
to, sì della geografia antica ragguagliato 
a metri e tese, che della geografia moder- 
na, colle diverse nomenclature delle me- 
desime misure itinerarie. Le strade si mi- 
gliorarono a grado a grado, le comuni- 
cazioni divenuero più facili e più como- 
de, e ben presto la bestia da soma fu at- 
taccata alle vetture, e quindi prima i car- 
ri e le lettighe, poi le carrozze, le diligen- 
ze e lesedie di posta sottentrarono nell'u- 
so ai cavalli da sella, che da tempo im- 
memorabile erano al servizio de'viaggia- 
tori anche in Italia. Difficile però sarebbe 
l'assegnare ne' diversi paesi l'epoche di 
que'graduati miglioramenti. A'romani è 
dovuta la gloria di aver portato al più 
alto grado di perfezione le pubbliche vie, 
massime militari e consolari, e di avere 
con questo mezzo stabilite facili comu- 
nicazioni tra le diverse parti de'loro im- 
mensi e lontani dominii, tanto ne' tem- 
pi di loro repubblica, quanto del vasto 
impero, e di cui tuttora si conservano e 
ammirano le traccie, ed anche ragguar- 
devoli avanzi. Partendo l'ampia rete dui 
centro di Roma, furono trascurate, altri- 
menti sarebbe bastato per conservarle il 
mantenerle con cura, riattandole ove il 
bisogno lo richiedeva. Per mala ventura, 
in Italia furono più lungamente trascu- 
rate le strade, e questo pare che derivasse 
dalla divisione della penisola in vari sta- 
ti, dopo lo scioglimento dell'impero d'uc- 
cidente, e vieppiù nel Medio Evo (^.), e 
successive diverse forme di reggimento. 



STR 

Àicimi stali nondimeno vi posero altea- 
zione tanto alla fornaazione , quaoto al 
maulenimento delle pubbliche strade, 
iiebbene alili del tutto le trascurarono, 
finché surse un'epoca a noi contempora- 
nea, in cui per una specie d'emulazione 
tutti i governi lodevolmente si dierono 
a riformare e mantenere le vie, e prin- 
cipalmente quelle nominate militari,pub- 
bliche o maestre, che maggiormente ser* 
vono al passaggio de'viaggiatòri e a'tra- 
sporti delle derrate, come quelle che fa- 
cilitano le comunicazioni e agevolano il 
commercio, e sono il perno d'uno stato 
florido. La Francia celebra Carlo Magno, 
che ordinò qualche lavoro sulle vie pub- 
bliche; Luigi VI, che nel i 1 34 fece alcu- 
ne delle principali strade di Parigi, come 
s. Antonio e s. Denis; Luigi VII, che nel 
f i4i fece costruire la piazza dell'Hòlel- 
de- Ville, la piti antica delle 77 dì Pari- 
gi; Filippo II Augusto, che nel 1 184 f<sce 
pavimentare Parigi e nominò alcuni offi- 
ciali incaricati a presiedere allestrade;Cn- 
ricol V, che istituì il grande ispettore delle 
strade, in favoredel celebre Sully, grand- 
voyer; dopo varie vicende pervenne il go- 
verno a rendere le principali strade del 
regno abbastanza spaziose, piacevoli, co- 
mode e sicure. Ma l' Inghilterra da lun- 
go tempo si gloria dell'introduzione del- 
le strade ferrate, le quali presentano van* 
taggi anche in confronto de'canali di na- 
vigazione, che suppliscono alle strade. Il 
freddo può impedire totalmente il tra- 
sporto delle derrate e mercanzie per ac- 
qua, e la siccità appena permette il tran- 
sito d'una porzione de'carichi. Invece le 
sttadecolle rotaie di ferro, non sono espo- 
sta a que'due gravi inconveHÌenti,ed allor- 
ché é caduta una quantità di neve,é as- 
sai facile di sbarazzare le rotaie con una 
rasp, collocata sul davanti di sìffiitta vet- 
tura. Altro vantaggio di queste stracTe è 
quello di poter essere aperte ed eseguite 
in tutte le direzioni, e secondo che i biso- 
gni del traffico lo richiedono, mentre l'a- 
j^ertura d'un canale é subordinai» a'mo^ 



STR i5i 

vimenti diversi e alle variazioni de) ter- 
reno, e alla possibilità di procurarsi op- 
stantemente l'acqua necessaria. Tutti san- 
no che le ruote lasciano profonde e per- 
manenti impressioni o solchi sulle strade; 
tali impressioni diconsi rotaie. Per evita- 
re questo inconveniente gli antichi avea- 
no in uso di costruire h parti delle loro 
strade esposte ad essere solcate dalle ruote 
con massi di pietra durissima, e quest'u- 
so osservasi ancora in molte città d'Italia 
e specialmente in Milano. Al cominciare 
del secolo XVII venne in Inghilterra l'i- 
dea di sostituire de'grossi tavoloni a'sel- 
ciati di pietra molto costosi, per j^cilita- 
re il trasporto del carbone con carri ti- 
rali da cavalli. In seguito, per rendere più 
consistenti questi tavoloni, si coprironodi 
liste di ferro; finalmente nel 1767 il fer- 
ro fu interamente sostituito al legno. Da 
quest'epoca cominciano \e strade di ferro 
propriamente dette. Queste strade distia- 
guonsi , in ragione della materia di cui 
sono costruite, in due specie; strade di fer- 
ro fuso, e strade di ferro fabbricalo e mar- 
tellato. Il modico prezzo della fusione del- 
le lastre e la loro inflessibilità fecero fino 
ali8o5 preferire le prime di tali strade; 
ma in questa stessa epoca si osservò, che 
se per una parte erano inflessibili, rota- 
pevansi dall'altra con molta facilità, e che 
la parte interna delle lastre era men du- 
ra e compatta della superficie; dimodor 
che consumata questa, la lastra fusa noa 
era più servibile, la superficie ne diveni- 
va scabrosa, malgrado degli sforzi per pu- 
lirla. Si riconobbe pure che l'uso di tali 
lastre fuse non era il più econooMCO, per- 
chè le liste di ferro non fuso non hanno 
bisogno d'avere lo stesso peso delle lastre 
di ferro fuso per resistere egualmente. 
Tutte queste considerazioni fecero sosti- 
tuire indettoanno il ferro lavoralo al fer* 
ro fuso, e dipoi fu per universale consen- 
so preferito. Contemporaneamente al le- 
gno si sostituì l'opera muraria: nondime- 
no strade con guide di legno di recente si 
formarono per gli omnibus grandi vet- 



iS2 STR 

ture a Parigi, e furono destinale pe*luo« 
ghi che SODO a qualche distanza dalle 
grandi linee delle ferrovie. Qualche anno 
dopos'incominciòa tentai'edi suppUreal- 
la forza de'cavalli con quella del vapore, 
e dopo molle esperienze si riuscì nel 182 1. 
Del vapore applicato alla navigazione, fe- 
ci parola a Marina poNTiFictA (della qua* 
le riparlai a Soldato). Non vi é chi non 
sappia, o revochi in dubbio gì' immensi 
irantaggi, che il commercio, le arti, l'in* 
duslria traggono dalle macchine a vapo- 
re; e forse non v' ha oggetto che sia di 
maggior importanza quanto questo flui- 
do aeriforme,per le tante e sì svariate ap- 
plicazioni che se ne sono fatte, e che sene 
vanno tuttodì fucendo; il perché si può 
ben dire ch'esso è divenuto l'anima del- 
l'uidustrìa. La forza dell'acqua ridotta a 
vapore per 1' azione del fuoco, se non è 
sempre un motore il pi il economico, ren- 
de però servigi, che la fauno riguardare 
come la più vantaggiosa sotto ogni rap- 
porto.Si può creare dovunque sian vi com- 
bustibili e acque, ed aumentarne a pia- 
cere la sua intensità. Sotto il rapporto del- 
la forma, le strade di ferro si ponno di- 
videra in 3 specie. Le prime sono forma- 
te di semplici liste piatte poste sul suoìo 
nel luogo in cui ordinariamente sono le 
rotaie; ed il cocchiere, quando si adope- 
ravano i cavalli, poteva a suo piacere far 
passareonole rote del carro sopra o fuo- 
ri delle medesime. Nella 2.' specie s'im- 
piegano, invece di liste piatte, liste inca- 
vate, che presentano l'aspetto delle rota- 
ie ordinarie e comuni. Queste strade non 
ponno essere percorse che da vetture a 
via stabile e costante: le ruote s'incastrano 
nella rotaia, e non n'escono mai. Questo 
sistema é ora impiegato meno dei primo. 
£ facile a capire che le rotaie sono per- 
manentemente riempite di fango, e che 
in tal modo lo scopo principale delle stra - 
de di ferro, che sta nel fare scorrere un 
legno sopra rotaie dure e nette, viene a 
mancare del tutto. Alla 3.' specie appar- 
Ifugouo le rotaie rilevate: lecircoufcrco- 



STR 

te dette rote sono incavate a guisa di gi- 
relle, e qui come nella 2.' specie le ruote 
sono sempre incassate nelle rotaie, e non 
n'escono giammai. Le strade di ferro co- 
struite a questo modo sono ora comune- 
mente adottate, offrendo i maggiori van- 
taggi. Una strada di ferro è ad una o due 
vie; ogni strada é composta di rotaie. I 
carri destinati a percorrere le strade di 
ferro appel la nsi con vocabolo inglese w^- 
gons o vagoni, e non debbono per alcun 
caso uscire dalle iK)taie;dimodocliè, se due 
wagons andando dì senso contrario ven- 
gono ad incontrarsi in un medesimo pun- 
to, uno di essi è obbligato di dare In die* 
tix>, per far passare l'altro, e la regolari- 
tà del servizio è interrotta. Quindi, vo- 
lendo andare e venire in una strada di fer- 
ro in tutte le ore del giorno, si rende ne- 
cessario di convenire nella destinazione 
dejle due strade, assegnandone una pei 
carri che vatino in un senso, ed una per 
quelli che vengono in senso contrario. Al- 
trimenti gl'incontri producono terribili, 
disastrose e fatali conseguenze. Questo 
mezzo comechè molto dispendioso, si a- 
dottò sopra alcune strade d' importanza 
secondaria un termine medio; che consiste 
a non dare che una sola via alla ruota nella 
maggior parte della sua estensione, ed a 
praticare delle doppie vie di distanza in 
distanza ; queste parti a doppia via prese- 
ro il nome di crociere, perché sono le so- 
le sulle quali i wagons, che vanno in sen- 
so contrario ponno crociarsi. I motori che 
servono a strascinare i wagons sulle stra- 
de di ferro, sono di 3 specie: talora si fe- 
ce uso di cavalli, che si attaccavano a 'car- 
ri come si suole comunemente agli altri 
legni; indi si fece uso di carria vapore,che 
si muovono da per se stessi, e traggono 
dietro di se i wagons, a'quali carri mo- 
tori si dà il nome di macchine locomoti- 
ve; talora finalmente si dispongono sulla 
strada a distanze diverse delle macchine 
a vapoi^ fisse, che traggono « se ì carri 
col mezzo d'una fune. Dopo Tapplicazio^ 
ne della forza motrice dell'acqua à vapo-^ 



STR 

re invece di quella de'ca valli, la.costru-^ 
zione delle strade ferrate si difTuse in inol<« 
te regioni, e se ne fecero in gran nume- 
ro non solo neiringhillerra, ma eziandia 
negli Stati -Uniti d'Amenca,ne'PaesiBas* 
si,nel Belgio, in Francia, in Germania, in 
Bussia, in Italia e altrove. La inclinazione 
che si dà alle strade di ferro può essere 
inaggioreo minore, secondo la qualità del 
motore che s'impiega, ed è moltissima se 
s'impiegano macchine a vapore fisse; si 
può anzi dire, che in questo caso non vi 
sono limiti da prefìggere. Deve ai con- 
trario essere pochissima, se si fa uso di 
macchine locomotive, non potendo ecce- 
dere 5 millimetri per metro. Quando si 
facesse usodi cavalli, può senza temad'ln- 
convenieuti andare fino ad un centime- 
tro e mezzo. Interessa anche moltissimo 
che una strada di ferro non faccia -trop- 
po grandi circuiti, e quando si é obbliga- 
ti dì farla voltare, dee ciò farsi con cur« 
ve mofto dolci, dimodoché i cambiamen- 
ti di direzione sieno quanto meno si può 
Istantanei. Le spese di costruzione d'una 
strada di ferro.dividonsi in due parli: u- 
na si compone del prezzo del ferro, del- 
la sua lavorazione e degl'inservienti; l'al- 
tra spesa comprende quelle di atterra- 
mento, de'lavori d'arte, massime d*a1tis- 
simi archi e ponti per unire in retta li- 
nea le strade, superando colla congiun- 
zione di parti disparate le gole e le valli 
profonde che interrompono la via; non 
che le spese degli acquisti di terreno nei 
fondi privati ove transitano le ferrovie, e 
quelle di direzione. Le migliori macchi- 
ne locomotive che si conoscono,sono quel'- 
le inglesi, americane, belgiche, francesi e 
tedesche. Le spese di trasporlo variano in 
limiti molto estesi,secondo la maniera con 
cui una strada è costruita. Con opportu- 
ni sistemi s' introdussero le strade di fer- 
ro anche sopra vie irregolari. Sulle stra- 
de di ferro si evitano quanto si può le in- 
clinazioni e le salite, poiché le spese enor- 
mi che si fanno per appianare il suolo, 
•ouu una delle priocipali cause che fau* 



STR i53 

no montare a tanto alto prezzo le costru-- 
zioni delle medesime. Al contrario e tal- 
volta utile il dare alle diverse parti d'ug- 
na strada di ferro alcune pendenze dise- 
guali, quando la disposizione del terreno 
non si opponga assolutamentead una pen- 
denza regolare. Quelle parli di strade che 
hanno pendenze fortissime portano il no- 
me speciale di piani inclinati. General- 
mente i wagons percorrono tali tratti di 
strada col mezzo d'una macchina motri- 
ce a vapore fissa, e situata alla sommità 
del pianoj che le rimorchia col mezzo d'u-* 
na corda rotolata sopra un tamburo. La 
macchina serve non solamente a strasci-> 
nare i wagons ascendenti, ma ancora a 
traltenerei carri stessi discendenti, i qua- 
li senza questo soccorso giungerebbero ia 
fondo del piano inclinalo con una rapi- 
dità tale che li farebbe inevitabilmente 
rompere. Questo macchinismo non tar- 
dò a perfezionarsi. Accade frequenlemeo- 
le, che una strada di ferro deve superare 
un'eminenza troppo considerevole, per- 
ché riesca di appianarla. In tal caso vi so- 
no due mezzi, o di vincere quell'eminen- 
za con un piano inclinato, da cui quindi 
si discende allo stesso modo, ovvero con 
una galleria sotterranea si traversa l'emi- 
nenza da parie a parte. Il 2.^ mezzo é in- 
finitamente pih dispendioso del i.**, ma 
permette però d'eCfeltua rei trasporti eoa 
una spesa ben minore; quindi sulle stra- 
de di movimento viene spesso preferito 
questo mezzo stesso. Nel voi. XXX IX, p. 
1 43, descrissi il sotterraneo ardito e por- 
tentoso passaggio, operato sotto il fiume 
Tamigi in Londra col famoso Tunnel,con 
due gallerie, una per quelli che vengono, 
l'altra per quelli che tornano, e fu aper- 
to nel 1843. Ivi parlai ancora delle stra- 
de sotterranee degli antichi attraverso i 
grandi fiumi,come di Semiramide e d'E- 
gitto, ricordando pure il duplice e gran- 
dioso traforo del monte Galiilo di Tivoli 
{F,) fatto eseguire da Gregorio XVI e 
compilo nel j 835.fnInghillerra,dovel'in- 
dustt'ia ha uno sviluppo verameule me- 



i54 STR 

raTÌglioso, nel 1 853 si pensava di fare del* 
le strade di ferro soUerrauee, onde noa 
essei*e nella necessità di atterrare fdbbri* 
cali. Nel settembre si pubblicò un nuovo 
atto relativo ad una di queste vie da co- 
struirsi in 5 anni, nel quartiere nord -ovest 
di Londra a BattleBridge da terminare 
a Olborn: l'atto contiene anche la lariiTii 
del pedaggio e ogni altro dettaglio rela- 
tivo a questa strada si straordinaria, ed 
a garanzia furono depositate 22,5oo lire 
sterline. Intanto Talbot inventò una nuo- 
va macchina per scavare i tunnels o tra- 
furi di strade sotterranee, e nel declinar 
del 1 853 fu esperimenlata in America col 
migliore successo. E* ormai provato che le 
roccie più dure, le pietre primitive, doq 
potino resistere a questa macchinarla qua- 
le col mezzo del vapore in soie due ora 
sì avanza di 3 piedi,fdcendo uno scavo del 
diametro di 1 7 piedi.La combinazione de- 
gli strumenti da taglio^ il loro giuoco e il 
modo con cui vengono esportati i fran- 
tumi, sono cosa veramente meravigliosa. 
Quattro uomini bastano per mettere in 
movimento la macchina, la quale può la- 
vorare giorno e notte senz'alcun'altra in- 
terruzione di quella necessaria od affila- 
re di tempo in tempo gli slrumerìtì da ta- 
glio. Il tutto è in ferro > del peso di jS 
tonnellate, senza tener calcolo della mac- 
china a vapore e della caldaia. Vi sono 
alcuni i quali opinano, che forse l'aria at- 
mosferica si può applicare con maggior 
sicurezza ed economia a muovere le mac- 
chine che ricevono impulso dal vapore; 
come da molto tempo si sapeva che il gaz 
alla più alta temperatura, traversando le 
telemetalliche,queste si spoglia vano del- 
la più gran parte del loro calorico. Intan- 
to nel 1 852 il capitano svedetìe £ricsson, 
ingegnere di mollo grido , costruì una 
macchina di piccolo volume, che chiamò 
Calorìfica, la quale con nuovo sistema 
la collocò nel battello che porta il suo no- 
me, che viene mosso dall'aria riscaldala 
in luogo di vapore. Conquesto battello 
o nave calorica nel gennaio 1 852 Ericssou 



STR 

nella baia di Nuova York, in poco più dì 
un'ora pei^corsei 4 miglia. Il consumo del 
combustibile durante questo sperimento 
fu appena un 20.* (altri dicono un io.'*, 
altri un 5.") di quello che si calcola per 
una macchina a vapore di forza equiva- 
lente: bieche la velocità e l'economia ot- 
tenute col nuovo sistema sorpassano le 
speranze e le promesse dell'autore. La de- 
scrizione del battello, quella della mac- 
china di que^o nuovo motore (che for- 
se potrà applicarsi alle ferrovie, rimpiaz- 
zando l'aria calda il vapore), quella de- 
gli esperimenti la pubblicarono i giorna- 
li; ma la Civiltà cattolica avendo raccol- 
to il più probabile intorno a questa im- 
portantissima scoperta, di tutto fece una 
ragionata descrizione nella 2.' serie, t.i, 
p. 590. Adunque l'aria riscaldata è il mo- 
tore di Ericsson. Nelle macchine a vapo- 
re la perdita di calore necessaria per tra- 
sformare il liquido in fluido aeriforme è 
grandissima, e il vapore nel condensarsi 
o perdersi nell'atmosfera rende poco o 
nulla di quel calore che assorbì abbondan- 
temente. Coll'aria non é così: essa non si 
trasforma, tutto il calore che assorbe au- 
menta la sua elasticità, e con opportuno 
congegno si può usufruttuare quel calori • 
co cheabbandona nel raffreddarsi. In que- 
sto modo il calore primo opera per così 
dire tutto il tempo che dura l'azione del- 
la macchina. Il metodo seguito dall'Erics- 
son dicesi il seguente. L'aria calda nell'u- 
sci re dal cilindro traversa una lunga se- 
rie di tele metalliche finissime. I fisici san- 
no essere proprietà di questi tessuti il ra- 
pire all'aria calda una grandissima quan- 
tità del suo calorico a profitto loro. Quan- 
do é giunto il momento che le tele soa 
troppo calde, per un movimento impres- 
so dalla macchina stessa, nuovi tessuti sot- 
tentrano a'primi, e questi vanno a met- 
tersi sul passaggio dell'aria fredda che sta 
per entrare nella macchina, la riscalda- 
no e ritornano alla temperatura di pri- 
ma. Con questo perpetuo avvicendarsi 
de' tessuti una gran parte del calore, <}he 



STR 

lia già servito a muovere gli stantuffi, ri- 
torna ad operarecoU'aria che si rìnuovel- 
la. Si conclude, che ì vantaggi di questo 
nuovo sistema, sono comoditS, sicurezza, 
economia grandissima. La quantità di 
combustibile che vi si consuma, essendo 
tenue assai, se ne potrà caricare agevola 
niente a sufficienza pe'viaggi anche lun- 
ghissimi, senza che sia bisogno d'arrestar- 
si per rifornirsene: e con ciò è viola una 
delle più gravi difficoltà che si opponeva- 
no al viaggio de'piroscafì, dall' America 
all'Asia traversando il ipare Pacifico. I n.' 
35, 1 i4 e 208 del Giornale di Roma dei 
1.853, fecero la descrizione della macchi- 
na calorica d'Ericsson e degli esperimen- 
ti fatti da] suo inventore; il n.'* 1 15 dei 
1 854 dice ch'era perito il naviglio caluri- 
co d'Ericsson per la gran violenza d'un 
vento impetuoso.Inoltre il capitanoErics- 
soti si vuole che sia stato ili.^a munire 
d'elice i piroscafi, celebrato meraviglioso 
istrumento, massime per l'accrescimento 
di potenza che dà all'azione del limoue. 
L'applicazione dell'elice alla navigazione, 
è chiamata a produrre una completa ri- 
voluzione nella marina militare come nel- 
la commerciale. Dall'esperienze fitte, an- 
che con vascelli da guerra a 3 ponti, svi- 
luppando l'elice una forza di azione che 
si pnò credere quasi indefinita,conistraoro 
dinaria facilità per qualunque grande ba- 
stimento d'ogni dimensiooe,e perfetta ub- 
bidienza al loro timone agevole a maneg- 
giarsi, in Inghilterra surse l'idea di co- 
struire vascelli di linea lunghi 5oo pie- 
di, da 8 a i 0,000 tonnellate, con 7, a 3ooo 
uomini d'equipaggio, e 200 a 25o can- 
noni del maggior calibro 1 Se sì efifettua 
quest'idea, non sarà più esagerazione il 
dii*e che un vascello di linea è un'ondeg- 
giante fortezza, una cittadella mobile, e 
capace colla sua provvista di combusti- 
bile,di percorrere spazi di 800 a 1 000 mi- 
glia colla velocità di i o a 1 2 miglia all'o- 
ra. La macchina a vapore ha contribui- 
to a consolidare la potenza della marina 
iuglese^ tanto mercantile che da guerra; 



STR i55 

e l'elice aumenta sempre più una fona 
cosi formidabile, tanto ad essa che alla 
Francia e alle altre potenze che l'hanno 
adottato. Quando i vascelli non poteva- 
no muoversi se non coll'aiuto delle vele, 
dipendevano interamente dal capriccio 
de' venti. Era impossibile di fdr cièche si 
voleva coll'enorme massa che rappresene 
ta un vascello a 3 ponti. Non si poteva 
collocarlo se non rare volte alla distanza 
e al luogo conveniente per esperimenta- 
re il pieno effetto della sua ariiglieria, ed 
era difficile di lanciare successivamente le 
bordate colle due fiancate nello stesso 
punto e con tutta la desiderabile celeri- 
tà. Col mezzo dell'elice tutte le difficoltà 
svanirono, si colloca a puntino ove si vuo- 
le, si muove facilmente in tutti i sensi, e 
ne'più piccoli spazi. Per sì meravigliosa 
invenzione l'effetto dell'artiglieria è dop- 
pio: di questa potenza d'azione non si a vea 
prima affiìtto idea nella guerra. Nel n.^ 
2 1 6 del Giornale di Roma del 1 854, ^i ^i* 
ce ormai risoluto l'importante problema 
che la navigazione a vapore possa riceve- 
re tale perfezionamento, da risparmiare 
3/4 del litantrace o bitume necessario a 
produrre una data forza di locomozione; 
descrivendosi gli esperimenti eseguiti con 
un piroscafo misto, cioè a vela e a vapo* 
re , spinto dalla potenza di due vapori , 
quello di acqua e quello di etere, secondo 
il principio dell'inventore Tremblay. Se 
per incidenza e per l'analogia della forza 
potentissima del vapore che impiegasi nel- 
le ferrovie, passai a far cenno degli ulti- 
mi mirabili trovati onde percorre van- 
to ggiosa mente le strade acquee, che sono 
i flutti, superandone le difficoltà, ritorno 
ora alle strade ferrate e loro immensi in- 
crementi. 

Nel i85i la più lunga strada ferrata 
del mondo era quella di Erie in Ame- 
rica, lunga 467 miglia inglesi e costruita 
da una società privata; dopo di essa veni- 
va la strada da Pietroburgo a Mosca, lun- 
ga 4^0 miglia iuglesi: indi il governo di 
Ruma intraprese la costruzione della fer - 



1. 



i56 STR 

l'ovia da Varsavia a Pìelroburgo, con una 
estensióne di 700 di dette miglia. Io A- 
tnerica la i .' strada ferrata fu costruita nel 
1827 nel Massachusets,ed in nieno d'un 
4*^ di secolo prese uno slancio straordina- 
rio. Neil 852 in Inghilterra grandi furo- 
no! progressi e l'aumento di celerità sul- 
le strade ferrate, specialmente sul North 
Western Railway,che vinceva tutte leal- 
Ut in fatto di velocità pel perfezionamen- 
to d^lla locomozione, pel sistema adotta- 
to dal suo ingegnere Nac-Conneli. In due 
ore percorreva 182 chilometri, fra Bir- 
ijiingham e Li verpool,ed in tre ore e mez- 
zo la distanza da Londra a Liverpool e 
Manchester, di 536 chilometri; laon- 
de i grandi centri manifatturieri e com- 
loerciali dell' Inghilterra, divennero di- 
stanti dalla metropoli di alcune ore. I con- 
vogli pel Nord Western percorrevano 92 
chilometri per ora. Se questo sistema di 
locomozione fosse applicato alla ferrovia 
tra Genova e Torino, la cui distanza è 
i65 chilometri, poti'ebbe essere percor- 
sa in un'ora e 3 quarti. Le strade ferrate 
occupano oggidì un posto così impor- 
tante nell'economia commerciale e indu- 
striale delle nazioni, che la loro statìsti- 
ca, a misura che si sviluppano osi com* 
pletano queste mirabili vie di trasporto, 
prende un interesse vieppiìi considerabi- 
le. Per questo punto di vista ritengo con- 
irenientedidare alcun cenno di qualche 
statistica sulle medesime. In un' opera 
pubblicata nel 1 85o a Londra,si legge che 
nel precedente anno erano in attività in 
-varie parti del globo, 1 8,656 miglia di 
strade ferrate , per le quali eransi spesi 
368,567,000 sterlini. Si valuta che alla 
medesima epoca si costruivano al tre7 8 29 
miglia di ferrovie, le quali terminate sa- 
rebbero costate 146,566,000 sterlini. Si 
aggiunge, che poste in attività queste ul- 
time linee, la popolazione europea equel- 
la d^Ii Stati-Uniti avranno fatto in me- 
no di 25 anni, 26,485 miglia di strade di 
ferro, vale a dire una maggior lunghez- 
za di quella che ci vorrebbe a cingere tut- 



STR 

to il globo, e ciò al prezzo di 5oo milio- 
ni di sterlini. Dicesi ancoro: per compie- 
re quest'opera meravigliosa , rindustria 
umana avrà oonsagrato sopra i suoi an- 
nui risparmi 20 milioni per 25 anni suc- 
cessi vi.In una statistica delle ferrovie prus- 
siane, trovo che Berlino è il centro comu- 
ne e il punto di partenza della gran rete 
delle strade fen*ate del nord-.la i ."lega Ber- 
lino con Amburgo, la 2.* coirAntiover e 
Dusseldorf, la 3." con Halle e Cassel, e per 
un tronco con Lipsia, la 4'' si dirige all'aU 
ta Slesia con un (ronco sopra Cracovia, 
Ia5.' segue a settentrione il corso dell'O- 
dersino a Stettino, le altre due linee va 11- 
nb unaaStrelitz e l'altra a Broucherg nel 
ducato di Posen. La lunghezza comples- 
siva delle ferrovie in esercizio sul territo- 
rio prussiano, èra alla fine del i85o di 
2915 chilometri circa, come in Francia. 
Nel Giornale di /2o/7iadeli852,a p. 470 
si riporta 1a statistica e i progressi delle 
ferrovie negli stati tedeschide'4 nnni pre- 
cedenti al i85i. Alla fine del i85o sui 
1 3,677 chilometri di ferrovie progettate 
per tutta Germania, piii di 85^5 chilo- 
metri erano in esercizio e 1 1 26 in via di 
costruzione. In queste cifre si comprendo- 
no,oltre le ferrovie degh stati stretta men* 
te detti Germanici, quelle d'Olanda, di 
Danimarca,de'ducati e del le Provincie au- 
striache estranee alla confederazione ger- 
manica. In Prussia Instato evitò sempre 
di prendere parte diretta, sì alla costru- 
zione che all'esercizio delle ferrovie, ben- 
sì incoraggiò le compagnie e aiutò in piti 
modi i privati. L'economia delle ferrovie 
tedesche proviene soprattutto dal loro 
stabilimento; esecondo le condizioni eco- 
nomiche delle medesime, il costo è com- 
parativamente meno elevato in Germa- 
nia che nelle altre parti d'£uropa. Le vet- 
ture destinate al servizio de'viaggiatori e 
delle merci sono in Germania variatissi- 
me. Quelle destinate a'viaggiatori somi- 
gliano alle vetture delle ferrovie francesi 
e inglesi, e qualche volta a' vagoni usati 
in America. Queste vetture da 25 a 35 



STR 

piedi di lunghezz8,ponno conte nere da 7 o 
ai 20 viaggiatori. 1 vagoni delle nìerci^in 
genere d'una costruzione leggiera, ponno 
trasportare circa 12 tonnellate. Il servizio 
de'viaggiatori si fa pure per mezzo di vet- 
turea 6 ruote, divise in 6 compartimenti; 
ogni compartimento di i .'classe può con- 
tenere 8 viaggiatori, e quello di 2.' clas- 
se I o viaggiatori. Inoltre osserverò, che la 
Prussia alla fine deli 852 avea 23 ferro- 
vie in atti vita, la cui lunghezza eradi 325 
miglia: in tale anno n'erano state messe 
in attività 5. Sotto il titolo di Economia 
delle strade ferrate^ neh 85 1 ild.rLard- 
ner pubblicò un libro che contiene una 
nassa di notizie interessantissime. Vi è u« 
na statistica annuale delle differenti com- 
pagnie delle ferrovie^ e degli accidenti si- 
nistri occorsi nelle medesime,av vertendo- 
si che colui che percorre io miglia, non 
• esposto air evenienze di quello che ne 
iriaggia 5oo;di conseguenza,! I numero de- 
gl'infortunii dev'essere calcolato compa- 
rati vamente alle distanze percorse. Quin- 
di registra e specifica: accidenti avvenuti 
per l'incontro di due treni 5&\ per rottu- 
ra di qualche asse o rota 1 8; mancanzeal- 
]e rotaie 1 4; inciampi fortiii ti sopra stra- 
de 3; delti a mezzo del passaggio di ani- 
mali sulla ferrovia 3; esplosione della cal- 
daia 1; diversi 5. Dì più narra, che nel 
1 849 In lunghezza totale delle ferrovie in- 
glesi era di 25oo miglia; alla metà del 
i85o, miglia 63oo. Dal 3o giugno 1848 
sino alla slessa data deli 849, in cui fu- 
rono aperte al commercio sociale 5ooò 
leghe di ferrate, il servizio fu prestato 
da 1965 locomotive, le quali percorse- 
ro complessivamente durante tal periodo 
32,388,589 miglia, per conseguenza cir- 
ca giornalmente 88,7 36 miglia. 11 consu- 
mo unito del carbon fossile in quell'epo- 
ca ammontò a 35 funti per miglio, cioè 
596,073 tonnellate annue a 1,012,142,000 
funti. Ma tostochè ogni io tonnellate di 
carbone danno 7 tonnellate di cok8,coslir 
to la le consumo del carbone i m portò pres • 
so a poco 3 quarti di milione di tonnel- 



STR 157 

late. Nella meravigliosa esposizione uni- 
versaledi Londra del i85i nel palazzodi 
cristallo, o fiera mondiale in cui furono 
raccolte le meraviglie dell'arte e dell'in- 
gegno umano, alcuni eminenti ingegneri 
esaminati i diversi sistemi di freni per le 
ferrovie, onde fermare i convogli esposti 
a disastrose disgrazie in piena corsa , la 
loi*o attenzione fu rivolta specialmente su- 
gli eccellenti ordigni inventati da Lee, do- 
po i deplorabili sinistri accaduti sulle fer- 
rovie di Caledonia e del Nord. Nel n." 74 
del Giornale di Roma òq\ i 852 vi è la sta - 
tistica delle strade ferrate degli Stati-U- 
niti dell'America settentrionale, lodando- 
si il popolo tanto attivo ed energico che 
l'abita, il quale tosto comprese i grandi 
vantaggi che .presentavano le strade fer- 
rate, pel sollecito e facile trasporto de'pas- 
seggieri e merci, in un paese ancora 6car« 
samente popolato, ma fornito d'immense 
risorse pel suo sviluppo; egli è perciò che 
gli americani si diedero con tutto l'im- 
pulso del massimo interesse alla costru- 
zione delle* ferrovie, favoriti dalla natu- 
ra fìsica del suolo e da altre circostanze 
straordinarie. 11 terreno in generale costa 
poco o nulla, il legname da fabbrica si può 
avere quasi ovunque a bassissimo prez- 
zo, e la costruzione delle vie ferrate tro- 
vò assai di rado gravi difficoltà nella con- 
formazione del suolo. Ili principio dell'in- 
troduzione si costruivano per maggior sol* 
lecitudine le rotaie di legno, bardate con 
lame di ferro, sulle quali correvano le ro- 
te de'carri e delle locomotive, poiché gli 
americani ebbero in mira di spingere le 
ferrovie a grandi distanze per mettere in 
Comunicazione possibilmente un maggior 
numero degli estesi loro territori!. Nella 
medesima statistica vi è il prospetto che 
indica in ogni anno, dal 1827 al 1 85 1, il 
successivo progresso dell' annua costru- 
zione nelle miglia aperte in ogni stato del- 
l'Unione, e nella metà deli 85 1 si trova- 
vano in atti vita d'esercizio una lunghezza 
di 1 0,289 '"igli^» costruite colla spesa di 
306,607,954 dollari; quindi segue il det- 



i58 STR 

taglio (Ielle feiTOvieelorodUtanze, d'ogni 
stato cleirUnìone americana. Nello stesso 
Gl'onta^ del 1 852,ii.**a98,si riporta altra 
statistica delle ferroviedeirintero mondo, 
ascendendo allora la totalità delle linee 
costruite in esercizio sulla superficie della 
terra, in 43,4oo chilometri, ovvero leghe 
io,85o. Che in sole due parti del mon- 
do eransi stabilite, l'Europa e l'America, 
ancora non potendosi calcolare quelle in 
costruzione al capo di Buona Speranza e 
all'istmo di Suez. Il continente europeo 
ne avea per a 5,4^ 3 chilometri, l'ameri- 
cano 1 9}947' ^cl I S^o ^6 ferrovie france* 
si erano lunghe 1970 chilometri, concir- 
Ga95 milioni di franchi d'introiti per viag» 
giatori e mercanzie; nel 1 85 1 la lunghez- 
za delle linee giunsero a chilometri 3S07, 
gl'introiti a 107 milioni. L'aumento pro- 
gressivo e la continua attività delle ferro- 
vie francesi si scorge ne' movimenti delle 
grandi linee: nel 1 85 1 si trasportarono su 
quella del nord 584,ooo tonnellate di 
mei*ci; nel 1 852 tonnellate 799,000; nel 
i853 la spedizione ascese a tonnellate 
1,177,000. Nel princìpio del i852 ne- 
gli Stati -Uni ti d'America si calcolarono 
10,81 4 miglia di ferrovie in attività e 
I o,898in costruzione: è probabile che pri- 
ma del 1 860 avranno per lo meno 35,ooo 
miglia di strada ferra ta;tanto è l'immenso 
slancio che si manifesta negli americani. 
Nel i8538Ì contavano nellostatodiNuova 
York 82 società di ferrovie e per una lun- 
ghezza di 5400 miglia. La spesa per esse 
fatta fu di 1 10 milioni di sterlini,quella pel 
compimento 2 5 milioni. 11 completo e più 
esatto ragguaglio di tutte le ferrovie te- 
desche redatto nel 1 853, sommava :nelle 
seguenti leghe tedesche , ciascuna delle 
quali é poco più di due leghe francesi. In 
Austria 207 in circolazione ei37 in co- 
struzione. In Prussia 507, delle quali 479 
in circolazione e 28 in costruzione. In Ba- 
viera i44-^c}l' Assia elettoralei8.Nel gran- 
ducato d'Assia 16. Nel ducato di Bruns- 
wick 1 6. Nel Mecklenburgo 20. Nel duca- 
tod'Anhalt 3. Nell'Holsteio eLauenburg 



ST R 

22 leghe r/2. A Francfort sul Meno, ed 
a Lubeoca 7 leghe. L'insieme di queste 
cifre dimostra che alla fine del 1 852 vi e- 
rano in Germania 1 432 leghe di ferrovie, 
e delle quali 1 137 in circolazione e 295 
incostruzione; 870 sotto l'amministrazio* 
ne dello stato, e 562 sotto quella di so- 
cietà particolari. Ad eccezione della via 
ch'è incostruzione neirAnnover,niun'ai- 
tra grande costruzione di strade ferrale 
avea luogo in Germania del nord, delbi 
quale la rete può essere come quasi ter- 
minata. Non è così nella Germania del sud, 
ove in Austria e in Baviera una grande 
estensione di strade ferrate era in esecu- 
zione, senza contar le linee delle quali era 
decisa l'impresa. Non é senza interesse il 
paragonare ora la celerità relativa del tra- 
sporto delle truppein Francia, a confron- 
todi quando Napoleone I voleva trasmet- 
tere più presto che fosse possibile la sua 
armata nel Reno, e come si può effettua- 
re oggidì. Allora migliaia di carri veniva- 
no messi a disposizione d'un treno di pò • 
sta. Il cammino d'un cavallo di trotto è 
di 1 1 chilometri l'ora: di galoppo è di 2 3 
chilometri. In Parigi alle corse del cam- 
po dt Marte si vede bene spesso un caval- 
lo fare una media di 48 chilometri all'o- 
ra, ma queste corse durano da io minu- 
ti a un quarto d'ora, mentre i vagoni che 
portano le truppe in una strada ferrata 
camminano per tutto un giorno con una 
celerità di 5o chilometri l'ora. Si sono ve- 
dute locomotive fare in questo spazio per- 
sino a 100 chilometri, velocità ordinaria 
de' piccioni (a Poste dissi come tali vola- 
tili trasmettevano i dispacci. Nel declinar 
dì luglio 18 54 sei rondinelle prese dal nido 
loro a Parigi, furono trasportate median- 
te la ferrovia a Vienna d' Austria, ove 
fu posto sotto il loro ventre un piccolo 
piego coni5io parole, indi furono poste 
in Ubertà alle ore 7 i/4 antimeridiane. 
Cosa incredibile: 2 arrivarono a Parigi 
un po'prima d'un'ora pomeridiaua;una a 
2 oree 20 minuti; un'altra alle 4; le alti e 
si perderono per istrada). Col passo or- 



STR 

binario un soldato cammina 3 ohilometri 
l'ora, col passo di corsa 4> col passo acce* 
ìei*ato 4 chilometri e 3/4» col pasto di ca- 
rica 5 chilometri, il massimo 6. 1 soldati 
romani con un peso di 5o chilogrammi, 
dicevano a passo di corsa 6 chilometri, con 
passo accelerato 7 chilometri 1^2. Il ca* 
vallo di passo fa 5 chilometri. Nel mare 
tranquillo il battello a vapore percorre in 
un'ora da 1 5 a 22 chilometri. Bisogna con- 
fessare che se la celerilà de'viaggf di ter- 
ra e di mare è accresciuta a'nostri gior- 
ni in un modo straordinario, era ancora 
grandissima presso gli antichi. Cesare fa- 
ceva I ooroiglia in un giórno.Cicerone par- 
la d'una strada di 56 miglia percorsa io 
I o ore di notte con un curricolo di posta. 
Tiberio andando a trovare il suo fratello 
Druso, che moriva in Germania, fece 200 
miglia in 24 ore, al dire di Plinio. Perciò 
che riguarda le circostanze attuali si fa il 
seguente calcolo. Da Parigi a Buda, cen- 
tro dell'Ungheria, vie una serie contìnua 
di strade ferrate di circa 2000 chilome- 
tri. Ammettendo che le linee tedésche sie- 
no anche ben munite di materiale, come 
le principali linee francesi, si potrebbe o- 
gni giorno con più' convogli far partireda 
Parigi 2000 uomini, che mettessero un 
sol giorno ad andare a Buda; ciò che in 
i5giorni formerebbe un'armata di 3o,ooo 
uomini. In 8 010 marcie questa LiMippa 
sarebbe a Viddino sul teatro della guer- 
ra che arde in oriente e nel fianco della 
Russia, secondo i calcoli che lessi in uu 
giornale. Nel i .° trimestre del 1 853 il tota- 
le delle rendite delle ferrovie fi ancesUnlì a 
3 1 ,694,900 franchi. 1 lavori di esse dap- 
pertutto erano spinti alacremente, e pres- 
so Lisieux alla Houblonniere si dovea co- 
struire un immenso tunnel.Anche la Sviz- 
zera si risolvette alla costruzione delle fer- 
rovie; e due linee di esse erano in istudio 
in Turchia, lai. "da Costantittopolt a A* 
drianopoli,ovesi dividerà in pai*ecchi ra- 
mi, la 2." andrà da Gemlek ad Angora; 
pili tardi la linea d'Europa si avanzerà sì* 
no a Belgrado^ e quella d'Asia sino all'Eu- 



STa ì5c) 

frate da una parte e dall'altra giungerà 
in Persia. In una statistica edBWjilma- 
nacco delle ferrovie del 1 853 si rileva.Che 
in Inghilterra esistono circa 200 compa- 
gnie di ferrovie,che riuniscono fra loro il 
capitaledi 9 miliardi,69 milioni,9o6,9oo 
franchi , di cui prù di 6 miliardi erano 
stati di già impiegati. In tal modo i capi- 
talisti per trovare nell' impiego del loro 
denaro il semplice interesse del 5 percen- 
to, devono prelevare 5oo milioni circa so* 
pra l'introito delle strade di ferro. Si cai • 
colò, che in America le ferrovie costrutte 
fprmavano insieme 34)97^ chilometri; iu 
Bussia 3o2 7, di cu^ soltanto 1027 in cir- 
colazione. Le ferrovìe sì moltiplicarono 
tanto in alcuni stati che in essi ormai qua- 
si non vi sono più strade carrozzabili. Do^ 
poche esse presero uno sviluppo quasi ge- 
nerale, non mancai di parlarne negli sta* 
ti e luoghi ove furono costruite. Da' regi- 
stri del le ferro vie del 1 853 si ha che per es- 
seogiii giorno arri va no a Londra.200,000 
persone. In generale essendo dispendiosis- 
sime, sia la costruzione, che la manuten- 
ziotìe e il servizio, non presentano gran- 
di utili dagl'introiti. 1 disastri, i danni, le 
morti, le mutilazioni sono frequenti nel- 
le lunghe, veloci e grandi strade.- Per tut- 
to questo, pel costume e la morale, per 
considerazioni politico -economiche, e per 
altre gravi ragioni proprie di sua epoca, 
Gregorio XVI dopo aver fattoeseguire le 
opportune indagini da persone pratiche e 
coscienziose, dopo ripetuti e maturi rifles- 
si, persuaso che difficilmente si sarebbero 
potutie effettuare, e che nei caso afferma- 
tivo il risultato tion sarebbe quale si spe- 
rava, non le credè vantaggiose allo stato 
pontifìcio, sebbene come quello che non 
avversa va il buon progresso, stabilì le bar- 
che a vapore sul Tevere e permise altre 
cose moderne che credè veramente uti- 
li. A volere riportare qualche cenno sui 
soli accidenti sinistri avvenuti anterior- 
mente o nel decorso anno, e pubblicati 
nel Giornale di Roma del i853, ricor- 
derò, che a p. 39 si legge il prospetto de- 



i6o STR 

gli nccìdenti a^Yenuti stille ferrovie in- 
glesi dal 1^4? ^' t85i, dal quale risul- 
ta in totale che tra 33r,64t9o53 viag- 
giatori, ne morirono r 049 e ne restarono 
feriti 1278. Fatte diverse distinzioni, si 
restrinse il numero de' viaggiatori mor- 
ti a 1 4^) quello <le'feriti a 882; quanto a- 
gl'impiegati, 178 morti e i38 feriti. Si 
aggiunge, che la sera de'7 gennaio 1 853 
spaventevole caso avvenne a Oxford, nel- 
la strada ferrata di Nord ovest: due con- 
vogli carichi, l'uno di passeggieri con 4 
vagoni, l'altro di carbon fossile, si urta- 
rono di fronte a più d'un mezzo miglio 
dalla città, adonta che il telegrafo avea 
avvisato la partenza del treno di carbone 
da Islip. Le due locomotive s'incontraro- 
no condendo a gran velocità ed a tutta 
foi^za di vapore; i o vagoni si disviarono 
dalle rotaie, ed il fuoco si sparse in tutti 
i sensi, restando l'intera linea coperta dai 
frammenti delle locomotiveiB de'tenders. 
I vagoni e i éorpi umani confusi insieme, 
composero una massa informe: uno dei 
meccanici fu ucciso, e il suo corpoorribil* 
mente lacerato;pareGcbi viaggiatoti rima- 
sero uccisi, e un gran numera feriti gra- 
vissimamente. A p. 55 si riportano i rag- 
guagli della terribile catastrofe,per la qua- 
le si fece rigorosa inchiesta. Duegiovinet- 
ti furono i soli che per miracolo restaro- 
no illesi, da un vagone fatio in pezzi. Ad 
evitare questi tremendi disastri, si studiò 
il modo per impedirli con laboriose ricer- 
che,e con qualche 1 isultato.Nel declinare 
del 1 853 da Praigneau operaio meccani- 
co della fen*ovia da Bordeaux a Batona, 
si annunziò la scoperta d' un' ingegnosa 
invenzione per garantire infallibilmente 
ogni scontro di convoglio nelle ferrovie: 
l'agente di essa è l'elettricità. Fa nuovi se- 
gni d'avviso o di allarme a 700 metri di 
distanza per mezzo dì curve e di tunnel, 
e pone i conduttori de'treni in movimen- 
to sulle linee della strada ferrata per di- 
minuire il moto e liberarsi a tempo. Cli 
esperimenti fatti nella suddetta ferrovia 
riuscirono nel modo il più soddisfacente. 



STR 

Quasi contemporaneamente sul In strncH 
ferrata de! Lancashire fu fatto T esperi- 
mento d'un nuovo apparecchio, col qua- 
le si ponno facilmente fermare i convogli 
nella loro pia rapida corsa. Due convogli 
lanciati a foi*za eguale sono stali fermati, 
uno col metodo antico coll'opera di due 
persone sopra 800 metri di spazio; l'al- 
tro col nuovo da un sul uomo sopra uno 
spazio dit38 metri. Tutta volta lessi nel 
Giornale di Roma del 1 854, che nel lu- 
glio sulla strada ferrata Ui Susquehanna, 
£i*a Baltimora e Havre de Grace,duecon- 
vogli s'incontrarono mentre percorre va- 
no 45 miglia all'ora, ed in questa collisio- 
ne perirono 29 persone e39 rimasero gra • 
vemente ferite. Il n.**! io di detto Gior* 
naie dà conto dell' opera del citato d.^ 
Lardoer, The museum ofscience ad ari, 
nella quale si trovano erudite notizie in- 
torno alle ferrovie, e al numero de'fata- 
li disastri che avvengono nelle medesime. 
Un tragittò di 1 00 miglia, clie fatto col - 
la valigia inglese costava 5a scellini, col- 
la ferrovia non ne costa che 20 per la i .^ 
classe, e 1 1 per las.* La celerità media del - 
le vetture eradi 7 miglia e meuo all'ora, 
cioè 1 3 ore e 20 minuti per 100 miglia. 
Per la medesima distanza, la strada fer- 
rata non vi occupa che 3 ovvero 5 ore, 
e spesso anche meno. Il d.' Lardner agi- 
ta la questione, se sia vero che nelle stra- 
de ferrate avvengano disgrazie pii^ che in 
vetture. Egli dice, che per calcolare i casi 
di disgrazia non basta paragonare il nu- 
mero de'viaggiatori morti o feriti, col nu- 
mero totale de'viaggiatori inscritti. Que- 
sto confronto suppone l'ipotesi che ogni 
viaggiatore corra l'istesso rischio, qualun- 
que sia la distanza che percorre. Il rischio 
è in proporzione colla distanza percorsa, 
ed un.viaggiatorechefaioo chilometri, 
è naturalmente esposto io volte quante 
chi non ne fa che i o. Onde i rischi bisogna 
calcolarli dalla distanza percorsa e non 
dal numero de' viaggiatori. Durante gli 
annii85ie i852 in Inghilterra il totale 
delle distanze percorse fu di due miliar- 



STR 

di, 282 milioni, 752,756 miglia: il che 
è lo stesso, come se altrettanti milioni di 
iriaggiatori avessero percorsa la distanza 
di un miglio. Secondo questa base si cal- 
cola, che sopra un milione di viaggiato- 
ri percorrenti una distanza di 1 00 miglia, 
3 ve ne sono d'uccisi: i casi dì sicurezza 
sono adunque per ciascuno nella propor- 
zione di un milione contro 3. Si calcola 
inoltre che fra questo numero vi sono 
presso a poco 25 feriti, cioè 40,000 con- 
tro uno. Qui non si tratta che di sempli- 
ci viaggia tori,non degl'lmpìega ti sulle fer- 
rovie epib esposti a infortunii. Ma anche 
la locomozione per via di terra e feconda 
didisgrazie,oltrechèil viaggiatore é espo- 
sto allo spoglio de'ladri e degli assassini. 
Ciò che ha contribuito a gettare sfavore 
sulle disgrazie delle ferrovìe, si è che in 
generale esse menano rumore piti delle 
altre, e che sono quasi sempre disgrazie 
collettizie. Una sola battaglia fa natural- 
mente parlare più che 20 scaramucce. 
In Italia il i.^sovrano che v'introdus- 
se le strade ferrate nel 1 837 fu Ferdinan- 
do II re delle due Sicilie, come notai in 
quell'articolo; come pure pel i.^ feceese- 
guire in Italia i ponti di ferro sospesi sui 
fiumi. Quando furono introdotte negli al- 
tri stati italiani, e per quali strade, lo ri- 
portai ne'loro articoli e in quelli di molte 
città d* Italia. V Osservatore Romano 
deli852,nel n.°i65 riprodusse il novero 
delle ferrovie in pieno esercizio in Italia, 
e la maggior parte già da molti anni, col- 
le seguenti linee di lunghezza raggua- 
gliate a chilometri. Da Torino per Asti 
e Alessandria, Novi e Arquata 1^3; da 
Milano per Camerlata presso Como 45; 
da Milano a Treviglio 33; da Mantova 
a Verona 36; da Venezia per Padova e 
Vicenza a Verona 1 1 8; da Treviso a Me- 
stre 20; da Firenze a Pisa e Livorno 1 1 o; 
da Pisa a Lucca e Pescia 46; da Firen- 
ze per Prato a Pistoia 35; da Empoli a 
Siena, 68; da Napoli a Nocera col braccio 
per Castellamare 45; da Napoli a Capua 
44) totale chilometri 725. Si potrebbero 

VOI. ixx. 



STR t6t 

a queste linee di ferrovie aggiungere quel- 
le eh erano vicine a essere compiute ; e 
per dir solo del Piemonte, io avanzatiti 
sima costruzione a spese dello stato, o che 
stavano per cominciarsi in basi di conces- 
sioni convenute, nel 1 852 esse erano: da 
Arquata a Genova chilometri 4i; da A- 
lessandriaa Novara 63; da Torino a No- 
vara 93; da Torino a Susa 52; da To- 
ri no a Cuneo 80; da Mortara a Vigeva- 
no 1 3; da Bra a Cavallermaggiorei 3: to- 
tale chilometri 355. Vii pure la feiTo- 
via del Tirolo per la Corintia, che pub 
dirsi lai." e la più importante pel com- 
mercio di tutta Italia col resto d'Euro- 
pa. Trovo nel n.**4^ ^®^ GiornalediRO' 
ma del 1 854> in data del Messaggiere di 
Modena, la notizia, che approvati già re- 
golarmente i progetti tecnici della stra- 
da ferrata dell'Italia centrale,gli assuntori 
della medesima, a norma del convenuto, 
ponevano mano nel febbraio ad incomin- 
ciarne i lavori. Questi per lo stato Esten- 
se vennero intrapresi presso Rubiera sul- 
la sinistra della Secchia presso s.llarioal- 
la diritta deU'Enza, dalle quali due loca- 
lità si avvieranno, seguendo il già effet- 
tuato tracciamento, inverso Reggio. Più 
tardi potrà estendersi il lavoro anche dal- 
la sponda destra della Secchia, e proce^ 
dere nella direzione di Modena, capita- 
le de'medesimi stati Estensi. L'esecuzio- 
ne dell'opera, com'è naturale, bisogna che 
proceda di pari passo coli' espropriazio- 
ne de' terreni soggetti alla occupazione 
della strada, ed egualmente agi' intra- 
prenditori necessita di predisporre quan* 
to é d'uopo per ben dirigere un'impra- 
sa di sì vasta estensione. Quindi il lavo- 
ro non potrà che gradatamente raggiun- 
gere le necessarie dimensioni e prende- 
re il massimo sviluppo. Appena troveras- 
si sufficientemente avanzatala formazio- 
nedell'argi ne stradale, verrà dato copdin- 
ciamento alle molte opere murarie, che 
indipendentemente dai grandi ponti e 
dalle- stazioni , devonsi eseguire fungo ti 
piano della strada, e in queste potrà tro- 

' 1 1 



i6a STR 

var collocamento anco quella classe di 
operai dedicala a quel genere di lavoro. 
Quindi la Cazzata di Milano dichiarò 
in aprile le notizie conceroenti \ lavori 
ininati su di versi trancili della strada fer* 
rata dell'Italia centrale, che suonano co- 
sì. Nel ducato di Parma e Piacenza i la- 
vori sono stali incominciati e proseguo* 
no alacremente in vicinanza del Taro ; 
nelducatodi Modena si lavora con 4^00 
uomini dall'Enza aReggio, essendo com- 
pito l'argine stradale; dalla Secchia ver» 
so Reggio lavorano 35oo uomini. Nella 
Toscana soiio intrapresi con 600 uomi^ 
ni i lavori della grande galleria dell'A* 
peniiino.Questo fervore di lavoro,in lem* 
pi difficili^fa onore a'governi e alle im- 
prese impegnate in quelle grandi opere. 
Finalmente leggo nel Monitore Tosca» 
no de' 1 7 aprile 1 854 i' decreto del gran- 
ducale richiamando quello de' 1 4 gennaio 
i85i, col quale concesse al consiglio di 
costruzioneeamministrazionedella stra- 
da ferrata centrale Tosccma la facoltà di 
eseguire gli studi per proseguire la sua 
linea sino al confine toscano, stabilì che 
la società della ferrovia centrale toscana 
resta autorizzata a costruire e attivare 
net suo interesse, ed a sue spese, rischio 
e pericolo, una strada a ruotaie di ferro, 
che da Siena si diriga perla valle di Chia- 
na verso il confine pontificio, fino a im- 
l>occare nella strada ferrata Aretina sot- 
to le prescrizioni, condizioni e dichiara- 
zioni contenute ne'capiloli dalla mede- 
sima aocet(ati,e dal granduca approvati 
e pubblicati nel medesimo Monitore. Che 
trasporti di viaggiatori e di merci sulla 
strada non potranno essere fatti che dal- 
la società, alla quale é conferito il diritto 
di percepirne il prezzo per 1 5o anni per 
tutta la linea da Empoli sino al suo allac- 
ciamento con l'Aretina; dopo i quali 1 5o 
anni il real governo toscano enirera nel 
pieno possesso e godimento di tutta la 
strada e delle opere accessorie alla me- 
desima ne'roodi e condizioni convenuti. 
Quantoali'intro^uzionedelle ferrovie ne* 



STR 

gli stati pontificii, notai nell'articolo Pro 
IX, che questo Papa neiragosloi846 i- 
sliluì la commissione consultiva per la 
costruzione delle strade ferrate, onde in- 
troducle ne'doniinii pontificii, fatta poi 
direttrice. Il n.^ go del Diario di Roma 
del 1 846 riporta la notificazione de'7 no- 
vembre del cardinal Gizzi segrelario di 
stato, colla quale si dichiara, che veduta 
la relazione di detta commissione depu- 
tata a preparare le norme fondaroenlali 
per la concessione delle ferrovie, d'ordi- 
ne del Papa pubblicava in 5 articoli le 
prese risoluzioni. Riprodurrò le princi- 
pali.Le linee che il governo pontificiocon- 
sidera come di principale importanza, e 
delle quali autorizza perciò l'esecuzione, 
sono: I. Quella che da Roma per la val- 
le del Sacco mette al confìne napoletano 
presso Ceprano. 2. Quella che congiun- 
ge a Roma il Porto d'Anzio. 3. Quella 
da Roma a Civitavecchia (nel voi. LIV, 
p. 300 feci parola del progetto di stra- 
de ferrate da Roma a Ponto d'Anzio^ e 
da Civitavecchia ad Ancona, per riunire 
la comunicazione tra^due mari Adriati- 
co e Mediterraneo). 4* Quella che da Ro- 
ma, correndo i luoghi più popolosi del- 
rUmbria,com'è principalmente Foligno 
e la valledel fiume Potenza, mette in An- 
cona; e quindi da Ancona a Bologna, se- 
guendo le Iraccie della via Flaminia E- 
milia.Che la costruzione di queste nuo- 
ve strade si commetterà alla privata in- 
dustria di compagnie rappresentate da 
sudditi pontificii, le quali per essere ap- 
provale dovranno insieme colla doman- 
da presentare le descrizioni delle linee , 
le informazioni artislico-economiche, la 
determinazione del tempo, la cauzione a 
favore specialmente de' proprie tari le cui 
terre fossero occupate o patissero danno, 
l'esposizione de' mezzi onde condurre 
l'impresa. Si promisie che il governo si 
riservava prendere in considerazione la 
linea da Foligno verso Perugia e Città 
di Castello per la valle del Tevere, e an- 
che altre linee di comunicazione cogli sta* 



STR 

li vicinile che sarebbe premiato con me- 
(laglia d'oro di scudi i eoo, chi indiche- 
rà il passaggio pih facile e meno costoso 
tra l'Umbria e le Marche. Nelle Notizie 
del Giorno di Roma del 1 847» i».*34, si 
dice come il Papa Pio IX a' 2 5 agosto 
approvò In grande impresa delle strade 
ferrate a forma della deliberazione adot- 
tata da'ministri sotto la presidenza del 
cardinal Ferretti segretario di stato* Nel 
supplemento poi del n.^ 69 del Diario di 
Roma del 1 847, s* pubblicò il rapporto 
che In commissione consultiva delle stra- 
de ferrate avea umilialo al Papa, e pel 
qun!efuronoconcesseduelinee,cioè quel- 
la da Roma al confine napoletano presso 
Ceprano, e l'altra per la grande linea da 
Roma a Bologna e sino al confine di Mo- 
dena, co'modi come fu condotto l'affare, 
e le ragioni che ne determinarono la con- 
cessione alle società* Le compagnie de* 
liberatane erano due,cioé una per linea, 
le quali complessivamente avrebbero da- 
to al governo pontificio una doppia ga- 
ranzia, per gli studi preventivi e per la 
sicurezza deMavori* Queste garanzie som- 
mavano scudi 92,000 lai/, ed un mi- 
lione eioo^ooo scudi la 2/, ambedue o 
in consolidato o in effettivo contante* A 
PoRtA MAGOiotiB narrai che da essa u- 
scirà la strada ferrata Pia -Latina, così 
chia ma ta dall'omonima società che ne co^ 
hiinciò la costruzione, in seguito delle or- 
dinanze ministeriali del novembre 1 849 
e giugno i85o; accennai che il suo an- 
damento dovrebbe essere per Frascati, 
Marino,À Ibano, Vellelri, Frosinone e Ce* 
prano, e dichiarai quali lavori eransi fatti 
sino a'primi del i852« Ài citato articolo 
Pto IX e nel giugno 1 85 1 registrai la con - 
irenzione approvata dal Papa e già con- 
clusa dal cardinal Antonelli pro-segreta- 
rio di stato co'plenipotenziari d'Austria, 
Modena, Parma e Toscana, perla costru- 
zione delle linee di ferrovia che per una 
parte debbasi da Piacenza dirigere per 
Parma e Reggio^ e per V altra staccan- 
dosi da Mantova pi*òceda egualmente a 



STR i63 

Reggio, e di colà per Modena e Bologna, 
a Pistoia o a Prato. Nello stesso articolo 
e nel settembre 1 85 1 riportai la ponti • « 
ficia autorizzazione al ministro de'lavo* 
ri pubblici, a procedere alla preliroina" 
re concessione del tronco di strada fer- 
rata da Roma ad Ancona, colle norme e 
cautele convenienti^ Ma nel n.^ 277 del 
Giornale di Roma del 1 852 si dice: Dap- 
poiché le trattative iniziate dal governo 
pontificio con varie compagnie d'intra- 
prendenti per la costruzione della gran- 
de strada ferrata da Roma a Bologn»« pei* 
Ancona non sortirono il bramato effettOi 
per essersi riconosciute inaccettabili le 
condizioni richieste dalle dette compa- 
gnie; quindi essendo il Papa animato dal 
desiderio di promuovere nel più efficace 
modo l'esecuzione d'un' opera invocatn 
con tanti e ripetuti desiderii da alcune po- 
polazioni dello stato ecclesi a !»li co, appro- 
dò die venissero intrapresi gli. studi tec- 
nici dell'intera linea, per conoscere e sla-^ 
bilire il costo e l'entitk dell* impresa, da- 
to essenziale da aversi in vista nelle trat- 
tative di future concessioni. A tale effetto 
il ministro de' lavori pubblici trovò op- 
portuno, che questo primo studio veuis- 
se diretto da un ingegnere pratico e ra- 
lente in questo ramo di pubblica costru- 
zione*Fu perciò prescelto a direttore l'in- 
gegnere di ponti e strade di Francia cav» 
Michel, il quale si pose subito nell'otto- 
bre in viaggio con un ingegnere pontifi- 
cio, per una generale ispezione dell'in- 
tera linea, e per tracciare l' andamento 
delle livellazioni. Racconta la Cisfillà cai- 
folica^ t* I, p. 124 della 2** serie, che il 
Papa nell'accogiiere benignamente i con* 
sultori delle provincie, richiamò la loro 
attenzione sopra due oggetti precipui t 
eioè l'estinzione della carta moneta, e la 
strade ferrate,aggi ungendo che in quanto 
al togliere la prima si sarebbe foràe ti*o- 
vato il modo di raggiungere lo scopo eoa 
qualche sagrifizio(e lo raggiunie con saa 
gloria neldicembrei854); mfii che rarvi« 
sà'f a ben diflSicile di fare altrettanto circa 



i64 S T R 

le strade ferrate, a motivo deirintrapre* 
sa che non poteva non riconoscere gigao- 
fesca, avuto riguai*do alla condizione at- 
tuale dello stato pontificio. Il n.^ 4^ ^^1 
Giamale di Roma del 1 853 riprodusse 
la notificazione de'i6 febbraio di mg/ 
Grassellini commissario pontiGciostraor* 
dinario per le 4 legazioni e pro-legato di 
Bologna, colla quale rese nota la desti- 
nazione del cav. Michel a fare gli studi 
tecnici per la ferrovia da Roma a Bolo- 
gna per Ancona, e che avendoli intrapre- 
si nella parte montana dello stato, ben 
presto sarebbero anche seguiti nel Bo- 
lognese. Pertanto invitò le autorità go- 
vernative e municipali della provincia, 
non che i proprietari della medesima, a 
cooperai*e agli studi del cav. Michel e de- 
gFingegneri a lui dati in aiuto, con va- 
lida assistenza, per le livellazioni e altri 
rilievi geodetici che dovranno intrapren- 
dersi nelle private proprietà,prometten- 
do compensi a chi ne fosse danneggiato. 
Apprendo dal n.*^ 368 del Giornale di 
Roma dell 853 àe*i5 novembre, che I 
lavori della strada ferrata Pia-Latina fu- 
rono ripresi attivamente. Che una nuo- 
va società avea assunto di proseguire sì 
importante impresa , pagando a quella 
che intitola vasi dal nome della strada tut- 
ti i diritti che vi poteva avere, e com- 
prando anche il materiale, ch'era stato di 
già provveduto.Si aggiunge,che la gran* 
de attività che si manifestava nel prose- 
guire i lavori, ch'erano rimasti pertanto 
tempo interrotti, facevano sperare che la 
ferfovia sarebbe proseguita sino a Vel- 
Ietri,e col tempo congiungersi con quella 
del regno delle due Sicilie. Annunzia il 
n.*' 43 del Giornale di Roma de' 2 2 feb- 
braio 1854 in data di Bologna, essersi 
posto mano nel tratto delia provincia al 
gran lavoro della via ferrata centrale i- 
taliana, e ciò per le cure de'sunnominati 
governi contraenti, e le premure della 
società concessionaria, non che perla no- 
bile deferenza degli espropriati, i quali 
benché non compitele preliminari ope- 



STR 

razioni di espropriazione, dierono opera 
ai grandi lavori per la formazione del- 
l'argine stradale, a sollecitare la deside- 
rata impresa. Quindi alla sinistra del Re- 
no e al di sotto del ponte, in direzione di 
Castelfranco e di Modena, procedeva a- 
lacremente la costruzione del la strada, ed 
a'ia vori di terra succederebbero le costru- 
zioni murarie occorrenti al compimento 
dell' im porta nteiìnea d' internazionale 
congiungimento.T}otifìcòiln.53delGior- 
naie di Roma de'6 mai*zo i854> che le 
ferrovie dello stato pontificio occupava- 
no la più seria attenzione del Papa; che 
le trattative per la concessione delle di- 
vei*selinee erano inoltrate, e vi era a spe- 
rare pieno successo, proseguendosi frat- 
tanto la lìnea già concessa da Roma ver- 
so Frascati e il confine napoletano. Che 
il commend. Jacobini ministro de'lavori 
pubblici, col prof. Bettocchi ingegnere 
pontificio e commissario tecnico delie 
strade ferrate,col cav.Hartingue ingegno* 
re direttore di detta ferrovia, e con De 
Yitry amministratore della società, era- 
si recato a visitare ed esaminarci lavori 
che si eseguivano nel tratto da Roma a 
Frascati, percorrendo quello da Roma a 
Ciampino, presso il quale luogo farà se- 
guito una galleria sotterranea, che nel 
procinto d'essere incominciata traverse- 
rà la collina di tal nome.Finalmenle rin- 
vengo nel u.*'97 del Giornale di Roma 
de'28 aprilei854i la protesta del mini- 
stro de'lavori pubblici e del cardinal An- 
tonelli qual presidente del consiglio dei 
ministri, contro il conte Rampon, a cui 
per una società da lui rappresentata era 
stata concessa la strada ferrata da Roma 
a Civitavecchia a'20 dicembre 1 853, es- 
serne decaduto per non avere aumenta- 
to il deposito di scudi 20,000 a' pattuiti 
100,000 ; e siccome il conte era stato 
rimborsato da Thil, e perciò riconosciu- 
to questi dal governo pontifìcio come a 
lui sostituito colle medesime condizioni, 
ma non avendo neppure il Thil comple- 
tato il convenuto deposito, fu anch egli 



STR 

dichiarato decaduto dalla pk*omessa con* 
cessione preliminare di detta ferrovia, e 
perciò i*efttare il govéi*DO nella sua piena 
libertà di azione, ed assoluto proprieta- 
rio dei scudi !20,ooo a seconda de'patti. 
Molti scrissero sulle ferrovie, fra'quali i 
seguenti. Mac- Adam, Primo elemento di 
forza commerciale^ ossia nuovo metodo 
di costruire le strade ferrate y^ a poli i8 2 6. 
Pillet Will, De la depense et du prò- 
duit des canaux et des chemins defer^ 
Paris 1 837. Blot, L* architetto delle stra» 
de ferrale^ Milano 1828. Ferrier, Ma* 
nuel du voyageur sur le chemiit defer 
^«i^e^Bruxeiles 1 84 1 .Petit ti, De//e stra* 
deftrrate italiane e del migliore or dina* 
mento diesse^ Capolago 1 845. A vv. Carlo 
Moxì\\^Studio topografico intorno alla più 
breve congiunzione stradalefra i due ma^ 
ri nelC alta Italia merce un varco esisten- 
te nel tronco settentrionale delt Apenni- 
»o^ .liemor/a^ Bologna i845. Corsi, Ra» 
glon civile delle strade ferrate in Italia, 
Torino 1846. Commend. Angelo Galli, 
Suir opportunità delle stradeferrate nel- 
lo stato pontificio , e sui metodi per a- 
dottarle, Roma 1 846. Altri autori sì leg- 
gono nel 1. 1 3, p. 267 deW Àlbum di Ro- 
ma. Anche le strade ferrate si vollero in- 
augurare e sanlilìcare colle benedizio- 
ni e riti della Chiesa: ne riprodurrò al- 
cuni esempì tra'piìi solenni eseguiti dai 
vescovi, i quali pronunziarono analoghi 
eloquenti discorsi, dì cui riporterò alcu- 
ni brani, dichiarando che l'uomo tutto 
deve riconoscere da Dio, e tutto riferire 
alla sua benigna provvidenza, che con 
questo portentoso mezzo facilita la dif- 
fusione rapida del vangelo nelle più re- 
mote regioni. Il o.^ 1 59 del Giornale di 
Roma del i85i contiene il discorso di 
mg.' Lodovico Pie vescovo di Poitiers, 
pronunziatoall'inaugurazione della stra- 
da ferrata di quella ci tlà.Disse essere sta- 
to già due Tolte chiamato a benedire so- 
lennemente in nome di Dio queste ma- 
gnifiche creazioni della scienza e dell'in- 
dustria modei*oB. Sì ti*alta di riferire a 



STR i65 

Dio la gloria delle opere più torpreadenti 
dello spirito umano,edi ottenere per esso 
il concorso necessario della sua costante 
protezione. In questo momento, soggtun- 
se,credo vedere ciò che il mondo ha di più 
grande, la potenza, il coraggio e il genio 
inchinarsi avanti a Dio che li ha creati, 
e dirgli per bocca vostra, o signori: Noi 
sianio opera vostra: siete voi che ci ave- 
te i&tti, e non ci siamo fatti da noi stessi* 
Siete voi che avete messo sotto i nostri 
piedi tutta la creazione, che ne ha inse- 
gnato a piegarla a'nostri usi. Tutte le o- 
pere del Signore benediranno luil E que- 
sto fuoco e questo vapore, solcando il glo- 
bo, proclamino in mezzo a'popoli mera- 
vigliati la gloria del suo nome.Ma,sigo6« 
ri, ciascuna delle conseguenze dell' uo- 
mo porta con se pericoli proporzionati ai 
vantaggi e alle gioie ch'egli se ne promet- 
te. Accelerando il moto, e cancellando 
gli spazi, voi vi siete forse avvicinati al 
termine fatale in cui ogni moto cessa e 
si arresta. Conducendo nelle vostre ma- 
ni il vapore, dandogli \ina forza che do- 
ma tutti gli ostacoli, voi avete posto pres- 
so di voi un focolare terribile d' esplo- 
sione e di morte. Dio ha voluto così, af- 
finchè la creatura, in vece d'inorgoglirsi, 
si sentisse più dipendente dal cielo, a mi- 
sura che ella vieppiù distendesse il suo 
impero sulla terra, e che l'uomo provas- 
se il bisogno della preghiera in propor- 
zione anche dell'accrescimento della sua 
potenza. Perciò, signori, permettetemi di 
dirvelo,noi che portiamo il peso delle a- 
nime,e che nell'esercizio delle nostre fun- 
zioni sante non sapremmo fare un pas- 
so senza la preghiera, noi pregheremo 
adesso con emozione, e il dovere c'ispi- 
rerà di pregar sovente per questi uomini 
vigilanti e laboriosi che anch' essi han- 
no cura delle anime alla loro maniera. 
Perocché io veldomando,o signori, quan- 
do voi prendete posto iti questo veicolo 
infiammato, e confidate la vostra vita a 
questi cavalli di fuoco,come parla laScrit- 
t ura^noo pensate voi eoo ispa vento a que- 



i66 STR 

sta guida cLe, tenendo nelle sue mani re- 
dini rovenli^diviene^con l'ischio della vita 
sua propria, il depositario d'interessi così 
preziosi e sì molteplici, che il solo pen- 
siero ci fa fremere? 11 minimo ohiio, la 
minima disattenzione, e migliaia d'ani- 
me,che non vi sono preparate, ponnoes* 
sere immerse nel lutto e nella dispera* 
zione. Ah 1 in presenza della debolezza u- 
mana alle prese in tal guisa colle foi*ze 
cieche della natura, è questo il caso d'im- 
plorare la provvidenza celeste, e di do- 
mandare a Dio che il suo occhio, cui nulla 
sfugge, ed il suobracciocui nulla resiste, 
dirigano sempre e supplisca no,occorren- 
do, l'occhio ed il braccio della sua debo- 
le creatura,... Riporta il n.^244 ^^^ ^^^' 
io Giornale la narrazione ^M inaugu- 
razione delia (brrovia da Venezia a Tre- 
viso, seguita a'i4 ottobre, dicendo che 
le due macchine che tragittarono il con- 
voglio erano parate a festa, con all'i ugi- 
ro ghirlande e festoni di variopinte da- 
lie> e lo stemma imperiale dinanzi, esso 
pure vestito di vaghissimi fiori all'intor- 
no. Grandiosa è la stazione di Treviso, 
ove un 20,000 persone aspettavano an- 
sioseilsopraggiungere del convoglio col- 
le autorità, il governatore militare di Ve- 
nezia cav, Gorzkowski, il cav. Negrelli 
direttore superiore delle strade ferrate 
e telegrafi, della banda miiitare,ed al suo 
arrivo il giubilo di tutti fu indicibile. A 
destra dell'altare appositamente eretto, 
sopra cospicuo seggio sedeva mg.*^ Anto- 
nio Farina vescovo di Treviso in abiti 
pontificali,circondato da'sacerdoti co'sa- 
gri ornanienti. Il vescovo esordì il suo 
discorso lodando l'utilissima fra le mo- 
del ne io venzioni dello spirito umano,con 
tutte le sottili industrie, onde venne per- 
fezionalo oggidì. Chi secoli addietro sa- 
rebbesi mai figurato un' intera contra- 
da Ja quale movesse, un esercito, il qua- 
le volasse, ui^ fondaco, un emporio, un 
luercalo,il quale battesse il remeggio del- 
le ali? lo, esclama il Signore, m'inter- 
nerò nelle viscere del fuoco, e dal vapore 



STR 

dell' acqua tirerò meraviglie. Sul fuoco 
e sull'acqua io metterò magistero, ed ac- 
qua e fuoco e ferro formeranno sgabello 
a'miei piedi. Arguì quindi il prelato un 
ordine nuovo di cose, ne salutò un' era 
seconda. Come la polvere mutò l'arte del 
guerreggiare,il vapore così stamperà noa 
più visti argomenti di riforme e di traf- 
fico. Fortunate le genti a cui metterà n- 
nocapo le strade di ferro. Là movimento, 
splendore» dovizia. £ il primo raggio di 
questa luce vivissima lampeggia sul tuo 
cielo, o Trevigi, La rete fu tesa. Le città 
della Venezia e le Lombarde contigue 
oggimai ti salutano. Stende il golfo la ma- 
no, e vengono seco le isole Ionie e le co- 
ste della Marmara e dell'Arcipelago. Il 
commercio è la vita del mondo. Eserci- 
ta egli sul corpo sociale il medesimo of- 
ficio del sangue sul materiale, Ma se il 
commercio è sangue, le strade sono sue 
vene. E qui i| vescovo sfoggiò una pom* 
pa di erudizione biblica, attingendo alle 
sagre pagine i passi piti splendidi, che in 
modo ora semplice, ora mistico, sotto 
questo rispetto vi occorrono. La provvi- 
denia ordì la sua tela, I carri sono guar- 
niti, i traini apprestati,in lunghissime fi- 
le divorano l'arringo; già salpano i legni 
dal Bosforo; le vaporiere già volano dal- 
l'ultimo Atlantico e qua sull'estuario si 
calano. La donna dell'Adria, a nuova fe- 
sta venuta per dono di Cesare, a noi si 
protende e abbraccia la minore sorella 
del Sile, ed esso placido e terso manda i 
vagoni all' Adige fratello, ed al Mincio. 
Ma guai a chi abbandona i diritti sentierii 
guai a chi straviasit Se Dio non fissa il suo 
dito, lo sforzo dell'uomo si stempera al 
vento.,. . Recitate le preci che assegna 
la Chiesa nell'occasione per simili riti, il 
vescovo benedì la macchina e le spran- 
ghe del ferrato sentiero, Dopo la di vota 
ceremonia, il municipio convitò i5o po^ 
veri, ed ebbero luogo solenni dimostra^ 
zioni di pubblica gioia. Nel 11,° 172 del^ 
V Osservatore Romano deli 852 fu pub- 
blicato il discorso pronunziato nel mese di 



ST R 

luglio da mg/ Andrea Raess vescovo di 
Strasburgo,prìnia della benedizionedelle 
locomotive Deirinaugurazione della ferro- 
via^alia praseoza del presidente della re- 
pubblica francese, oggi imperatore Napo- 
leonelll.lncominciòcon dire:Mentre l'uo- 
mo dato a'calcoli deli'ijateresseeda'piace- 
ri de'sensi non vede in queste meravigliose 
invenzioni deli' industria di cui il nostro 
secolo con ragione s'inorgoglisce, che i 
mezzi di accrescere le sue ricchezze e di 
estendere il cerchio de'suoi godimenti; il 
cristiano illuminato dalla fede porta più 
in alto le sue mire ed i suoi pensieri, e 
in questi concepimenti del genio umano 
vede i mezzi di cui Dio si serve per com- 
pire i suoi disegui sui popoli e per con- 
durre gli uomini a' loro immortali de- 
stini.... Non pensiamo, che la Provviden- 
za resti estranea a questo prodigioso svi- 
luppo dell'industria moderna, a queste 
sorprendenti scoperte che il genio più va- 
sto e più ardito non avrebbe osato 5o an- 
ni sono di prevedere, Non pensiamo che 
un Dio saggio e buono non sappia far 
servireal trionfudella verità quell'ardo- 
re per gl'interessi materiali che agita e 
tormenta oggi il mondo. Se l'industria 
toglie le distanze, se spezza le barriere che 
il tempo e lo spazio oppongono alle sue 
creazioni, apre anche una via più rapida 
e più larga a'di vi ni insegnamenti del van- 
gelo: essa fa disparire le frontiere, di- 
strugge i limiti che separano i popoli,per 
non farne che una sola e stessa famiglia, 
unita nella carità e nella pratica delle vir- 
tù cristiane.... Ebbene l l'industria sten> 
da dunque e moltiplichi le sue lamine di 
ferro, inviluppi il globo comedi una im- 
mensa rete, domi il fuoco e il vapore per 
dare a'suoi trasporti la rapidità del ful- 
mine; che farà essa? Senza saperlo con- 
correrà al compimento delle volontà di- 
vine, favorirà la predicazione del vange- 
lo, gli angeli di pace saliranno con lei so- 
pra i suoi rapidi carri, la seguiranno fi- 
no oe'climi remoti per portare a'ioro a- 
bitanti la buona nuova di salute, e fati- 



STR 167 

care alla consumazione di questa gran- 
de unità, che Cristo, la vigilia della sua 
morte, domandava a suo padre come il 
prezzo delle sue operee de'suoi patimen- 
ti. Benedite dunque, o mio Dio, questa 
nuova strada, la quale apresi oggi tflla 
propagazione d^ella verità, ed alla pro- 
sperità del plese, e che la scienza unita 
alla fede vuol porre sotto la vostra pro- 
tezione. Benedite questi uomini che han- 
no faticato con tanta intelligenza e divo^ 
zione a dotare la Francia d' una nuova 
sorgentedi ricchezze,! quali dopo aver da- 
to SI magnifiche prove della potenza del 
loro genio, ci danno in questo momento 
un segno così commovente di loro pietà, 
implorando sulla loro opera la benedi- 
zione della Chiesa. Benedite tutti quelli 
che si affideranno a quelite formidabili 
macchine, per superare la distanza e di - 
vorare lo spazio; preservateli da tutti gli 
accidenti che potrebbero divenire fune- 
sti al loro corpo e soprattutto alla loro 
anima. Non permettete che gì' interessi 
del tempo facciano loro inai dimentica- 
re gl'interessi dell'eternità. Finalmente 
il n." 1 96 del Giornale di Ronia del 1 853 
descrive la solenne benedizione della sta- 
zione della ferrovia da Bordeaux a Pa- 
rigi, eseguita a* 1 7 agusto nella prima dal 
suo arcivescovo cardinal Francesco Don- 
net. Alberi veneziani, bandiere orifiam- 
me decoravano l'ingresso del monumen- 
to, ed il recinto era pure riccamente or- 
nato per la sagra ceremonia, ed in fondo 
si elevò l'altare: il clero e l'autorità eb- 
bero luoghi a parte. Il cardinale fece la 
sua entrata processionai mente nella sta- 
zione: dopo il canto del Magnificale ^\» 
tre preghiere, tre locomotive maestosa- 
mente s'avanzarono sino all'altare, orna- 
te di bandiere e ghirlande, e successiva- 
mente furono benedette dal cardinale, il 
quale sceso poi dall'altare fece il primo 
giro della stazione per ispargere l'acqua 
benedetta sui muri dell' edifizio, ormai 
oonsagrato dalla religione. Iodi ritorna- 
to il cardinale al suo posto, le barriere 



i68 S T R 

esteriori della stazione si aprirono per 
accogliere un'immensa popolazione ati- 
da d'udir la voce del suoi. ^pastore. Il 
discorso fu pieno di dolcezza e di forza. 
Il cardioiile dichiarò ch'era la 3.* volta 
che veniva a benedire l' opera meravi" 
gliosa di cui raccontò i successi svilup- 
pati dal genio dell'uomo protetto da Dio. 
Aggiunse terminando che la ferrovia di 
Parigi avea già ricevuto una prima he* 
Dedizione, alludendo alle somme testé 
dispensate dagli amministratori di que- 
st'impresa a'poveri, e fini dicendo, che 
l'elemosina e la preghiera apporterab- 
bero felicità. Finito il discorso il cardi- 
nale intuon^ il Te Z)ef//7i, ripetuto in co- 
ro dal suo corteggio. L'ordine e il racco- 
glimento accompagnarono la solennità. 
Stretta relazione colle strade ferrate ha 
la telegrafia, come quella ch'egualmente 
ravvicina le più grandi distanze, e per 
essere stata altresì applicata al serf igio 
delle ferrovie. Non si può abbastanza 
comprendere questo sistema dì eorrì* 
spondenza rapidissima, cui i fili metalli- 
ci trasmettono scambievolmente le noli- 
zie commerciali, domestiche e politiche, 
colla celerità del lampo.Le corde elettro- 
telegrafiche sotto-marine attestano, co- 
me nemmeno il mare pub oggi fermare 
la rapida,anzi istantanea trftsmissìone del 
pensiero umono.Vado a darne un cenno. 
Il eh. Rambelli, Lettere intorno inveii' 
zioni e scoperte italiane^ ci diede la lett. 
4i: Telegrafo, Telegrafo elettro -magne- 
tico. Riferisce che il p. Paolo Casati ge- 
suita in un suo libretto stampato verso 
la metà del i Goocol titolo di Tromba par- 
lante, fu il i /a dare un'idea del Telegra- 
foj ed il p. Carlo Borgo di Vicenza, nel- 
l'opera, Analisi ed esame ragionato del» 
Varie della fortificazione e difesa delle 
piazze, fra altre sottili invenzioni diede 
pur quella della Cifra parlante, che imi* 
ta esattamente il telegrafo dopo lui mes* 
so in voga; mentre la Francia non ne vi- 
de i primi esperimenti che nel 1 79 1 , e ai 
2 2 marzo 1 792CIaudioChappe li presea- 



STR 

tò al governocome proprio trovato. Scor- 
gendolo utilissimo, gli uomini presero bea 
tosto a giovarseni*; ma riuscendo inetto 
l'uso in tempo di notte e ne'giorni neb- 
biosi, e vedendosi che pubblici n'erano i 
segnali, che non potevano darsi senza ri- 
petizioni richiedenti assai tempo, venne- 
ro in desiderio di migliorarlo, e non po- 
chi lo tentarono in vari tempi. E poiché 
colla foi'za del vapore si pervenne a rav- 
vicinare immense distanze, il desiderio di 
recare perfezione nel telegrafo crebbe a 
dismisura; ma de'mezzi proposti taluno 
non venne praticato, tale altro a piccoli 
e non ben dimostrati tentativi si conten- 
ne. Era riservato all'Italia raggiungere 
questa meta, e Luigi Magrini professore 
di fisica m Venezia , datosi a investigare 
il modo di superara quanto a ciò si op- 
poneva, pervenne ad inventare uu inge- 
gno,chepiìi pronto d'un prontissimo pen- 
siero, trasmettesse da luogo a luogo an- 
che lontanissimo gli umaui concetti. Il 
mezzo di cui si vale é l'elettricità, e la fon- 
te onde la trae e la pila elettrica scoper- 
ta sul principio del 1800 da Alessandro 
Volta ( di che lo stesso Rambelli tratta 
nella lett. 1 8iScoperle di Alessandro Fai- 
taj che inoltra nella lett. 19: Alacchine 
a vapore^ celebra il romano ingegnere ar- 
chitetto Giovanni Branca, come il i .°clie 
inseguò di usare la forza del vapore per 
muovere le macchine, dal qual bel tro- 
vato tante utili applicazioni si fecero ai 
tempi nostri, e per cui a tanta gloria sa- 
lirono Watt, Perkins ealtri. Branca stam- 
pò l'opera Le macchine^ ec, in Roma nel 
,1629. Riconobbe la priorità dell'inven- 
zione anche R. Stuart neW Istoria descrit- 
tiva delle macchine a vapore. Altre glo- 
rie italiane l' encomiato Rambelli riferì 
nella lett. 85: Elettricità). Altri prima di 
lui erano ricorsi alla pila Voltaica , nel 
medesimo scopo, ma eravi uu obbietto 
che pareva insuperabile, e vittoriosamen- 
te fu superato dal Magrini con ripetuti e- 
sperimenti di sua importante scoperta,pel 
telegrafo elettro* mugnetioo di facile u:ìo^ 



STR 

che spiegò nellasua opera stampata in Ve- 
nezia: Telegrafo elettro 'magnetico pra» 
ticabile a grandi distanze , immaginato 
ed eseguito da Luigi Magr ini, ^eìVappen* 
dice, con pieno trionfo rivendica a se la 
priorità di quest'invenzione contrastatagli 
da'professori Weastone,Sleinheil eGauss 
di Gottinga; il i .^de'quali, com'è voce,sa- 
rebbesi dato a costruire sullo stesso prin- 
cipio una linea telegrafica fra Li ver pool 
e Londra sotto le rotaie della strada di 
ferro. Che se ciò fosse, il grande esperì- 
mento del celebre inglese verrebbe a raf* 
fermare i trovati e le teorie dell'italiano 
Magrini. Il nome di Telegrafo fu dato a 
questo strumento daChappe,che io formò 
delle due voci greche lontano e scrivere. 
E' da vedersi sul telegrafo : Dell* orìgine 
e progresso dell'arte telegrafica^ studio 
tecnico storico diAlessandroBeHotti^^ì* 
lano 1 844* ^1 celebre Da vy affermò che la 
pila di Volta è all'incremento della fisica 
e della chimica, quello che fu alla storia 
naturale e all'astronomia il microscopio e 
il telescopio. Il Missirini stampò, che la 
portentosa piha rinnovò tutto Tordi ne del- 
le scienze, e le promosse quanto dalla bus* 
sola fu promossa la navigazione, ogni ra- 
mo di sapere dalla stampa, e dal vapore 
la pubblica economia. A p.6o 8 del Gior- 
naie di RomaiSS^ vi è uu erudito arti- 
colo intitolato:L'£/e//rfcoe /^Pi7^z diFoL 
ta. Vi si tratta pure della grande e for- 
tuita scoperta di Galvani: da quel giorno 
la scienza dell'elettricità fu un perpetuo 
commento del meraviglioso apparato di 
Volta. A p. 83 1 del Giornale di Roma 
dell 854 vi è un interessante articolo so- 
pra una nuova gloria italiana del geno- 
vese d.' Agostino Carosio, per un'inven- 
zione che può destare una rivoluzione nel 
mondo scientifico e industriale. Si tratta 
nientemeno di detronizzare i 1 vapore,me- 
diante la pila idrodinamica, la quale pro- 
duce indefinitivamente la forza motrice. 
Pfon consuma che quanto produce colla 
propria forza,oou é soggetta alle resisten- 
ze, non ha né le spese nei pericoli del com-. 



STR 169 

buslibile. A Poste pontificie celebrai la 
mirabile invenzione de' telegrafi, rilevan- 
do la superiorità degli elettrici, da'qua* 
li si ottiene l'intento anche di notte eia 
tempo burrascoso, e che dobbiamo a Oer- 
sted e Arago, dopo la scoperta della famo- 
sa pila fatta dall'italiano Volta di Como (e 
del quale dissi le nuove applicazioni che 
voglionsi tentare, peixhè l'elettricità, co- 
me il vapore, opereranno altri portenti, 
dopo quanto fece conoscere l'altro italia- 
no Galvani); e indicai i segnali usati da- 
gli antichi, massime sulle Torri (F.). Nel 
1 853 in Roma fu stampata la Descrizio» 
ne istorica teoretica pratica del lelegra- 
fa elettro magnetico e di tutti i suoi diver* 
si apparati ^composta da Giacomo Hiib» 
scher e munita di ^1 figure disperse sO' 
pra 1 4 tavole. L'autore ha cercato di fare 
una compendiosa esposizione della storia 
della meravigliosa telegrafia in genere, e 
del telegrafo elettro-magnetico in parti- 
colare, e di dare una dettagliata descri- 
zione teoretico- pratica di quest' ultimo, 
de'suoi diversi apparati e della maniera 
di trasmettere il pensiero in diversi punti, 
ed a grandissima distanza e quasi istan- 
taneamente. Egli dice, che il telegrafo in 
generale è quell'apparecchio, col quale si 
è capace di far trasmettere le proprie i- 
dee da un luogo all'altro in di vet*se con- 
siderabili distanze e io brevissimo spa« 
zio di tempo, cosa che riesce per le vie 
ordinarie assolutamente impossibile. Ec- 
co perchè quest'apparecchio viene chia- 
mato,e con ragione. Telegrafo fCioè lo scri- 
vano in lontananza^ laonde all'articolo 
Stampa dissi che vi è il telegrafo stam- 
patore. Nel Monitore Romano del 1849 
a p. 3 7 8, si desa*ive il telegrafo stampan- 
te di Pret, co'metodi e apparecchi per la 
trasmissione de'dispacci usati finora nel- 
l'antico e nel nuovo mondo. Della mac- 
china che scrive, la citata Descrizione ne 
tratta nel cap. 1 r. L'arte però che deci- 
fera (delle cifre parlai a Scrittura arte) 
i segni prodotti per apparato meccanico, 
ottico, eletti'ico, magnetico, elettro-ma- 



170 STR 

guetico, e li Irasinette ad un a .^ 1 dogo eoa 
tale velocità, ▼iene chiamata Telegrafia, 
La telegrafia allora sarà giuuta alla sua 
perfezione, ed avrà sciolto il suo proble- 
0)a, quando le sarà possibile di superare 
gli ostacoli della grande distanza, del tem- 
po, della nebbia, della stagione, atmosfe- 
ra, temperatura qualunque essa sia, e di 
sottoporla all'i ngegho e alla volontà del- 
l'uomo, in una parola, di poter comuni* 
care i suoi pensieri ad un a.^ luogo aqua- 
2un<|ueora del giorno, delia notte, a qua- 
lunque distanza, ed in qualunque tempo, 
colla sveltezza e sicurtà, come se ambe- 
due le parti corrìspoudeati parlassero per- 
sonalmente insieme. Benché tuttociòsem- 
bri enigmatico, tuttavia egli è riuscito al- 
lo studio, alta diligenza e allo spirito del- 
l'uomo a'nostri giorni di farlo mediante il 
savio uso della natura e delle sue forze. 11 
progresso in questa scienza è sì rapido, e 
per riguardo degli appurati elettro-ma- 
gnetici e meccanici sìavanzato,chea modo 
di dire, come dichiara HCibscher,un liam- 
bino di 6 o 7 anni, un fanciullo che altro 
non abbia appreso sé non leggete e scri- 
vere, è bastantemente capace di parteci- 
pare dispacci ad altre stazioni telegrafi- 
' che; dice stazioni, perchè non ad una so- 
la, ma bensì a 5, 10,20, e quasi contem- 
poraneamente e senza il minimo soccor- 
so de'corrispoudenti nelle stazioni inter- 
medie: tutto questo può eseguire un fan- 
ciullo condue parole di spiegazione, sen- 
M aver prima inteso nominare, molto 
meno veduto qualsiasi apparato telegra- 
fico. Moltissima specie di telegrafi finora 
sono stali prodotti, i quali però tutti, da 
che esìste la telegrafia elettro-magnetica, 
furono posti in di menti canza, perei oHUb- 
scher nel suo opuscolo appena li ricordò, 
a motivo e come di cose non piii appro- 
vale dal progresso del nostro secolo. L'u- 
so de'telegrafi si stende fino a 4^0 ^ooi 
avanti la nostra era. Allora si servivano 
del lume mediante un corrispondente nu- 
mero di fiaccole, colle quali combinava- 
no l'alfabeto, la appresso si fece uso de- 



STR 

gli specchi, e mediante essi de'raggi del 
sole; si adopei*ò anche il fosfuro e la pai- 
ce infuocata, onde provocare un'riflesso, 
con cui maatenei*ela corrispondenza. 11 
suono venne pur esso applicato in diverse 
manietv. Nel 1 749 impiegò Chappe il te- 
lescopio da una parte,e dall'altra un rego- 
latore con diverse braccia nere, nere per 
renderle visibili a maggior distanza^essen- 
do già noto che il nero contrasta il più 
con l'orizzonte. Dopo Gliappe nel 1 796 
Gaus compose un eliotropo consistente ia 
^5 specchi,il cui riflesso dal lume del so- 
le all'occhio non armato era visibile alla 
distanza fino di 3o e più miglia romane, 
esi otteneva la corrispondenza mentre or 
l'uno, or l'altro degli specchi si cuopriva 
eoa delle particelle. Dopo Gaus furono 
Villalongue,Gonon e Treutler principal- 
mente, che si distinsero nella telegrafiti 
ottica. Maa tulli questi era inerente l'iu- 
comodo, che in tempo nebbioso non vi 
era modo di poter provocare l'intelligen- 
za. L'esperienze con l'elettricità ottenuta 
collo stropicciamentOjSolleva vano più in- 
teresse, e promettevano maggior vantag- 
gio. Quindi Hiibscher passa successiva- 
mente a trattare deU'eletlricitàjforza gal- 
vanica, gal vanismo e sua origine; della co - 
lonna di Volta e suo effetto in generale; 
dell' elettro-magnetismo , ossia 1' eilettol 
della corrente galvanica, parte la più es- 
senziale dell'odierno telegrafo, che chia- 
masi apparizione enigmatica, la quale vie- 
ne provocata dalia corrente elettrica sul 
ferro, facendogli acquistare rigorosamen- 
te il magnetismo, ovvero dandogli tem- 
poraneamente, oppure costantemente la 
proprietà di attirare altro ferro, come se 
fosse una vera calamita. All'istante che sul 
filo polare, che inviluppa una verga di 
ferro, trsiscorrela corrente elettrica, il fer- 
ro diventa calamita, e perde tale proprie- 
tà tosto che la corrente elettrica cessa di 
circolare per tale filo. Di questa scoperta 
si è debitori al fisico Ampére,che nel 1 820 
s'occupò principalmente nell' esaminare 
lanatui*a eia dilferenza tra il galvanismo 



STR 

e il iDagnelismo. Indi Hiibfchei* l*agiona 
delle 6 diverse batterie, oltre la coloona 
di Volta che uoo è praticabile ne'ielegra* 
fi, le altre essendolo. Del filo conduttore 
o telegrafico, distinguendosi 3 specie di 
conduttori telegrafici: il conduttore sopra 
la terra ,esteso nell'aria, che perciò è pure 
MamBio filo aereo; il conduttore sotto 
la terra, o il condaiiove dì giUta-pcrcha 
(o guU/ìta-au, come i dotti dicono che si 
dovrebbe chiamare la miglior qualità del- 
la gomma, essendo una stoffa preparata 
col succo d'un albero: prima del 1 844 i^ 
suonomeera incognito al commercioeu- 
ropeo,quindi nefececol conduttore lai/ 
prova il prussiano Siemens nel 1 84? > 
laonde rapido fu Io sviluppo di questo 
nuovo commercio, e proveniente da Ja- 
va, Singapore e Malacca nell'I ndie,dalla 
Cina e altrove); e quello dello il condut- 
tore 5o//xre. Siccome i conduttori aerei so- 
no esposti alla malignità de*ca Itivi, che 
ponno romperli, non che airinfluenzeat* 
niosferiche, ad evitai*e tuttociò si pensò 
di condurre il filo telegrafico in visibilmen- 
te all*occhio o sotto la terra, inviluppan- 
dosi i conduttori di guttapeicha per ri- 
pararli dall'umidità e dal contatto della 
terra; ma in alcuni luoghi alterandosi la 
gutla-percha,sidové distendere il filo nel* 
Taria nel Lombardo- Veneto e in Prussia, 
Ragionato HUbscher delle regole gene- 
raii per Terezione delle linee telegrafiche 
e de'conduttori secondari, spiega alcuni 
apparati, co'quali Telettricilà viene cam- 
biata iu forza meccanica, cioè di Lesage 
che nel 1774 costruì un telegrafo di a4 
fili, di Lomond nel 1787, dìReissernel 
1 794, di Raonell nel 1 8 1 5, di Soemering 
nel 1 8o7,di Schweigger, di Ampère e La 
Place nel 1820, di Schilling nel 1820, di 
Steinheil nel 1887, di Bain nel 1840, di 
W^heatstone nel 1842, di Bréguet ad al- 
fabeto e applicato su linee telegrafiche di 
Francia, Gei*mania, Sardegna, Toscana, 
ec, ed è basato sul principio dell'elettro- 
magneto, o della calamita temporanea, 
provocata dalla cori-ente elettrica. Del tè- 



STR iji 

legrafo elettro-magnetico di Mone, del* 
la macchina che scrive, de'segni combi- 
nati come ne fa uso la Svizzera, de'segoi 
combinati come ne fa uso la Lombai^dia, 
del relais, del tasto; delle batterie di co* 
municazione,locaIeedeIrisvegliatore,Del 
traslatore o del relais a contatto doppia 
Del telegrafo di Sloehrer , ultimamente 
venuto in uso in Baviera e in Sassonia, 
e fondato sull'apparato di Morse. Delle 
regole per la congiunzione degli appara* 
ti. Spiegazione de'di versi fili conduttori» 
Della congiunzione del tasto col relais,col* 
la macchina che scrive e collebatterie re- 
lative; congiunzione degli apparati di due 
stazioni, di tre stazioni fra loro, di tre sta- 
zioni col cambio di linea, di due trasla* 
tori, d'un bureau con de'lraslatori. Ter* 
mina l'opuscolo di Htibscher coH'appeo* 
dice, che a dimostrare l'utilità e la bel* 
lezza del ritrovato di produrre dell'elet* 
trico, dove e quando si vuole, non che di 
provare il gran progresso o la perfezione 
alla quale siamo giunti nella telegrafia e- 
lettrice, si riproducono 3 articoli estratti 
dai giornali. Adunque dicesi che a Loa* 
dra si fece l'importante scoperta d'appli- 
care la corrente elettrica alla produzione 
della luce calla fabbricazione de* colori* 
CheGiuseppeGiovanniTremeschin di Vi* 
cenza artista meccanico dimorante a Scio, 
nel 1 852 immaginò una macchina pel te- 
legrafo elettrico a trasmissione segreta, lo« 
data come preziosa scoperta. Che in Lon* 
dra apertasi comunicazione telegrafica 
con Brusselies, il messaggio fu trasmesso 
in due minuti e cinquanta secondi, e al 
termine d' un tempo eguale fu risposto. 
In altra trasmissione telegrafica aBrusseU 
les, per la domanda e la risposta furono 
impiegati soli trentotto secoudii Lai. 'ap- 
plicazione della elettricità alla corrispoo* 
denza telegrafica già era stata fatta nel 
maggio del 1845 sulla strada da Parigi a 
Rouen. Dopo 7 anni , nella Francia su 
tutti i punti si contavano più di 3o uffici 
che porgevano al pubblico la facoltà di 
cornspoadere^ da uq' estremità all'altra 



17» STR 

del paese, eoo pari rapidità e certezza. Ap- 
plicata al servizio delle strade ferrate, la 
con'ispondenza elettrica fece tosto un ioi* 
menso progresso. Merce di queste comu* 
nicaziooi, assai più rapide del vapore i* 
•tesso, la regolarità de'convogli e la sicu- 
rezza de' viaggiatori si trovarono accerta* 
Imperla facili là di ovviare al maggior nu- 
mero de'sinistri che ponno risultare da sì 
iormidabili mezzi di trasporto. Ma ponen- 
dola telegraGa elettrica a disposizione del 
pubblico, il governo francese dotò il pae- 
se d'un nuovo elemento di ricchezza e di 
prosperità. Dopo che la legge de'29 no- 
irembrei 85o, riservando allo stato il pri- 
vilegio esclusivo della corrispondenza te* 
legrafica, pose le basi principali a questo 
nuovo servizio pubblico; quindi con quel- 
la de' 1 7 giugno 1 85a si regolarono le par- 
ticolarità interne, e specialmente i rappor« 
li col pubblico pel ricevimento, trasmis» 
sione e consegna de'dispacci, con tulle le 
guarentigie desiderabili. Il governo frau* 
cese non indietreggiò a fronte di veruna 
diCfiooltà e spesa, per dare alla telegrafia 
cleUrica gli sviluppi consentiti dallo sta- 
to delle ferrovie. Quanto più la rete del- 
le strade ferrate francesi si ampliei'à, la 
telegrafia elettrica estenderà essa pure le 
sue linee di corrispondenza, e ben presto 
DOD vi sarà più in Francia località un po- 
co importante ove non sia possibile go- 
dere del benefizio di queste comunicazio* 
DÌ istantanee , non meno preziose per le 
allezioni di Simiglia, che per gli affari di 
commercio e d'industria. Neh 847 ^^ ^^* 
oein Inghilterra l'applicazione d'un nuo- 
vo pixicesso di telegrafia elettrica già mes- 
so in uso agli Stati- Uniti d'America, me- 
diante il quale le comunicazioni si trova- 
no stampale al tempo stesso che sono tra- 
smesse. Questo telegrafo si compose d'un 
solo filo elettrico, invece de'4 che allora 
si adoperavano. Ad una dell'estremità si 
pose una specie di tastiera, come quella 
d*un pianoforte, segnata in ogni tasto con 
una lettera dell'alfabeto; essa corrispon- 
deva all'altro estremo con una ruotai che 



STR 

nella eirconfei^enta conteneva le lettere 
corrispondenti. Era questa tutla la mac- 
china da stampare. Una leggerissima com- 
mozione elettrica basta per regolare il mo- 
vimento della ruota; e nel momento in 
cui ciascun tasto è premuto, la lettera cor- 
rispondente s'imprime all'estremo oppo- 
sto, mentre che contemporaneamente un 
campanello avverte l'uomo incaricalo di 
raccogliere la notizia. Le comunicazioni 
si stampano su d'una striscia di carta d'il- 
limitata lunghezza, e che si può tagliare 
ojpiacere per ottenere una parte della cor- 
rispondenza. L'esperienza provò, che si 
potevano imprimere da 80 a 90 lettere 
per minuto, e riprodurre i 25 segni del- 
l'alfabeto ini i secondi! La tipografia ot- 
tenuta é chiara e leggibile, e non peccava 
che per l'irregolarità delle linee; inconve- 
niente cui si cet*co rimediare, la tal mo- 
do, su tutte le linee delle ferrovie, ove so- 
no stabiliti telegrafi elettrici, una nuova 
trasmessa dall'uno estremo all'altro del- 
la linea colla velocità del pensiero, vi giun- 
ge non solo bella e stampata, ma con u* 
na semplicissima combinazione può esse- 
l'è lasciata impressa lungo la via in tut* 
te le stazioni intermedie. Quando qualun- 
que stato sia solcato da telegrafi elettrici 
sulle principali linee, un ordine,un dispac- 
cio importante, può in pochi minuti, in 
tempo minore che quasi non sia necessa- 
rio per iscriverlo, essere conosciuto, spar- 
so e stampato nello stato medesimo. Nel 
n.*'86 del Giornale di Roma deli 852 vi 
è UQ articolo sul telegrafo sottomarino 
transatlantico, che unirebbe le coste d'In- 
ghilterra con quelle d'America. 11 filo do- 
vrebbe traversare il mare d'Irlanda, don- 
de continuerebbe sott'acqua sino al pun- 
to scelto sulla costa dell'America setten- 
trionale, probabilmente vicino ad Hali- 
fax, percorrendo una strada di oltre 
2000 miglia inglesi. Questo filo ricoper- 
to di gutta-percha, e assicurato altresì del 
suo rivestimento di canape, che non può 
essere distrutto dall'acqua, sarebbe fatto 
calare nel fondodel mare da provetti mu- 



STR 

rinari DelIVpoca più tranquilla deiresta- 
te. Si conosce dall'esperienza che Telet- 
trìcità si propaga anche sott' acqua per 
mezzo di fili metallici, quandoquesti sie- 
no isolati mediante un rivestimento di 
guttapercha. V i sono delle macchine che 
in 3 settimane produssero un filo d'otto- 
ne di straordinaria grossezza, e lungo i-oo 
miglia jnglesi. Esisteva già il telegrafo sot- 
tomarinp di DouYres,che teneva l'Inghil- 
terra in comunicazione istantanea colle 
principali città d'Europa, sino alle quali 
era compita la rete telegrafica. Quando 
a questa linea già immensa, fosse aggiuo* 
to il telegrafo transatlantico, la metà cir- 
ca del mondo sarebbe circondata du que- 
sto magico filo, che permetterebbe alla 
gazzetta della Nuova Orleans di annun- 
ziare quanto fosse avvenuto quella mat- 
tina a 8000 miglia di distanza in Italia, 
ed a quella della Russia di riferire gli av- 
venimenti della scorsa notte nel Messico. 
Nel I .^giugno 1 852 venne aperto TuAìzio 
telegrafico istituitosi a Parma, tanto per 
la corrispondenza officiale che per la pri- 
vata. La linea telegrafica parmense poi, 
essendosi posta in comunicazione median- 
tela modenese per Reggio e Modena ver- 
so Mantova co' telegrafi austriaci, venne 
così posta in comunicazione anche colla 
lega telegrafica austi*o-tedesca.La telegra- 
fia elettro* magnetica so prat terranea fu 
pure stabilita tra Berlino eMagdeburgo. 
Secondo il n.° 1 24 ^i detto Giornale^ le 
principali linee telegitifiche della Svizze- 
ra si doveano aprire al commercio e al 
pubblico nella fine di luglio, non restan- 
do ormai a compiersi che le linee di po- 
ca importanza, e che dovendo attraver- 
sare monti, presentano maggiori difficol- 
tà pel lorostabilimento.il n.^i63delGior- 
naie di Roma del i852 descrive la linea 
sotterranea ordinata dal re delle due Si- 
cilie, tra Caserta e Capua^ e posta in at- 
tività nel declinare del precedente anno; 
quindi il re volle che fosse continuata ver- 
so Napoli e Gaeta, con fili sospesi a pali, 
anziché nascosti sotto terra, per poi pro- 



STR 173 

seguirla per Terracina. Per questo tro- 
vato, che tanto onora l'ingegno umano, 
e con tanta pi*odigiosa celerità ne sparge 
i lumi, fra i vari sistemi in uso fu adot- 
tato quello di Henly di Londra, sì per- 
chè esso dispensa dalla continua manu- 
tenzione delle pile e dalle spese quotidia- 
ne che ne deriva, sì perchè essendo esso 
a calamita permanente, si può trasmet- 
tere un messaggio senza la minima cum 
d'alcuno apparecchio. Secondo tale siste- 
ma, i fili di ferro galvanizzati vengono so- 
stenuti da pali alti palmi 3o. E da no- 
tarsi, che la linea sotterranea da Caserta 
a Capua, diffi^rente dal sistema che con 
poco buon successo si era altrove prati- 
cato, ha i fili coperti di gulta-percba in 
vece di seta, ed era allora in Europa il 
pih lungo tratto di questo genere con fe- 
lici risultati. Si notò nel gennaio i853 la 
prove sorprendenti della celerità con cui 
furono trasmessi a Milano dispacci tele- 
grafici da Londra, Liverpool e Manclie- 
ster, cioè da Londra in un'ora e 38 mi- 
nuti, e dalle due ultime città in un'ora 
e49 minuti. Cresce poi la sorpresa di tan- 
ta velocità e percorrenza d'immenso spa- 
zio, quando si rifletta che tali dispacci, su- 
perando parte dell'Inghilterra, poi il filo 
sottomarino, la Francia, il Belgio e gli 
altri stati dell' unione telegrafica austro- 
germanica (fondata nel trattatodi Dresda 
de'a 5 luglio 1 85oe perfezionata con quel- 
lo di Vienna a' 1 4 ottobre 1 85 1 ), devono, 
essere in molti punti dove mancano i tra- 
slatori, trasmessi da stazioni intermedie, 
donde deriva necessariamente una perdi- 
ta di tempo; e che d*allronde tutte que- 
ste linee sono molto occupate pe'dispac- 
ci dello stato e de'privati che s'incrocic^ 
chiano a centinaia , e che finalmente il 
maggior numero di esse non dispone che 
d'un solo filo. Perciò risultati ben supe- 
riori si otterranno quando sarà dapper- 
tutto adottato il sistema di translazione, 
cui si deve la diretta corrispondenza che 
già da qualche tempo si mantiene fìra Mi- 
lano e Berlino^ e fia tutte le principali cit- 



*74 STR 

tà deirunione austro-germanica. E* no- 
lo che gli abitanti degli Stati-Uniti ap- 
plicano al loro uso particolare tutte le in- 
irenzioni devolute alla scienza moderna. 
Perciò dal momento che la telegrafia e- 
lettrica prese rango fra le scoperte facil- 
mente Tolgarizzabili ) i banchieri, nego- 
lianti, armatori e industriali sene impa- 
dronirono^ la posero a profitto per le cor* 
rispondenze loro personali. Colui che a- 
irea il suo gabinetto distante da'magazzi- 
niydairudìcio o dal laboratorio,stabilì sol- 
lecitamente un filo elettrico fra iduepun* 
ti ne'quali dovea metter capo la sua cor- 
rispondenza, e più tardi quel filo si pro- 
lungò sino al casino di campagna del ca* 
pò della casa, dimodoché col mezzo del 
telegrafo elettrico le distanze sono asso- 
lutamente soppresse. Un industriale di Pa- 
rigi nel 1 853 ne seguì l'esempio. La sua 
casa di commercio era occupata dalle 
mercanzie e dagl' impiegati al piano ter- 
reno, ali. Spiano e al 2.^; egli fece stabi- 
lirei 1 comunicazioni telegrafiche ft*a que- 
sti 3 piani, e così non devono più salire 
nèscendere la scala ogni volta che voglio- 
no avere qualche informazione* L'appa- 
recchio è posto sulla stufa in modo che 
non occupa inutilmente una piazza. Un 
segno di richiamo avverte quando alcu* 
no ha bisogno di servirsi del telegrafo, un 
quadrante alfabetico indica esattamente 
la*domanda e le risposte. Si spera che io 
breve la telegrafia particolare sarà con- 
siderata indispensabile da tutti i capi di 
case commerciali. In Londra i fili telegra- 
fici co'tubi di ferro collegano fra loro le 
camere del parlamento, il tesoro, l'uffizio 
dell'ammiragliato e il palazzo di Buckin- 
gham. 11 telegrafo elettrico tra Londra e 
Marsiglia, per un dispaccio a'29 gennaio 
1 853 di 80 e più parole, spedito dalla 2.' 
alla I .^alle2 pomeridiane, la risposta giun- 
se alle ore 3 1/2. Il trattato internaziona- 
le tra Francia e il granducato di Baden, 
stabiPi la comunicazione della telegrafia 
elettrica. La scintilla parte dalle sponde 
del Reno, e quasi nello stesso minuto se- 



STR 

gna la sua traccia a Carisruhe e a Bruch • 
sali; di là passa a Stuttgard, a Ulma, ad 
Amburgo. Un dispaccio di più linee scrit- 
to a 4 ore di sera a Parigi, arriva com- 
piuto prima delle 6 al confine bavarese. 
Da Ausburgo è trasmesso in Austria, toc- 
cando Monaco, Salisburgo e Vienna. A 
Salisburgo incomincia la linea telegrafica 
dellaLombardia pelTirolo;a Vienna quel- 
la di Trieste, per Gratz e Lubiana, lutai 
modo Parigi e Strasburgo sono in comu- 
nicazione diretta col cuore dell' Austria 
e coli' Adriatico* I grandi centri politici, 
industriali e commerciali della Germania 
occidentale, centrale, settentrionale e au- 
striaca sono telegraficamente congiunti a 
Parigi. L'effetto del fluido elettrico divie- 
ne magico allorché si pensa che entro 6 
ore un negoziante di Trieste può cono- 
scere gli arrivi all'Havre, ad Amburgo, 
a Lubecca. Vi sono esempi di conversa - 
aioni fatte per mezzo del telegrafo, coA 
di contratti commercianti, così di arresti 
di ladri e altre operazioni di polizia. Col 
I .^^gennaio 1 852 fu attivato l'esercizio dei 
telegrafi elettrici negli stati Estensi, e fu 
congiunto con tutte le linee della lega te- 
desca -austrìaca, indi ebbe progressivo in- 
ci*emento per l'interesse dello stato e pel 
servizio de'privati. Nel mai*zoi853 la li- 
nea da Reggio fu prolungata al confine 
Parmensee congiunta a Parma, e poi pro- 
lungata sino a Piacenza pe'dispacci di sta« 
to.ln maggio fu compita la linea da Reg- 
gio a Massa, e posta in comunicazione col- 
le suddette. Finalmente in agosto fu at- 
tivata la comunicazione telegrafica fra 
Massa e la Toscana, anche a comodo dei 
privati. Un'altra linea si dovea aggiunge- 
re, che dagli stati sardi perSarzana si u- 
nisseaMassa,da dove si avrebbe pure una 
2.* linea di facile comunicazione colla 
Francia e l'Inghilterra; come pursembra 
che potrà eseguirsi la congiunzione delie 
linee Estensi collo stato pontificio, da Mo- 
dena a Bologna* Questo servigio attivo e 
puntualmente continuato di giorno e di 
notte nefdominìi Estensi, iavorìsoe ezian- 



STR 

dio il compimento di rilevanfissimi affari 
con solleciiudine, e corrispondendo colla 
lega tedesca aiJstriaca, dalle stazioni £• 
stensi si fecero pervenire direttamente di- 
spacci a Monaco, Vienna, Dresda, Berli 
no e altri principali luoghi della lega. In 
pari tempo sì propose la comunicazione 
diretta tra Malta e Londra,per mezzo del 
telegrafo sottomarino, clie il governo di 
Sardegna era sul punto di stabilire tra la 
Spezia e Cagliari per la via della Corsica, 
esarà condotto sino nell'Algeria^ e da Bo- 
na o Malta con vantaggi immensi. Neln/* 
178 del Giornale di Roma del 1 853, vi 
e In descrizione della rete telegrafica del- 
l' impero Austriaco, compresi i domini! 
d'Italia, Venezia e Verona. Un dispaccio 
partito da Parigi a 1 1 ore a'26 ottobre 
]853, arrivò a Londra in due mioutil II 
governofrancese, come altri, più volte av- 
vertì il pubblico che non era responsabi- 
le delle notizie trasmesse dalla corrispon- 
denza telegrafica privata,alla quale lascia 
la più grande latitudine ; ma ordinò di 
procedere contro gli autori de' dispacci 
falsi o tali da turbare la pace pubblica, 
ed a favoiire illecite speculazioni. La ma* 
Jizia dell'uomo ha voluto abusare anche 
della novella telegrafia, ch'é pure una del- 
le più stupende e più proficue conquiste 
delle scienze fisiche. Si può vedere quan* 
to declamò la Civiltà catlolicay 2.' serie, 
t. 4) p* /^5^^%u\\fì fallacia di molti dispac- 
ci telegrafici, a spauracchio de'semplici, 
ed a vantaggio de'trafficanti delle borse e 
de'turbolenti. Verso il settembre 1 854 ^^ 
costruzione dei telegrafo della Romelia 
fu decisa e conclusa per 4ooo milioni di 
piastre turche. Questo telegrafo sarà e- 
lettrico e partirà dalla Porta Ottomana 
in Costantinopoli, proseguendo per A- 
drianopoli,Filippopoli, 8ofia, Nesh,si«io . 
a Belgrado della Servia ed entro la for* 
tezza stessa. Tutte queste stazioni inter- 
medie saranno stabilite ne'pa lazzi gover- 
nativi. Un'altra linea telegrafica partirà 
da Adrìanopolj per Scìumla;etuttii fili 
cibnduttori aeguiranuo la gran strada pò- 



STR 175 

stole che conduce daCostantinopoli nBel- 
grado. Si avranno dispacci elettrici da 
Vienna in 3 quarti d'ora, da Parigi in 2 
ore 1/2, e da Londra in 3 ore. Questo te- 
legrafo elettrico dovrà essere finito nel- 
l'estate 18^5. A poco a poco che la te* 
legrafiasi diffuse in grandi estensioni, non 
mancai accennarlo negli articoli degli sta- 
ti in cui fu introdotta, e nelle città di sta- 
zione e uffizio centrale. Notai a Roma, che 
il ministro de'lavori pubblici a'20 agosto 
1 852 annunziò,che il Papa Pìol X.riguar- 
dando come utile scopèrta quella de' te- 
legrafi elettrici, ordinò gli studi necessari 
poi* introdurli nello stato pontificio, quin- 
di prese disposizioni perla continuazione 
della linea del limitrofo regno d'Itaiia da 
Terracina a Roma, per quindi attraver- 
sando il rimanente dello slato, andare a 
raggiungere le linee già stabilite nell'al- 
ta Italia. Ne'n.i 221 e 224 del Giornale 
di Roma deli 853, si riferisce che anda- 
vasi ad attivare la progettata comunica-* 
zione di Roma con Napoli mediantelinea 
telegrafica, e quella effettuata di Bolo- 
gna con Modena, e coU'inlìera linea de- 
gli uffizi telegrafici, che con essa sono in 
corrispondenza, ad istanza di mg.rGras- 
sellini pro-hegato di Bologna. Lo stabili- 
mento del telegrafo elettrico a Bologna 
per mettersi in comunicazione con Mo- 
dena, porta pure quella coll'alta Italia e 
anche collaGermania Per l'attuazione del 
rapidissimo mezzo di corrispondenza da 
Roma a'confini napoletani, le duecapi- 
laliRoma eNapoli saranno poste in sì stret- 
ta relazione, da potersi in pochi minuti 
comunicare reciprocamente qualunque 
notizia, sia a comodo de'due governi, sia 
de'parlicolarì.Riporta il n.^233 del Gior» 
naie di Roma del i 853, che il Papa sire- 
co a' 1 3 ottobre alla chiesa di s. Sebastia- 
no situata sulla via Appia a 3 miglia da 
Roma, indi con alcuni cardinali e col mi- 
nistro dei commercio e lavori pubblici, 
e il commend. Canina, passò nel vicino 
luogo, ove ebbe principio il suddescrit* 
to scuoprimento e restauro della via Ap- 



176 STR 

pia,clie protraesi fino là do ve solleva Van* 
fica città di Boville, per una estensione 
di piùd'8 migliatesi congiungecolla stra- 
da d'Albano, già stabilita sul suolo della 
stessa antica via Appia. Percorse a piedi 
più che due miglia, cioè dai ^.^ al 6.^ mi* 
glio, osservando tutti i monumenti anti- 
chi ivi discoperti, l'esposizione e il loi*o 
ristabilimento con tanto vantaggio della 
storia e delle arti.GiuntoaCasalRotondOy 
che si considera il più grande e più nobile 
tra'inonu menti compresi nella via, altri* 
buendosene la principe le costruzione al ri- 
cordato M.V. Messalino Cotta, pel sepol- 
cro del suo genitore Messala Corvino, ri- 
fuòntò in carrozza. Restituitosi ove fu in* 
cominciato lo scuoprimento della strada, 
leKinossi in una casa espressamente ac- 
comodata per assistere al 1 .** esperimento 
che si fece della linea telegrafica dì recen- 
te stabilita fra Roma e Terracina in una 
estensione di 68 miglia, e portata a se- 
'guire per gran parte la via Appia. Il Pa- 
pa volle far trasmettere alcune domande 
alla stazione di Terracina, e si ebbe istan- 
tanea risposta ; onde si degnò esternare la 
^ua soddisfazione al ministro cammend. 
Jacobini e all'ingegnere Salvatori, al qua- 
le sì esperto nella telegrafia studiata nel- 
le principali stazioni d'£uropa,volle il go- 
verno affidata la direzione delle linee te- 
legrafiche dello stato pontificio. Nel n.^ 
6 i del Giornale di Roma del 1 5 roarao 
1 853 si legge, che in seguito alia conven- 
tione conclusa tra l'Austria e il Piemon- 
te a'a8 settembre 1 853, erano state con- 
giunte le rispettive linee telegrafiche dei 
nominali governi presso il confine austro- 
sardo in BufFalora, e per tal guisa trova- 
si ancora il telegrafo pontificio di Bolo- 
gna in diretta comunicazione telegrafica 
col Piemonte per la via di Milano. 11 n.° 
78 poi dello stesso Giornale notifica il 
pubblicato a Bologna a' 2 7 marzo, cioè 
che il governo pontificio per rendere pili 
vantaggioso al pubblico il servizio tele- 
grafico avea concordato col governo E* 
steose d'adottare le massime d'uda cod« 



STR 

irenzione suppletoria della lega tedesca- 
austriaca, attivata al principio del cor- 
l'ente anno, in forza di che anco presso 
di noi da ora in avanti è concesso di por- 
tare a a5, anziché a 20, il numero delle 
parole d'un dispaccio semplice senza al- 
terazione di tassa, come pure di parifi- 
care la tassa per la spedizione de'dispac- 
ci di notte a quella di giorno. Ora si dà 
opera per costruire la linea telegrafica tra 
Bologna e Roma. Mei n.°223 del Gior- 
naie di Roma del 1 854)SÌ pubblicò la con- 
irenzicoe conclusa a'27 giugno tra il Pa- 
pa e il re delle due Sicilie, per regolare 
le corrispondenze telegrafiche fra i due li- 
mitrofi stati, con taritfe uniformi e iden- 
tici regolamenti. 

STRADE DI ROMA. F. Strada. 

STRADE FERRATE, ILLUMINA- 
ZIONE A GAZ, TELEGRAFL Fedi 
Strada. 

STRAMINIAC. V, Cremieu. 

STRASBU RGOo4RGENTINA(^r- 
gentoraten). Città con residenza vescovi- 
le e piazza forte di Francia, grande e bel - 
la, capoluogo del dipartimento del Bas- 
so Reno, di circondario e di 4 cantoni, a 
a2 leghe da Basilea, 3 oda Nancy, 37 da 
Magonza eio5 da Parigi, in vasta, ame- 
na e pingue pianura suU' 111, alquanto 
sotto al confluente della Bruche, presso 
la sponda sinistra del Reno. E' pure ca- 
poluogo dell'accademia universìtaria,se- 
de delle autorità e di quelle della 5."* di - 
visione militare e della 4** divisione de- 
gli argini e ponti, con tribunale di i ' i- 
stanza, del tribunale, camera e borsa del 
commercio, della direzione e sottodire- 
zione d'artiglieria, delle direzioni del ge- 
nio, delle dogane, de'demaui e deliecon- 
tribuzioni dirette e indirette, cooserva- 
zio»e deir ipoteche, ispezione forestale, 
concistoro generale pe' protestanti della 
confessione augustana, depositi di tabac- 
chi e polveri della zecca BB. Questa cit- 
tà, di forma irregolarissima e allungata, 
chiusa da una cinta bastionata con fossi, 
preceduta da un gran numero d' opere 



STR 

esterne che accrescono le difese ^ è in- 
teiTotta da 7 porte, cioè Bianca, Saver- 
na, Pietra o Haguenau, Giudici, Pesca* 
tori. Delfina, Ospedale. Àirestremilào- 
rientale trovasi la cittadella composta di 
5 bastioni^ e costruita da Vaulian, e le 
cui opere si distendono sino al Reno, che 
in quel punto si va rea sopra il celebre pon- 
te di battelli detto di Kehl, lungo quasi 
un quarto di lega ; le porte Bianca e di 
Pietra essendo inoltre difese da partico- 
lari ridotti. Kehl è una città con 8 leghe 
di territorio, già spettante al dominio so- 
vrano del vescovato d'Argentina, poi ce- 
duta al granducato di Badeuj segnando 
la metà del ponte il confine tra esso e la 
Francia : la famosa fortezza di Kehl fu 
demolita nel 1 80 1 ,ed era stata eretta nel 
t688 da Vauban perdifendereSti*asbur- 
go. Il fiume lll,che penetra nella città pel 
sud-ovest, attraversando una gran chiu- 
sa di fortificazione col mezzo della quale 
si ponno inondare tutti i dintorni, divi- 
desi tosto in piti rami che corrono in di- 
verse direzioni, e lungo i quali domina- 
no alcuni tratti di ri vìera,e n'esce al nord- 
est dopo di averli di nuovo tutti ricon- 
giunti: il più importante de'quali brac- 
ci, cui attraversano in gran numero pon- 
ti di legno e di pietra, porta il nome di 
Bruche in tutto il suo coi*so eh' è navi- 
gabile; innaffiando esso le parti meridio- 
nale e orientale della citta, ed accoglien- 
do per la destra il canale del Reno che 
dà a Strasburgo una comunicazione di- 
retta con questo fiume; nel centro scor- 
re in parte chiuso tra le abitazioni,il Fos- 
so de'Conciatori, utilissimo per le con- 
cie e opifizì stabiliti sulle sue sponde.Ve- 
duta di lontano Strasburgo, dominata 
dall'alta e maestosa sua cattedrale, pre- 
senta un aspetto imponente: vi si conta- 
no più di 260 vie, generalmente strette 
e tortuose, ad eccezione d'alcune, come 
la via Grande e quella del Mercato del 
pesce, che sono larghe e ben ornate, ed 
assai grande quantità di piazze pubbli- 
che, tra le quali devesi citare per la sua 
voi. LXX. 



STR 177 

ampiezza la piazza d' Armi, adorna di 
piantagioni; le case altissime e molto be- 
ne fabbricate di pietra, nel gusto tedesco 
antico, e con pietra rossiccia delle vicine 
cave, vengono quotidianamente sostitui- 
te da costruzioni di stile rooderno^ Pa- 
recchi edifizi distinguono questa città, e 
principalmente la cattedrale o chiesa di 
?fostra Donna, vasto monumento di gu- 
sto gotico, del quale ammirasi V altezza 
e la solidità, i prospetti laterali, notabili 
per le sculture,e il prospetto maggiore di 
1 60 piedi di faccia, decorato da una bel- 
la rosa e da un'infinità dì graziose scul- 
'ture, e fiancheggiato da due grosse torri 
quadrate, una delle quali, a sinistra, so* 
stiene la guglia di pietra tagliata a gior* 
no, di lavoro sommamente delicato e che 
ha fama di capolavoro per arditezza e 
leggerezza, alta più di 4^0 piedi. L'in- 
terno di questo tempio presenta una va- 
sta nave, con navi minori a'Iati, cui ac- 
compagnano numerose cappelle, un co- 
ro riccamente ornato, e un monumento 
ad onore diGio. Battista Kleber diStras- 
burgo, generale supremo dell' eseràto 
francese condotto da Bonaparte in Egit- 
to, ed ivi morto a' i4 giugno 1800 (ove 
e nel Cairo sul terrazzo della casa posta 
nella piazza d'Esbekich in cui fu ueóso, 
s'innalzò altro funebre monumento dai 
francesi che vi dimorano, cioè il suo se- 
mibusto sopra colonna di granito con i- 
scrizione, sovrastata da marmoreo me* 
dagliene chiuso da fronde d'alloro, nel 
quale si scolpirono le principali vittorie 
da lui ri portate). Nell'ala destra della cro- 
ciera trovasi il famoso orologio mecca- 
nico così curioso per la quanti tàdellesua 
macchine che segnano il moto delle co- 
stellazioni. Cancellieri descrìve l'orologio 
pubblico di Strasburgo, nelle sue Cam» 
pane, campanili e orologi, a p; 77. Ri- 
ferisce cheinStrasburgosi ammira lasoo- 
tuosissima torre incominciata nel 1277 
e terminata a8 anni dopo, alta 574 pie- 
di geometrici, e a cui si aseende per 8 sca- 
lei alti*i dicono 63 5 gradìoi. Questo cro- 
ia 



178 STR 

logio è ornato di varie figure che com- 
pariscono secondo le di verse festività del* 
l'anno, al suono delle ore, prima del qua* 
le eseono due angeli che fanno un con- 
certo colle trombe. Dopo il suono delle 
ore, un gallo che sta sulla cima deU'oro- 
logio,sballe le ali con {strepito e poi can- 
ta due volte. Sì dice da alcuni^ che^i* 
colò Copernico nel 1 54o sia stato l'auto- 
re di questo lavoro, dopo il quale fu ac- 
cieca tOj perchè non potesse pi ù fare il con- 
simile in altro luogo. Ma Pietro Gassen- 
do,chene scrisse la vita,afiatto non parla 
di questo tragico fine, che certamente a« 
vi*ebbe riferito se fosse stato vero.Descris- 
sero l'orologio di Strasburgo, G. Drau- 
no 1. 1 , p. 33; C. Dsp^oàìo^Descriptio hO' 
rdogii jérgentinènsis, Argentorati 1 578; 
G.Xylandro, Schediasma ileasUvnomi- 
co hordogio Argentoralensi, Argentora- 
tii575. Le prime fondamenta della su- 
pcrbe cattedrale di Strasburgo furono 
gettate verso il 5o4 dal re Clodoveo 1, 
cioè una capjiella sotterranea con chiesa 
di legoo^ed alla quale fece doni ragguar* 
devoli Dagoberlo 1 in principio del seco- 
lo VII; ìndi sul cadere del seguente Carlo 
Magno feoe fabbricare in pietra il coro, 
tuttora esistente; ma tranne quest'ulti- 
ma parte, un terribile incendio consumò 
mteranàente l'antico tempio nel 1002, 
disastro cagionalo dalle truppe di Er- 
manno duca di Svezia e d'Alsazia, e fu 
poi totalmente distrutto do' fulmini nel 
1007. Werueroo Verinario conte d' A bs- 
burgo, edificatore del castello omonimo 
(per cui ne parlerò all'articolo Svizze- 
ra nel cantone d'^/'^oviii^ ove trovasi 
il castello d'Habsburg), allora vesco* 
vo d'Argentina, volendo erigere un edi- 
fizio più bello ancora, nel 101 5 fece in- 
cominciare da 'fondamenti quello che sus- 
siste, che fu terminalo nei 1 275,6 la gran 
torre nel seguente anno principiata dal 
vescovoCorradodlLeiclitenibergperrar- 
chitatto Ervin diSleiiìbach,e col suo di- 
segno da Giovanni Huiz di Colonia ven* 
«•compita soltanto nel 1 43 g o nel 1459. 



STR 

ìieW Album di Roma t. a, p. 100 si de- 
scrive la cattedrale di Strasburgo, e si ri- 
porta il disegno del prospetto esterno.Ne 
darò un estratto. Il campanile o torre di 
Strasburgo, come notai a Campanile, è 
il pili alto di tutti gli edifizi conosciuti, 
tranne la gran piramide piò alta d'Egit- 
to, che solo l'eccede di 1 2 piedi e 4 polli- 
ci, altri dicono di 3o piedi: l'altezza della 
torresomma a più di 436 piedi parigini, 
fecondo al tri.La sua altezza è di 142 me- 
tri e 1 1 centimetri, ossia 437 piedi e raez- 
zo,secoudo le ultime precise misure. Dalla 
base alla portentosa sommità si contano 
635 gradini. La facciata della chiesa ha 
5 piani, lli.^'termina al di sopra de'por- 
tici, che sono ornati da un'infinità di fi- 
gure rappresentanti diversi soggetti sa- 
gri: al confine di esso si vedono le statue 
equestri di Clodoveo 1, Dagoberlo 1, Ro- 
dolfo I d'Habsburg e di Luigi XIV. Le 
prime 3 furono erette ne.l 1 29 1 , l'ultima 
vi si poseullimameDle.il 2.^ piauo si com- 
pone del rosone a vetri colora ti, la cui cir- 
conferenza esterna è di 1 5o piedi, ed ha 
due gallerie laterali. Al disopra del ro- 
sone sono le nicchie in cui esistevano le 
statue del Salvatore, della B. Verginee 
de'XII Apostoli. Le cornici della galleria 
a destra sono coperte d' una quantità di 
orride figure, rappresentanti demonii e 
stregoni: nella parte sinistra vedesi una 
statua antica rappresentante Ercole, tro- 
vata negli scavi dell'antico tempio, sulle 
cui rovme è fondata la cattedrale e dove 
era anche un bosco sagro. 11 3.° ripiano 
del redi fizio è occupato dai campanile e 
lerminain pia no,dove comincia il 4'^pia- 
no : ivi s'innalza la torre, vera roeravi« 
glia d'arte per l' ardita sua costruzione, 
eleganza e leggiadria.Essa è traforata dal- 
l'ulto in basso, e sostenuta dalla sola co- 
struzione a maltoni de'suoi angoii.Tulta 
l'elevazione di questo piano è circondata 
da 4 torrette esagone forate in ogni par- 
te,' e contenenti scalette a chiocciola; la 
comunicazione colla torre è praticala per 
mezzo di ponti in pietra' piana. Il 5.'' ri- 



STR 

piaoo e formato dalla punlA a piramide 
etUgonale,e cooliene 8 scale poste nelle 
piccole torrette fiancheggianti la pirami- 
de stessa: nella parte superiore trovasi la 
lanternaria coronarla rosale finalmente 
s'innalza la croce terminala con una pie- 
Ira ottagona, chiamata il bottone. Si re* 
sta più che attoniti e quasi spaventati se* 
guendo collo sguardo l'audace curioso, 
che s'induce ad ascendere fino a tale pe- 
ricolosa elevazione. L'orologio di Stras* 
burgoèstatoconsideratocomela3.'delle 
7 hieravigliedi Germania, delle quali la 
torreoccupavail i.*^rango. Secondo VÀI- 
bum questo lavoro rimonta al 1 57 i ,men* 
tre Cancellieri dice che Copernico morì 
nel 1543. Rappresentava le rivoluzioni 
celestiale fusi della luna, i movimenti dei 
pianeti e di talune costellazioni; ma il 
meccanismo è già da gran tempo disor- 
dinato. L'ab. Grandidier ne' suoi Saggi 
storici e topografici sulla chiesa cattC' 
dralc di Sirasburgo^fece contactre le di- 
verse vicende, alle quali andò soggetto 
questo celebreedifizio dopo la sua erezio- 
ne, ritenuto per uno de'più belli e son- 
tuosi d'Europa» llcapilolodella cattedra- 
le si compone della dignità del decano e 
di 8 canonici, di 29 canonici onorari, e 
di altri preti e chierici addetti al servi- 
gio divino. Essendovi il battistero e la 
cura d'anime, un canonico capitolare n'é 
il parroco» L'antico e celebre capitolo si 
formava di 1^ nobilissimi canonici, tra i 
quali un 34° etano francesi! 1 2 erano ca- 
pitolari eli domiciliari; i soli capitolari 
uvea no entrata e voce nel capitolo, ed e* 
leggevano il principe vescovo. L'impera- 
tore s.Enrìco II, edificato nel i o 1 2 in ve* 
dere nella cattedrale la mirabile com* 
postezza colla quale i canonici, detti al- 
lora frati di s. Maria, celebravano l'uiiì- 
zio diviuo, il bell'ordine che vi si osser- 
vava e la decorosa maestà che regnava 
nel santuario, concepì ildivisameutodi 
rinunziare la corona e ritirarsi presso i 
canonici. Però da questo disegno fu ri- 
tratto dalle rimostranze del vescovo Ve- 



STR 179 

rinario, che gli fece comprender, essere 
sua vera vocazione di regnare saviamen- 
te e di santificarsi sul trono. Allora l'im- 
peratore onorò la cattedrale con molti 
presenti, e pel gran bene che ad essa egli 
fece, dissero gli storici di sua vita, che fu 
il restauratore del vescovato di Strasbur- 
go. Accrebbe le rendite de'suoi canoni- 
cati, e vi fondò eziandio, per far perpetua 
la sua divozione, un canonicato di ricca 
prebenda, per quello che facesse in suo 
nome il servigio divino. Al cominciaredel 
secolo XIll, quando i canonici nobili si 
separarono da quelli che non lo erano, 
l'imperiale fondazione divenne una pve* 
benda del gran coro, sotto il titolo di pre^ 
benda del re del coro. Dopo detta epoca 
non la conferirono più gl'imperatori, ma 
fu propria del gran preposto: il titolare 
di essa ha il i .° luogo nel coi*o, ma nelle 
assemblee del gran coro non prende se 
non quello che risponde alla sua anzia- 
nità; egli esercita le funzioni di vicede- 
cano, in assenza del gran decano. A lui 
era riserbata pure l' ufiiziatura in certe 
feste solenni, com'era al vescovo, al gran 
preposto e al gran decano* La suddetta se- 
parazione formò nella cattedrale diStras- 
burgo que' due corpi differenti e parti- 
colari, che si chiamarono il gran capi* 
telo e il gran coro, ed alcune particola- 
rità intorno ambedue le riportai a Cobo. 
Oltre la cattedrale eranvi in passato due 
collegiate in Strasburgo, quella di s. Pie- 
tro il giovane, e quella di s. Pietro il vec- 
chio: i canonici di questo capitolo occu- 
pa vano il coro, ed i luterani la nave nelle 
due chiese* Era vi una 3*' collegiata, che 
fu restituita a'caltolici nel 1686, quella 
cioè d'Ognissanti, situata in unode'sob- 
borgliì. Al presente e secondo l' ultima 
proposizione concistoriale, vi sono 7 altre 
chiese parrocchiali munite del fonte sa- 
gro, due ospedali, il monte di pietà, due 
seminari,unodenominatograndecon cir- 
ca 120 alunni, l' altro detto piccolo con 
quasi 100 alunni. L'episcopio è amplissi** 
ma^egregiamente oruatp, 1 00 passi inciir- 



8o 



STR 



ca distante dalla cattedrale. Un tempo vi 
fijronoi canonici regolari di Lorena,! ge- 
suiti che aveano il collegio e il seminario 
vescovile, ì cappuccini, le domenicane , 
quelle dellaVisitazione,e quelle della con* 
gi*egazione. Notasi inoltre a Strasburgo il 
tempio luterano di s. Tommaso, che rac- 
chiude il mausoleo del famoso conteMau* 
rizio maresciallo di Sassonia, opera di Pi- 
galle, e quelli di Schoepflin, Gherlino e 
Roch; il tempio nuovo, dove s'ammira 
quello di D. Blessig; Fantico castello re- 
gio, che ha un bel terrazzo sulla Bruche; 
il palazzo della prefettura, quello della 
città , la dogana, il palazzo della ragio- 
ne, ì granai pubblici; il teatro nazionale 
adorno di un peristilo formato da 6 co- 
lonne ioniche, e il cui interno é spazioso 
edelegante,echetraegrandeameni(à dal- 
la sua posizione in faccia al bel passeg- 
gio del Broglio che fiancheggia il Fosso 
de'G>nciatori, e da numerose statue de- 
corato;e pai*ecchi palazzi particolari. Gli 
spalti piantati d'alberi, la spianata della 
cittadella, la Robertsau situata fuori di 
porta Pescatori, e le isole del Reno, sopra 
una delle quali vedesi un obelisco eretto 
alla memoria di Desaix, offrono pure gra- 
devoli passeggi. Strasburgo possiede, ol* 
tre le ricordate chiese cattoliche, 7 tem- 
pli luterani ed uno calvinista, la sinagoga 
concistoriale degli ebrei, il ginnasio dei 
protestanti, la facoltà di teologia per la 
Confessione Aiigustana^\<e facoltà di di- 
ri ttOj di medicina, del le scienze e delle let- 
tere, una classe normale per formare i- 
stitutori, scuole d'ostetricia e speciale di 
farmacia, di disegno, collegio regio che 
possiede una collezione di strumenti di 
fisica, museo, gabinetto d'anatomia, os- 
servatorio,giardino botanico dove si fan- 
no de'corsi studiosi, biblioteca pubblica 
con circa 60,000 volumi, società accadè- 
mica che distribuisce premi, società d'a- 
gricoltura, delle scienze e delle arti, bi- 
blica protestante, associazione che ha per 
oggetto d'aiutare i giovani ch'escono dal- 
le carcerìj ed i quali nel corso della de« 



STR 

tenzione a vesserò dato prove di vero pen- 
timento; de'bagni pubblici, ar^ienale ma- 
gnifico che racchiude la scuola d'artiglie- 
ria e la fonderia di cannoni, vaste e belle 
caserme per la fanteria,cavalleria e arti- 
glieria. Tre ospizi civili, uno de'quali pei 
trovatelli e altro pegli orfani; carcere mi- 
litare, case di detenzione e d'arresto, di 
correzione e de' pazzi, ed il deposito regio 
degli stalloni. Attivissima è l'industria, 
con fabbriche fiorentissime d' orificeria 
in oro e gioie rinomata, bottoni di me- 
tallo,amido,allume,aci do solforico, bian- 
co di cerusa, acciaio, sapone, coltellame, 
spille, vasellame di ferro fuso, smalto, 
porcellana, maiolica, refe, tessuti metal- 
lici, berrettame, velluti denominati mo- 
chetta, arazzi grossolani, stoffe di lano e 
di cotone, flanelle stampate, tele da vele, 
tele incerate, tappezzerie, pellami, cap- 
pelli anche di paglia, carte dipinte, co- 
rami, marocchini e altro ; non che fila- 
toi, tintorie, concie, fabbriche di birra, 
stamperie importanti,fornaci,fucine, fon- 
derie di caratteri da stampa, raffineria di 
zuccaro, manifattura regia di tabacchi. 
Si vantano i pasticci di fegato grassi di 
Strasburgo. 1 copiosi prodotti di questa 
città nelle mani&tture, e soprattutto la 
sua eccellente situazione che ne fu l'em- 
porio e un deposito naturale tra la Fran- 
cia, la Svizzera, la Germania, l'Olanda 
e ritalia, danno motivo ad un commer- 
cio considerabile di transito e di depositi, 
fiivorito singolarmente dal Reno, che a- 
pre sbocchi col mare del Nord pel cana - 
le del Rodano al Reno,che comunica coi 
Mediterraneo e l'Atlantico; e belle stra- 
de partono per. tutte le direzioni. Vi si 
fa gran traffico de'prodotti del territorio, 
essendo il commercio librario altro ra- 
mo importante di Strasburgo, dove si 
tengono 4 annue fiereassai ragguardevo* 
li e frequentatissime da' tedeschi. Patria di 
molti illustri, ricorderò Guglielmo Buwr 
pittore e incisore, Giovanni Mentel ce- 
lebre stampatore, Pietro Schoeffèr che 
lavorando in cerca o ne' primi esperi- 



STR 

menti della stampa a Magonza con Gto* 
vanni Faust e Giovanni Guttemberg, in- 
ventònel 1 4^0 le lettere mobìK.De'prìrai 
sperimenti fatti da Guttembei^ a Stras- 
burgo nell'invenzione della stampa, ed 
ove pose la i .^stamperia ovvero a Magon- 
za, meglio parlai a Stampa^cou quanto 
vantano Magonza e Strasburgo sul i .^in- 
ventore della stampa e caratteri mobili. 
Come Magonza innalzò una statua aGut- 
temberg, altrettanto fece Strasburgo, la 
cui solenne inaugurazione con pompa 
grandissima si celebròa'20 giugno i84o. 
!Nefu scultore il fraoceseDavid d'Angers, 
una delle celebrità artistiche di Francia. 
La popolazione supera i 60,000 abitan- 
ti, metà cattolici e metà protestanti, etra 
i quali sono egualmente in uso la lingua 
Francesce la tedesca, la quale ultima è la 
propria degli artigiani. In occasione del- 
l'eclissi dell 85 1 si parlò molto dell'oro- 
logio astronomico diStrasburgo,come nel 
. n.**! 89 del Giornale di Romaòeì 1 85a, 
e nel t.i8, n.^ 26 deW Album di Roma. 
Il meraviglioso orologio di Schwilguè fu 
ideato e costruito con tanta arte e preci- 
sione da riprodurre visibilmente co'moti 
de'suoi ingegni,non solo l'ordinaria suc- 
cessione delle variazioni del tempo, e l'ap- 
parente corso degli astri, ma ben anche 
j fenomeni eccezionali, e le più delicate 
perturbazioni de'loro movimenti.Era un 
fatto d'infinita singolarità l'osservare la 
congiunzione astronomica del 28 luglio 
]85i,che dovea manifestarsi in propor- 
zioni per così dire microscopiche sopra 
uno de'quadranti dell'orologio della cat- 
tedrale, nello stesso tempo e nello stesso 
modo che si produceva nell' immensità 
dello spazio. Mei mezzo del quadrantecen- 
trale interno, destinato alle indicazioni 
del calendario e del tempo apparente, è 
figurato, come si sa, il globo terrestre, o- 
rientato col meridiano di Strasburgo, e 
che per tal modo espone agli sguardi tut- 
ti i paesi situati sul suo emisfero setten- 
trionale. Intorno a questo globo si muo- 
vono due indici, terminati l' uno da un 



STR i8i 

disco dorato a raggi,che figura il sole, l'al- 
tro da un pìccolo globo di colore argen- 
tino da una parte e nero dall'altra, rap- 
presentante la luna,* e le dimensioni di 
questi due astri sono in rapporto esatto 
colta loro media grandezza apparente; ciò 
ch'era indispeusabile per renderli atti a 
figurare il fenomeno di una eclissi. Que* 
sta piccola luna, il cui diametro eguaglia 
appena un mezzo centimetro, e che co- 
me non si muove ne'cieli,così non si muo- 
ve sul quadrante,che in un'orbita circola- 
re, questa piccola luna della grandezza di 
una pillola, fu veduta nel lo stesso giorno^ 
ai minuto, al secondò indicato da Finck, 
avvicinarsi al disco non meno grazioso 
del sole di Schwilguè, velarne da prima 
una piccola parte, poi una più grande, 
e finalmente raggiungere il lembo oppo- 
sto> in concordanza perfetta colle fasi del- 
la eclissi reale. Mediante la proiezione 
ipotetica delle linee tangenti il corpo lu- 
nare, si poteva determinare benissimo la 
zona dell'emisfero, in cui si è potuto ve- 
dere lo spettacolo delfeclissi totale. Una 
folla di curiosi si accalcò nel vestibolo dei- 
la cattedrale, in cui non si udirono che 
esclamazioni di meraviglia e di gioia, ai- 
l'aspetto di questo mirabile risultamento 
d'un doppio sfoi*zo dello spirito umano, 
e dell'autore di quell'apparecchio mec- 
canico. Gli stranieri principalmente feli- 
citarono Schwilguè, modesto e sapiente 
che arricchì Sti'asburgo di sì incompa- 
rabile capo d'opera. 

La fondazione di questa città, che pri- 
ma della rivoluzione era la capitale del- 
l'Alsazia e in particolare della Bassa- Al- 
sazia, si attribuisce ai romani, che l'in- 
nalzarono per difendere l'ingresso delle 
Gallie a'germani,e ne fecero una piazza 
importante cui diedero il nome d' Ar* 
gentoratum, e dove stabilirono un arse- 
nale considerabile; i tribochi, popoli dei- 
la Gallia Celtica, ne occuparono allora 
il territorio, che i conquistatori poi com- 
presero nella I.' Germanica. Respinti più 
volte oltre il Reno, sotto Giuliano, Gra- 



i8a S T R 

siano e Massimo, pervennero i germani 
alla fine a ini pad ran irsi del pa^se ed a 
tuantenervìsi sino al regno di Clodoveo I, 
che ributtatili di là del fiume, riunì Ar- 
gtntoratum a*suoi stati. Ebbe più lardi 
a dipendere questa città dalla Francia o- 
rientale o Au&lrasia, ma per la sportizio- 
nedel regno tra'fìgli di Lodovico I ilP/o, 
passò a Lotario 1 e fece parte della Lo- 
rena. Si crede che verso il VI secolo pren- 
desse questa città il nome di Strasbur- 
go^ che noi italiani continuammo a chia- 
mare Argentina^àbX^xxo nome lati no. Do- 
po la morte di Luigi IV re di Francio, 
cadde al principio del secolo X in potere 
degl'imperatori di Germania, e si trovò 
compresa nel circolo dell'Alto- Reno; ot- 
tenuti in progresso grandi privilegi, dii> 
venne città libera e imperiale, e si resse 
da se a comune, il suo vescovo portando 
il titolo di principe del sagro impero. Nel 
1 349 vi regnò una grande mortalità pe- 
stilenziale, che attribuendosi a' sortilegi 
degli ebrei, se ne bruciarono di que'scia- 
gurati più di 300. Narrai aPaoTESTANTi, 
che essendosi introdotta in Strasburgo 
l'eresia de'Lii/er/i/if, la città infelicemen- 
te ne abbracciò la prelesa erronea rifor- 
ma. Laonde nella dieta di Spira fu Ar« 
gemina una di quelle città che protesta- 
rono contro il decreto di Worms che ar- 
restava Terrore, per la qual prolesta i lu- 
teranisi chiamarono ^ro(e5{^in/i. indi gli 
eretici cacciarono dalla città il vescovo 
ed il capitolo. Nel 1681 la città si sotto- 
pose ▼olontariamente a Luigi XIV re di 
Francia, eh 'erasi alcuni anni prima im- 
padronito dell'Alsazia, e vi fece il suo so- 
lenne ingresso a'23 ottobre; così tornò 
allora alla Francia, da cui era stata da 
sì gran tempo dismembrata ; quel bfio- 
narca ne ingrandì molto il recinto e la 
circondò di fortificazioni che la resero una 
delle più forti piazze dell'Europa. Luigi 
XIV ristabilì quindi nella cattedrale l'e- 
sercizio della religione cattolica, ch'era 
stata abolita nel 1 529 nell'adoltare il lu- 
t«rauismo,ripristÌQando il vescovo e i ca- 



STR 

nonici. Patì incendi, ed il più violento ac- 
cadde nel 1298; soffrì pure varie scosse 
di terremoto, e le più forti furono nel 
1 289, nel 1 356, nel 1 357, ed a'3 agosto 
1728, che desolarono la città. La sede 
vescovile fu eretta nel IV secolo, ed il i .^ 
vescovo fu s. Amando apostolo dell'Al- 
sazia, provincia in origine della Germa- 
nia, che assistette nel 346 al concilio di 
Colonia. Altri santi illustrarono la sede 
vescovile di Strasburgo, cioè s. Massimi- 
no, 8. Arbogasto che nel 673 successe a 
Rotarlo, e nel 678gli fu sostituito s. Fio- 
renzo, indi 8. Remigio, e quegli altri ri- 
portati nel 1. 1 della Storia dAlemagna, 
Avendo Papa s. Zaccaria approvata l'e- 
rezione fatta da a. Bonifacio apostolo di 
Germania di Magonza{F.) in metropo- 
li, tra' vescovati che dichiarò suiTraganei 
vi fu compreso questo di Strasburgo.Fu 
celebre la commenda gerosolimitana del- 
l'Isola Verde di Strasburgo, fuori delle 
mura della città, con chiesa della ss. Tri- 
nità, il cui commenda tore a yea l'uso del- 
la mitra, del pastorale e degli altri orna- 
menti pontifìcali, per concessione di Cle- 
mente Vili nel 1596. L'istituzione pri- 
mària risale al i i5o per opera di Ver- 
nerò maresciallo d'Uneburgo,il quale co- 
me potente avendo recalo molti mali ai 
cittadini, pentitosi e convertitosi a Dio, 
si riconciliò con essi, ottenne da loro il 
luogo detto Isola Verde, ed in questo e- 
segui la fondazione della chiesa. Questa 
fu tralasciata d'uifiziarsi nel 1367, e ca- 
duta in rovina, Rusmano Mersvino no-^ 
bile di Strasburgo la comprò, riedificò 
e vi pose colle debite licenze 4 sacerdoti 
pel servigiodivino. Dopo qualche tempo 
la donò all'ordine gerosolimitano, con 
patto che alcuni suoi cappellani conti- 
nuamente vi celebrassero i divini u(Iìzì. 
Dipoi Rusmano fabbricò la chiesa di s. 
Gio, Battista, e l'aggiunse a quella della 
ss. Trinità, onde il gran priore diBruiis- 
berga Corrado scelse per sua dimora l'i- 
sola Verde,ne divenne il principal bene- 
fa t tore eoo assegnare alla com menda pi m - 



STR 

giii rendite, aumentate dalla pietà de'fe- 
deli.Molti cardinali legati,nunzi apostoli- 
ci,arciduGhi,pnocipi ei'imperalore Mas- 
si iniliano I soggiornarono nella commen- 
da; l'imperatore ne confermò la fonda- 
zione, e altrettanto fece il nipote Carlo 
V e altri suoi successori. Quando la città 
di Strasburgo abbracciò l'eresia di Lu- 
tero e le false opinioni de'suoisettari,voU 
le costringere tutti gli ecclesiastici e i re- 
ligiosi cavalieri gerosolimitani a seguire 
il suo pernicioso esempio;li caricò di gros- 
se imposizioni, proibì loro di accettare 
novizi, e tentò d'impedire la celebrazio- 
ne della messa e la predica. A£Snchè i cat- 
tolici non potessero entrare nella loro 
chiesa, pose de'soldati alla porta di essa, 
ed obbligò i cavalieri a pagarli. Non o- 
stante queste persecuzioni si continuò la 
celebrazione de' divini uffizi. Mitigatasi 
poi la vessazione, i cattolici di Strasbur* 
go ebbero licenza di esercitare gli atti 
della loro religione nella commenda del- 
l'Isola Verde, avendo il senato loro ac- 
cordato questa sola chiesa.L'aulorità pe- 
rò de'religiosi fu ristretta, essendo stato 
proibito l'amministrare i sagramenti dei 
battesimo e del matrimonio, il fare il ca- 
techismo, e il portare agl'infermi il ss. 
Viatico. Assai maggiori però furono le 
persecuzioni deli633,imperocchè i ma- 
gistrali mandarono un ordine al com- 
mendatore di andare co'religiosi e dome- 
stici a dimorare nella prepositura di s. 
Pietro il giovane, dando loro facollìi di 
fare gli esercizi della religione cattolica 
nella chiesa del monastero della Madda- 
lena delle suore penitenli,ch'erano le so- 
le religiose tollerate nella città di Stras- 
burgo.Usciti i religiosi dalla commenda, 
fu subito demolito il convento e chiesa, 
saccheggiate le suppellettili, e consegnati 
gli archivi agli hcabini della città. 11 com- 
mendatore si querelò coli' imperatore, a 
cui apparteneva l'Alta Alsazia in uno al 
landgraviato della Bassa,la quale era sog- 
getta all'altra (nel 1 648 pel trattato di 
Munster V imperatore rinuuziò tanto iu 



STR i83 

suo nome, che a quello dell'impero e del* 
la casa d'Austria, a tutti i diritti sull'Al- 
sazia Alta e Bassa, e ne fece cessione alla 
Francia in perpetuo, la quale col tratta- 
to diNimega la sottomiseal suo dominio 
nel 1678-79), e alla dieta dell' impero; 
ma le sue querele, non meno che le rac- 
comandazioni a Luigi XI V,ri uscirono in- 
utili, e soltanto dopo la pace di ViTestfa- 
lia, conseguenza del trattato di Miinster, 
nel 1 648 fu permesso a 'religiosi gerosoli- 
mitani di tornare all'Isola Verde. Quivi 
fecero restaurare le poche fabbriche su- 
perstiti; ma non avendo più chiesa, furo- 
no costretti a portarsi sempre per cele- 
brarci divini uffizi aquella del monaste- 
ro della Maddalena, distante mezza lega. 
Soggettatasi nel 1 68 f ,come dissi, Stras- 
burgo all'ubbidienza del re di Francia, 
il commendatore dell' Isola Verde fece 
chiamare i magistrati al consiglio supe- 
riore d' Alsazia, acciò li costringesse ad 
indennizzare i religiosi de'danni loro re- 
cati: a ciò i magistrati furono condanna- 
ti con decreto del 168 5;ma avendo i ma- 
gistrati fatto ricorso al consiglio di stato 
del re, questo operò un accomodamen- 
to, per cui i magistrati cederono al com- 
mendatore la chiesa dis. Marco col con- 
vento già de' domenicani, situati in un 
sobborgo di Stra8burgo,e reciprocamen- 
te il commendatore e i religiosi cedero- 
no a' magistrati l'Isola Verde e il resto 
delle fabbriche sussistenti, e ricevettero 
i religiosi pure una parrocchia. Il com- 
mendatore era eletto da' religiosi della 
commenda,ed oltre l'uso degli ornamenti 
pontificali, conferiva la tonsura e i 4 <>^*' 
dini minori a' suoi religiosi. Ora ripor- 
terò gli ultimi vescovi di Strasburgo, di 
molti de'quali se ne leggono i nomi nelle 
Notizie diRoma:d'ì que'cardiuali ne trat- 
tai alle loro biografie. Guglielmo di Fu- 
stemberg fu fatto vescovo, e nel 1 686 car- 
dinale. Gli successe nel 1704 il coadiu- 
tore Armando Gastone de Rohan^pox car- 
dinale.ll cardinalArmando de Rohan suo 
nipote e coadiutoro occupò la sede nel 



i84 STR 

1 749. Indi il cugino e coadiutore Luigi 
CostantÌDo de Rohariy preconizzato ai 3 
gennaioi757 e poi cardinale. Usuo ni- 
pote e coadiutore famoso cardinale Lo* 
dovico Renato de Rohan gli successe T 1 1 
maggio 1779, ed al quale nel 1786 da 
Pio VJ fu dato in sufTraganeo Gio. Gia- 
como La ntz di Schelstat diocesi di Stras- 
burgo, vescovo di Dora in partibus. Pel 
concordato di Pio VII colla Francia, nel 
1 80 1 il cardinale si dimise dal vescovato, 
ed il Papa so|)Lpres$e la metropolitana di 
Magonza, dichiarandola sede vescovile, e 
quella diStrasburgo fecesufTraganea del- 
l'arcivescovo di Besangon e lo e tuttora. 
Indi Pio VII preconizzò a'ag aprile 1 8oa 
irescovo di Strasburgo Gio. Pietro Sau- 
rine della diocesi d'Aix, al quale sostituì 
a*23 agosto 18 19 Gustavo Massimiliano 
de'principi di Croy, che Leone XII a' 1 7 
novembre 182 3 trasferì a Rouen (f^*)e 
nel i8a5 creòcardinale.ÀvendogliLeone 
Xlla'a4 novembre 1 8^3 sostituito Clau- 
dio M.'PaoIoTharin di Besan9on,per sua 
rinunzia il Papa dichiarò vescovo a'9 a* 
priIei82 7Gio.FrancescoM.'LePappede 
Trevern, nato in Morlaix diocesi di Tro- 
yes, già vescovo d'Aire. Questo zelante 
vescovo inviò a Gregorio XVI la sua bel- 
la ed eloquente pastorale, colla quale con- 
dannò le dottrine filosofìche e le perico- 
lose sentenze detl'ab. 6aulain,non man- 
cante di seguaci, onde il Papa a'20 di- 
cembre 1834 gli rispose col breve Àc» 
cepit/ius, presso gli Annali delle scienze 
religiose 1. 1 ,p. 1 37, ringraziandolo e in- 
cuorandolo ad essere tutto occhi e tutta 
industria a prevenire ogni roen che sicuro 
insegnamento. Nel concistoro de'i4 di- 
cembre 1 840 Gregorio XVI fece vescovo 
di Rodiopolì in parlibus e coadiutore con 
futura successioneairencomiato vescovo, 
mg.' Andrea Roesz di Sigoisheim diocesi 
di Strasburgo, canonico della cattedrale 
e superiore dei seminario, succeduto per 
coadiutoria a' 27 agosto 1842. Nell'ar- 
ticolo Strade PEaRATB, riportai qualche 
brano dell'eloquente discorso pronunzia- 



STR 

to dal vescovo od luglio 1 85i, prima del- 
la benedizione della ferrovìa di Strasbur- 
go. La diocesi di Strasburgo comprende 
i dipartimenti dell'Alto e Basso Reno, e 
si estende per 3a leghe di longitudine e 9 
di latitudine, contando molte città e luo- 
ghi. Ogni nuovo vescovo è tassato ne'ii • 
bri della camera apostolica in fiorini 370, 
ascendendo la rendita a i5,ooo fianchi. 
STRATEGIS. Sede vescovile della 
provincia d'Eliade o della i .' A chea, nella 
diocesi deiriHiria orientale o esarcato di 
Macedonia, sotto la metropoli di Corin- 
to, odi A tene secondo Comman ville, eret- 
ta nel IV secolo. Pesto suo vescovo in- 
tervenne al concilio di Nicea. Orìens chr, 
t. 3 D. 333. 

stratÒnica o STRATONICIA, 

Sede vescovile della provincia di Caria, e- 
sarcato d'Asia, sotto la metropoli d'Afro- 
disiade e poi di Stauropoli, eretta nel V 
secolo. Era una colonia de'macedoni, se- 
condo Strabone, e ne'canoni di Trullo è 
detta Trotolycia. Stefano di Bisanzio ri- 
ferisce che fu rifabbricata d'ordine del- 
l'imperatore Adriano, e che venne perciò 
chiamata Adrianopoli. Ne furono vescovi 
Cupichioche assistè al concilio di Calce- 
donia,Teopempto sottoscrisse i canoni in 
Trullo, Gregorio quelli del VII concilio 
generale. Oriens chr, 1. 1, p. 912* 

STRATONICIA o CALAMO. Sede 
vescovile della provincia di Lidia, nell'e- 
sarcato d'Asia, sotto la metropoli di Sar- 
di, civetta nel V secolo. Conta per vesco- 
viy Cuteno che sottoscrisse il i .^ atto del 
concilio d'Efeso, Gemello quello di Cai* 
cedonia e la lettera del concilio di Lidia 
all'imperatore Leone, Sabazìo fifmò la 
relazione fatta al Papa s. Ormisda sull'or- 
dinazione d'Epifano patriarca di Costan- 
tinopoli, Michele assistè al VII concilio 
generale. Oriens chr, t. i, p. 804. 

STREGA, Saga, Fenefica. Maliarda, 

vocabolo derivato da alalia, veneficium, 

f asci num^phillrum, specie d'ìfìcnììlesìmo, 

il quale lega gli uomini perche non sie- 

no liberi^ né padroni della loro mente, o 



STR 

anche talora delle loro membra. Egual« 
mente maliardo chiamasi lo SiregonCyve» 
neficus^cbt fa stregoneria, e come le stre- 
ghe, Malefizio{F.) o Sortilegio {F,), La 
malìa dicesi pure/a^/«ccA/eria e stregone» 
ria, e perciò sinouimi di strega e di stre- 
gone sono i \oca\ìo\'\ fattucchiera ofàt» 
tucchiara y fattucchiere o fattucchiaro j 
poiché si appeWa fattura, factura^ affata 
turamentOy la mafia e la stregoneria. Da 
malia deriva pure il vocabolo y^mm^/za* 
re, fascina re y veneficio afficere, far ma- 
lìe, ammaliare; quindi quelli di Anima» 
liatrice e Animaliatore, Talvolta i poeti 
chiamarono Pitonessa qualunque strega, 
perché evocavano le anime de' morti. 1 
greci dissero pitonesse quelle donne che 
facevano le di vi natrici, perché Apollo dio 
della Divinazione{F.)Ì{k soprannomina* 
to Pizio. Il nome poi di Pizia lo dierono 
alla'profetessa del tempio d'Apollo a Del- 
fo per rendere gli Oracoli (V,), Denomi- 
na vanoPi/o/ti gli spirili profetici egl'indo- 
vitti ispirali da essi. Profetesse de'gentili 
furono pure le Sibille. Il Sortilegio (F,) la 
Mitologia lo definisce, mezzo sopranna* 
turale e illecito che si suppone comuni- 
calo dal demonio per produrre qualche 
effetto sorprendente e sempre nocivo. Er- 
roneamente crede che non vi sieno state 
giammai streghe e stregoni, vale a dire 
donne e uomini che per mezzo di ma- 
giche operazioni ponno interrompere o 
cambiare l'ordinario corso della natura. 
Sostiene che quelli i quali in Europa fu- 
rono biHiciati quali streghe o stregoni non 
furono veramente tali, perché si sarebbe- 
ro sottratti al supplizio, quando si voglia 
concedere loro il potere d'evocare i mor- 
ti, d'incantare un campo, disporre a loro 
talento del cuore, dello spirito, della sa- 
nità degli uomini.Tutta volta la Mitologia 
confessa che tutti i popoli ebbero i loro 
fattucchieri: in Persia aveano il nome di 
Magij presso \* Egitto quello dìSacerdoti; 
gli assirii li chiamarono Profetij i greci 
Indovini; i romani Auguri; nella Gallia 
Druidi, Ioolti*e la Miiglogia conviene an* 



STR i85 

Cora, elle l'arte de'sorlilegi e degl'incan- 
tesimi é stata specialmente praticata dalle 
donne. Nelle loro magiche operazioni ini* 
piegavano esse le parole, le piante vele- 
nose, le radici di cipresso e di fico selva- 
tico, le penne e le uova de'notturni uccelli, 
come della civetta, del gufo: faceano u^o 
eziandio del sangue di rospo, del veleno 
de'serpenti,e ne componevano de'liquori, 
i quali da quanto dicono i poeti aveano 
la virtù d'ispirare l'amore e l'odio, d'in- 
vecchiare o rinvigorire, di risuscitare e far 
morire, di rendere insensibile o furioso, 
di trasformare in bestia e specialmente in 
lupo. Queste operatrici di sortilegi, nelle 
loro operazioni facevano uso altresì delle 
ossa di morti, dell'erbe che crescono sulte 
tombe, del sangue^ della midolla edel fe- 
gato de'fanciulli non ancor giunti alla pu- 
bertà. Le streghe facevano pur uso del- 
l'ippomane, nella composizione degli a- 
morosi sortilegi, perché l'ippomane dicesi 
avesse la virtù d'ispirare il furore delPa- 
more. Gli antichi erano persuasi chei mti- 
ghi esercitassero il loro impero nel cielo, 
sulla terra e nell'inferno; che per mezzo 
de'loro incantesimi potessero comandare 
agli astri, agli elementi, trarre la luna e 
le stelle sulla terra, fermar il corspde'fìu- 
mi,suscitar tempeste nell'aria, trasportar 
fruiti e messi dall'uno all'altro luogo, e- 
vocare i morti, porre le ombre alle pre- 
se le une colle altre. Le più famose ope- 
ratrici di sortilegi o streghe erano nella 
Tessaglia,abbòndaote di piante velenose, 
ove avea vomitato il suo veleno Cerbero 
quando secondo i poeti fu da Ercole rapito 
dall'inferno: ivi Medea trovò i veleni chef 
le mancavano a Coleo. Le dee che pre- 
siedevano tra i pagani a'sortilegi e incan- 
tesimi erano Nemesi, la Notte, Diana,Pro- 
serpina, e specialmente Ecale dea de'ma- 
ghi e degl'incantesimi, e madre di Medea 
e di Circe che istruì in tali arti. Le stre- 
ghe invocavano pure le Parche, le Eume- 
nidi e le altre infernali divinità. A'sorti-, 
legi e alle magiche operazioni era sagro il 
numero di tre, sul quale CaoceUieri scris- 



i86 5 T R 

se erudite notizie nelle ScUe cos^ fatali 
di Romay con la spiegazione dei miste* 
riosi attribuii de' numeri Ternario e Set» 
tenario. Delle Sirene incantatrici parlai a 

SOBRBIVTO. 

Ragionai a Magia anche dell'arte su* 
perstiziosa e vana di fare incantesimi con 
l'aiuto del Demonio (F',); che la Chiesa di 
chiara scomunicati i maghi onegroman 
ti, le streghe e gli stregoni, ed i loro enor 
mi peccati sono tra'casi riservati. Che nel 
l'antica Roma la magia più volte fu re 
pressa e bandita, e tulio ni piìi si esercì 
tò da alcune donne avvelenatrici, le qua 
li reputavansi una specie di streghe, che 
ne' loro incantesimi si servivano di Capei 
ii(de'quart riparlai a Parrucca), tolti dì 
soppiatto a'inoribondi. Raccolsi pure al 
cune nozioni sull'esistenza della magia tra 
le nazioni, e de' rigorosi provvedimenti 
presi per estirparli, non menoda'principì 
e da'governi civili, che dalla Chiesa eoa 
ielanlitJecretide'Papi,de'vescovi,de'coa* 
cilii, tutti derivanti dalle leggi divine, co- 
me si comprende dall'Esodo, dal Leviti- 
co, dal Pentateuco eda'precetti del De- 
calogo ; delitto ricordato nel Deutero- 
nomio, nel Levitico e nel libro de' Re. 
Dissi ancora della contesa letteraria in- 
sorta con celata nza nel secolo XV 111 sul- 
la questione: se qualunque magia doves- 
se credersi cessata dopo la venuta di Ge- 
sù. Cristo, e sull'esistenza delle streghe, 
unadelle quali fu bruciata inErbipoli nel 
1749* 11 Vermiglioli, Lezioni di diritto 
canonico, ììb, 5,lez. 21 , De* sortilegi, dì- 
chiara. 11 solo Sortilegio e Magia demo- 
niaca è condannata e soggetta a pena, e 
questa è quella per cui notato il nasci- 
inento,rocca80,la congiunzione delle stel- 
le, si aprivano le sepolture, si facevano 
comparire immagini, si facevano circoli 
e figlile nelle quali espressamente o oc- 
cultamente si radunano idemonii,chepur 
fanno cose mirabili, e questa magica os- 
servazione può essere di 4 qualità: Pre- 
stigiativay^ev cui la cosa apparisce a'sen- 
§i altriuienti da quello che veramente è, 



STR 

pereiempioconfareapparire l'uomo co- 
me bestia e la bestia come uomo; altra 
è Venefica e Incantatrice, ed è quella 
checon certe parole, versi, suffumigi e al- 
tre cose coU'opera del demonio si fanno 
cose meravigliose; la 3.* è la Cabalistica, 
per cui con numeri, lettere e parole po- 
trebbero farsi cose mirabili;la4.'è \aSiffa~ 
zotica non dissimile nella forza de'norai , 
secondo la quale dicesi potersi conosce- 
re i futuri eventi degli uomini felici e in- 
felici: tutti questi quattro modi sono as- 
solutamente condannabili. All' articolo 
Malbfizio, specie di magia colla qua- 
le 8Ì nuoce alcuno col soccorso del de- 
monÌQ, parlai di sue differenti specie, tut- 
te essendo gravissimi peccati mortali e 
delitti civili. Feci la distinzione della tna- 
fia, dall'incantesimo, che spesso si confuse 
l'una con l'altro. Purluì delle di verse qua- 
lilà della fascinazione, ossia d'oj^ni sorta 
di malia, del mal d'occhio o credula of- 
fesa fatta colla guardatura o affascinamen- 
to, della iettatura o supposto malefico in- 
flusso, e di altri simili ridicole, immagi- 
narie e degradanti Superstizioni ( /^.): co- 
me degli Amuleti (di questi tenni ezian- 
dio proposilo ne' luoghi relativi, e negli 
articoli iMMAGim SAGRE, Rbliquic sa- 
gre, Agitus ori BBifBDETTi, e ne riparlai 
nel voi. LXIl, p. 83, ed a Superstizio- 
ne, Scapolari o abitini, Medaglie bene- 
dette, che tutte la Chiesa saggiamente so- 
stituì e contrappose agli amuleti) tenu- 
ti per preservativi superstiziosi e vani, 
da' malefizi, da malattie e da' pericoli, 
essendo umiliante e puerile per un cri- 
stiano esistere ancora quello che si ripone 
ne'corni ! e tuttora in questo decanta to se- 
colo de'Iumit Quelli che tengono i corni 
per preservativo da'inalefici influssi, mi- 
seramente li pospongono al segno e figu- 
ra della portentosa Croce (^.), gloriosa 
e potente insegna del trionfo di Cristo e 
di nostra avventurosa redenzione, e col- 
la quale si operarono tante e innumera- 
bili meraviglie. LaChiesa riprovò sempre 
ì roalefizi e quelli che gli esemtavano, e 



STB 

li polli colla Scomùnica (F,) e altre leve* 
re pene; yietò ripetutamente Tuso degli 
amuleti, e proibì altresì ìeFilaUerie (P^,), 
altra superstizione di supposta preserva* 
zioue, che un tempo essendo state dispen« 
sate da certe femmine, furono esse credu- 
te maliarde e operatrici di fattucchierie. 
La Chiesa co'suoi venerandi rituali pre- 
scrive Benedizioni^ PregJiiere, Esorcismi 
(V,) contro i malefìzi, e per liberare gli 
Energumeni e Ossessi ( F.) o i ndemonia • 
ti. E per non ricordare ora altri articoli 
riguardanti queste cose, dirò che dichìa* 
rai pure a Sortileoio, non potersi dubi* 
tare che vi sieno stali, e forse sussisterà n* 
no,le streghe,gli stregoni,i sorlileghi,i qua- 
li pattuirono col demonio per operare co- 
se straordinarie; essendone prova convin- 
cente quanto si legge nella sagra Scritto* 
ra, ne'ss. Padri, nella Dottrina cristiana, 
ne'canoni de'concilii, ne'ritualì, non che 
il consenso dì molte nazioni che promul* 
garono severissime leggi e penecontro[i 
maghi, le streghe, gli stregoni; e la storia 
che ci tramandò le sentenziate teriibiii 
punizioni che ne subirono. Ma il demo- 
nio non puòaflfatto far nulla senza il per-- 
messo dell'onnipotente Dio, e lo dichia^ 
rai pure neirarticolo Superstizione, nel 
combatterla e riprovarla. Trovo nel Gua- 
sco, I riii funebri di Roma pagana , a p. 
1 55, riferendo gli oltraggi cui soggiacque 
h Sepòltura{P'. )fVinco di uomini dabbene, 
che perciò i sacerdoti solevano raccoman- 
dare l'anime de'morti agli Dei, cantando 
inni e pregando, con desiderare a'sepolti 
che chiunque o passasse avanti o si acco- 
stasse a'ioro monumenti,non solamente si 
astenesse da qualunque ingiuria e male- 
dizione, ma augurasse loro del bene e ne 
onorassero le ceneri, altrimenti si riguar- 
davano dispregiatori della religione e dei 
suoi priucipìi fondamentali. Indi narra, 
chele stessè preghiere de'sacerdoti erano 
iiidirittea sottrarre i cadaveri alle nottur- 
ne ricerche delle streghe, o piuttosto del- 
le maghe che facevano malefizi (dice la 
Mitologia, che il vocal^olo maghe fa ap* 



STR 187 

plicato alle donne, le quali, in forza d'un 
supposta commercio col demonio, vanta* 
vansi di far malefizi a*loro nemici, di man- 
dar loro delle malattie, e farli di lente pe- 
no3e consunzioni perire), le quali di essi 
valevansi ne'ioro nefandi sagri fizi, incan- 
tesimi, e prestìgi o inganni con false e sor- 
prendenti apparenze. Se queste pernicio- 
si ssi me fem minacce era no vera mente qua* 
li vengono dipinte da Orazio, parlando 
di Canidia,e da Lucano favellando d'E- 
ritto, ninna cosa giammai fu pili orrida 
espaventevole,edinsiemeniunapiiispre* 
gevolee vile. Eritlo si vantava d'aver im- 
molato parecchi fanciulli, fino nel seno i- 
stesso della loro genitrice. Canidia seppel* 
Pi vivo sino al collo un fanciullo di qua» 
lità da lei rapito, indi gli pose innanzi U 
p'ìb. saporite carni, affinchè la loro vista 
interdetta alla sua avidità lo facesse mo- 
rire di languore, per quindi col suo san* 
gue, midolla e fegato inaridito comporre 
un filtro potente, bevanda o droga per 
aver forza d'ispirare amore.Ganidia viene 
descritta scarmigliata e colla testa attor* 
tìgliata di vipere, inatto di preparare sol 
magico fuoco una terrìbile composizione^ 
mescolando le radici di cipresso e di fico 
selvatico disotterrate in un cimiterio; la 
penne e 1' uova di civetta, nocturnae stri* 
gis^ inzuppate nel sangue d'un rospo, deU 
l'erbe velenose di Tessaglia e d' Iberiai 
e delie ossa strappate dalla bocca d' un 
cane a digiuno. Questi magici dettagli pia* 
cevano agli antichi, portati al meraviglio* 
so, al superstizioso ed a tutto quanto lu« 
sìngava o allarmava la loro fervida icn* 
maginazione, per cui in tali materie vo« 
loutieri e sovente s'intertenevano i levo 
poeti, Priapo guardiano degli erbaggi 9 
de'frutti, introdotto a parlare da Orazio 
(il quale viene notato dallo stesso Guasco 
per ateista, e che si ridesse dell'arte ma« 
gica, non ad altro fine avendo introdot* 
to ne'suoi sermoni Priapo a dolersi del- 
le maghe, che per ridersi della corouno 
popolare credenza intorno a'magici pov* 
tenti; iodi si sorpreode come a'suoi gior* 



i88 STR 

ni, in cui ferveva la suiodicata diàputa^an* 
che fra 'cattolici vi fosse chi coofondetse la 
stregoneria colla magia diabolica,e dall'in- 
sussistenza del la I / argomentasse^e credes- 
se di provare V insussistenza della secon- 
da) ne'sennoni, confessa di ricevere mag- 
gior noia dalle mentovate donnesche dagli 
stessi ladri. Egli racconta cose meraviglio- 
se di esse, e sottopone, se mentisce, il suo 
capo allo sterco de' corvi, ed al piscio di 
Giulio, di Pedacia e di Vorano, vilissimi 
ladroni. Dice adunque,d'aver veduto sul- 
l'imbrunirsi della sera Canidia e Segane, 
con una nera gonnella raggruppata inol- 
trarsi scalze, e con le capelliere disciolte 
iieir Esquilie , ed ivi urlare spaventosa* 
mente e stridere; indi scavare colle maai 
- la terra, e condenti morsicare e dilacera- 
re le carni d'un'agnella nera, il cui san- 
gue versato in una fossa dovea costringe- 
re le anime de'morti a rispondere alle lo* 
ro temerarie domande. Aveano tra le ma- 
ni due immagini o idoletti, uno di lana^ 
Toltro di cera, de*quali uno era maggio- 
re, laltro minore. Con essi dopo aver in- 
vocata Proserpina dea deir//i/crrio (/^.), 
eXisifone una delle tre furie che punisce 
gli omicidi, facevano tali cose nefdiide,che 
non solamente i cani e i serpenti fuggiva- 
' no, ma la stessa luna arrossiva, e vergo^ 
gnandosi di rischiararle , si celava per 
quanto poteva dietro i pili alti sepolcri, 
a fine di non vederle. Mentre compiva- 
no e moltiplicavano i sortilegi, le anime 
costrette a parlare empievano di voci me- 
ste e lugubri tutto il contorno del paese. 
Allora soddisfatte le streghe nascondeva- 
no sotterra la barba d'uu lupo e un den- 
te d'una vipera, ed abbruciavano l'im- 
magine di cera , con sortilegi e ceremo- 
nie cotanto abbominevoli,che,soggiunge 
Priapo, mi si arricciò il pelo e inorridii. 
Finalmente non sapendo come in altra 
guisa discacciarle da se lontano, dovette 
valersi d'un mezzo veramente degno d'un 
nume, che riconosceva dal capriccio d'un 
falegname la grazia d'essere stalo antepo- 
sto a UDO sgabello. Pili possente e insieme 



STR 

pili formidabile ne'suoi magici incantesi- 
mi, venne da Lucano descritta la fauno* 
safattucchiera Eritto, cercatrice anch'es- 
sa di cadaveri, che schiarissero l'ordine 
de' fati, e l'esito della guerra civile pre- 
dicessero a Sesto Pompeo. Guasco ne ri- 
porta il testo: orrenda è l'invocazione nel- 
l'atto di richiamare in vita un cadavere 
giacente ne'campi Emazii. Quindi dopo 
una. lunga e ridicola narrazione dell'in- 
cantesimo,e de'tenibili scongiuri dique* 
sta maga, riporta Guasco la narrazione 
con quali vivi e tetri colori il fantastico 
poeta dipinge l'apparizione del cadavere 
animato, e da Eritlo violentato ad appa- 
gare le premurose ricerche di Sesto Pom - 
peo. Dell'uso poi che le streghe faceva- 
no de' cadaveri disotterrati, delle mem- 
bra troncate, della maniera di consultar- 
ne le interiora (a Sacerdozio parlando an- 
cora di quello degl' idolatri e delle loro 
sacerdotesse, dissi pure degli auguri e de- 
gli aruspici), dell'erbe, del veleno de'ser- 
pentl, delle varie membra di diversi ani- 
mali e de'più funesti uccelli, e sempre fé 
penne, le uova e gl'interiori strappati dal- 
iacivetta viva, uccello notturno dagli an- 
tichi chiamato Striga , a motivo dell'a- 
cuto suo grido,. onde gli antichi davano 
il nome di striges a tulle le fattucchie- 
re, adoperando pure il sangue e il cuore 
del rospo; che ne' loro prestigi adopera- 
vano de'magici canti, de' versi, dell'impe- 
riose ospure parole^ che pronunzia va no, 
ora per costringere la luna a discendere 
in terra, ora per accendere d'amore i ri- 
trosi giovanetti e le ripugnanti donzelle, 
ora per moderare o ridurre alla loro ub* 
bidienza le forze infernali, ora per pene- 
trare le cose avvenire, i casi d'un bam« 
bino appena nato, l'esito d'un matrimo- 
nio, d'una battaglia e cose simili. I primi 
poeti, tanto greci che Ialini, lasciarono co- 
s'i ampia e precisa descrizione, che raag- 
G^iore non può desiderare chi è vago di 
somiglianti notizie. Empiamente ne'flltri 
s'invocavano dalle streghe le infernali di- 
vinilà|e nella composizione entravano di- 



STR 

▼erse erbe e materie, oltre le accennate 
di sopra, come il pesce remora, certe os* 
sa di rane, la pietra stellaria. Il p.Del Rio 
Delle Disquisizioni magiclie^ ponendo i 
filtri nel rango de'malefizi, aggiunge che 
le streghe e gli stregoni insorti nel crislia- 
nesimo, nella confezione facevano uso an- 
che dello sperma umano, del sangue me- 
struale, decitagli d'unghie, di metalli, di 
rettili , d'intestini dì pesci e d' uccelli; e 
qualche Tolta sacrilegamente vi si mi- 
schiava dell'acqua benedetta, delle reli- 
quie sagre, de'frammenli d'ornamenti di 
chiesa^ del fior di latte, ec. 

L'annalista Rinaldi sulle pitonesse, sui 
prestigi, sulle streghe riporta le seguenti 
notizie. All'anno 5 i,n.^67 parla di s. Pao- 
loche in Filippi liberò una pitonessa, cioè 
una fanciulla agitata dallo spirito indo- 
vino, per la .qual cosa i padroni di lei ve- 
dendosi mancare un guadagno grande,ac- 
cusarono a'magistrati l'apostolo e il di- 
scepolo Sila,come peilurbatori della cit- 
tà. All'anno 58, n.''76 parla delle super- 
stizioni de' pagani contro le malìe, e di 
quanto ponevansi indosso per preservar- 
sene, mentre i cristiani usarono gli jégnus 
Dei benedetti, coll'immagine dell'agnel- 
lo simbolo del mansueto Cristo. All'anno 
6B,n.^2a riferisce i prestigi dell'empio^/- 
mone Mago^F",), che per mezzo della ma- 
gia si faceva adorare per un Dio, che ri- 
volgendosi nel fuoco non s' abbruciava, 
che volava per l'aria portato da'demonii, 
che apparentemente sì trasformava in va- 
ri animali e mostrava .d'aver due faccie, 
che si tramutava in oro, che convertiva 
i sassi in pane, che ne'conviti faceva ve- 
dere forme d'ogni sorte, ed esser prece- 
duto da ómbre che diceva anime, e di- 
ceva altre stregonerie per arte diabolica. 
All'anno 382,n.^2o narra di avere Papa 
s. Damaso 1 nel concilio romano castiga- 
to le streghe e gli stregoni, con iscomu- 
iiicare tutti quelli che avessero inteso a- 
grincantesimi,augurii esortilegi, o ad al* 
tre riprovevoli superstizioni; ed ancora 
quelle donne le quali si di lisa va no per in* 



STR 189 

ganno del comune nemico, d'essere por- 
tate la notte sopra animali, e di discor- 
rere per varie parti conErodiade. All'an* 
no 736,n.''3 confuta Terrore fa voloso,che 
le streghe entrino nelle case a porte chiu- 
se pe'buchi, onde uccidere gl'in&nti lat- 
tanti. All'anno 1 148, n.^s descive i sorti- 
legi del famoso stregone ed eretico Eudo 
bretone, il quale co'suoi prestigi avea in- 
gannato moltissimi, come pieno di spiri- 
to diabolico, affermando essere egli che 
dovea venire a giudicare i vivi e i morti 
nel giudizio universale. Da'demonii rapi- 
damente era portato in diverse provia- 
cie, talora dimorava con tutti i suoi se* 
dotti in luoghi deserti, e sospinto dal de- 
monio spariva per recarsi velocemente a 
infestare le chiese e i monasteri. Si trat- 
tava con fasto reale, e ne'conviti banchet- 
tava chi andava a trovarlo con cibi ae^* 
rei, per cui poi aveano piti fame di pri- 
ma. I principi mandarono contro di lui 
molte soldatesche, ma egli spariva. Fi- 
nalmente Iddio non permettendo piìi al 
demonio che l'assistesse, fu imprigionato 
dall' arcivescovo di Reims , e quindi fu 
tratto nel concilio che in quella città ce- 
lebra va PapaEugeniollI; giudicato e con- 
dannato cogli stregoni suoi seguaci,furonQ 
consegnali al braccio secolare, che tutti 
fece ardere vivi.URinaldi consiglia per va- 
lido rimedio contro i prestìgi degli strego- 
ni, il segno della s. Croce. Nei voi. LXVIJ, 
p. 282 rilevai che Papa s. Innocenzo 1 
nel 4 > o indusse l' imperatore Onorio m 
pubblicare severe leggi contro i seguaci 
dell'astrologia giudiciaria,onde i libri di 
essa furono bruciati, ed esiliati da Roma 
i superstiziosi pertinaci. Fra gli altri piii 
antichi Papi che emanarono sante leggi 
affinché i fedeli non fossero atterriti e inr 
gannali da'sortilegi e superstizioni, co« 
inutili, vane e perniciose operazioni danr 
uose a I Ta ni ma e a 1 cor po,ricordei'òGregOH 
.rio IX del 1 227,00! cap. 1 e^DesoriilegUs^ 
A Speziale, dicendo degli alchimisti che 
talvolta col soccorso de'demonii pixxsura- 
rooo conseguire qui^nto non aveano potu>* 



190 8TR 

lo fare co'pi'opri sforaiye per questo i sagri 
canoni fulminarono d'anatema gli alclii- 
misti, e molti teologi posero la loro arte 
tra le divinazioni e i sortilegi; e gl'impo- 
stori alchi in i&ti furono condannati nel se- 
colo XI V da Papa Giovanni XXII, anche 
pe'sortilegi praticati contro di lui.Egli ful- 
minò la scomunica a coloro che abusano 
delle cose sagre nelle divinazioni, o invo- 
cano i demouii e con questi patteggiano. 
InnocenzoVIll dell 4^4 fulminò terribili 
decretali contro le donne malefiche e fat- 
tucchiere e contro gl'incantesimi. Leone 
X del 1 5 1 3 pubblicò una legge contro le 
streghe, ed egli con Adriano VI che gli 
successe nel 1 5^2 stabilirono, chei laici 
d'ambo i sessi che fanno sortilegio invo- 
cando il demonio, facendo incantazioni, 
divinazioni e superstizioni, soggiacciono 
alla scomunica, e ad altre pene stabilite 
dal gius civile e canonico, ed è scomuni- 
ca di lata sentenza quando vi è eretica^ 
le errore d' intelletto. All' articolo Ma- 
gia narrai l'incantesimo fatto nel iS:ii 
in Roma per la cessazione della pesti- 
lenza. Sisto V neh 587 ampliò le facol- 
tà d'inquisire e procedere alla Congre- 
gazione della J» 7/iyeiw/2«>/ic(/^.), contro 
la magia, sortilegi, divinazioni e malefizi 
che con arti superstiziose tentano danneg' 
^ìare il prossimo, e contro gli astrologi 
giudiziari, streghe e stregoni, molto più 
se questi abbiano fatto patti con Sata- 
nasso, ed apostatato dalla vera religione, 
argomento di cui tenni pure proposito a 
Inquisizione. Nella bolla di Sisto V, O- 
mnipotentis Dei, si assoggettano alla sco- 
munica coloro che scientemente leggono 
€ ritengono libri scritti e qualunque al- 
tra cosa che si riferisca all'astrologia giu- 
diziaria, a geomanzia, idromanzia, piro- 
manzia o altra divinazione, arte magica, 
sortilegio, veneficio, augurio, incantazio- 
ne e altro. GregorioXV del 1621 stabilì 
contro chi con superstizione di maleficio 
avesse recala la morte ad alcuno, ancor- 
ché abbia per la i." volta commesso tal 
étiitto, fosse coosegaato alla curia scco- 



STR 

lare per essere punito colle debite pene; 
e similmente prescrisse il carcere perpe- 
tuo se non avesse recato la morte, mn a- 
vesse cagionato altri danni come malat- 
tia, divorzio, impotenza di generare, paz- 
zia; o avesse recato danno notabile agli 
animali, alle derrate e a' frutti. Inoltre 
Gregorio XV prescrisse contro chi ne a- 
vesse notizia, di farne subito la denunzia 
o al vescovo o al tribunale dell'inquisi- 
zione. Urinano Vni,comeSisto V, vietò 
la divinazione e giudizio sopra liberi at- 
ti dedotti dagli astri e altri segni, ancor- 
ché questi giudizi si manifestino con dub- 
biezza, e quali semplici congetture sono 
riprovate da' saggi, i quali le giudicano 
scandalose : che se si giudicasse con cer- 
tezza, e sì asserisse che gli effetti sopraa- 
naturali si ponno dedurre dalle cause na- 
turali, tanto chi l'asserisce, che chi pre- 
sta fede, vengono colpiti dalla scomuni- 
ca, perché dottrine siffatte sono ereticali. 
Vedasi il codice di Teodosio e di Giusti- 
niano, nel tit. De malecUcis et ma the- 
maticis. Nella biografia d'Urbano P'IIl 
dico de' sortilegi usati per troncargli la 
vita. Il p. Menochio, Stuore t. i, cent. 
4,cap.65 tratta: Se le streghe sieno cor* 
poralmente portate daMeraonii alle loro . 
abbomiiie voli congreghe,o sola mente pef 
illusione de'medesimiefalse immagina- 
zioni loro. Diceche il p. Martino Del Rio 
diffusamente ragionò su questo dubbio, 
nelle Disquisizioni magiche lib. 1, quest. 
19, citando molti autori per la parte ne- 
gativa e per quella affermativa. Il p. Me- 
nochio riprodusse due esempi, co'quali si 
prova che veramente siifalte scellerate 
donne sono dai demoni i corporalmente 
portate al luogo destinato de'Ioro infami 
congressi e conviti, cioè d'una sabinese e 
d'una bergamasca. Quello della 1 J^è scrit-^ 
lodai p* Paolo Grillando, che fu inquisi- 
tore e compose un libro su queste mate- 
rie. De Sortilegiis quaest. 7, lib. 1» Una 
donna faceva professione di questa arte 
diabolica,diche presonesospetto il marito 
piiivolterinterrogò, ma essa negòsempre 



STR 

che fòsse ve;ro. 11 marito però non lasciò 
di sorvegliarla alteotamenle, per cui vide 
una notte ch'esser ungevasi con un un* 
guento, e finita l'unzione volò via come 
un uccello calando nella strado, ad onta 
che la porla fosse chiusa. 11 marito prò* 
curò seguirla, ma indarno, né potè cono* 
scere ove fosse andato. Nel di seguente 
l'interrogò su questo fatto, ed essa negàn* 
do, venne alle minacce e poi alle percosse, 
promettendo perdono se avesse manife- 
stato la verità; onde la donna vedendosi 
scoperta e convinta,lutto narrò e confessò 
il peccato: il marito la perdonò a condi- 
zione che una notte lo conducesse ove an- 
dava alla congrega, eia moglie glielo pro- 
mise con licenza del demonio. Portato 
dunque costui al luogo della conventicola, 
vide il ballo e poi tutte l'altre cose che vi 
si facevano, indi si pose a mensa per man* 
giare cogli altri; ma perchè i cibigli sem- 
bravano insipidi, per condirli inutilmente 
più volte domandò il sale che non vi era, 
finché per le sue importunità gli fu recato, 
ed allora esclamò: lodato sia Dio, è pur 
Tenuto il sale. Al suono di tal nome, i de* 
monii che abborriscono le divine lodi , 
sparvero con lutti gì' intervenuti al con- 
^^ito, ed estinti i lumi restò egli nudo e so- 
*]t>. Fattosi giorno e vedendo alcuni pasto- 
rr, domandò loro che luogo fosse, e gli fu 
risposto il territorio di Benevento, tro- 
vandosi così lungi 1 00 miglia dalla sua pa- 
tria. Gli convenne mendicare per fare ri- 
torno in Sabina, ove arrivato subito de* 
nunzio per strega la moglie, e dai giudi- 
ci fu tutto verificato. Noterò, che pi li vol- 
te sui teatri fu rappresentato: La Noce di 
Benevento o sia il Consiglio delle streghe; 
e che abbiamo di Piporno De IVlagi&tris, 
DeNuce Beneventana, Di simili baie e del 
famoso Noce 1ieneventano,meglione par- 
lo a Benevento ed a Supebstizione. L'al- 
tro esempio il p. Menochio lo ricavò dal 
p. Bartolomeo Spineo maestro del Sé pa* 
lazzo, nella sua opera De strigihus capi 1 7* 
Una fanciulla abitava colla propria fna- 
dt*e in Bergamo^ e la vide una notte i^n* 



STR 191 

gersi nuda con un unguento che teneva 
nascosto sotto i mattoni, e preso un ba* 
sione si pose su di esso a cavallo e incon* 
tanentefu portata fuori delia finestra, né 
più la vide. Allora le venne voglia d'un- 
gersi anch'essa,e subito fu portata in Ve- 
nezia, e in una stanza di loro parenti, ove 
trovò la madre che insidiava la vita a un 
fanciullo, e per lo spavento e per le mi* 
nacce della conturbata madre, invocò i 
ss. nomi di Gesù e Maria, ed appena pro- 
nunciati spari la madre, restando sola la 
figlia e nuda. 1 padroni della casa trovan* 
dola piangendola vestirono,ed essa narrò 
l'a vvenulo.Ne fu avvisato il p. inquisitore 
diBèrganiOjil quale fatta carcerare ki sti^ 
ga,con tortura ottenne da lei la conferà* 
ma del riferito dalla figlia, e seppe di più, 
che il demonio più volte Tavea portata 
in quella stanza,acciocchè uccidesseil fan- 
ciullo, ma non l'avea mai potuto esegui- 
re, per trovarlo munito della figura del- 
la s. Croce, e per le orazioni che per la 
sua incolumità ^eevano i parenti. 11 ve- 
scovo Sarnelli in più luoghi delle Lettere 
ecclesiasiiche, r'ì}^ovia le seguenti nozioni 
sulle streghe, che dice bollate dal demo- 
nio o stigmatizzate. Nel t. 8, lelt.t4: Se 
un uomo possa essere trasformato in be- 
stia dal demonio; osserva che nella divi- 
na Scrittura e nelle storie ecclesiastiche 
trovansi esenfipi di uomini cambiati in be- 
stie, come il re Nabuccodonosor in bove^ 
Tirida^e re d'Armenia in porco, Vereli* 
co re di Wallia in volpe per l'orazioni di 
s. Patrizio che inutilmente l'ammoniva a 
lasciar la tirannia. Quindiopina Sarnelli^ 
che fisicamente non può un uomo essere 
trasformato in bestia dal demonio, ma e* 
gli moralmente può trasformare se 9tes« 
so, pe'cattivi costumi onde diviene simile 
alle bestie, secondo la dottrina di s. Ago« 
stino; e che solo la virtù divina può fare 
e disfare come le piace. Cosi essa mutò la 
moglie di'Lot inistatua di sale, la verga 
di Mosè. in serpente; spiegando come deb* 
ba intendersi la trasformazione di Nabuc* 
codonosor, e quanto a Tiridate potersi 



103 STR 

pensare che Dio la permetlesse al demo* 
nio qual liranoo; ma non potendo l'aninna 
umana informare il corpo della fiera , e 
viceversa, debbasi intendere che Tiridate 
e Verelico apparivano porcoe volpe a chi 
li guardava, ma nel corpo loro non si fe- 
ce mutazione veruna. Racconta come una 
vergine per illusione diabolica e arte ma* 
gica compariva in figura di cavalla, e per 
le orazioni di s. Macario che l'unse con 
Olto (F.) benedetto , fu poi veduta per 
femmina. Laonde falsamente le streghe 
di Lorena persuasero Nicolò Remigio, es- 
tere solito il demonio di dar podestà alle 
streghe emerite, di polerentrare nelle ca- 
se convertendosi in topi, sorci, gatti e so- 
miglianti animali; ma bensì il demonio 
che le precede esser quello che loro se- 
jgreta mente apre porte e finestre capaci 
d'introdurvi i loro veri corpi.Nel 1. 1 o,letf. 
47 : Del flagello de' topi nelle seminate 
campagne, riparla negativamente che u- 
na strega possa ridursi alla piccolezza d'un 
sorcio, e che nemmeno il demonio può 
mutare le corporali dimensioni, e neppu- 
re ingrandirle, ma può bene farlo parere 
co'suoi prestigi.Nello stesso tomo,lett.53: 
Spiegazione d'un passo difficile di Baruch 
profeta intorno al maleficio amatorio, il 
Sarnelli dopo avere parlato di esso, e che 
le ossa dell'olive bruciate era il maleficio 
amatorio che da'babilonesi passò a'greci, 
dopo avere raccontato gl'incantesimi al- 
trijjuiti a Virgilio, stimato famos^mago, 
e che anco il profeta Nahum parla del 
maleficio amatorio, narra che si appren- 
de dal lib. 6, cap. 2 delle Rivelazioni di 
s, BrigidafChe un sacerdote fascinato dal- 
l' incantatrice intorno all' incontinenza 
della carne, pregò la sapta a fare Orazio - 
m per lui. Questa rapita in ispirilo udì 
dim, che il demonio domina gli uomini 
per l'incostanza della loro volontà, come 
poteva osservare nel sacerdote fascinato 
da una donna. Che la delta donna ha 3 
cose, l'infedeltà, l'iodurazione, e la cupi- 
digia della moneta è della ca^ne; inoltre 
avvicinarsi a lei il demonio e darle a bere 



STR 

la feccia della tua amarezza. Sappi anco- 
ra, che la lingua di tal donna sarà il suo 
fir\e, e le sue mani saranno la sua morte, 
e lo si esso demonio sarà il suo testa mento. 
Tutto si verificò. Nella 3.' notte dopo la 
rivelazione Tincantatrice di venne furiosa, 
e preso un coltello si ferì nefl'anguinaglia, 
e morendo esclamò: Feni Diabole^sequC' 
re me. Terminerò leerudizioni qui riu- 
nite sulle sti*eghe,con riportare un sunto 
del dotto articolo pubblicato dagli ^^- 
nali delie scienze religiose t. 5, p< 1 29. Fu 
inMilano pubblicato, di Defendente Sac- 
chi, un opuscolo intitolato Le streghe^ la- 
voro che vuoisi aggiungere al risultato 
del progresso de'Iumi, ma insostanza non 
è che l'effetto delle tenebre, quando vi si 
pretende di escludere,se non apertamente 
l'esisten^ de'spiriti malvagi, almeno o- 
gni loro estrinseca operazione sulla terra. 
Sotto pretesto di spargere di ridicolo la 
magia, se ne presenta un trattato, e non 
saprebbesi se l'autore abbia voluto con- 
fessarla insegnandola , ovvero deriderla 
col negarla. Non giudicandosi dall'esten* 
6ot*e dell'articolo dello spirito dell'autore 
dell'opuscolo, passa di questua discorrere, 
affinchè le signore cristiane disdegnino 
un'opera forse perciò non ad esse, sibbene 
BÌÌedonne ge/t<i7i intitolata con seducente 
edizione. Negasi dunque dal Sacchi aper- 
tamente esservi la magia, e fatto un plagio 
al Geloni e al Tortosa trattatisti di me- 
dicina forense, si allega in testimonianza 
il buonsenso univei*sale, per definire chi- 
mere i maghi^ le streghe, ^' incantesimi y 
le m/i/ìe,gl'mr/emoni/i£/. L'estensore del- 
l'articolo protesta di non essere così se- 
vero da pretendere che diasi piena fede 
a'racconti di questo genere che» Fan le 
nonne alla stagion del foco** \ ma trovò 
opportuno npeterecon Muratori, Forza 
della fantasia^cap. io: f^Che come alcuni 
credono troppo poco della della arte in- 
fame, ed avuta in orrore da chiunque è 
vero cristiano, all'incontro vi è gran co- 
pia di gente che troppo ne crede". Ma non 
è perciò che devesi menare in pace e la 



STR 

proposizione che ne esclude l'esistenzai e 
l'appello che se ne fa al tribunale del buon 
senso. Ben altro abbisogna che scetiicis- 
nio, motteggi e novellette per distruggere 
una Terità che appunto l'universale buon 
senso non ha saputo giammai negare, poi> 
che fondata sulla ragione sostenuta dalla 
fede, sulla storia, sull'autorità di persone 
da non aversi in sospetto di prevenzione 
o ignoranza. Di fatti sono i principii di 
nostra s. religione che fecero formare dal 
dottissimo mg.^ Scolti, Teoremi di poli' 
tica ecclesiastica^ t. 2,par.3, teor.8 (al 
citato articolo Osesso feci parola della sua 
dissertazione sull'odierna scarsezza degli 
energumeni). Esistono alcuni spiriti ma- 
ligni seduttori dell'uomo ed intenti alla 
sua rovina, i quali sovente hanno il per- 
messo da Dio di tentarlo in varie guise 
al male. Nulla osta che possano dalKOn- 
nipotente avere anche il permesso di al- 
terare in qualche sensibile maniera le cor- 
poree creature, e di alterarle appunto al- 
lora quando l'uomo scellerato '\\ desidera, 
Fimplora, sei procura. Dunque potranno 
aver luogo gli effetti magici che io questo 
principalmente consistono. Ma se il pos- 
sono, dice la storia che sono avvenuti. E 
incominciando dalla sagra, con qual fron« 
te potrà negarsi, senza rinunziare alla fe- 
de, quanto si narra nella divina Scrittura 
de'maghi che a tempo di Mosh operava- 
no cose meravigliose col mezzo delle lo« 
1*0 verghe o Bacchette divinatorie incan- 
tate, ma poi distrutte da quel gran con- 
dottiero e legislatore degli ebrei; della ma- 
ga o'pi tonessa consultata dal re Saulle per 
evocar V anima del profeta Samuele, di 
che feci altrove menzione; de'maghi che 
in nome di Belzebù davano le risposte ai 
re d'Israele, che prevaricarono dalla lo- 
1*0 religione? Come poti'à impugnarsi il 
gran numero degli ossessi riconosciuti e 
dichiarati per tali e liberati dal Salvatore 
medésinio? Che si dirà della già ricorda- 
ta giovinetta di Filippi habenteai spiritufn 
pythonem, liberata da un cenno solo del- 
l'Apostolo delle genti? £ venendo alla sto* 

VOI. IIX. 



S T a igS 

ria profana^ basti solo accennare il £irao- 
so processo fatto dal parlamento di Pa* 
rigi neh 652, secolo che in Francia non 
era certamente né di bigotti, né di sel- 
vaggi creduli. Gli atti di quel clamoroso 
processo , che smascherò pubblicamente 
le pratiche magiche de'popoli di Pacy4n 
Brie, accuratamente dimostrano la rea- 
le esistenza della magia, come dimostrò 
Bergier, Certezza delle prove del Cristian 
nesimoy opera rimasta senza risposta, co- 
me rimarcò Feller. E se le leggi sono la 
porzione più importante della storia, co- 
mechè insegnano i veri mali cui si voleva 
con esse ovviare, concluderanno a favore 
dell'universale consenso sulla verità del- 
la niagia,quelle romane delle XII tavole, 
che la fulminarono colla pena capitale ; 
di Sella, di Tiberio,di Claudio, d'Alessan- 
dro Severo, che la punivano con sommo 
rigore; di Costantino 1 il Grande, che ac- 
cordò a'cristiani il libero esercizio di loro 
religione, e de'suoi successori pure cristia- 
ni, che a sua imitazione vi adoperarono 
i più terribili supplici. Uno sguardo che 
diasi al codice de' visigoti, a quello de'lon- 
gobardì, a'capitolari di Carlo Magno, tut- 
to basterà a convincere che il buon sen- 
so universale presso tutti i popoli, e nel- 
le varie epoche dell'umana generazione, 
é ben altro che quello a suo favore invo- 
cato dal Sacchi. Il confutatore per rispar- 
miare a lui ulteriore vergogna, tacque le 
leggi canoniche, e solo ricordò l'estrava- 
gante Honestis petenliunt votis, di Leene 
X, Papa dotto e illuminalo da non me- 
ritar la taccia di troppo credulo, dal Sac- 
chi prodigata ad altri esimii Pontefici e 
vescovi. Quanto poi all'autorità umana, 
di quelli specialmente cui non può oppu- 
gnarsi pregiudizio o superstizione, l'auto- 
re dell'articolo, riporta la seguente testi- 
monianza di Daniele Sennert, denomina- 
to il Galeno della Germaniet,** Come per- 
suadersi che spirili sì attivi, sì maligni, n 
invidiosi della felicità dell'uomo, i quali 
è certissimo che vi sieno, restino in con- 
tinua inazione, e non procurino di'nuó- 

i3 



194 STR 

cerei quanto Idilio loro |ierineUe? ** Fede* 
ricoS|>è di Langefeld,il i .^chealdire d'un 
Leibnilzio abbia efTicaceroeiile illuminati 
i tribunali sulla giurisprudenza criminale 
degli stregoni e delle streghe, alTerma es- 
sere certissimo che si dà la magia. E an- 
che il De Uaen dello stesso parere, cui 
s^uooo ancora altri illustri medici, tra i 
quali Fernel e AmbrogioPareo proteslan* 
te, che narrano felli di ossessi che rispon* 
deirano in tutte le lingue, nelle quali ve* 
nivano interrogati, senz'averle giammai 
imparate. Bacone di Verulamio, Brown, 
Del Rio, Maffei, tutti ammettono nelle lo- 
ro opere analoghe l'esistenza de'maghi e 
della magia. L' estensore concluse con 
Cudvrorlli: » Che coloro i quali persisto* 
no nella negazione della magia non poi* 
sono in verun conto scusa i*si dal sospet- 
to d' empietà verso Dio. " indi dichiarò^ 
che r opuscolo Le streghe è anticristiano 
e sommamente pericoloso, indegno per* 
ciò di star nelle mani di chiunque abbia 
sentimenti di religione; facendo voti al 
Signore, perchè Tauloi^e conosca e detesti 
il suo erroie, onde poi » Giunto aleniti- 
ma linea delle cose" non abbia a temei*e 
la potenza di quegli spiriti, che oggi non 
crede. 

STREGNES o STRENGES, Slren- 
gesin. Sede vescovile di Svezia, già capì- 
tale dell» Suderm8nia,nntica provincia di 
cui la massima parte formò la prefettu- 
ra di Nykoeping, ed il resto Ri compre- 
so nella pnt le meridionale della prefettu- 
ra di Sloikhotm, da cui è distante 1 5 le- 
ghe^ situala sul lago Meler. Il vescovato 
fondato nel secolo XI, divenne suflraga* 
neo della metropoli d'Upsala. Nella sua 
cattediale si vede la tomba di Carlo IX 
re di Svezia. In* tale articolo la celebrai 
per le sue diete e principali avvenimenti 
ch'ebbero luogo in questa città, chiama- 
la pure Sfrf'gn/is, Che fu et ella la sede 
vescovile neh 07 2, e forse ne fui. ^vesco- 
vo s,Eschìl/o (F,) apostolo della Suder- 
mania e martire: riportai pure altri suoi 
Te:>Govi, ed anche alcuno de'iuleranijcon- 



STR 

futando la loro prelesa successione apo- 
stolica, così degli altri vescovi luterani 
di Svezia. 

STREGONE. /^.Strega. 

STRENNA, Mancia^ Strenne, Dono e 
regalo che si fiiceva il 1 .^^giorno óe\\*/4nna 
( F.)^ chiamato anche Sportula ( F.), e ac- 
compngnaloda scambievoli felicitazioni, 
e ne parlai nettanti luoghi relativi, come 
]Makcu,Caleiiob, Epifania, Befana, Pa- 
squa, Lettere epistolari. Famigliare, 
massinie ne'3 ultimi riportandogli auto- 
ri che ne trattano, e dicendo inoltre che 
dal i8ao circa pel i.^'deHanno s'incomin- 
ciarono a pubblicare col nome di Strenna 
alcuni almanacchi letterari, storici e ro- 
manreschi, eleganti, madifi'equente as- 
sai pericolosi. Ora in Faenza il eh. Vin- 
cenzo Rossi si propone di pubblicare la 
Strenna menfiiepe/i 855, di scienze, let- 
tere, arti e varietà. Dal manifesto di as- 
sociazione apprendo. » In ogni data giur- 
ualiera, oltre alle corienti festivilà eccle- 
siastiche, a compendiate biografie de'più 
illustri letterati italiani, a cronici succes- 
si, a scelte poesie, ad igiene, ed agraria, 
questa compilazione interporrà un giro 
di lunazioni, di astronomiche inveslign- 
zioni, materie estetiche e sane moralilà;in 
Appendice producendo novelle istruttive 
e piacevoli, sentenze, facezie , ed arguti 
epigrammi , affinchè alla severità delle 
scienze sia pure unita una dilettevole ri- 
creazione". Leallrestieniiedi questa na- 
tura , pih o meno sono compilate sulla 
stessa foggia, ed il ripotiato può servire 
a darne un'idea. L'origine delle strenne 
degli antichi, come donativi, si fa risalire 
attempi di Romolo e di Tazio, primi re 
de'romani. Dicesi che Tazio avendo ricc - 
voto, come buon augurio, alcuni rami ta- 
gliati in un bosco consagrato alla dea 
Strenna^ cioéalla dea Forza, che gli ven - 
nero presentati nel 1 .** giorno deiranno 
(forse verbene,e fu chiamato felice il suo 
albero), autorizzò in seguito siQatta co- 
stumanza,dandoilnomedÌ4$'/r£ra^faquei 
regali io coonderazione della dea che pò* 



STR 

scia pi*esiedette alle ceremonie delle ^tren* 
ne. 1 greci impararono da'roinani l'uso 
delle strenne. 1 romani quindi conside- 
rarono quel giorno come solenne, e lo de- 
dicarono a Giano, rappresentalo con due 
volli, siccome quello che guardava Tan- 
no passato e quello che stava per inco* 
nainciare, ed a cui fecero de'sagrìGzi nel 
Mese (al qual articolo e a Starnuto ri* 
parlai delle felicitazioni che si fanno nel 
I .^dell'anno e seguenti giorni,tal volta ac- 
compagnate con regali, e se sincere; come 
pure della recente sostituzione a tali vi- 
6Ìte,con pregiudizioyche deplorai, di quel* 
le praticale pel s. Natale) di gennaio e 
colle feste che ivi ricordai. In tale giorno 
adunque augura vasi felice l'incominciato 
anno nuovo, e si facevano reciprocamen- 
te deVegaii consistenti d'ordinario in fi- 
chi, datteri o miele, come altrettanti sim^ 
boli d'una vita dolce e piacevole, che de* 
sidera vasi agli amici e parenti a'quali s'in- 
viavano. Si facevano pure doni di valore, 
che rimarcai a' loro luoghi, ed i Dittici 
(/^.) per la Scrittura (V,); le persone do- 
viziose mandavano i detti frutti coperti 
di foglie d'oro. I clienti, vale a dire quel- 
li ch'erano sotto la protezione de'grandi, 
e meglio ne trattai a Roma, portavano tal 
sorte di strenne a'ioro patroni o patroci- 
natori, e vi aggiungevano qualche mone^ 
(a d'argento.ln principio l'uso dellestren- 
ne non si praticava che con pei^onerive* 
stite di dignità, o per grandi virtù com- 
inendevoli;ma l'uso di venne ben tosto ge- 
nerale per tutti; e presso i romani il vi- 
sitarsi nel I .^giorno dell'annoeil mandar- 
si de' doni era cosa riguardala come un 
punto di religione. Queste felicitazioni re* 
ciproche si facevano pure incontrandosi. 
La dea Strenna o Strenia, che presiedeva 
alla forza e al valore, presiedeva eziandio 
a siffatti doni e ai profitti inaspettati, e 
la sua festa celebra vasi nello stesso gior« 
no, con sagrifizio nel suo piccolo tempio 
situato vicinoalla viaSagra.l donativi del- 
le strenne, e con voti di prosperità, avea- 
DO luogo anche nelle pubbliche solenni* 



STR 195 

tà, e nelle fèste saturnali del mese di di* 
cembre, nelle quali gli Schia{fi{f^.) sede* 
vano a mensa co' padroni, ed aveano li- 
bertà di dire tutto quello ch'ei*a loro in 
grado. Nei monumenti commemorativi 
delle strenne deli. ^dell'anno, si leggono 
liete epigrafi, come: Annuni novunifauT 
stumfelicem tibi. Alcuni facevano augu* 
rii e felici presagi a se stessi, e comuni al 
proprio figIio,dandosi da per loro lestrea* 
ne. Si trova in un monumento questa i* 
scrizione : Annum novuni faustumfeli* 
cent mihi et fiUo, In quel giorno tutti e* 
rano in moto, amici, vicini, parenti s'in- 
dirizzavano a vicenda voli, augurii, e re* 
gali che in processo di tempo furono pre* 
ziosi. I donativi riempivano le casede' po- 
tenti, e così aprivasi con pompa e con 
lieti auspicii l'anno novelloe il circolo an* 
nuale. Sotto di Augusto il popolo, i cava** 
lieri ed i senatori presentavano nel i •^'deU 
l'anno delle strenne all' imperatore; e 
quando egli era assente da Roma, le por* 
lavano al Campidoglio : il denaro delle 
strenne era impiegato a comprare qual* 
che divinità. Tiberio con un editto proi- 
bì le strenne, dopo il 1 .^giorno dell'anno, 
perchè il popolo per io spazio d'8 giorni 
si occupava di tale ceremonia. Caligola 
dichiarò al popolo di accelture le strenne 
che gli venissero presentale. Invece Clau- 
dio suo successore proibì che lo impor- 
tunassero con siffatti doni. Coll'andardel 
tempo s'introdussero le strenne anco fra 
i cristiani, ma poi i concilii e i padri del* 
la Chiesa le condannarono, per gl'insorti 
abusi. Tertulliano nel suo libro dell'ilio* 
latria le proscrive, paragonando la festa 
delle strenne a quella de'saturnali. Si ha 
che s. Gio. Crisostomo compose espres- 
saniente un discorso contro lestrenne.Av- 
vi pure un altro discorso d'Àusterio gre- 
co, contro la festa delle calende; festa che 
fu condannata dal 6,° concilio generale 
tenuto iu Costantinopoli nei 680, e mol- 
ti altri concilii la vietarono severameofew 
Alcune chiese ordinarono un digiuno nei 
I .^'di gennaiO) affine di reprimere gii ec* 



ig6 S T R 

cessi?] abusi. Ossenra il MBriene^DeEccl 
discipL cap. 1 3, che per la stessa ragione 
il concilio di Toiirs del 566 ordinò di can« 
far le litanie nello stesso giorno della Cir- 
concisione{F ,y<& di non cominciar la nies* 
sa che oU'ora 8.\ cioè un'ora dopo mez- 
zodì, in modo ch'ella non finisse che alle 
li*e, come praticatasi ne'dì della stazione. 
Si può vedere^arnelli,£e//ere ecclesiasd» 
che t. 5,lett. 3o: Quali strenne proibisce 
ilcanonenel principio dell'anno con que- 
ste parole.*» Si quis Calendas Januarii ri- 
fu paganorum colere, irei aliquid plus 
novi Tacere propter annum no?um, aut 
inensas cum lampadìbus, vel eas in omni- 
bus pi*aeparare et per vicos, et platea can* 
tores, et choros ducere praesumpserit, a- 
nathema sit". Però sembra che la con- 
danna de'concilii e le invettive de'ss. Pa- 
dri non riguardino le strènne per se stes- 
se, ma l)ensì l'abuso superstizioso e le ce- 
remonie pagane colle quali venivano es- 
se anticamente accompagnale, con can- 
zoni, dissoluti conviti e altri simili disor- 
dini, che dierono successivamente origine 
a 'baccanali, al Camevale{f^.) e alle Ma* 
scherf{P',)ytìon chead altri spettacoli stra- 
vaganti elicenziosi,còme la festa de' Pazzi 
(^.); per cui togliendo tali supei*sti:;ioni 
e lutti gli abusi relati vi alle strenne, que- 
ste non hanno allora pili nulla di ripren- 
sibile. Invece, esse non sono altro fuorché 
contrassegni di civiltà, di rispetto, dì gra- 
to animo, di amorevole ufficio, e talvolta 
anche fomento di carità; ben inteso, qua- 
lora si facciano con leali sentimenti, con 
ingenua sincerità di labbra, sia pure col 
mezzo della penna colle lettere epistolari 
e felicitatone. Di queste feci cenno anche 
a SiLt7To, parlando dell'origine di quelle 
de'cristiani per la solennità del s. Natale, 
già dette sagre e festive ^ per pregare e de- 
siderare le buone feste. Proseguono an- 
cora i reciproci donativi, i quali in gran 
parte si convertirono in Mancìe, e queste 
non si danno pi'esso di noi per augurio 
dell'anno nuovo^perchè quotidieanniim* 
plentitr, come dice Sarnelli; ma p^* goq- 



STR 

servare le amicizie e le buone relazioni, 
gratificare e compensare i nostri dome- 
stici e famigliari, o gl'inferiori subalterni 
che ci prestano qualche servigio, ovvero 
gli altrui onde manifestare il nostro os- 
sequio o riconoscenza verso i loro supe- 
riori e padroni, e per goderne il favore 
e il patrocinio. 

STRIDOA oSTRlDON.F.SpAirATRo. 

STRIGONIA o GRAN (Strigonien). 
Città arai vescovi le , reale e libera della 
Bassa Ungheria ( F.)y capoluogo del comi- 
tatoe marca del suo nome,dtstante leghe 
8 1/2 da Buda e 6 3/4 da Watzen, presso 
il confluente delGran che ne bagna le mu- 
ra, onde la contrada ha il nome e del Da- 
nubio, che si passa sopra un ponte volan- 
te. Era l'ordinaria residenza dell'arcive- 
scovo prima che la stabilisse in Preshur^ 
go {^^9 ove tuttora dimora. La fortezza 
che la difènde sovrasta il Danubio, e guar- 
da non solo il ben munito recinto, ma e- 
ziandio gli ampi sobborghi, che in nume- 
ro di 7 formano la parte migliore dell'a- 
bitato. La chiesa metropolitana é mae- 
stosae d'elegante struttura, costrutta so- 
pra un monte, ma non compita, e sotto 
'l'invocazione del re d'Ungheria s. Stefa- 
no I, che avea edificato l'antica e ampia 
metropolitana. L' arcivescovo cardinal 
Rudnayy benemerito pastore comel'at* 
testano ì monumenti lasciati di sua pietà 
e munificenza, pel i .^^trasferi la sua sede 
e l'arcicapitolo in Strigonia neli820,poi- 
che da 3 secoli trovavasi inXyrnau oTir- 
navia, per timore dell'irruzioni de' tur- 
chi; e con gran dispendio si accinse nella 
rocca a riedificare la basilica sugli a- 
vanzi dell'antica e incordata di s. Stefa- 
no L L'arcivescovo la consagrò solenne- 
mente nel 1823, e siccome Pio VII gli 
concesse grazie e privilegi, così fece co- 
niare una medaglia monumentale, il cui 
conio si conserva nella zecca papale. Da 
un lato vi è l'effigie del Papa in mezzet- 
ta e stola,con l'epigrafe: ConsecratioPan' 
noniae Patri Patriae JSt. Pop, La vice- 
cattedrale bellissima contieneil fonte Jxit- 



STR 

tesimale con cara d'animei non apparto* 
nenie però al capitolo^ ed intitolata a s. 
IgnazioLojola. Il capitolo della metropo- 
litana si compone di 7 dignità, lai.Melle 
quali è il preposto, dii5 canonici com- 
prese le prebende del teologo e del pe- 
nitenziere, e di altri preti e chierici ad- 
detti al servigio divino. L' arciepiscopio 
è congiunto alla vice-cattedrale, e trovasi 
ÌQ buono stalo. Inoltre nella città vi sono 
duealtre chiese parrocchiali col battiste* 
rio, due conventi di religiosi, due mona- 
steri di monache, due ospedali, alcuni so- 
dalizi, diverse pie fondazioni pe'poveri e 
gli orfani , come pe' convertiti alia fede 
cattolica,e sotto l'amministrazione del ca> 
pitolo metropolitano. Vi è pure il semi- 
nario pe'chierici, ed altri scientifici sta- 
bilimenti , un ginnasio, bagni di acque 
termali e fabbrica di panni. Fra i palazzi 
sì distingue il municipale. Un monumen- 
to chiamato la Colonna della ss. Trinità, 
forma V ornato della piazza principale. 
Patria d'alcuni uomini illustri, priniegr 
già il re s. Stefano ], fondatore della mo- 
narchia e patrono di essaj le cui ossa si 
venerano neirantica cattedrale di s. Al- 
berto situata nel castello. Strigonia o 
Gran, Strigonium, IstripoUso Islrogra* 
num, in ungherese j^^z/er^om, nel secolo 
XIII sotto il re Bela IV fu presa da'tar- 
tari per assalto, e messa a ferro e fuoco, 
essendosi salvati appena i.Sabitantidi tut- 
ta la popolazione. F'ivos nssahant homi' 
nesj sicut parcoSyòìce il Rogerio nel far- 
ne la miseranda descrizione. I turchi sot- 
to il sultano Solimano II s'impadroniro- 
no di Strigonia neii54o, e gli austriaci 
comandati dal principe di Mansfeld la 
ricuperarono neliSgS. Indi neli6o5vi 
rientrarono i turchi, e più tardi il gene- 
roso valore di Giovanni III re di Polonia, 
e di Carlo IV duca di Lorena la riprese 
nel 1 683 dopo 5 giorni d'assedio. Più vol- 
te soffrì guasti ed incendi, ed a' 1 3 aprile 
1 8 1 8 patì il più disastroso, che consumò 
una gran parte delle sue case e molti pub' 
blici edifizi* 



STR 197 

La sede vescovile fu eretta in arcive- 
scovile da Papa Silvestro II nel 1 000 o 
nel 1 002, ad istanza del re s. Sle&no I, 
dopo aver convertito quasi tutto il resto 
dell'Ungheria al cristianesimo. Ne fui.^ 
arcivescovo Sebastiano abbate di s. Mar- 
tino ornato di molte virtù, che avendo 
perduto poco dopo la vista, ne divenne 
coadiutore Astric oAnastasio i .^vescovo di 
Colocza,gìà das. Stefano I inviato a iSi/i^e- 
stro II (^.) per domandar la conferma 
delle nuove sedi da lui istituite e la corona 
reale: passati circa 3 anni,Sebastiano gua- 
rì dalla cecità.L'arci vescovo pretese la pri- 
mazia su Colócza, ma poi rinunziò quan- 
dogli fu aggiudicato il diritto di coronare 
il re e fu fatto cancelliere del regno. Indi 
i Papi lo dichiararono legato a latere del- 
la s. Sede nel regno e primate del mede- 
simo. Il Pupa Nicolò V, ad istanza del re 
Ladislao V, confermò all'arcivescovo il ti- 
tolo di primate d' Ungheria, e di legato 
nato della Sede apostolica. Anticamente 
erano suoi sulfraganei i vescovi di Vaccia, 
Fogaras e Gran-Varadino di rito greco- 
unito, Agria o Eriau poi arcivescovato nel 
i8o4> Nrtria, Già varino, Veszprim e Cin- 
que Chiese. Attualmente sono sulfraganei 
del metropolitano di Strigonia i seguenti 
vescovati. Alba Reale, Sabaria, Giava» 
rmo^NUria^lVeosoliOy Faccia, Feszpnm, 
Cinque Chiese o Fiinf-Kirchen, Tinia o 
Knin, Munkais d'i rito greco- unito, Cri- 
sio dr rito greco*unito,ed£/7enef di detto 
rito.Questa sede vanta illustri arcivescovi, 
molti de'quali furono cardi nali,le cui no- 
tizie riportai nelle loro biografie,e qui sol-* 
tanto ricorderò i caixlinali Stefano Fan- 
cha oFansca o Vacsa ungaro,daInnoGen' 
zo IV traslato nel e ^44 ^ Strigonia, e nel 
1253 01 254 da lui creato cardinale. De- 
metrio ungaro, già vescovo diZagabria, e- 
levato da Urbano VI nel 1 379 al cardina- 
lato e poi fatto arcivescovo di Strigonia e 
gran cancelliere del regno.Neli38i trasferì 
inBuda il corpo à\ s,Paolo\^^ eremita ^wn- 
se la regina Maria figlia diLodovico I, indi 
anche Carlo 111 Duraza;o re di Sicilia, e 



198 S T R 

Sigismondo. Eugenio IV nel 1 439 anno- 
ìrerò ni s. collegio Dionisio Zcch o Zeco o 
Seech ungherese. Sisto IV nel 1 477 \^^^^ 
blicò cardinale Giovanni cl'^r/7goiiA na-' 
poletano e cognato del re Mattia, alle cui 
istanze gli confeiì l'arci Tescovalo. Ippo- 
lito ó*Este de' duchi di Ferrara, cardi- 
nale di Alessandro VI gli successe. Indi 
per sua rinunzia lo fu nel 1 49 3 Tom ma so 
Bakacz o Bncoczi ungherese, già di Za- 
gabria (nella cui biografia per fallo ti- 
pografjco Pannonica è detta canonica^ 
da detto Papa neli5o3 eletto cardinale. 
Giorgio Martimisio o Wisenowiski croa- 
to, nel 1 55 1 arcitescovo cardinale diGiu- 
lio III. Francesco For^ac^ ungherese di 
Strigonia,di cui nel 1 6o5 divenne pastore 
e nel 1 607 catodi naie per Pa olo V. Questi 
nominò arnvescovo Pietro Pnzmany di 
Panasz ungaroe gesuita,nel 1 629 cardi- 
naled'UrbanoVIll.IndiiltedescoLeopol- 
do£o//o'n7zdel 1 695 traslato daColocsa; 
Cristiano Augusto di Sassonia nel 1700 
latto coadiu torca I pi*ecedente,cui succes- 
se nel 1 707 e mori nel 1 7215. Le Notizie 
di Roma i*egistrano i seguenti arcivescovi. 
Nel 1751 Nicolò Czncki delParcidiocesi di 
Slrìgonia,traslatodaColocuie6achiauni- 
le.Nel 1 761 FrancescoBai*ckotty d'Agria e 
Iraslato da questa sede. Dopo quasi 1 o anni 
di sede vacante, nel 1 776 Pio VI dismem- 
hìò da Slrigonia Scepusto, che eresse in 
sede vescovile, indi dichiarò arcivescovo 
Giuseppe Bathyan trasferito da Còlocza 
e Bachia, poi cardinale: fu suo sufiFi*aga- 
neo Nicola Kondè de Puka-Telekdell'ar- 
cidiocesi di Strigonìa, vescovo di Belgiti* 
doeSemendria. Lodato per singolare pie- 
tà, zelo e vasto sapere. Correndo alla sua 
epoca tempi difficili, pieno di coraggio ne 
sostenne l' impeto. Con egual fermezza 
combattè l'erronee dottrine di Fehronio 
(/^.)^ e ne impedì la propagazione in Un- 
gheria. Geloso della libertà ecclesiastica, 
affrontò le autorità chela violavano. Nel- 
la visita di sua vasta arcidiocesi, da per 
tutto lasciò prove del suo zelo pastorale, 
ed iD Slrigonia ordinò e aumentò con 



STR 

gran dispendio Tarchivio e la biblioteca 
a i*ci vescovi le. Morto il cardinale nel set- 
tembre 1789, il detto suifraganeo con- 
tinuò nel governo dellarcidiocesi con ti- 
tolo di suffraganeo, e poi per suo decesso 
la chiesa restò senza pastore lungo tem- 
po. Laonde Pio VII per la grave età del- 
Tarci vescovo di Colocza, col breve Quo» 
nìam^de'ìg gennaio 1 8 1 5,BidLRom.cont. 
1. 13, p. 35 f| deputò giudice delle cause 
ecclesiastiche che definiva l' arcivescovo 
di Strigònia , Stefano Fischer de Nagy- 
Szalantnya arcivescovo d'Agrla. Final- 
mente a' 1 7 dicembrei 8 1 9 terminò la ve- 
dovanza della chiesa di Strigonìa , con 
trasferirvi Pio VII da Transilvania Ales- 
sandro de Rudnnjr, che il 1.^ dicembre 
1 82 1 celebrò un concilio nazionale della 
chiesa cattolica d'Ungheria, dopo cbe o- 
gni vescovo del regnoavea tenuto il sino- 
do nella propria diocesi, e meritò che Leo* 
ne XII lo creasse cardinale. Inoltre Pio 
VII nel 1820 gli avea dato per sufTraga- 
neo Giovanni Bonyonski della diocesi di 
Nitria, e vescovo di Listri inpartibus.Mov- 
to il cai*dinale nel 1 83 1 , il detto suffraga- 
neo continuò a governare l' arcidiocesi, 
finché die termine alla sede vacante nel 
1839 GregorioXVI,con pi-econizzare ar- 
ci vescovo mg.*^ Gì useppeKopacsy di Vez- 
sprim e già vescovo di sua patria. Indi lo 
stesso Papa nel concistoro de'i4 dicem- 
bre 1 840 gli assegnò per suffraga neo mg.*" 
Martino Miskoiczy di Galcocz vescovo di 
Ti nìa in pariibus, e per ausiliare mg.r An • 
tonìoMajlhenyi della diocesi di Neosolio 
vescovo di Centuria inpartibus, e lo è tut- 
tora. Il regnante Pio IX, nel concistoro te- 
nuto in Portici a'28 settembre 1849, ^'' 
chiai*ò arcivescovo di Strigonìa e prima- 
te d'Ungheria l'odiernocardinal Giovan- 
ni Scito wski de Nagy Ker di Bela, traslato 
prima daRosnavia daLeone XII nel 1 828 
a Cinque Chiese; quindi a'7 nriarzo 1 853 
lo creò cardinale dell'ordine de'preti, ri- 
mettendogli la notizia col berrettino ros- 
so per la guai-dia nohile Luigi de' conti 
Daudiai; ed a'29 spedì a Vienua in qua- 



STR 

Tità di ablegato apostolico per recargli la 
berretta cardinalizia, mg/ Giuseppe Con- 
tini suocamereriere segreto.sopraiinume» 
rario, canonico della basilica di s. Loreto- 
zo in Damaso e figlio del general Contini 
gìk Castellano di Castel s. Angelo. Si leg- 
ge a p. 348 del Giornale di Roma del 
i853, che l'i 1 aprile iMmperatore d'Aii* 
stria Francesco Giuseppe I, in Vienna si 
com pìacq uè d' imporre nell'i. r. chiesa par- 
rocchiale di corte la berretta cardinalizia 
al principe primate del suo regno d'Un- 
gheria e arcivescovo di Gran , cardinal 
Scitowsky. Vi fu presente alla funzione, 
oltre mg. *^ ablegato, il cardinale pro-nun- 
zio Viale-Prelà e sotto un baldacchino as- 
sistè alla solenne messa celebrata da mg.r 
Zenner vescovo di Sarepta inpartibus e 
suffraganep di Vienna; dopo la quale e la 
lettura del pontificio breve si effettuò la 
ceremonia, seguita dal cauto del Te Deum 
e dalla benedizione papale compartita dal 
cardinale. Nell'allocuzione poi de' 19 di- 
cembre, il medesimo Papa PioIXannuu- 
zio l'erezione della nuova provincia eccle- 
siastica di Kogaras e Alba Giulia, per la 
nazione vai laca sparsa uella Transilvania 
(^.), a tale effetto staccando dalla metro- 
poli di Strigonia i vescovati sutfraganei 
di Gran-Varadino e Pugaras, la quale e- 
levò ad arcivescovato. Il cardinal Scitow- 
ski dopo aver fondato un monastero di 
religiose nella diocesi di Cinque Chiese 
per l'educazione delle fanciulle e aggiun- 
tavi decorosa e ampia chiesa, divenuto 
arcivescovo di Strigonia, riparò i gravis- 
simi mali fattivi dalla- rivoluzione e sue 
conseguenze, quindi in Tyrnau fondò un 
convitto per l'educazione della gioventù 
e un seminario pe'chierici, stabilendovi 
pure un noviziato pe' gesuiti, i quali da 
piii che 80 anni non a veano collegi in Un- 
gheria,menlre a Tyrnau il cardinal For- 
gach avea per essi fondato im gran col- 
legio con magnifica chiesa. In Pest poi il 
cardinal Scitowski ha fondato una casa 
per le figlie o iSbre//^ della car/£^ chia- 
mate le suore grigie; finalmente la catte- 



STR 199 

dt*ale di Strigonia, incominciata a riedi- 
ficarsi dal cardinal Rudnay, e continua- 
ta da mg.rKopacsy,hacon ingenti som- 
me condotta ormai al suo compimento, 
laonde. fra pochi mesi potrà essere inte- 
ra mente con sagrata. Recatosi il cardinale 

in Roma nel novembre i854> ^^^ conci- 
storo de' 16 il Papa Pio IX gli ha imposto 
il cappello cardinalizio,e poi conferito per 
titolo presbiterale la chiesa di s. Croce 
in Gerusalemme. Ogni nuovo arcivesco- 
vo di Strigonia è tassato ne*libri della ca* 
mera apostolica in fiorini 1880, ascen» 
dendo le rendite t|ella mensa ai5o,ooo 
fiorini del regno, gravate di alcuni pesi; 
Amplissima è l'arcidiocesi, comprenden- 
do 4-74 parrocchie. 

Concila di Strigonlti, 

III. ''fu adunato neli i4(» essendo ar« 
ci vescovo della provincia Lorenzo. Furo- 
no fatti 6^ canoni sopra diverse materie 
ecclesiastiche. Il 2." lo tenne Ta rei vescovo 
Benedetto, regnando Bela V re d'Uoghe* 
ria nel 1256, relativamente a una dilfe* 
renza tra Zelando vescovo di Vezsprim e 
Biagio abbate di Zala. Il 3.^ fu convoca^ 
to nel 1290 dall'arcivescovo Lodorairo, 
regnando il re Andrea 111, all'occasione 
d'alcune dispute suscitate pel diritto clie 
s. Ladislao e il reGeza 11 a veano accor* 
dato alla chiesa di riscuotere certi tribu- 
ti. Il 4*^ venne celebrato nel 1 294 dal ine* 
desiiuo arcivescovo Lodomiro, e sotto lo 
stesso Andrea 111, relativamente ad alcu- 
ni disordini accaduli nell' arcidiocesì. 11 
5.° ebbe luogo nel 1 382 e presieduto dal- 
l'arcivescovo Demetrio, regnando Maria 
regina d'Ungheria, riguardante il diritto 
di riunire i vescovi della provincia, che 
il vescovo delle Cinque Chiese volevasi ar- 
rogare contro l'antico diritto dell'arcive- 
scovo di Strigonia. Del 6.^ già ne parlai. 
Mansi, Sitpplent, ConcìL t. 2 , p. 283 e 
1 193, t. 3, p. 233, 247 e 663. 

STROFAe STROFE, Stropha, Stro^ 
pìiae. Quella parte della canzone che più 
eouìunemcate dicesi^Sy^/iz^.Chiamasi ge« 



!I02 S T R 

rici e restò per diver&i secoli interrotta 
la sticoessione de'iresoovi. Gerenza, Ge^ 
nmtìay e perciò chinroata anche Geren- 
sa, e come Cariati già signora feudale del 
principe diSeminciria, è ferace d'eccellen* 
le manna, f(j sede vescovile sino dal 960, 
come attestano i monumenti disuachie- 
SA.L'Uglielli neir//^i//Vz sacra 1. 1 ,|>. 49B, 
riporta la serie de' vescovi Geruntinenses 
et Cariatenses uniti, e con esso procede- 
rò a fare altrettanto. Il i.^^che si conosca 
è Policrono Gerunlinus, il quale nel 1 099 
con ^autorità e consiglio del suo metro- 
politano Costantino arcivescovo di s.Se* 
aerina, nell'arcidiocesi fondò e dotò, con 
diploma confermato da'conti di Calabria 
e di Sicilia, il monastero cistcrciense di 
a. Maria d'Allilia.Dopo Policrono e per 
lo spazio di 100 anni non si conoscono i 
successori. Giberto Gerontinusepiscopns 
trovasi verso il 1 198, ed era amico del 
celebre abbate Gioacchino {P^,) fondato* 
re della congiegazionee monastero cistcr- 
ciense di Flora o Florense(F,)y 4 miglia 
lungi da Caciiri (altro luogoè Vertinaro: 
in Cacuri nacque Francesco Simonetta 
autore della Sforziatlé)^ nella diocesi di 
Gerenza o Gerenza. Giberto donò ad es- 
io la chieda di Monte Marco, la quale di* 
poi con Ixilla d'Onorio I II fu unita in per* 
petuo al monastero di s. Giovanni di Fio* 
ri.GlisuccesséGuglielmo/ilqualedi quan- 
to il predecessore avea fatto all'abbate 
Gioacchino in odiiun monaclwrum de» 
struxit; mori nel 1 209, ed è ricordato nel 
diploma d'Onorio III. Nell'istesso anno fu 
eletto vescovo Gerunlimts Bernardo di 
Calabria, nato d'onesti parenti, abbate di 
Sambuciha monastero cistcrciense, per 
le sue virtù e carità, amato dall'abbate 
Gioaccliino e suo intimo. Corresse l'ope- 
rato contro i monaci dall'antecessore Gu- 
glielmo, restituì loro il tolto da lui, e con- 
cesse al monastero di Fiori duealtre chie- 
se. Mori santamente nel 1216, concorse 
il popolo a venerarne la spoglia mortale, 
e gli scrittori della Calabria lo posero tra 
i beati della medesiaia.ln tale anno e nei 



STR 

pontificatod*Oiiorio III fu eletto vescovo 
(?erfifif//iii5 Nicola, degnissimo e virtuoso 
come il precedente. Non solo confermò al 
monastero di Fiori il donato da' prede- 
cessori, ma vi aggiunse il monastero di 
Cabria, già de'monaci greci, ciò che con- 
fermò Onorio III colla memorata bolla, 
Cum a nobis, riportata da Ughelli. Inol- 
tre Nicola e col consenso del capitolo fece 
donazione al monastero Florensedel te- 
nimento o granfia di Virdo, che confer- 
mò eoo diploma Gregorio IX. Morì nel 
1 233, e nel 1 234 6^' successe Matteo di 
Calabria , Geruntinus episcoput , pare 
della stessa famiglia dell'encomiato lier* 
nardo, essendo eguale lo stemma genti- 
lizio; già discepolo dell'abbate Gioacchi- 
no, fu lodatissimo pastore, ed è registra- 
to tra i beati della Calabria. Per più d'n n 
secolo s'ignorano! successori. Nicola eli- 
gitiir Geruntinensls episcopus 1 34^^, die 
1 3 augusti^ ioUtu/n pensuni exnolvii sa* 
ero Collegio, ex Acds romani, uhi etiarn 
Carialenmnominaturepiscopus^forlas' 
sìs tane haec dttae EccUsLae unitae eranl 
ìèoc annos. Quindi i successori negli atti 
concistoriali Sono chiamati Gemmi nensex 
et Can'atenses» Il vescovo Gerardo nel 
i394f«i travialo all'arcivescovato di Ros- 
sano; e Bonificio IK a' 1 3 febbraio vi so- 
stituì l'arcidiacono della cattedrale Gu* 
glielmo. Nel 1425 Tommaso Rossi cano- 
nico di Cosenza; neli429fr. Guglielmo 
de Podio o Giovanni de Podio Nucis o 
Podionitis domenicano francese, già mae- 
stro generale dell'ordine nelle provincie 
che ubbidivano all' antipapa Clemente 
Vili, creato dal Pontefice Martino V,cui 
era accettissimo, Gerei/i/me/t episcopus, e 
visse nella dignità da buon pastore. Nel 
■ 437 l'arcidiacono Giovanni de Voltis, 
che trasferito a Crotone nel 1 4^9> g^i ven- 
ne surrogato Geruntinam sedeni Galeot- 
to Quadrimoni nobile e canonico dì Co- 
senza, indi anch'esso traslato a Crotone. 
Neli44o Bartolomeo già vescovo Argo- 
license, sotto il quale in Car iati fu fabbri- 
calo il convento de'miaori della stretta 



S T R 

òtservanza da Bonaccorso CapiiaGci, nel- 
la cui chiesa giace il b. Tommaso Ren- 
dano illustre per miracoli. Nel 1 48 1 mori 
Gioyfaotìiepiscopus Gemntinus eiCaria- 
iensis, Nel 1 48 1 stesso fu eletto vescovo 
Gerunlinus el Cnrialensìs Pietro di Son* 
nino arciprete di s. Giovanni di Laconia 
diocesi diNicaslro,ove da queste sedi passò 
nel 1 489. Nel 1 490 fu fatto vescovo di Ge- 
renza e Gariati Antonio di Lucerà; il sue* 
cessoreGirolamo morì nel 1 5o4<ln questo 
conseguì le mitre di Gerenza e Gariati 
F*rancesco Dentici napoletano; ma presto 
gli successe fr. Martino di Lignano dome- 
nicano bolognese, cui la morte poco dopo 
rapì nel 1 5o6. Neil' agosto venne eletto 
Giovanni Sersale nobile di Gosenza, indi 
Tommaso Gortesidi Fvaìo episcopus Gè* 
rumi nit set Carìatcnsis nitro onere se ex* 
solvU\5io. In questo Leone X nominò 
vescovodi Gerenza e Gariati Antonio Her* 
Golani nobile forlivese e preposto della pa- 
tria cattedrale, chiaro per prudenza e vir- 
tù, nel 1 522 vice-legato della Marca pel 
cardinal Armellini, che nel 1 523 eresse 
da'fondamenti la fortezza di Macerata, e 
nel 1 526lornòad essere vice- legato.Tom- 
raasoGorte^i di Prato datario di Glemente 
VII e vescovo anche di Viesti, traslato nel 
1 53 3a Vaison. Subito gli successeTaddeo 
Pepoli bolognese nobilissimo, abbate e 
vicario generale degli Olivetani, di gran 
virtù, vescovo di Gerenza e Gariati, nel 
1 535 trasferito a Garinola, della qual se- 
de meglio riparlai a Sessa. Invece da Ga* 
rinoia a questi vescovati fu traslato Gio- 
vanni Garnuti che morì neli54(* Fran- 
cesco Monaldi già vicario generale e cano- 
nico della cattedrale di sua patria Ghieti 
e poi arcivescovo di Tarso, morendo in 
Milelo mentre celebrava la messa oppres- 
so cunicull ruinis. Neh 545 M. Antonio 
de Falconi di Nardo, e nel 1 556 Federico 
Fanluzzi nobile bolognese e uditore del- 
la romana rota. Per sua morte nel 1 56 1 
Pio IV fece vescovo Geruntinuset Caria- 
iensis Alessandro Crivelli [F',) milanese, 
e poi nunzio di Spagna e cardinale. Ri* 



STR io3 

nunzio le sedi nel 1 568 a Giacomo Ma- 
lumbra milanese,dalle quali si dimise nel 
1573, egli fu surrogato Sebastiano Maf- 
fa nobile salernitano. Morto nel 1 576, in 
questo venne eletto Gio. 13attista Ansai- 
di di s. Miniato, e consagrato in S. Bar*- 
tolomeo air Isola di Roma dal cardinal 
arcivescovo di s. Severina. Dopo il suode« 
cesso, Gregorio XIII nel 1578 conferì le 
due chiese unite a Tarquinio Prisco: Sisto 

V nel 1 585 gli die in successore il suo cor- 
religioso e amico fr. Nardo di Fano dei 
conventuali, insigne dottore in teologia. 
Morì nel 1 586, ed a'5 novembre gli so« 
stituì Ta Uro francescano fr. Ottaviano di 
Tagliacozzo. Nel medesimo anno Sisto 

V cousagrò vescovo fr. Properzio Resta 
de Gapellis di Volterra, dotto francesca- 
no, che scrisse De vera sapientia: morto 
nel 1 602 in Roma, fu sepolto in ss.Aposto- 
li. A' 1 5 aprile gli fu surrogato fr. Filip- 
po Gesualdo generale de'conventuali, ce- 
leberrimo predicatore, dotto e di santa 
vita. Nel 1 6 1 7Maurizio Ricci terdonensis; 
nel 1 627 Lorenzo Pea o Pheus romano, 
avvocato concistoriale; nel 1 633 France- 
sco Gonzaga di Mantova chierico rego- 
lare, indi traslato a Nola. Nel 1659 Aga- 
zio di Somma diGatanzaro, a cui poi fu 
Iraslato; nel 1664 Girolamo Barzelliai dì 
Napoli e di quella nunziatura avvocalo dei 
poveri; nel 1688 Sebastiano de Franci di 
Nola, avvocato delle cause ecclesiastiche 
e del s. oHìzio in Napoli; nel 1 7 1 8 Barto- 
lomeo Porti amalfitano, avvocato fiscale 
della nunziatura di Napoli. Morto nel 
17 19, Glemente XI nel 1720 gli sostituì 
Gio. Andrea Tria di Matera^già uditore 
delle nunziature di Lisbona e di Svizzera: 
con esso peirUghelli si termina la serie 
de'vescovi di Gerenza e Gariati, che com- 
pleterò colle Notizie di Roma, Nel 1726 
Antonio Raimondi dell' arcidiocesi di t, 
Severina; nei 1 732 Garlo Ronchi diNapo- 
li; neh 764 Francesco M. ''Trombini del* 
Tarcidiocesi di Gosenza. Dopo lunga sede 
vacante di quasi 7 anni, nel 1793 Felice 
Antonino de Alcssandris di Monte Leone 



ao4 S T R 

diocesi di Mileto. Vacata di nuovo la le* 
de nel 1 808, terminarono i vescovi di Ge- 
renza e Cariati uniti, per la narrata sop- 
pressione nel 1 8 1 8 operata da Pio VI I, il 
quale nel concistoro de' 4 giugno 1819 
preconiszando vescovo di Cariati Gelasio 
Serrao di Ventarola diocesi diSess«,que- 
ito prelato pel i.%i trovò costituito vesco- 
vo di Cariati, nella cui diocesi erano state 
incorporate quelle soppresse di Cerenza, 
SirongoU e Umbrialico, Per sua morte, 
Gregorio XVI nel concistoro degli 1 1 lu- 
glio 1839 promulgò vescovo di Cariati 
l'attuale mg/ Nicola Golia di Cosenza, già 
canonico della patria metropolitana e ret- 
tore del seminario di essa, insignito di al- 
tri cospicui incarichi, e che fa la sua or- 
dinaria residenza in Cariati nell'episcopio 
prossimo alia cattedrale. 

STROZZI Lorenzo, Cardinale. Pa- 
trizio Borenti no, pronipote di Leone X, 
fiitti i suoi studi letterari sotto la discipli- 
na del celebre Benedetto Varchi, ed i le- 
gali nell'università di Padova, passato in 
Francia si applicò a' militari esercìzi, e 
divenuto eccellente e valoroso capitano, 
òomhattè intrepidamente nella Lingua- 
doca nel regno d'Enrico II contro t cal- 
vinisti, a' quali avendo tolto parecchi e 
ben fortificati castelli, vi ristabilì Teser- 
cizio della cattolica religione. In seguito, 
a persuasione dì sua cugina Caterina de 
Medici regina di Fra nei a, datosi alla vita 
ecclesiastica,sosteune in quel reame mol* 
te e cospicue cariche, tra le altre quella 
di consigliere di stato, e fu provveduto 
delle ricche abbazie di s. Vittore di Mar- 
siglia edi s.Maria di StafTarda, e ad istan- 
za del nominato re nel 1 548 Paolo IH lo 
preconizzò vescovo di Beziers,ò per qual- 
che tempo fu destinato al governo della 
provincia dìNarbona.Per le premure del- 
lo stesso Enrico 1 1,a' 1 5 marzo 1 557 ^^^* 
lo IV lo creò cardinale prete di s. Bai- 
bina. Restituitosi in Francia, aiutò il re 
co'suoi consìgli intorno a'mezzi che si a- 
vevano a tenere per ridurre gli eretici, 
e neh 56 1 sotto Pio lY passò all'arci ve* 



STU 

scovato d'Àlbj cedutogli dal cardinal di 
Guisa, a cui egli rinunziò l'abbazia di s. 
Vittore. Nel i566s. Pio V lo fece arci- 
vescovo d'Aix, dovè con instancabile zelo 
tutto si dedicò allo sterminio dell' eresìa 
e degli eretici, e nell'esercizio d'un' ira- 
presa tanto onorevole e gloriosa, chiuse 
di 48 anni nel iS'ji in Avignone i suoi 
giorni,dopo essere intervenuto al concla- 
ve di Pio IV, perchè fu assente a quello 
di s. Pio V. Venne tumulato nella chiesa 
di s. Agricola. 

STUDIO, y. Scuola, Uwiversita'. 

STUDITA. Nome di un religioso del 
monastero di s. Gio. Battista in Costanti- 
nopoli, fabbricato dalla somma pietà di 
Studio nel 463, uomo consolare, prefetto 
del pretorio e potente signore di quella 
gran capitale e dell'impero orientale, o- 
ve si recò da Roma sua patria, abborren- 
do il servaggio de' vandali quando Tinva- 
sero. Gli studiti erano monaci Acemed 
(de'qnah ripaHai negli articoli relativi), 
cioè insonni perchè a vicenda senza Inter- 
ruzione giorno e notte lodavano Iddio,ma 
divisi in tre parti o classi; ed il p. Helyot 
nella Storia degli ordini monastici^ pre- 
tende che il nome di Studila fosse dato 
a lutti gli acemeti fondati da s. Alessan- 
dro abbate, per cui furono presi per si- 
nonimi i due nomi di Studila e di A ce- 
meta. Anche Magri, nella Notizia de^O" 
caboli ecclesiastici, conviene che i mona - 
cidi detto monastero fossero cognomina- 
ti Studila, onde per questo furono deno- 
minati così s. Teodoro ( f'\) Studila e al- 
tri monaci. Teodoro Studitaynaio 0^759 
in Costantinopoli , fu per un mezzo seco- 
lo e ne'tempi i più difficili, il sostegno, l'o- 
racolo e l'ornamento della chiesa orien- 
tale ,. soffrendo perciò eroici patimenti. 
Mentre era abbate del monastero di Sa- 
nudione, per le sue rigide virtù disappro- 
vò l'illegittimo matrimonio dell'impera- 
tore Costantino V, ne alTroulò la collera 
gl'indignazione. Divenuto poi abbate del 
monastero di Studita o Studa,vi trovò i a 
monacii main breve per le sue virtù e sa- 



STU 

pere divenne floridissimo,! vi pertennead 
unii*e sotto la sua direzione i ooo mona- 
ci, e così fu detto per antonomasia Siti* 
diia. Non minore fortissimo zelo oppose 
all'imperatore Leone V V Armeno soste- 
nitore òegV iconoclasti peraecutori delle 
ss. Immagini (/^.), onde difendere il lo- 
ro antico culto, per cui patì indicibili do* 
lori. Scrisse lettere a'Papi s. Leone HI e 
s. Pasquale I, e lasciò diverse opere ch'e- 
numerò il suo discepolo e biografo Mi- 
chete Suidiia, Del monastero di Studio, 
degli acemeti o sempre vigilanti nella 
Salmodia {P\) y e del glorioso s. Teodo- 
ro, parlano ancora l'annalista Rinaldi ne- 
gli Annali ecclesiasticista il Piazza, E» 
merologio di Roma, a p. 718. 

STUNICA. F. ZuwiGA. 

STURMIO (s.), abbate di Fulda. U- 
scito di nobile casa della Baviera, ven- 
ne nella sua fanciullezza affidato a s. Bo- 
nifacio apostolo dell'Alemagna, il quale 
lo mandò nell'abbazia di Fritzlar. Fatti 
grandi progressi nelle scienze e nelle vir- 
tù, comechè fu giunto all'età prescritta 
da'canoni, ricevette gli ordini sagri. Do- 
po avere per 3 anni annunziata la divi- 
na parola, convertendo molti infedeli, ri- 
tiros^i in un deserto con due compagni, 
che come lui desideravano menare vita 
anacoretica; ma per evitare gl'insulti dei 
malandrini della àSassonia, Sturmio fe- 
ce in breve ritorno a Fritzlar , e i suoi 
due compagni si recarono a Chrilar. S. 
Bonifacio rivide con piacere Sturmio,cfae 
riguardava come suo figlio, e lo racco- 
mandò al reCarlomanno, non che ad al- 
cuni signori, per cui potè fondare il mo- 
nastero di Fulda (/^.), nella diocesi di 
Magonza. I religiosi furono messi sotto la 
regola di s. Benedetto, e Sturmio ne fu 
ìli.^abbate. Essoandò a visitarecon due 
de' suoi religiosi i principali monasteri 
d'Italia, per introdurre in quello di Ful- 
da ciò che vi avrebbero notato di più per- 
fetto. Accusato calunniosamente di es- 
sere nemico dello stato, il re Pipino lo 
«siliò in un monastero di Frauda, che «i 



SUA 



ao5 



crede quello di Jumieges, ma riconosciu- 
tasi dipoi la di lui innocenza, ritornò a 
Fulda, ove fu ricevuto colle più grandi 
dimostrazioni di gioia. Carlo Magno,fa- 
cendo di esso molta slima, implorò l'o- 
pera sua per la conversione de' sassoni. 
Sentendosi il santo vicino al suo fine, ra- 
dunò i suoi religiosi per esortarli alla per- 
severanza,« morì il 1 7 dicembre del 779. 
Fu canonizzatoda Innocenzo 11 nel 1 1 89; 
e le sue reliquie si conservano nella chie- 
sa dell'abbazia di Fulda, celebrandosi la 
sua festa il giorno 17 dicembre. 

SUACIA o SUACIO o SUACINO, 
Stiacium. Sede vescovile delfAIbania dì 
Epiro nella Macedonia, parte dell'/Z/i- 
nVx, eretta nel secolo XI e da Benedetto 
IX come vuole il p. Farlato, o come dice 
Commanville, nel 1062 da PapaAlessan- 
dio 11, dichiarata suffraganea della me- 
tropoli d' Antivari, e situata vici no a tal 
città. A Suacia nello stesso secolo XI fu 
unita la sede di Sorbium o ^r^e^di cui 
parlai nel voi. LXYIII, p. 2 1 3 ed altro- 
ve, coir insigne opera del p. Farlato, //• 
Ijrrici sacri, il quale inoltre ne discorre 
nel t. 3, p. I o e 1 75, dicendo che fu suffra- 
ganea di Spalatro e poi passò ad esser- 
lo di Zara, Ma nella circoscrizione delle 
diocesi di Dalmazia, fatta da Leone XI 1, 
fu soppressa, quando di Spalatro,la nuo- 
va Salona che fu madre di tutta la re* 
ligione cristiana nell' amplissimo lUirio 
e sua metropoli, primate di Dalmazia e 
Croazia^ quel Papa ne soppresse la di- 
gnità metropolitica e l'unì a Macarska, 
onde di questa ivi riparlai. Sorbium o 
Arbefu pur chiamala Sardania,Sarcan* 
fa e Servatia: de'popoli di Dalmazia de- 
nom ina ti Sardiates, Sardiotae e Sardia* 
ni olim Ardiaei dicU, ragiona il p. Far- 
lato nel 1. 1, p.i63, 164* Commanville 
crede che il vescovo di Suacia facesse poi 
la sua residenza aSappa, lungi circa So 
miglia, la quale sembra corrispondere a 
Zadrim o Zadra o Zadrina nell'antica 
Macedonia Felice, luogo della Turchia 
europea neirAlbania^sangiacatodistan- 



!io6 SUA 

4e 5 leghe ci» Scutarì, sulla sponda siiiì 
tira del Drin verso il con fluente della Di- 
bra, con ferlilissimi dintorni. Quanto al- 
l'antica Snacia pare che sia ridotta, per 
le lagrime voli vicende cui soggiacque, ad 
un villaggio abitato da'turchi e da'greci 
scismatici, e probabilmente non vi sariin- 
no piti cnllolici. Nell'articolo Sappa ri- 
portai le opinioni di diversi geogitafi sul- 
la sua posizione geografica, protestando 
che ivi nulla poteva dire di preciso, tanto 
pili che rilevai, quanto a Suacia, nel voi. 
LXl V,p.2 2 3,che ildottissimoHurter non 
potè trovare notizie sul vesco vato«$bjce/t- 
Mf.Ciònon mi sorprende,perchè tranne il 
celebre p. Parlato, le notizie della storia 
ecclesiastica e geografica di molte par- 
ti dell' lllìria sono scarse e confuse, co- 
me mi scriveva un dotto prelato di colà, 
il quale aggiunse che s' ignoravano da- 
gli stessi luoghi, e dalle persone più i- 
struite, tanto essendo Foscurità prodot- 
ta da un complesso di politici avvenimen- 
ti religiosi e civili. Tuttavolta qui aggiun- 
gerò altre nozioni che raccolsi co' miei 
studi e ricerche nelle opere pubblicate, 
giammai mendicandole, come fanno al- 
tri, dagl' impiegati. Primamente ricor- 
derò, che accennai all' articolo Sappa , 
dover essa essere nell'Albania della Tur- 
chia europea, ossia neirilliria; imperoc- 
ché, come replicntamente notai in più 
luoghi, e con esplicita e apposita dichia- 
razione confessai lealmente nel voi. LI, 
p. 3 IO, che vi sono due Ali)unie, quel- 
la d'£piro e quella d'Asia o Al vaiiia pro- 
vincia d*j4rmenia, olti>e il ducato d'Al- 
bania nella Scozia (^.). Ciò feci per e- 
mendare anche in quel volume l'abba- 
glio che pi*esi nel voi. 1^ p. i8 1 , nella pri- 
ma infanzia di questa mia opera (anche i 
giganti nascono bambini: il principio 
quantunque minimo nella mole, è più del 
mezzo nel valore e neirefficacia),sia sulla 
situazione topografica d'Albania, sia su 
quelli che vi promulgarono Tevungelo, il 
ohe ripetei nelle diverse biografìe de'snnti 
che nelle due Albanie predicarono la fede 



SUA 

cristiana, dappertutto cosi rettificando Te- 
quivoco preso nel voi. 1. Mi piace far qui 
questo rimarco, pei caso che ^\ verificns- 
se quello che dichiarai a Stampa e a Sto- 
ria, e negli altri articoli ove tenni prò- 
posilo degli errori, propri della debole e 
imperfetta umanità, e che si rannodano 
al protestato in diversi luoghi, e ne' voi. 
LVIII,p. 1 6,LXlX,p.22e 1 1 6:valea dire^ 
semai qualche lettore super ficia le, oaulo-^ 
rea vapore,o qualche compilatore copista, 
e fors'anche de' miei elaborati e faticosi 
8tudi,cioè per articoli da Dizionario e non 
per istorie e trattati ex professo, ma iti- 
numerabili e enciclopedici, sviluppati in 
carta misurata, se non abituato a studia- 
re con savia ponderazione, né ad appro- 
fondarsi nelle ricerche, fermandosi ouU 
l'occhio nel detto voi. 1 pretendesse per 
deprìmermi ecensurarmi, senza aver pri - 
ma esaurito le indagini che la critica in- 
segna doversi fare ne'luoghi analoghi, on- 
de vedette se l'errore fu riparato. jVIen tre 
qualora si volesse giudicare dalla sem- 
plice lettura di tale riconosciuto e confes^ 
sato abbaglio, pare che gli si possa appli-< 
care quel tutto-che dissi su coloro che ca- 
dono in assurdi, in graviiisimi scerpelloni, 
farfalloni e contraddizioni, ne' ricordati 
articoli e altrove. £ qui finalmente cre- 
do di poter dire con VArte Poetica di O- 

razio, vers. 35 1 e seg non ego pan- 

cis - Offendar macidUty quas aut inai' 
riafudit, - Aut humana partun cavil na- 
tica. Quid ergo? 

Incominciando daSappa, leggo nella 
Biblioteca sagra, di hicliard e Giraud^ 
nell'articolo Zuppa o Sappa, che questo 
è un paese o cantone situato al sud est 
degli stati della già rapubblica d'i Ragusi^ 
nel quale i veneziani possedevano molle 
città. Che avvi un vescovato latino nel 
cantone di Zuppa, iuSva^aneo della me- 
tropoli di Durazzo, e che il vescovo ri- 
siede nel villaggio di Nienesciuta.IVel Di» 
zionario geografico universale^ all' arti- 
colo Zuppa, Xuppa, sono descritte le 
Quattro Contee, dìiiì elio di Dalmazia nel 



SUA 

ciixolo di Cattai'o. lnolti*e nella Bibiio" 
teca, airai'ticolo Zappava, si dice ciltà 
vescovile di Dardania, di cui 8Ì fa men- 
zione nel 5.^ concilio geueraleo3.° diGo« 
stàntìnopolidel 553.Che vi è in oggi una 
città chiamata t$l0;7^a/^ij con titolo di ve- 
scovato suffiaganeo d'Antivari; e che il 
p. Le Quien neW Oriens chrislianus t.2, 
p.3 1 1 , sospetta che sia stato scritto Zap^ 
para in vece di Sappata^ per errore del* 
ramanuense,negli atti del nominato con- 
cilio, nel i|uole e detto che Fabiano ve- 
scovo dì Zappara sottoscrisse al decreto 
di Papa Vigilio, riguardante i famosi Tre 
Capitoli. Riscontrando il p. Le Quien, 
Ecclesia Zapparne, trovo le sue deno- 
minazioni scritte in latino, Zapparensis, 
Tel Zapharena, Zappa nani, Sappata, 
Sappatensi, Zappa rensemj ed ecco co- 
me riporta la sottoscrizione di detto ve- 
scovo. Fabianns gralia Dei, episcopus 
Zapparenae civitatis hnic constUuto quod 
beatissimo Papa Figilius in causa Triutn 
Capitnloriim protuli t, ad omnia saprà- 
scripta consentiessnbscripsi.D'ì più osser- 
vo nel p.Le Qmenyche Za pparaoSappa- 
la^suspicare licei'et amanuensìum errore, 
era sotto la metropoli di Scopia ( F,), Ciò 
deve intendersi, innanzi che Alessandro 
Il la sottoponesse a quella di Antivarì. 
Comman ville dice che Scopi n, esarcato di 
Dacia, appartiene alla Serbia (/""), della 
cui diocesi il p. Le Quien tratta a p. 3 1 9. 
Nel ConciUum provinciale sive nationa- 
le Albanum, Bomaei8o3, 2.* edizione, 
celebrato da mg/ Vincenzo Zmajevick 
arcivescovo d'Antivari e di Dioclea, pri- 
mate del regno di Servia e visitatore a- 
postolico d'Albania, nel 1703 nella chie- 
sa di s. Gio. Battista di Merchigna dio- 
cesi d'Alessio o Lisso {F.)\ in tale libro 
nella parte 2/ dopo il cap. 2: De Bapti- 
smo, fu inserito il precedente decreto dei 
s. ollìzio emanato nel i64i: Ad episcO' 
punì Sappatrnseni de non conferendo s, 
Baptismo Turcis. Nella parte 3.**, cap. 4 
venne pubblicato il decreto: De confiniti 
dioecetum Sappatensis, Alexiensis, H 



SUA 207 

Albanensis^ secondo l'istramento de'i4 
dicembre 1 638, dato Marchignae a'i4 
dicembre, ed a'20 in Sappae.^eì cap. 6: 
De regione Posterippensifì^QgosaWi: giù» 
risdizioni delle diocesi di Scodra^ Palati 
e Sappa, a questa appartenere FilUdae 
Mescala^ Massarecu, Separi, ScelaccOi 
et Gusta a parocho Fierdae Sappaten* 
sis diocesis adniinistratae,ah eodeni quo* 
quein posterwn administrentur. Nel cap. 
72 De fantiliis fidelibus, ex una, in alte^ 
rani diocesiniproficisctntibus, si dice; Ife 
auteni cavillosa interpretatione, hujus 
decreti execulio retarde tur, praeter san* 
cita in superioribus capituUs, hic aperta 
indivi duatione alia controversa loca in» 
digitantes, decerninius, ne iuìposterunt 
parochus Schiesi Sappatensis dioecesis 
ullam parochialein exerceat furisdicdo" 
neni in familias existentes Barbulusci 
Scodriensis dioecesis, nec uKus ex paro* 
chis Alexiensis episcopatus parochiali* 
bus muniis funga tur in FiUulaSoli,quae 
utpote sita in Scodrensi dioecesi a prò* 
pinquìori parocho T r unisci inferiori s ad' 
ministranda erit. Sottoscrisse il sinodo 
Albanum:Ego Giorgius EpiscopusSup* 
patensis assenties subscribo. Inoltre si ri* 
produssero: la lettera scritta dalla S; con- 
gregazione di propaganda ^r/(? de'24a- 
prilei638 al vescovo Sappatense, diesi 
' invitò a desiìitere dalla contesa sui con- 
fini, ed a riconoscere quelli di sua diocesii 
e la lettera istroroentale del convenuto 
a'20 dicembre 1 638 con atto dato iUiSI^^- 
pae in aedibus episcopali bus, da Francia 
scusBlancus episcopus Suppatensis, Non 
ho riportato i luoghi di cui si compone 
la diocesi di Sappa, avendoli descritti in 
quell'articolo. ^eWAppendix: Constitu* 
tionum apostolicaruni ad Epiri Eccle* 
sias spectanliuni, vi è pure la lettera di 
Benedetto X\V,Jnler omnigenas, de' 2 
febbraio 1 744) ^^1 decreto: Super pluri' 
bus capilìbus prò incolis regni Servine, 
et finitimarum regionum; nonché l'altra 
sua lettera, Cum envycUcas, de'24 mag- 
gio 1 7 54i colla quale rispose a'dubbi prò- 



3o8 SUA 

mosti Aìhaniae Antittes dederìs, nempe 
ad venerabiUs fratres archiepiscopum 
Antibari j Episcopos Scodrae^ Sàppae, 
Lissi,et PuUararium, circa i beni eccle* 
fiaitici ritenuti in quelle parli odagt'in- 
fi^leli o da'cristiani, e permise che i ? e- 
fcofi transigessero co' possessori, pereti* 
tare la persecusione de'turchi o l'aposta* 
sia de'fedeli, nel vedersi privare de'beni 
che aveano ereditato o ricevuto per gran* 
di sonarne. 11 p. Parlato, lUyrici sacri t. 
3, p. I o, 1 20 e seg., riferisce quanto qui 
riproduco sul Vescovato di Suacio, Sua- 
ciensisEpiscopatut. Parìsiado dunque del 
gius metropolilicoeprimaziale della chie- 
sa dì SpalatrOy annovera tra' vescovi suf- 
fraganei quello di Suacia, Suacium,*»Axk' 
noi o34* Quatuor episcopi Dalmatiae su* 
perioris Antibar^nsiSy Dulcinensis, sive 
ColchiniensiSyCatarensis,SuaciensisSpa* 
ktum ad concilium provinciale convocati 
cdm essent, naufragio interierunt. Hinc 
oocasiosumpta est melropolisAntibaren- 
sis instituendae; et sedes qielropolitana 
Dioclensis (di che anco a Dioglba), urbis 
excidio et ruinis jamdudum, ex decreto 
Benedicti IXPont.Max.Antibarium tras- 
lata est; eique contributi sunt episcopi 
Dalmatiae superioris, qui antea Diocle- 
tiano, deinde Spalatensi metropolitae su- 
berant." La metropoli di Dioclea etti sta- 
ta istituita nel concilio Delmitano,e quin- 
di Alessandro li in suo luogo costi tui An- 
tivari per metropoli ecclesiastica, e le at- 
tribuì per suffraganee i a sedi vescovili, 
fra le quali Suaciuni e Sorbium, dopo 
il detto disastro in cui restò con altri ve- 
scovi annegato quello Suacense, mentre 
per mare si recavano al sinodo provin- 
ciale di Spalatro, ed il luogo del naufra- 
gio prese il nome, /^ Punta de* Fescovi, 

SU A.S\^0, Cardinale, Innocenzo 11 lo 
creò cardinale prete di s. Stefano alMon- 
te Celio, e sottoscrisse la sua bolla de' 1 3 
gennaio I i4i> a favore di Gregorio ve- 
scovo di Bergamo. 

SUAVAoSUABA.Sede vescoviledel- 
la Nuroidia, nell'Africa occidentale, sot* 



SUB 

to la metropoli di Cirta. Si conoscono ì 
suoi vescovi Littonio che nel 4 1 1 trovossi 
alla conferenza di Cartagine fra'vescovi 
cattolici, e Felice che fu esilinto da Un- 
nerico re de' vandali nel 4^4 ^^g'^ ^^^>'> 
vescovi della Numidia che si trovavano 
a Cartagine,perchè non vollero sottoscri- 
vere l'erronee proposizioni de'dona listi. 
Morcelli, Afr. chr. t.i. 

SUBAUGUSTAoAUGUSTAELE. 
NA. Sede vescovile della Campania nel 
vicariato romano, situata ne'dintorni di 
Roma, ed eretta nel V secolo. Sono di- 
screpanti i pai*eri degli storici e geografi 
ecclesiastici nell'assegnare la località ove 
sui*se. L'Olstenio con altri dicono che e- 
sistelte ove poi furono edificati i paesi del- 
la Colonna o di Sigaraio {P\); altri so- 
stengono che le rovine sono tra Roma e 
Frascati, prosso la Chiesa dt ss. Mar- 
Cellino e Pietro a Tor Pignattara, della 
quale e suo antichissimo cimiterio ripar- 
lai ne'vol.Xlll,p.i48, eLXlV,p.i46, 
dicendo del magnifico sepolcro di porfi- 
do dell'imperatrice s. Elena. Si chiamò 
Augusta Elena, perché dicesi avere sta- 
bilito il luogo o la sede vescovile s. Ele- 
na madre di Costantino I il Grande^che 
avrà forse avuto in quel sito una villa do- 
ve amava dimorare. Il Nibby, Analisi 
de* dintorni di Roma t. 3, p. 1 1 8, pensa 
che le supei*stiti rovine di Sub Augusta 
esistano un miglio più oltre di Tor Pi- 
gnattara,a destra della via Labicana,nel 
luogo denominato Cento Celle^per la gran 
quantità delle rovine sussistenti e dell'e- 
poca Costantiniana, e dentro la tenuta 
di s. Giovanni: le descrive in uno alle ce- 
lebri sculture che vi si scavarono e tras- 
portate nei museo Vaticano. II Coleti nel- 
le giunte all' Italia sacra ù* Ughelli ne 
tratta nel t, io, p. 166, Sub Augustanie* 
piscopalusy nel suburbio di Roma o A- 
gro romano, registrando i seguenti ve- 
scovi tratti dagli atti de'sinodi romani che 
sottoscrissero. 111." è Grispiano Sub Au' 
gustano episcopus, che fu presente al con- 
cilio romano del 4^5 nel pontificato di 



SUB 

•» Ilaro^ il 2.** Pietro che fu a quello te* 
nulo nel 4B7 da Papa s. Felice 111; il 3° 
Massimiano che sottoscrisse al sinodo con* 
irocatodal Ponteflces. Simmaco nel 499; 
il 4*^ Giocondo che intervenne nel 5o2 
ad atiro concilio convocato dallo stesso 
Papa. 

SUBBàRA. Sede vescovile dellaMau- 
ritiana Cesariense^ ch'ebbe a vescovo Do- 
nato, da Unnerico re demandali nel 484 
esiliato, perchè non volle accudire alle 
proposizioni erronee de' donatisti nella 
conferensa di Cartagine. Morcellì, jéfr, 
chr. t.i. 

S\jB\A.CO,Sublactwi^Sublaceum^Su' 
bUtqueum, Città e abbazia nullius dioece" 
sis cardinalizia, con governo distrettua* 
le e capoluogo del distretto del suo no- 
me, nella Comarca di Roma, della qua- 
le ripnrl&i a Roma, che comprende il go* 
irerno di s. Vito. 11 suo territorio giace 
in colle e monte con eccellenti pascoli , 
ubertoso e fertilie di grani, biade,olio, vi- 
no e altre molte produzioni. Fra' corsi 
d'acqua che lo bagnano e fecondano, pri* 
meggia il famoso Aniene, che praeceps 
anche a'tempi d'Orazio in continue tor- 
tuosità, romoreggia e sembra fra scoglio 
« scoglio inabissarsi. Produce squisite tro- 
te, anima un gran numero di utilissimi 
epif]ciì,e ne tratterò a Tivoli. Questa re- 
gione interessante, parte del famigerato 
LaziOy delia pure Campagna Romana^ 
contiene luoghi deliziosi e ameni, ed in- 
sieme solitari e alpestri, ove nobilmente 
si solleva lo spirito; negli erti gioghi poi 
SimbruinioSimbroini,ramificazionedel- 
l'Apennino, si provano veramente ispi- 
razioni celesti, e nell' estate la forza del 
sole è temperata dplla.frescbezza del sa- 
lubre clima. Le loro belle, svariate e pit- 
toresche amenità e'orridezze incantano e 
si ritraggono a gara dagli artisti edilettanii 
paesisti.l dintorni appartengono alla plii 
importante storia d' Italia e della civiltà 
europea del medio evo, poiché da essi per 
lai.* volta spiccò il sublime desiderio di 
ammansare le barbarie dei secoli, alta* 

VOI.. LXX. 



SUB 2og 

mente pregiandosi di contenere i primi 
e portentosi incunnaboli del monastico 
ordine de Benedettini {F ,), nel veneran- 
do santuario del s. Speco, perciò in ogni 
tempo onorato dalla persona di vari san- 
ti. Papi, sovrani e altri eminenti perso*» 
naggi) e dal concorso de'forestieri e pel- 
legrini d'ogni grado e nazione. Le loi*o 
popolazioni in parte ripetono l'origine 
dalla celebre Sabina {f^.)j altri le dioo- 
no derivate ancora da colonie latine, co- 
me rilevai ne' voi. XKVlI,p. 262, LX, 
p. 1 6. Questo è il rinomato paese degli 
antichissimi, prodi e valorosi Equi o E* 
quicolif cosi detti dal capo loro o dall'a^ 
quità che particolarmente li distinse. la 
seguito furono volgarmente detti Gcoii; 
e la contrada Cicolano,e lo rimarcai nel 
voi. Lll, p. 2 17, dicendo d' Oricola già 
città degli equi. Sì può vedere quanto di 
Cicoli e CicoUmo, degli Equi e degli B^ 
quicoli, lasciò scritto mg.r Marini vesco^ 
vo di Rieti, nella cui diocesi comprender- 
si buona parte del Cicolano, nelle sueJlfe- 
morie di s, Barbara* Negl'i ndicatiluÌDghi 
enumerai le principali città degli equi« 
come CarseoU o Carsoli (di cui riparlai a 
PESCiNA^SABiir a,Spoleti), Alba (della qua- 
le feci cenno nel voi. LI, p. 263), Varia 
o VicovarO| Arsula o Arsoli (e d'ambe- 
due tratto a Tivoli), ed Algido (del qua- 
le ragionai nel voi. XXVII, p. 178, 179, 
1 83, 1 84, 1 86). Tra le origini di Taglia- 
cozzo, che descrissi nel voi. LU, p.2 ii, 
dichiarai con Corsignanr, Reggia Marsi* 
cana o memorie di varie colonie antiche 
e moderne delle provincie deMarsi e di 
FaUriayVì^eierXe pure dagli equicoli; ed 
il p. Maginì, Geografia di Claudio To' 
lomeif riporta tra le città de'famosi au- 
daci popoli equicoli, Ocricolo, Carsoli» 
Celano, e Tagliacozzo. Corsignani am- 
piamente scrisse su Celano già capo dei 
bellicosi marsi, e la dice succeduta a CU» 
ternum o Cliternia possente città degli «• 
qui. Di Celano feci parola in piU luoghi, 
ed a Pesciita, descrivendo il suo lago di 
Fucino. Corsignani prova che i ditemi* 

14 



210 SUB 

ni ed i celanesi sono gli stessi popoli; cliia* 
ma Cliternia antica. Celano vecchio città 
degli equicoli compresa nell' antico La- 
tiO) e con Cuculio o Cocullo (di cui feci 
cenno ne' voi. XX, p. 1 90, LXV ll,p. 2o3) 
furono il termine antico dei latini, e di 
esso pure tratta il Corsignani, confinane 
do gli equi co'marsi, e co* Su per aequani 
sopra i monti, e comprimi un tempo fu- 
rono uniti e confederati. Gli equi ebbe* 
1*0 alcune coIoaie,come Boia o ^ola, che 
Nibby dice essere succeduta ali* odierna 
Lugnano nella legazioue di Felletri^ per 
cui a quell'articolo ne parlerò. Posta sul 
confine latino, venne occupata dagli equi, 
dopo chequesti ebbero conquistato il trat- 
to del territorio eroico, ch*era sulla riva 
lÌDistra dell'Aniene, fra il luogo che poi 
si chiamò Subiaco,e Palestrina, e la co* 
Ionizzarono, e di là fecero scorrerie nel 
limitrofo territorio di Labico (f'.), che 
occuparono e vi mandarono una colonia. 
Altra città latina espugnata dagli equi fu 
J^itellia posta nel territorio degli ernicij 
di cui dirò a Civilella^ ove la pone Nib* 
by. llFatteschi, Memorie del ducato di 
Spoleto^ parla degli equi o equicoli o e* 
quani^ e loro paese, che ne'tempi longo- 
bardici si disse Cicolano e gli abitanti ci* 
colani^ e divenne gastaldato del ducato 
Spoletìno. Riporta le opinioni di diversi 
scrittone geografi sulla contrada abitata 
dagli equi. L'Olstenio riferisce che ahi* 
tarono le due sponde dell' Aniene^ e la 
parte superiore del fiume Torano o pia- 
no di Carsoli, la quale con Cliternia Pli* 
dìo le disse loro città. Secondo Tolomeo, 
gli equi confinarono colla Sabina, colla 
Alarsica, e coli' antico Lazio oggi Cam- 
pagna di Roma; indi allargarono il loro 
territorio con occupare oltre il paese ov.e 
poi sorse Subiaco, molti castelli del La- 
zio, Algido, Tusculo, Palestrina, Treba. 
Inoltre degli equi tenni proposito in di- 
versi articoli che li riguardano, ed ezian- 
dio nel voi. XXXVI, p.198. Della loro 
lunga guerra coVouiani, che poi li sog- 
giogarono, trattai ne' voi. XXVII,p. i84> 



SUB 

LVIII, p.196 e altrove, parlando de'po- 
poli cui furono collegati o guerreggiare» 
00. 11 centro degli equi era ne'nionti Su- 
blacensi, e da essi vuoisi avere i romani 
appreso il diritto feciale, col quale per 
mezzo degli araldi o sacerdoti intimava - 
si la guerra, con quella formula e modi 
che riportai ne' voi. LVllI, p.i86, LX, 
p. 129. A secondar del mio sisletno e del 
promesso a Roma, nel descrìvere la sua 
Coniarca, innanzi di dichiarare in breve 
le più rilevanti memorie isteriche della 
città di Subiaco, di sua aulica e cospi- 
cua abbazia, del s. Speco e del proto- mo- 
nastero di s. Scolastica, riprodurrò qual- 
che cenno dei comuni contenuti nel di- 
stretto governativo di Subiaco. Tanto per 
le prime, che pe'secondi^ e seguendo il 
Biparto territoriale dello stalo pontifìcio 
(che. stampato nel 1 836 registrò 25,862 
abitanti del distretto di Subiaco, dipoi 
aumentati), mi gioverò principalmente 
dei seguenti autori (non che del Com» 
pendio di notizie su Tivoli ^ Subiaco e luO" 
ghi adiacenti^ che raccolsi nel 1 83o e les- 
si nella nobile casa Lucidi, quando pei* 
la a.' volta mi vi recai col mio signore 
il cardinal Cappellari, essendo mio co- 
stume di seguirlo istruito de'luoght ove 
egli si portava, e già lo indicai nel voi. 
XXVllI, p.i4o e 227, dicendo di egua- 
le mia compilazione dello Notizie su Pre^ 
nestCj di Albano^ di Frascati^ ec). No- 
iraes, Storia de' Pontefici. Pe trini, Me^ 
morie Prenestine, Cesare firancadoro poi 
cardinale, Pio FI Pont, Mass. in Subia^ 
co, Roma 1 789. Calindri , Saggio stati' 
sUco storico del pontificio stato, Maroc- 
co, Monumenti dello stato pontificio, t. 
10 ei I. Nibby, Analisi dei dintorni di 
Roma. Memorie storiche della s, Grot' 
tordella chiesa e del monastero di s, Be- 
nedetto sopra Subiaco, raccolte dalV o- 
dierno abbate regolare deir anzidello mo' 
nastero (d. Vincenzo Rini), Roma 1840. 
Mg.'' Gregoriocan. Jannuccelli di Subia- 
co, Dissertazione sopra V origine di Su- 
hiaco^ Roma 1 85 1 . La regione seguì i de- 



SUB 

stini e le vicende politiche di Tivoli e di 
Roma, e della Campagna Romana, del- 
la quale trattai pure a Roma, onde in que- 
gli articoli siponno leggere.Nel descrive- 
re Morsi, vescovato d' Abruzzo, la cui 
città successe a Valeria capitale de'mar- 
8i,celebrai s. Marco galileo, non solo per 
suoi.^ vescovo eletto da s* Pietro a pre- 
dicare la fede cristiana ai mai*8Ì ed agli 
equicoli, ma che probabilmente lo fu 
pure dì Rieti (F,), nella cui diocesi sono 
compresi parte degli equicoli e del pae- 
se denominalo Cicolano. Apprendo dal 
citato Corsignani, che s. Marco galileo, 
giusta l'opinione di accreditali scrittori, 
fu il i.^ vescovo de'popoli roarsi nell'anno 
46 di nostra èra. Questo s. Marco,diver- 
so dall'evangelista, si recò ne'luoghi ora 
formanti il regno di Napoli, e si fermò in 
jdùno,c\liìì prima de'volsci e poi de'mar- 
si nella Campania Felice, poco lungi da- 
gli stessi marsi.Ivi fu dal principe degli a- 
postoli battezzato, e poscia consagrato ve- 
scovo per diffondere la salutifera luce del- 
l'evangelo agli equicoli, com'è registra- 
to nel martirologio romano a'28 aprile: 
Antinae's, Marci, qui a b^ Petro apo» 
stola episcopus ordinatus, Aequiculispri" 
mitus evangelium praedicavit. llLubini 
poi in MartyroU rom. riferisce : Aequi- 
colae sive Acqui, A equicoli et Acquicola» 
ni populi Latii inter,é. Marsos..,. primus 
hic praedicavit s. Marcus episcopus^ E 
perchè i popoli equicoli o equi erano a 
que'tempi mischiati colmarsi, o'^tra'marsi 
compresi, governando e reggendo s. Mar- 
co gli uni, avea cura ancora degli altri* 
Tanto conferma altresì Tauleri neir£r<- 
storia d^Atina^ con queste parole» Sotto 
il governo di questa nascente chiesa ai 
compresero parimenti i marsi^ e nel i.^ 
luogo ripongo s. Marco. Quindi il Cole- 
ti nella 2/ edizione ùeW Italia sacra di 
Ughelli, nella serie de'vescovi marsi re- 
gistrò pel i.^s. Marco galileo £i^apo5^o- 
lonim Principe ad Aequicolas edocen» 
dos misms ^Marsos Aequicolis admixtos 
coclestiòus sacramentis primus on^nium 



SUB 211 

imbuisse fertur,^ ciò a moti vo che in quel* 
r epoca le giurisdizioni diocesane erano 
confuse, e più tardi si assegnarono le dio- 
cesi a ciascun vescovo. I prodigi operati 
da 8. Marco negli equicoli e nei marsi, si 
ponno leggere presso Baronio e nel ricor* 
dato Tauleri. 

DlSTBETTO DI SuBIACO. 

Governo di Subiaco. 
Affile o A file. Comune dell' abbazia 
di Subiaco, con territorio fertile, parte 
in piano, producente eccellente vino si<* 
mile all'aleatico, olio, grano, grantur- 
co e altro, oltre i pascoli, con medioctu 
fiibbricati e strade bastevolmente larghe* 
£* situato sopra un colle tuÈiceo, che 
specialmente nell' ingresso costituisce il 
suolo della via, in grata posizione per le 
amene e ben coltivate campagne che lo 
circondano, in clima alquanto umido, for- 
nito in vicinanza di acque perenni a suf- 
ficienza. La chiesa arcipretale è dedicata 
alla protettrice s. Felicita , e da ultimo 
fu restaurata. Nell'altare maggiore il cav. 
Ranucci egi*egiameute vi dipinse il suo 
martirio. I quadri di s. Andrea Avelli- 
no, e della Deposizione dalla Croce di Fe- 
derico Marini, Marocco li qualifica me- 
diocri. Egli afferma che in Afile esisteva 
il monastero di s. Michele arcangelo dei 
benedettini,edescritto nelle cronache su- 
blacensi* Narra s. Gregorio ne* Dialoghi 
che ivi s. Benedetto nel recarsi alla so- 
litudine di Subiaco, operò per virtù di^ 
vina il 1/ miracolo colla .ricongiunzione 
dell'infranto vaglio di creta-, caduto dal- 
le mani di Cirilla sua nutrice, mentre pur- 
gava il grano ; ed a perpetua memoria 
venne appeso nella chiesuola rurale di 8. 
Pietro aposlolo.Nel monte LoPertuso vi 
è un naturale furarne che lo trapassa lun- 
goquasi un4-°di miglio,e vi scorre il tor- 
rente Carpena,il quale dalla parte oppo- 
sta forma una caduta pittoresca: ivi nelle 
siccità si abbevera il suo bestiame e quello 
di Roiate e Ci vitella confinanti. Questo 
antichissimo castello fu vettuta colonia 
romana, poiciié vi fu dedotta sioQdal 620 



ai2 



SUB 



di Roma, come attestano le lapidi che sì 
eoDservano, e riprodotte daMarocco e da 
Nibby. Si legge in Frontino o V autore 
De Coloniis: Affile oppidum, ossia terra 
fortificata ^ Uge Sempronia in ceniuriis 
ei Laciniis ager efus est assignatus: iter 
populo non debetur, Plinio nomina gli 
afiìlani fi*a le colonie esistenti a'suoi gior* 
ni.Salla piazza principaleesul muro della 
chiesa è un piedistallo di calcaria locale, 
sulla quale è scolpita l' iscrizione ricor- 
data dall' Olstenio tìtW Adnotaiiones^ e 
pubblicata inesattamente dal Grutero.So- 
pra di esso fu eretta la statua a Lucio A- 
filano della tribùaniesee cavaliere, de- 
cretata dal municipio, e poi ristabilità da 
Lucio A filano Verecondo. Altra lapide su 
detta piazza, pure in pietra calcaria e che 
senre di seditore, é l'avanzo del piedistal- 
lo della statua di Q. Verrio Fiacco ce- 
lebre pel calendario rammentato da S?e- 
Ionio, di CUI parlai nel toI. LI, p. 5, e 
ag. Nibby rigettando le opinioni del Vol- 
pi, Fetus Lalium prophanum^edeì Caj- 
ro, Notizie storiche delle città del Lazio 
Fecchio e Nuovo^ suIlWigine ed etimo- 
logia del nome d'Affile, dice che Affile e 
posto nel paese degli ernici, lungi circa 
6 miglia da Subiaco, sulla sponda sini- 
stra deir Aniene, sopra una lacinia del 
monte Faggeto che può riguardarsi co- 
me un contrafforte dell'Arcinazzo verso 
sud ovest, il quale si prolunga da oriente 
a settentrione fino al confluente del rivo 
di Tuccianetto nell'Aniene sotto a Can- 
terano. Una via antica che legava la pre- 
Destina alla sublacense, traversava Affi- 
le, e se ne vedono ancora le traccia. Al- 
tre testimonianze di sua antichità sono i 
frammenti di pietre, colonne^ capitelli, 
cornici, come pure molti massi quadri- 
lateri incastrati nelle costruzioni moder- 
ne. Anastasio Bibliotecario nella vita di 
s. Sisto 111 del 4^^ » ^^^* ^'^i assegnali 
alla basilica Liberiana da quel Papa, no- 
mina la possessione Celeris nel territorio 
Affilano, che rendeva 1 1 1 soldi e un tri* 
misse. Quindi può stabilirsi che nel 44o 



SUB 

non li era perduta Intaiemoriadi Affile. 
Non Io era neppure un secolo dopo, poi- 
chès. Gregorio I nel 'i.^àe Dialoghi ^ par- 
lando di s. Benedetto, dice che quel san- 
to si portò in locum t/ui dicilurEffiile: 
è questo nome in luogo di Affile, e so- 
vente s'incontra così enunciato nelle car- 
te de' bassi tempi, come pure in quelle 
stesse carte trovasi scritto Affile. Cencio 
Qimerario,ri portando il registro di Papa 
s. Gregorio 11, mostra come nel 720 i fon- 
di denominati Pigrino, Casanova, Tiir- 
ritano, Legano, Calabruncano e Trivi- 
tano, parti della massa Ponziana, erano 
posti in Affile, e furono dati in enfiteusi 
perpetua a'preti della diaconia di s. Eu- 
stachio al saggio di So soldi bizantini d'o- 
ro. 11 castello col nome SEnfide fu chia- 
mato da Papa s. Zaccaria del 741 • Si leg- 
ge nel Muratori, AntiquìL Italicae t. 5, 
Efide vere viculus in Aequiculis aSubla* 
tus duobus plus minus passuum miili-' 
bus distans vulgo A file ut propterea e» 
fus incolae Effidani potius quam Aufi- 
denates a Cajetano vocarìdebuerint, a* 
pudHaest, Osserva Marocco che riguar- 
do alla distanza vi è sbaglio, perché so- 
no quasi 4 miglia. Nel gSi era ridotta 
Affile allo stato di colonia, che apparte- 
neva a Benedetto console e duca, che in 
quell'anno ladonòa Leone abbate di Su- 
biaco, con alto riportato dal Muratori, 
t.i, p.i63. Giosi conferma nella crona- 
ca sublacense, nella quale si legge come 
Leone 1 8.^ abbate di quel monastero ac- 
quistò a s. Benedetto Effidem castrunt, 
oltre vari altri beni. Nella bolla di Be- 
nedetto VII del 978, riferita dal Marini 
nei Papiri diplomatici^ e riguardante i 
beni e la giurisdizione del vescovo di TV- 
1^0^' (^•),si nominano i fondi di Ponza, 
Casa,Casalupo1i,Canislra,Sclapanus,Cae- 
sarea, e Cisiniano come limitrofi fra loro 
e tutti posti nel territorio d'Affile, e che 
aveano per confine Affile, Turrita, Ga- 
lancilo e Parerclano. Da un altro docu- 
mento pubblicato da Muratori nel t. 5, 
p. 773> si apprende oome verso ilioo5 



SUB 

GiovaDDi abbate del monastero di s. Sai* 
vatore di ComioacchiO} ossia ad Coni' 
mane Aquae^ donò al monastero subla- 
cense una cisterna antica lastricata, po- 
sta in Afille fi*a la chiesa di s. Maria e quella 
di s. Piett'o,nel tenimento allora denomi- 
nato Ferentinello minore, la quale era 
stata comprata antecedentemente da quel 
monastero; i monaci Taveano restaurata 
d'ordine di Ottone ili imperatore^o^t Ao- 
norem s, MichaeUs archangeli^ et s. Be» 
nediclif et s, AdalbertL Questa cisterna 
riusciva assai comoda, dovendosi fare un 
miglio per attinger l'acqua. Dopo quel* 
r epoca Affile e la vicina Ponza furono 
occupate da lldemondo : l'abbate subla- 
cense Giovanni,di concerto con Papa Pa- 
squale II, pervenne a ricuperarle, ma do- 
ve cedere l'usufrutto d'Affile a lldemon- 
do e suoi figli, e sborsarci oo libre di de^ 
naro, il che rilevasi dal Muratori^ Aa* 
tiq. 1. 1 , p. 6 1 9, e dai Chronicon SubUt» 
cense da lui]pubblicato nella raccolta Re- 
rum Italicarum scriptores t. 4» p.ioSg. 
In questi due documenti Affile ha il no- 
me di Castruniy cioè terra fortificata, e 
nella cronaca specialmente si ricordano 
due torri. Così nella bolla di conferma 
de'beni del monastero sublacense, ema- 
nata neli 1 15 da Pasquale 11 e inserita 
nella stessa cronaca, si nominano espres- 
samente medietateni montis Afilam .... 
Castrum Afilae, Nella medesima si leg- 
ge, che a'tempi d'Eugenio 111 deli i45, 
Ponza e Affile furono occupati da Filip- 
po e Oddone nipoti dell' abbate Pietro 
defunto, ma poco dopo vennero ricupe- 
rate con l'aiuto di tal Papa dall'abbate 
Simone. Sembra che questo dominio tem- 
poraneo degli abbati sublacensi fosse cau- 
sa di questioni di giurisdizione spirituale, 
che insorsero fino dali 179 fra l'abbate 
e il vescovo di Palestrina, il quale ante- 
cedentemente la possedeva, onde fu con- 
venuto che per decima il cleio di Roia- 
te. Ponza e Affile avrebi)e dato ogni an- 
no 9 rubbia di buon frumento e 9 rub- 
hisi di spelta (biada più liscosa e lopposa 



SUB 



2i3 



del farro), oltre altri diritti indicanti giu- 
risdizione, patti che ccaclùsi neh 183 , 
riporterò poi distesamente, e si confer- 
marono nel 1 255 con bolla d'Alessandro 
IV, riportata dal Petrini a p. 4o3. Que- 
sta decima da Urbano Vili nel 1689 fu 
definitivamente ridotta ad annui scudi65, 
che l'abbate pi*o- tempore deve pagare 
al vescovo di Palestrina, e si soddisfa tut- 
tora; mentre dall'altro canto, fin da quel- 
l'anno fu Affile cogli altri luoghi in que- 
stione sottomessa interamente alla giu- 
risdizione spirituale deli' abbate di Su- 
biaco. Nibby con erudizione parla delle 
due vie che conducono ad Affile, sia per 
Palestrina che per Subiaco , e lungi da 
Roma circa 53 miglia. 

Agosia o Agusta o Austa. Comune 
dell'abbazia di Subiaco, con territorio in 
piano e monte, che principalmente pro- 
duce ghianda, olio, vino e pascoli. £' si- 
tuata gradevolmente alle radici di erta 
collina , sopra cui elevasi un antico ca- 
stello che dicesi edificato nei secolo VII, 
di pendente dal dorso della Cervara, a pic- 
cola distanza da 11' An iene, un miglio cir- 
ca a sinistra del 4o.°miglio della via subla- 
cense. Tra alcune sorgenti d'acqua presso 
la Peschiera e la strada romana, vedesi 
la piccola chiesa della Madonna del pas- 
so dell' Austa, i cui miracoli furono stam- 
pati con relazione neli6i5. Crede Ma- 
rocco che il suo nome ricordi una glo- 
riosa antichità, comeché derivato da Au- 
gusto che forse vi ebbe deliziosa villa.Nib- 
by la chiama Mons Augustus, Castellum 
Augustae^ e dice ripetere la sua origine 
da'monaci sublacensi, come molte altre 
terre e castella di queste contrade, ed il 
nome dell'acqua Augusta, così detta per- 
chè da Augusto fu immessa nel rivo del- 
la Marcia , come poscia lo fu in quello 
delia Claudia , secondo Frontino, e che 
scorre cosi limpida a pie del castello, che 
ha il volgare nome d'acqua Serena. Pa- 
pa s. Gregorio I nella bolla del 594, ri- 
guardante i beni del monastero di Su- 
biaco, nomina quest'acqua come dipeu- 



ài4 SUB 

deiiza di quello, e le dà il nome di Au- 
gusta. Ma nel documento riferito dalla 
cronaca sublacense, di Adriano 1 e del 
775, Viene indicato come Cesario conso- 
le e duca, figlio d' un tal Pipino, donò 
al monastero Urbem colonia m quae vo* 
calar Seminarla .... una cum monte qui 
vocatur Augusta^ seu monte qui dicilur 
Servana: fundum Lanturani^ ec. Sicché 
in quell'anno Augusta, o per meglio di- 
re il monte, venne in potere de'monaci ; 
quanto a Servana, e al fondo di Lantu* 
rano, sono Cervara e Canterano^ nomi 
che vennero travolti dal trascrittore : e 
1' Urbem colon iam quae vocatur Semi- 
naria, in un altro documento inserito da 
Muratori, Antiq, Medii Aevi 1. 1 , p. 879, 
apparisce essere la stessa che la Massa Ju- 
Tentiana del 983. Nella bolla colla qua- 
le Papa Gregorio IV neirSBs confermò 
ì beni allo stesso monastero, e che è in- 
serita dal Muratori a p. 172, mentre si 
nomina l'acqua Augusta si ricorda pure 
un monte Augusto, concesso al monaste- 
ro per costruire un castello^ ad castel* 
lum coslruendum, frase che ripetesi nel 
J'863 nella bolla di s, Nicolò 1 , poiché 
•ino a quell'anno il castello non era sta- 
to ancora edificato, come neppure non 
lo era nei 996, ricavandosi ciò da bolla 
di Gregorio V e riportata da Muratori 
a p. 943. In questa si dice dato il mon- 
te a'monaci> per edificarvi il castello che 
6Ì chiamasse Augusta.Finalmente nel cor- 
fio del secolo seguente surse il castello,co- 
me si trae dalla lapide esìstente nel chio- 
stro di s, Scolastica, e posta dall'abbate 
Umberto nel 1 o52 e dalla cronaca subla- 
cense, nella quale e inserita la bolla di Pa- 
squale Il del 1 1 1 5, con che conferman- 
do i beni al monastero, nomina fra que- 
sti il Caslelluni Augustae. Dalla mede- 
sima cronaca si rileva, che verso il 1 1 45 
questo castello era venuto in potere d'un 
Filippo signore di Canterano, il quale in- 
sieme con Recaldo signore di Rocca Can- 
terano mosse guerra a Simone abbate su** 
blacense; lo prese prigione e qpnduss^ in 



SUB 

Augusta, ma temendo che pervenisse a 
salvarsi, perché forse il luogo non era 
troppo sicuro, lo die in mano a Riccar- 
do signore del vicino Arsoli: nondimeno 
Simone o col denaro o per altri mezzi 
scampò dalla prigionia. Dopo quell'epo- 
ca non si hanno altre memorie di Augu- 
sta, ma é probabile che fosse ricuperata 
al monastero sul princìpio del seguente 
secolo,duranteil governo deli'abbaleRai- 
naido, il quale ricuperò molti beni al mo- 
nastero. La strada più comoda per an- 
dare ad Agosta é la sublacense; vi si può 
andare però ancora da Tivoli per la val- 
le degli Arci,Ampiglione, Sambuci, Sa- 
racinesco, Anlicoli e Marano : questa of- 
fre punti importanti all'archeologo, poi- 
ché oltre le rovine sorprendenti degli ac- 
quedotti, oltre quelle di varie ville ro- 
mane, presenta gli avanzi di mura pe- 
lasgicheche ricordano le città fortificate 
d'£mpulumpressoAmpiglione,ediSaxu- 
la vicino a Siciliano o Ceciliano, 

Camerata, Comune dell' abbazia di 
Subiaco,con territorio in monte, con pa- 
scoli « producente ghianda, olio, casta* 
gnee legna. Marocco lo chiama paese dì 
poca entità, i cui abitanti sono princi- 
palmente applicati alla pastorizia, in cli- 
ma freddo. Riporta Corsignani che la sua 
chiesa di s. Giovanni, nel 1 335 si unì dal- 
l'abbate di Monte Cassino al monastero 
delle monache benedettine de'ss. Cosma 
e Damiano di Tagliacozzo. Di Camerata 
a' nostri giorni fiorì il pio e dotto m^S 
Loi*enzo Serafini cappuccino e predica- 
tore apostolico, da Gregorio XVI fatto 
vescovo di Corico in partibus, che lodai 
nel vd. LV, p. 81, ed altrove. 

Canterano, Comune dell' abbazia di 
Subiaco,il cui territorio è disteso in monte 
e piano, essendo le sue maggiori produ- 
zioni grano, vino, legna, oltre quelle che 
derivano da' pascoli. £' situato sopra uno 
degli ultimi contrafforti del dorso del 
monte Ruffo, detto ne'bassi tempi monte 
Crufo, verso l'Aniene, sulla riva sinistra di 
questo fiqmey distante da Subiaco circa 



SUB 

5 migliale da Tivoli 1 8: In strada che vi 
conduce da Subiaco passa per Tuccia^' 
netto; quella che vi mena da Tivoli scor- 
re per la valle degli Arci, Ciciliano, Cer* 
reto, ». Anatolia e Gerano. Nel 7 7 5, sic- 
come ricavasi dall'atto di donazione in- 
serito nella cronaca sublacense, Cesano 
eminentissimo console e duca, fra altre 
terre donò al monastero di Subiaco, Fun*^ 
dum Lanterani, eh' è appunto questo, 
sui quale è oggi il castello, e che per er- 
rore del trascrittore, come con Nibby 
notai parlando di Agosta, l^gesi Lan» 
ieranK Nella bolla colla quale Giovanni 
XII nel 958 confermò i beni al mona- 
stero sublacense, riportata da Muratori, 
ÀiUiq, Meda Aevi t. 5, p, 4^i, trovasi 
pure designato col tkomeàxFundum Can- 
teranum. Nel diploma imperiale d'Ot- 
tone I del 967, inserito da Muratori a 
p. 4^5, si nomina semplicemente Can- 
toranum^ e così nella bolla di Benedetto 
VII del 978, e riportata da Marini nei 
Papiri diplomalici a p. 229. Quindi è 
da credersi, che fino a quell'epoca fasse 
soltanto un (o\m\o e non un villaggio. Que- 
sto formossi nel seguente secolo, [>oiché 
fin dal 1 1 1 5 Caslrum Canleranuni cum 
rocca sua^ si dice da Pasquale 11 nella 
bolla di conferma de'beni al monastero 
sublacense.Siccome nella lapide posta dal* 
1 abbateUmberto l'anno i o52 nel chiostro 
x)i s. Scolastica, viene designato Canto^ 
ramimy come Anticoli, Arsoli e altre ter- 
re, opina Nibby che la fondazione del ca* 
stello debba collocarsi fra il 978 e il i o52. 
Posteriormente venne infeudata circa il 
1 148 ad un Filippoj come leggesi nella 
cronaca sublacense, il quale era pure sr- 
gnore di Agosta, e pervenne insieme con 
Reoaldo signore di Rocca Canterano a far 
prigione l'abbate sublacense sunnomina- 
to. Non è noto quando tornasse sotto la di- 
pendenza immediata del monastero, giac- 
ché dopo queir infeudazione Nibby non 
potè rinvenirealtre notizie positi vesu que- 
sta terra. La chiesa matrice e parrocchia- 
le è sotto l'invocazione di s. Mauro. 



^ SUB 2i5 

Cervara o Cerbara. Cotntine dell'ab- 
bazia di Subiaco, con territorio in monte 
che produce in abbondanza cereali, vi^ 
no, ghianda, olio e pascoli, in aria per^ 
fettissima <e molto salubre, ma alquanta 
dominato dal freddo nel verno. S'innalza 
sopra uno de' ripiani più alti del dorso 
denominato la Serra, e più particolare- 
mente della punta detta monte Pillione. 
.Ad essa si sale direttamente da Agosta , 
donde e distante circa 3 miglia, per una 
via assai malagevole, lungi da Subiaco 8 
miglia, 24 da Tivoli e 4^ da Roma. Seb- 
bene l'interno del paese é conveniente nel 
fabbricato, però è alpestre, e l' acqua si 
prende dalle cisterne. La chiesa principa- 
le é dedicata alla B. Vergine. E* diviso 
quasi in due parti eguali da un altissimo 
scoglio. Sussistono i ruderi d'una vecchia 
rocca, che giaceva sulla sommità del sas- 
soso monte. Gli abitanti, di carattere te- 
nace, sono dediti airagricoltura e alla pa- 
storizia; il vestiario delle donne partico- 
larmente si distingue per la bizzarria, e 
pei* la ricchezza delle trine d'oro o d'ar- 
gento, o almeno di seta secondo le facol- 
tà. Il console e duca Cesario donò questo 
monte al monastero sublacense nel 775, 
giacché Cervaria o Cerba ria e non Set' 
sfana va letto il nome del monte, che 
leggesi nella carta di donazione inserita 
nella cronaca sublacense. Cosi Mons Cer* 
varius, e non Gervasius o Cervasius de- 
ve leggersi nelle bolle di Gregorio 1 V del- 
1*832, e di s, Nicolò f deir864,nelle qua- 
li dicesi dato appositamente a'monaci per 
edificarvi una terra. Nella conferma fatta 
da s. Nicolò 1 al monastero sublacense dei 
àuoi beni si legge: Item concedinuis Moti- 
lem /éuguslunij et allerum Ctrvariunt 
cum omnibus perlinenliis ad aedificanda 
Castra, Non é chiaro che la terra fosse 
ancora edificata sul finire del secolo se- 
guente, perché nel diploma del 967 di 
Ottone 1 imperatore semplicemente si de- 
signa col nome di Cervara : Cervarìani 
quoque extolo. Nell'altra bolla di con" 
tèrma dei beni^ di Gregorio V dej 996, 



3l6 



SUB 



indicasi solamente, montem qui vocatur 
Cercaria y mentre ivi Arsoli si designa 
col nome di Castellum, Ma nella lapide 
dell'abbate Uaiberto, esistente nel chio- 
•Irò di s. Scolastica, è nominala Cerva» 
riam fra gli altri castelli dipendenti dal 
monastero fin dalioSa, e perciò la for- 
mazione di questa terra appartiene al i .^ 
periodo del secolo XI, al dire di Nibby» 
ritenendo Marocco cbe senza dubbio l'e- 
ressero i benedettini.Morto Umberto, E- 
sulo suo fratello s' impadronì di Cerva- 
ra verso il 1 064» come si ricava dalla cro- 
naca sublacense ; però poco dopo fu rì* 
cuperata dall'abbate Giovanni successore 
d' Umberto. Nella conferma dei beni al 
monastero fatta da Pasquale 11 nel 1 1 1 5, 
si designa col nome di Roccam Cerva* 
riam. Rimasta in potere del monastero 
fino al 1 273, il monaco Pelagio coll'aiuto 
di Bartolomeo da Genua s'impadronì del 
c^Cm/iiedella rocca,che 3 anni dopo fu- 
rono ricuperate dall'abbate Guglielmo, e 
dopo queir epoca rimase al monastero. 
Pretende Calindri cbe Cervara sia stata 
fabbricata nel 1 334dalla famiglia Monal- 
deschi, allorché si divise dopo la morte di 
Ermanno Monaldeschi, e fu da prima co- 
struita in £)rma di fortezza; ed aggiunge 
che contiene ampio fabbricato, ed il suo 
stemma formasi d'un cervo donde trasse 
il nome. Certo é cbe riportai a Orvieto, 
chela possente stirpe de'Monaldeschi che 
signoreggiò quell'illustre città e altri do- 
mimi, dividendosi nel. 1 337 in 4 liuee, 
ciascuna prese 1' appellazione dagli ani- 
mali che scelsero per istemma, ed una di 
esse dal cervo si denominò della Cerva- 
ra con titolo di conte. Narra il p. Casi- 
miro da Roma, nelle Memorie istoriche 
delle chiese e conventi dei frali minori 
della provincia romana, che Martino V 
avendo data in isposa la nipote Aurelia 
Colonna a Paolo Pietro Monaldeschi, e- 
ressein contea le sue signorìe di Bolsena, 
Onano, Cervara e Fighine. 

Cerreto. Comune dell'abbazia di Su* 
biaco, cou leirìlorio io monte, che som- 



SUB 

ministra fra'suoi maggiori prodotti grn- 
no, vino, ghianda, e molto bestiame con 
pascoli, esercitandosi gli abitanti nella pa- 
storizia e nel formare il carbone. K di- 
stante! o miglia da Subiaco e circa 1 3 da 
Tivoli, alla quale si va da Subiaco pas- 
sando per Tuccianello, Gerano e s. Ana- 
tolia, e da Tivoli passando per la valle 
degli Arci, Ciciliano, e il piano di Piscia- 
no e delle Vigne, traversando dopo Ci- 
ciliano i vari influenti che formano il rio 
Sambuci. La terra è posta sopra un mon- 
te ò colle di sasso bianco calcare a strati 
unito, dipendente dalla caténa del monte 
già Crufii, oggi Ruffo, e sebbene stia fra 
monti dirupati o selvosi è in una situa- 
zione amena, trovandosi in una larga oon- 
valleche unisce quel dorsoal gruppo delle 
montagne di Guadagnolo. L'aria è piut- 
tosto umida per gli alti Àpenniui che 
da vicino la sovrastano, e sulla vetta di 
quello die chiamasi della Serra vedesi 
il gran sasso d' Italia e infinito numero 
di luoghi. La chiesa parrocchiale è sotto 
i' invocazione della B. Vergine Assunta 
in cielo. Ha cattive strade, ed è rimar- 
chevole la solidissima rocca,che compren- 
de gran parte del paese, airinlorno cinta 
d'alte mura e con un solo ingresso. Esi- 
stono due alti e rotondi torrioni mirabili 
per la loro struttura, avendo nel pianta- 
to circa 1 1 palmi di grossezza, e formati 
di piccoli sassi talmente uniti colla calce 
che si durerebbe fatica a toglierne alcu- 
no.Sembra indubitato chetai ^irtefu mu- 
nito di presidio militare, vedendosi an- 
cora le impronte delle scale e quelle dei 
ponti levatoi, che venivano sostenuti da 
grosse catene, esistendo tuttora in alto 
un grosso uncino che una di quelle assi- 
curava al muro. L'ingresso del torrione 
è dentro il cortile ov'é una cisterna alta 
circa palmi 3o. La notizia più antica che 
si ha di Cerreto è nella lapide del chio- 
stro sublacense deli'abbateUmberto, nel- 
la quale Cerrelum viene ricordato insie- 
me con altre terre del monastero, onde 
probabilmente forai ossi conAugusta,Cer- 



SUB 

vDi'a e altri luoghi nel i .** periodo del 
colo XI. Neil 1 15 venne confermato da 
Pasquale II a'monaci) comesi rileva dalb 
sua bolla inserita nella cronaca sublacen- 
se, e quindi verso la metà dello stesso se* 
colo venne infeudato, prima a Sublima* 
no e poi a Pietro de Hiacyntho. Leggest 
nel diariodeirinfessura, che insorta guer* 
ra ftti Sisto IV e Ferdinando 1 redi Na« 
poli, guidata dal suo figlio duca di Ca- 
labria, il Papa mosse guerra a'Coloima 
fautori del re , il quale col duca di Ca- 
labria accorse in loro aiuto, h* esercito 
regio pose campo a Grotta Ferrala^ do- 
ve dimorò molti giovBìfdeindegenlesdicii 
diicis^bona^ ammalia et hoinines Castri 
Trebani de abbatta Subiacensi (Trevi 
tuttora formando parte dell' abbazia di 
Subìaco,e di cui parlai nel voi. XXV 1 1, p. 
a83, però nella delegazione di Prosino- 
ne, e dove dissi pure di qu^ta guerra, e 
meglio nel voi. LXV,p. 2^5) depraedatì 
sunti idemque actumfuil dehominibut 
Cerreti, 

Cerano. Comune dell'abbazìa di Su- 
biaco, con territorio che giace in colle , 
producente precipuamente grano, gran- 
turco e pascoli, imperocché le sue amene 
colline sono ubertosissime^ e la pianura 
da molte acquee continuamente innaffia- 
ta.Gli abitanti si occupano ne'lavori cam- 
pestri, nella pastorizia, nelle arti e al traf- 
fico. La terra sorge sopra un colle tufa- 
ceo isolato e ameno in buon'aria, a pie 
del quale sono le fonti del Giuvenzano, 
rivo che in questa parte determina il li- 
mite fra'latini e gli ernici, come l'Ànie- 
ne dove questo va ad influire è il con- 
fine fra questi e gli equi. E' distante 3 1 
miglia da Roma, 1 2 da Tivoli e 6 da Su* 
biaco. La strada più diretta per andarvi 
da Roma è quella di Tivoli : uscendo da 
questa città si prende la strada degli Ar- 
ci ^ e vi si perviene passando per Tue* 
ciancilo. Ha due chiese parrocchiali, una 
dedicata all' Assunzione di Maria Ver* 
glne, l'altra as. Lorenzo martire. Si ve- 
nera nella i.* una bella immagine della 



SUB ukij 

Madonna dipinta dal cav.Conea,chenie^ 
rito d' essere incisa da Gunego, ma po- 
co esattamente, ed è molto fi*équentata 
dal di voto popolo per le grazie che ne 
riceve. Il quadro che nella a.* rappra* 
senta s. Lorenzo è di buona maniera, so- 
miglia a quello di Toffia in Sabina e di 
cui feci parola nel voi. LX, p. 72 : I' al- 
tare maggiore è ben formato, ed il re* 
sto del tempio è decente. Una lapidee* 
sprime, che net 1 789 la chiesa di s. Lo- 
renzo dai fondamenti fu riedificata pei* 
lo zelo del curato Giacomo Orlandi ^ e 
di Leonardo Lelli, contribuendovi il po- 
polo, r ospedale e i sodalizi di Gerano. 
Vi sono comode abitazioni, e £imiglie a- 
giate, come i Lelli e i Manni. In casa dei 
primi alloggiarono distinti soggetti, fi'a i 
quali il cardinal Braschi abbate di Su- 
biaco e poscia Pio VI. Da'Lelli uscirono 
alcuni illustri e dotti^ come T arciprete 
Luciano, il capitano delle corazze Leo* 
nardo, e il sacerdote Giuseppe archivista 
del 8. offizio. Ne'tempi bassi Gerano fece 
da principio parte della massa Juvensa* 
na, che da Papa s. Zaccaria del y^ihx 
donata all'abbazia di Subiaco, e confisr« 
mata ad essa da Gregorio IV neir833, 
e da s. Nicolò I nel 1*864, il che si rac- 
coglie da un placito del 938 inserito da 
Muratori, ^/t(/^. Medii Aevi 1. 1 , p. 379. 
Altre conferme le dierouo Giovanni XII 
con bolla del 958, e Ottone 1 con diplo* 
ma imperiale del 967 , documenti che 
Muratori riprodusse nel t. 5, p. 46 r . Nel* 
le vecchie carte Gerano, si dice Giranwn 
eGeranum. Di Gerano però propriameb" 
te la I .* memoria che trovò Nibby spetta 
al 978, ed è nella bolla di Benedetto VII 
riportata dal Marini oe' Papiri diploma^ 
ticia p. 229. Ivi fra'fundi dipendenti dai 
vescovo di Tivoli , si nomina Trellanus 
idest Gìranuscumfundis 5UfV; allora pe* 
rò non era ancora un castello o villaggio. 
Non così nel io3o, quando secondo la cro- 
naca sublacense era non solo un villaggio, 
ma cosi popolato, che i suoi abitanti an* 
darono a fondare i4 Podium CasapopuU 



»i8 SUB 

onde secondare i tiburtini ^ malgrado il 
irolere dell'nbbnte sublacense, che perciò 
fece edificare una torre sopra Cerano. Non 
molli anni dopo, cioè circa il 1061 e nel 
pontificato d'Alessandro 11, si trova già 
in potere di Landone signore di Civitella, 
sul quale venne nel 1 075 ripreso dall'ab* 
bate Giovanni, secondo la ricordata ero* 
naca. Nel 1 1 00 fu furtivamente occupato 
da un Hertraimo, il quale per comando 
di Papa Pasqualell dovè restituirlo;quin- 
di fra gli altri beni del monastero si con* 
ferma ancor questo Castnim nella bolla 
dell 1 15 emanata dallo stesso Pasquale 
)I. Dopo che nel 1 1 25 fu distrutto il ca- 
stello d'Apollonio (ossia Empulum o Am- 
piglione, Massa che s. Gregorio I aveva 
ereditato dalla madre e donalo al mo- 
nastero sublacense prò vesti mentis et cai- 
eeamenils fralrum)^ ed incendiato Bar- 
beranoda'tibuKiiii, questi venuti a tran- 
•azione coU'abbate di Subiaco, doman- 
darono per mezzo di Milone loro rettore, 
die fosse permesso a'geranesi della por- 
zione di s. Lorenzo, di trasportarsi con 
tutti i loro effetti ad abitare il Poggio di 
Casa Populi, e questo fu dall'abbate per* 
jnesso di mala voglia. Quindi ì tiburtini 
tri edificarono una torins alta e solida, e 
munirono il villaggio con fossa e terra- 
pieno, e vi posero un presidio di fbnli e 
arcieri a danno dell'abbazia. Poco però 
duròilcastelIo,che preso nel ii4ofu sman- 
ici lato e deserto. In mezzo la strada fra 
Cerano e Subiaco è una rocca oggi de- 
serta, denominata Tnccianello e antica- 
mente Tovanellum e Toccanelluni j la 
qoale per testimonianza della cronaca su- 
blacensefu edificata dall'abbate Umberto 
versola metà del secoloXI,probabilmente 
per lenei*e a freno que'di Cerano. Poco 
dopo però Landone signore di Civitella, 
che non voleva questo freno a se vicino, 
l'assalì eia distrusse, e fece anche prigio- 
ne l'abbate. Giovanni successore d'Um- 
berto la riedificò verso il io65, ed i mo- 
naci sublacensi la ritennero sino al 1 146 
in che la dierono in feudo a Oddone si- 



SUB 

gnore di Polì. Il nome pei'ò di Tovanel- 
lani che avea la contrada, e che poi co- 
municò alla rocca, data almeno dal se- 
colo VI, poiché nella bolla di s. Grego- 
rio 1 del 594i il rivo che oggi è detto il 
fosso di Tuccianello o della Molii» viene 
designato col nome jSqua de ToK'anello. 
In altri documenti de' tempi bassi il flui- 
do viene indicato /^f<mif//7i Tocoanellutn^ 
fi*a gli altri nella bolla di Giovanni XII 
del 9^8, inserita da Muratori ne\\*/4n- 
tt<f. Medii Aes^i t. 5, e da questf) forma 
di nome deriva l'odierno di Tucdanello, 
Fino dal secolo XVI questa piccola roc- 
ca era rimasta deserta. 

Jenne o Tenne, Comune dell'abbazia 
di Subinco,con territorio in monte,predo- 
minandovi fra'suoi raccolti grano, ghian* 
da e pascolo, con paese di sufficienti feb** 
bricati. Questo castello è posto sopra tm 
monte^ sulla riva destra dell'Aniene, di- 
stante circa 55 miglia da Roma, e 8 da 
Subiaco verso oriente. La strada per an- 
darvi ha un sentiere tracciato sulla falda 
del monte di s. Scolastica, poco prima di 
giungere a quel monastero, il quale ha 
sulla riva opposta dell' Anìene il monte 
Carpineto alto e tetro per le boscaglie che 
lo ricoprono, e va sempre in pendio fin- 
ché non raggiunge la sponda del fiume; 
da quel punto diviene amenissima, aven- 
do sempre a fianco il corso del fresco e 
limpido Aniene, ed essendo ombreggiata 
da folti boschi.Un mezzo miglio dopo a ver 
raggiunto la riva incontrasi un ponte df 
legno per comodo de'contadini e de' pa- 
stori, e quindi la strada traversa una ru- 
pe formata di depositi fiuviali e di sta- 
lattiti, indizio del livello alto che ne'tein- 
pi passati ivi ebbero le acque ritenute dei 
laghi della villa Neroniana sublacense ; un 
miglio dopo il ponte si apre a sinistra un 
recesso di monti, e due miglia più oltre 
un rivo limpido e abbondante di acque 
attraversa la via per iscaricarsi nell* A* 
niene,che corre indomito per questa val- 
le, e forma piccole cadute, fra le quali bel- 
hssima é quella presso la mola di Jeune, 



SUB 

Vietoo al confluente di questo rivo, che 
die nome di monti delI^A equa vi va a quel- 
li dirimpetto, Jenne che si vede torreg- 
giare sul colle è distante da questo punto 
quasi un' ora d'arduo cammino. Il suo 
Dome è d'origine incognita, e ne'tempi 
bassi costantemente trovasi scritto Cen- 
ila. Come dipendenza del mouastero su- 
blacense, viene enumerata sulla lapide 
del suo chiostro del i o52, per cui a quel- 
1' epoca già esisteva. Posteriormente fu 
occupata da altri, onde net 1 090, secondo 
la cronaca sublacense, l'abbate Giovanni 
si portò a espugnarla con molte macchi- 
ne,e presala vi costrusseuna torre. Il me- 
desimo abbate verso il 1 1 00 la die in be- 
nefizio al vescovo d'Alalrì, e da un fa- 
migliare di questo fu ceduta agli abitan- 
ti di Trevi. L'abbate tornò ad assediar- 
la, ma non potendo riuscire ad espugnar- 
la invocò l'autorità di Pasquale II, che 
non potè otienerne il rilascio, giacché i 
delti trebani allegavano che il castello era 
di loro diritto e non di s. Benedetto, Ri- 
messa questa questione dinanzi a Man- 
fredi vescovo dì Tivoli, di consenso co- 
mune, quegli decise a favore de'monaci, 
e perciò nella bolla di conferma di Pa- 
squale li si nomina Genna fra gli altri 
beni del monastero. 1 liebani però non 
abbandonarono le loro pretensioni, e col- 
to il momento delle turbolenze di Ro- 
ma, avvenute nel pontificato d'Eugenio 
IH dell 145, l'occuparono di nuovo; ma 
ne furono tosto discacciati dall'abbate Si- 
mone, e da quel tempo il monastero ne 
rimase in possesso, Tutte queste notizie 
si traggono dalla cronaca sublacense, dal- 
la quale pure si apprende che nel 1 355 
vi si ritirò come in luogo sicuro l'abbate 
Ademario. li Papa Alessandro IV del 
1254) della pptente famiglia Conti d'A- 
nagni, della Unca di Valmontone e Segni, 
signori pure di Jan ne, si vuole che sia nato 
in Jenne. Nel 1260 vi si portò da Subia- 
co, ed ivi si trattenne 4 oì^ìì della sta- 
gione estiva. 
. Marano. Goaiune dell'abbazia di Su- 



SUB 



ari 



biacOj con territorio feracissimo e gia- 
cente in monte, icui principali prodotti 
sono t'olio, il vino, la canepa, le frutta , 
il granturco, le cipolle, le castagne, la 
ghianda, la legna e quanto proviene dai 
pascoli. Gli abitanti sono laboriosi agri« 
coltori , e pastori ; le donne fabbricano 
tele domestiche : il popolo è di origine 
provenzale, secondo Marocco, e molti di 
esso vi furono condotti dalla potente fa- 
miglia Conti, nel cui potere passò il ca- 
stello nel secolo XI, ed aggiunge che fa 
luogo spettante a Tivoli, il quale ne con- 
trastò il possesso agli abbati sublacensi* 
Questo castello è posto sopra un ridente 
colle al nord-ovest di Subiaco, che dò* 
mina la riva sinistra dell' Aniene, quasi 
dirimpetto a Cervara e Agosta, circa 4o 
miglia distante da Roma, ed al quale si 
va per l'odierna via sublacense, traver- 
sando il detto fiume sopra un ponte. Il 
clima è temperato, mediocri le abitazio- 
ni, larghe le vie; la chiesa parrocchiale 
è sagra a s. Biagio, il cui quadro dipinse 
a fresco Manente. Nella sommità esiste 
un'antica rocca, che avea altissima torre 
ora diruta per metà. Bravi l'antico spe- 
dale di s. Pietro pe'poveri infermi, le cui 
rendite furono riunite al monastero su- 
blacense, il quale perciò deve sovvenire 
i poveri malati. Nel secolo decorso vi fio- 
ri Domenico Tosi, che sì distinse nella 
giurisprudenza in Roma , ove pure die 
luminosi esempi di pietà. Dice Marocco 
che il suo nome Marano deriva a Ma* 
raniSf dalle molteplici acque perenni del 
suo territorio, poiché in Roma e suoi din- 
torni le fosse per le quali scorre le acque 
si chiamano Marrane, Nel suo ter rito* 
rio in fatti nascono 4 delle celebri acque 
delPantichità, cioè i fonti Erculario e Ai- 
budino, e l'acque Erusia e Cerulea, delle 
quali trattò il Fea nelle sue Osservazio» 
ni geologiche antiquarie. In vece pensa 
Nibby, che la denominazione del paese 
|)iutlosto provenga da qualche fondo ap- 
partenuto ad un Mario, senza pretende- 
re che fosse il fEimoso rivale di Siila, iu 



320 SUB 

modo che iafundus Maria nus, per cor* 
ruzìone di nome si fece Maranum. Egli 
é certo che fin dall' 864 ^' nomina co- 
me castello^ nella bolla di s. Nicolò I. Il 
nome poi di fondo gli fu dato nelle boi* 
le di conferma de'beni del monastero tu- 
blacense, del gSS di Giovanni Xll, e dei 
978 di Benedetto VII : la i.' si legge nel 
Muratori, Amiti, Medii Aevi t. 5, p. 46 1 ; 
la 2/ liei Marini, Papiri diplomatici ip, 
229. Nelio52 era un Casirum appar* 
lenente al monastero sublacense, come 
Tiene ricordato nella lapide del suo chio- 
stro colle alti*e possidenze de'monaci. Nel 
io65 fu il castello invaso da un Ranieri, 
€sì ricava dalla cronaca sublacense, e ven- 
ne espulso dall'abbate Giovanni. Fu ri- 
cordato di nuovo nella l>olla del 1 1 1 5 di 
Pasquale II inserita in tale cronaca. Ver- 
so il I i5o Marano fu dato da Eugenio 
HI a Raimone abbate sublaeense, da lui 
dimesso. Nel 1 36o l'abbate Corrado lo 
óìè in feudo al suo fratello, e dopo quel- 
r epoca, dice Nibby, non si hanno me- 
morie degne di rimembranza, apparte- 
nendo sempre al monastero. Nondimeno 
naiTa Marocco ^ che Marano dai [Conti 
era passato nel dominio del barone O- 
nofrio, la cui vedova Bona nel 1 298 ven- 
dè il feudo all'abbate sublacente^ il qua- 
le nel 1 296 ne acquistò la rocca che sino 
a quel tempo era rimasta in dominio dei 
liburtini. Indi fu posseduto per pochi an- 
ni nel secolo XV dalia famiglia Colonna, 
me poi tornò sotto il dominio de'monaci 
sublacensi, essendo l'unico feudo che ri- 
mase ad essi dopo l'erezione della com- 
menda abbazia le, e poi lo cederono al 2.^ 
commendatario cardinal Borgia. 

Ponza, Comune dell'abbazìa di Su- 
biaco, con territorio in monte che ab- 
bonda di grano, granturco, ghianda, pa- 
scoli, e vino a sufHcienza, copiosi essen- 
do i maiali. Il castello giace in clima sa- 
lubre e freddo, sopra un monte dì vivo 
scoglio, a cui si giunge per istrade diru* 
paté e ingombre da alti macigni, meno 
che dalla parte d'Afljle,da cui è distaute 



SUB 

un miglio, da dove piacevole n'éil cam- 
mino, e di notte si pouno benissimo in- 
tendere le voci tra' due paesi, per l'ele- 
vatezza di Ponza, e sono ambedue mo- 
rigerati e Ira loro concordi. Anticamen- 
te questo luogo era circondato da mura 
castellane e guarentite da spesse torri qua- 
drilatere, quindi mutilate per ridurle ad 
abitazioni. Al settentrione aveva la sua 
rocca , ma di essa appena esiste un mi- 
sero avanzo, scorgendosi pure le traccio 
d'alcune cisterne ora comprese in un 0|*« 
to. Si entra nel castello per due porte ^ 
una detta Porta da piedi, di gotico stile 
e arco ottuso, per la quale si va ad Af- 
file e Subisco; l'altra è denominata Por- 
la nuova per la sua recente costruzione. 
Gli abitanti sono di grato aspetto, mas- 
sime le donne,che hanno sembianze mar- 
cate e piacevoli. Le abitazioni, tranne po- 
che, sono di cattiva costruzione : in una 
delle prime e fuori di Ponza^ nella casa 
Abi*uciade Paolis,da un'iscrizione eretta 
nel 1 660, si ricorda che vi si i*ecò a vil- 
leggiare il cardinal Vincenso Costaguti. 
La chiesa arci pretale dedicata alla B. Ver- 
gine Assunta, è di regolare disegno a 3 
navi. Vi è un bel quadro esprimente la 
Deposizione dalla Croce. L'altare mag- 
giore elegante è decorato di fini marmi, 
con grazioso ciborio fregiato d' agate o- 
rientali : la balaustra marmorea contie- 
neduegrossi pezzi di verdeantico. Afianco 
del principale ingresso sono due capitelli 
d'ordine corintio, singolari per la niti* 
dezza del marmo eia maestria del lavo« 
ro, i quali furono ridotti a pili per l'ac- 
qua santa. Altro capitello è nell'ingresso 
della porta minore, elevato sopra un pes- 
zo di colonna di porta-santa. La fronte 
esterna ha l' architrave di fino marmo 
bianco, con bellissimi ornati. Tutti que- 
sti oggetti, avanzi d'antichità, furono e- 
stratti dalle rovine dell' Arcinazzo, am- 
pia pianura di parte del suo territorio, 
nel sito ove si vedono importanti mace* 
rie. Questa chiesa é ben provvista d'u- 
tensili sagri, fra'quali il magnifico dono 



SUB 

del cardinal duca di York, e consìstente 
in un piviale rosso di seta ricamato ec- 
cellentemente in oro e col suo stemma. 
Tale presente il reale porporato fece a que- 
sta chiesa in considerazione deiramìcizia 
che avea pel suo uditore, l'avv. Vincen- 
zo Lupi di Ponza. Questi poi regalò alla 
medesima un pesante secchio d'argento, 
che si adopra per aspergere le case nel 
sabato santo. Il campanile era un'antica 
torre, e formala di tufo spongoso. La mi* 
gliore visuale di Ponza è quella del piaz- 
zale di s. Lucia, riparata da un residuo 
di mura castellane. Torreggia incontro 
l'alta montagna,che sovrasta il Serrone e 
Piglio(paesicliedescrissinel voi. XXVII, 
p. 287 e 288), al declivio del quale esi« 
steva il castello Cisternola. Vedesi pure 
Affile, e di prospetto sorge Civitella lun- 
gi 7 miglia col suo alto monte, oltre al- 
tri luoghi, e la sottostante sua campagna 
ove sono sparsi rusticani abituri, e all'in** 
tomo ha le sue ortaglie. Non manca di 
acqua peretine, fresca e limpida, prove- 
niente da vivo scoglio lontano 3 miglia 
e condottata con tubi di creta cotta. Po- 
co prima di entrare nel paese s'incontra 
al desti*o lato la chiesuola della ss. Cro- 
ce, eretta dalla popolare pietà dopo che 
il p. Nicola Molinari cappuccino, morto 
io odore di santità, vi piantò il salutife- 
ro legno dellaCroce. 1 1 forame ove fu pian- 
tata forma il suo centro, e la Croce fu col* 
locata nel suo unico altare, concorren- 
dovi frequentemente i divoti abitanti. Nei 
dintorni del castello esistevano le chiese 
di s. Angelo, di s. Felice fra Ponza e Af- 
file, di s. Gio. Battista, di s. Antonio dei 
serviti, e di s. Giorgio. S'ignora propria- 
mente la derivazione del nome dì Ponza, 
ed alcuni opinano che possa ripetersi da un 
qualche personaggio della famiglia Pon- 
zia,po8seditrice di qualche villa nelle sue 
vicinanze. Parlando d' Aifile raccontai,che 
Ponza appartenneal monastero sublacen- 
se, e per un tempo a certo ildemondo e 
suoi figli nel declinar del secolo XI, e da 
chi fa occupata nel seguente. Trovo in 



SUB 221 

Petrìni all'anno 1 179, che nel concilio di 
Laterano HI si ventilò una causa fì*a il 
vescovo di Poleslrina e l'abbazia di Sii- 
biaco, e volendo Alessandra Ili esami- 
nare a fondo la controversìa,comandò ai 
preti di Ponza che comparissero al suo 
cospetto, minacciando loro la sospensio- 
ne e anco la scomunica in caso di reni- 
tenza. Inoltre riportai ad Affile la que« 
stione giurisdizionale fra 'detti vescovo e 
abbate, anche su Ponza e Boiate, il con- 
cordato fatto, e che da1i63g Ponza fu 
interamente sottoposta alla giurisdizio- 
ne temporale dell'abbate sublacense. Ri- 
cordai di sopra la vasta pianura dell' A r- 
cinazzo, e siccome per la sua celebrità do- 
vrò riparlarne, a*edo bene darne qui uu 
cenno.L'Arcinazzo s'incontra a 3 miglia 
discesa la montagna del Pigliò e4daTre vi, 
dove anticamente furono le magnificen- 
ze d'una villa imperiale di Nerone, o se- 
condo altri diNerva.Nel 6ne di quest'am- 
pia pianura e nel territorio di Ponza, 6 
miglia circa sopra la villa cheNerone go- 
deva a Subiaco, e 2 miglia da Ponza stes- 
sa, precisamente in vocabolo la Torre di 
pie di campo, cosi detta per gli avanzi 
d'una lori-e che si ravvisano a'piedi della 
campagna, trovansi molte grotte e stan- 
ze pavimentate di musaico, e moltissime 
rovine,fra le quali sono sparsi abbondan- 
temente pezzi di marmi preziosi, avanzi 
di colonne di grani toc d'altri marmi di - 
sotterrati in diversi scavi. Nel 1780 negli 
scavi fiitti vi si estrasse gran copia di mar- 
mi finissimi, che servirono per la colle- 
giata e altre chiese di Subiaco e d'altro- 
ve. L'Arcinazzo comprende tutta la pia- 
nura dilatata per molte miglia fino alle 
radici delle colline e de' monti, tutta a* 
perta e amena , e per gli ottimi pascoli 
pregiatissima. K divisa ne'4 territori! di 
Ponza, Piglio, Anticoli (di cui nel voi. 
XXVII, p. 281), e Travi, il quale sob 
vi gode il comodo dell'acque per abbe* 
verora il bestiame al suo rinomato pozzo, 
L'Arcinazzo nelle antiche scrittura e nel- 
la vita di s. Domenico abbate di Sora, 



222 



SUB 

per un miracolo ivi operato, dicesi Ar- 
tinace^ e nel 1 335 Arcenaze in valle in- 
fantisAn un istromento rogato nel 1 38 1 , 
e riportato nel libro Antiquit. Campa- 
iliache denominatO/^rci/i^^'o.Nella con« 
trada Le Grotte o Pezza delle Grotte, e 
Ticino a quella di Torre di pie di cam- 
po si trovano grandi avanti di fabbri- 
che romane, e si vuole che ivi esistesse 
il quartiere de' soldati a difesa dell'im- 
peratore nella villeggiatura, onde vi si 
di^tterrarono smisurati macigni. Inol- 
tre si conobbe la via per cui da Roma 
vi furono portali i marmi da'potenti ro- 
mani, nou senza grave difUcollà perchè 
la strada saliva pel Serrone, quindi so- 
pra il convento de'francescani dr Piglio 
in aspra collina, vedendosi tuttora le ro- 
vine di quel sassoso cammino a forza di 
scalpelli laboriosamente lavorato. Nelle 
contrade di Favo e Giunchi sono gli a- 
"vatizi d'un arco di smisurate pietre, sul 
quale y\ passava un acquedotto, e sotto 
Tt è la strada del Vallone di Guarcino 
eTi*evi: anchenella contrada delle Mac- 
chie si hanno rovine. Da Trevi lungi cir- 
ca 3 miglia per venire neli'Arcinazzo,8t 
•scende un monte per la via di Pile, vol- 
garmente detta Montagna d'Arcinazzo, 
la cui cima dicesi il Monte di Sion* Su 
quest'eminenza trovansi molte pietre ben 
riquadrate, avanzi d' antica fabbrica, ed 
ivi i viandanti sogliono genuflettere ri^ 
vereotemente colla faccia voltata al set- 
tentrione adorando la ss. Trinità, a cui 
è dedicato un tempio che si vede sugli alti 
monti di Valle Pietra,a'confini del regno 
di Napoli. Camminando a sinistra per la 
via che conduce ad Anticoli e ad Acuto, 
dopo due tiri di fucilea destra, e lascian- 
do le vie che guidano a Ponza, ad Affile 
e a Piglio, trovasi un piccolo lago d'acqua 
sorgiva d'occulta vena, che chiamasi il 
Pozzo d'Arcinazzo, di rotonda figura e a 
foggia di catino giacente in una concavità 
di sassoso terreno, dove l'acqua si mantie- 
ne quasi sempre neh' istessa misura, e di 
tal ampieua di diametro die non si può 



SUB 

misurare con on tiro di sasso, benché da 
forte braccio scagliato. £* profondo e pe- 
riculoso,e di sovente assorbì vitelli e altri 
animali : produce saporose tinche. 

Rocca Canterano. Comune dell' ab- 
bazia di Subiaco, con territorio giacente 
in colle e in monte, il quale principal- 
mente produce vino, ghiaude e pascoli, 
con mediocri fabbricati. La chiesa ma- 
trìce parrocchiale é dedicata alia B. Ver- 
gine Assunta in cielo. La terra trasse il 
nome da quella prossima di Canterano, 
ed è posta sopra un colle ch'è parte del 
dorso di monte Grufo o RulFo. Nella ero* 
naca sublacense se ne fa menzione per la 
1.* volta circa la metà del secolo XI f , ed 
allora apparisce come proprietà di quel 
Recaldo che ricordai a Canterano y col 
quale paese ebbe poscia comuni le vtcen - 
de. Annesso e soggetto al comune di Roc- 
ca Canterano, ed egualmente nell'abba- 
zia di Subiaco, vi è Rocca di Mezzo^ si- 
tuata sopra un monte in aria salubre,lun- 
gì 4o miglia da Roma, fra Marano e Roc- 
ca Canterano, e perciò dicesi Rocca di 
Mezzo, Roccha Media, Ne' tempi bassi 
fu detta Rocca Conocla^ come ricavasi 
dalla lapide sublacense del chiostro di s* 
Scolastica,nella quale viene ricordata già 
esistente nelio5a,e dipendente da quel 
monastero, dopo Canterano e prima di 
Trelano e di Cerreto-Marocco riporta un 
hvano ÒQ* ComenUirii di Pio li, riguar- 
dante Rocca di Mezzo* Io temo che i Co- 
mentarii parlino di Rocca di Mezzo vi- 
cino a' Mursi presso Rovere, già feudo 
de'Barberinì, ed ove accadde una batta- 
glia tra gli Orsini e i Colonna. Rinomata 
è la sua vitella. Ne tratta Corsigoani, e 
dice che vi fiori il cardinal Amico ^/i^i- 
filOi che Cardella vuole di Collemezzo, 
forse sinonimo di Rocca xli Mezzo, poiché 
il Marini lo chiama della Rocca. 

^a//eP/e/m. Comune della diocesi di 
Anagni,con territorio in monte, i cui mag- 
giori prodotti sono la ghianda,il grano, le 
castagne, le legna,il carbone, oltre i pasco- 
li. La chiesa parrocchiale e arcipretale è 



SUB 

sótto rin vocazione dell'apostolo ed evan - 
gelista 6. Giofantii, e fu fondata da raon- 
iignot* Caetani arcivescovo di Rodi Dipo* 
te di Bonifacio Vili. Confina il paese coi 
regno di Napoli, ed il territorio è irriga- 
to da 4 piccoli fiumi, che traggono l'ori- 
gine da queste montagne, appartenenti 
alla catena degli Apennini. Sulla monta- 
gna vi è un altissimo scoglio, dentro il 
quale avvi una cliiesina dedicata alla ss. 
Trinità, e dalle figure gotiche si scorge 
cfa^èanlichissima.Questo santuario ècon* 
tinuamente visitato da'divoti, e special-* 
mente nel giorno della festa, essendovi un 
concorso di circa 8 ovvero i o,ooo perso- 
ne, nella maggior parte provenienti dal 
limitrofo regno di Napoli. In questa stes« 
sa chiesa, secondo le tradizioni del luogo, 
anticamente vi risiedeva il capo de'mo» 
naci benedettini chiamato archimandri- 
ta. Il paese dicesi fondato dagli abitanti 
di Frascati^ in tempo delle guerre civi-r 
11, e forse dopo la distruzione di Tusco* 
lo. Questo piccolo castello è così deno- 
minato F^alle 'Pietra, per essere slato 
fondato in una profonda valle di dure 
pietre, fra le quali scende da alto monte 
un grosso rivo d'acqua,che dopo il corso 
di 3 miglia entra in un ramo principale 
deH'Aniene.ll feudo co'beni allodiali ap- 
partenne all'estinta e antichissima casa 
Bossi, insieme ad altri nelle vicinanze,, 
semplicemente col titolo di Signore.Pas- 
sato a'Caetani toccò in parte a Orazio, 
che maritatosi a Porzia Astalliistitui nel 
1670 un fjdecommisso a favore de'mar- 
cbesi A stalli. Da questi successivnmenle 
passò il feudo allacasa Ficcolomini,e nel 
1808 al cav. Settimio Bulgarini Bisclii, 
in tempo del quale Pio VII estinse i di- 
ritti e prerogative feudaTuPoscia ne acqui- 
stò i benineli820 il conteCamilloTorri- 
glionijil quale nel 184^ gli alienòa favore 
del conteGirolamoRiccini,già governato- 
re di Modena, creato da Gregorio XVI 
marchese di baldacchino (della quale d i- 
stinzione parlo pure a OMBBELLiiroed a 
PaiNciPE), quanto alla di lui sola perso- 
fra, e marchese di Valle t^ietra per se, 



SUB iiZ 

suoi eredi e successori. Il marchesato si 
formò cogli acquisti fdtti dal suddetto con^ 
te Riccini, cioè colla proprietà di Tor-» 
riglioni consistente nella montagna con- 
finaiitecol reame napoletano,e colla pro^ 
prietà assoluta e indipendente dagli abi- 
tanti dell'unico molino a grano; non che 
di due forni, nel palazzo baronale costruì^ 
to con antiche forme, ec. 

Governo di s. Fito. 
S, Vito. Comune della diocesi di Pa* 
lestrina, capoluogo del governo del suo 
nome,con residenza del govevnatore,luu- 
gi da Roma 33 miglia, 18 da Tivoli, io 
da Palestrioa,e 6 da Olevano di cui par« 
lai nel voi. XXVIll, p. 2 1 o. Il suo teiv 
ritorio in colle è alquanto fertile, produ* 
ce vini squisiti, olio di sapore gratissimoi 
fruita diverse, abbondanti- castagne, co* 
pioso granturco, ghianda, legna e pasco* 
li.Ha buoni fabbricati, e buone acque pe« 
renni provenienti da uno scoglio. Riferì* 
sceCalindri, seguendo Piazza, che dn qui 
origina il fiume Garigliano; e l'avv. Ca* 
stellano, Lo stato ponlifiào^ dice che s« 
Vito è in vicinanza di piccolo torrente 
che influisce nel fiume Sacco. Piazza v'V" 
porta rautorità del p. Kircher, che nei 
parlare della fonte non molto distante, 
dice ch'è chiamato comunemente Gari* 
glìano, la cui scaturigine trovò che pro« 
veniva da 7 vene d' acqua, indi raccolta 
in un rivo proseguendo il suo corso e ac- 
cresciuto con altre acque, passa pel ter* 
rilorio di Genazzano, e va a formaresot* 
to Sora e altri luoghi il celebrato fiume 
Liri o Garigliano. Questa grossa terra è 
situata in posizione gradevole sopra di 
un colle, ch'é una delle cime della cresta 
denominata Le Scrime, intermedia fra 
quella di Guadagnolo e quella di Collo 
Celeste o di Civitella, contornata da alte 
montagne in aria salubre, ma dominata 
dal vento. Gli abitanti sono urbani, ac* 
corti e robusti, belle generalmente le don* 
ne. Si entra nel paese per un lungo bor- 
go tutto in piano, da convenienti fabbri- 
che decorato, ed in successivo incremen- 
to. Fuori del borgo poi il restante della 



!ii4 SUB 

ìt.rva è tutto incomodo e scosceso, tliscen* 
dendosì per Tiottoli formati a scale, e da 
questa parte si procede per Olefano. Al 
principio del ÌX)rgo formano diramazio* 
ne diverse strade; a destra incomincia 

Juella di Genazzano,di fronte quella di 
lapranica assai pericolosa, a sinistra Tal- 
Ira checonducea Pisciano. 11 palazzo ba* 
ronale de'marchet i Tlieodoli è costruito 
a guisa di solidissima rocca, che ha T a- 
spetto di una nave, e forma il principal 
decoro della terra. Ha un torrioncello se- 
mirotondo all'ingresso, in cima al quale 
iri è un ambiente che ha diversi balconi 
CMide osservare i luoghi sottoposti e le 
montagne di fì'onte. Una sua parie costi* 
taisce l'estremità della nave, ed è forma- 
la ad angolo acuto guardando il borgo: 
està è posta sui massi di scoglio, e viene 
•llomiala da alto e solidissimo antemu* 
rate, che offire nella sua piena ciroonfe* 
retila un grazioso passeggio, essendovi un 
aolo ma «curo ingresso, dopo il quale vi 
i una larga piazza ove si osservano diversi 
punti interessanti. Dentra poi vi sono co* 
medissimi sotterranei, e dignitosi appar- 
lamenli, ed a pianterreno uno di essi à 
dipinto tutto a fresco ed a paesaggio con 
Tarie mitologiche divinità sulle volte,riu* 
scendo rimarchevole il dipinto esprimen* 
le il ratto delle sabine. La grossezza del* 
le mura supera i o palmi romani,ed a'iati 
dell'ingresso vedonsi i vani de'cannoni e 
spingardi che tolsero i francesi neil'inva* 
sione sotto Pio VII, con altre cose utili e 
decoi*ose. La chiesa matrice è dedicata al* 
laB. Vergine ed a s.Biagio vescovo e mar- 
lire,col nome del quale si chiama,di buon 
disegno ed esistente quasi in mezzo al pae- 
se. Minacciando rovina la vecchia chiesa, 
che per ranlichità dicesi che fosse coper* 
la di tavole dì legno,nel riedifica i*si Todier- 
na ne fu generoso il marchese Theodo- 
lo Theodoli, colla mediazione del p. Mal^ 
e' Antonio Costanzo gesuita; ciò avvenne 
nel 1 6 1 o nel vescovato del cardinal Àn- 
lonmaria Gallo; in quello poi del cardi- 
nal Girolamo Spinola fu consagrata a'i 2 
ottobre 1 777 da mg/ Pietro Ruggeri ve- 



SCXB 

seovo Rubense,ooroe si legge nella lapide 
posta in un pilastro della medesima. Al - 
tra chiesa parrocchiale é quella di s. Mn - 
ria, nel cui altare maggiore la B. Vergi- 
ne viene espressa nel quadro con moder- 
no edeleganle stile. Sella campana inag* 
giore in gotico si legge: j4. D. i 4B9 ma- 
gister P&LrasSolaliusde Pelnnianofecit. 
Questa chiesa resta da un latodelPingres- 
sodel palazzo baronale in un corto spiaz» 
so. La chiesa di s. Rocco, con convento 
de'carmelitani calzati, da ultimo restau- 
rata e ingrandita per le li mosinede'di vo- 
li della B. Vergine del Girmine che vi si 
venera, e per cura e zelo del p. Elia Ge- 
neroso da Tivoli, édi figura ottangola- 
re, e nella volta in forma di medaglione 
fvi ^regiamente dipinto sul legno s. Se- 
bastiano. Nel coro vi sono due quadri d'al- 
tare di buona maniera e rappresentanti, 
uno la Fuga in Egitto, l'altro s. Francesca 
romana. Sull'architrave dell'altare prin- 
cipale sonovi distici in lode della ss. Ver- 
gine del Carmelo. Il convento era più va- 
sto, ma con porzione si formarono le pub- 
bliche carceri. In un angolo del conven- 
to esiste la lapide marmorea del cardinal 
Mario Theodoli, che apri e fortificò il bor- 
go, edificando la chiesa e il convento, del 
seguente tenore.Af tritìi cardinalis TheO' 
dolus, MonUiim asperitatem acquavite 
Fias aperuiifdiruiusgue coUes in aedes 
vertitin Templum erexildivopestisprofli' 
gaiori annoDominiS^gA marchesiTheo- 
doli,nobilissima famiglia romana oriunda 
di jfbrfì, portano il titolo di marchesi di s. 
Vito, di cui furono signori feudatari, ed o- 
ra possidenti di molti beni, vantano mol- 
ti uomini illustri, alcuni de'quali sono ri- 
cordati sulle pareti dell'antica cappella di 
detta chiesa, ctoè:i cardinali Alberto, Gre- 
'gorio e Mario Theodoli^ di cui scrissi le 
biografie; Gio. Ruffo Theodoli arci vesco* 
vo di Cosenza neli5o5 e già vescovo di 
Berlinoro, per cui parlando de'suoi ve- 
scovi a Sabsina, dissi di alti^ sue dignità 
ech'era statodestinato al cardinalato; Lo- 
dovico Theodoli vescovo di Berlinoro (e 
perciò ne parlai all'indicato arlicolpiCbia* 



SUB 

mandolo pure Vannini e maggiordomo 
di Paolo III, non che già vescovo di Sca- 
la), morto neh 563 in tempo del concilio 
dìTrenlo; GiacomoTheodoli arcivescovo 
d'Amalfi nel 1 626(1! quale fu pure vesco- 
vo di Forlì e benemerito, come notai in 
quell'articolo, e vi registrai l'altro vesco- 
vo Fulvio Theodoli del 1587); Girolamo 
Theodoli vescovo di Cadice,chiericodi ca- 
mera, conte di Ciciliano, signore di s. Vi- 
to e Pisciano, del 1572; Theodolo Theo- 
doli I / marchese di s. Vito e Pisciano, con- 
te di Ciciliano, del 1592; Giovanni Theo- 
doli marchese di s. Vito e Pisciano, con- 
te di Ciciliano e di Vallinfi^da (de'quali 
luoghi parlo a Tivoli), del 1600; Alfonso 
Theodoli marchese di s. Vito e Pisciano, 
conte di Ciciliano, del 1600; Theodolo 
Theodoli marchese di s. Vito e Pisciano, 
conte di Ciciliano, del 1648. Altra chiesa 
è quella di s. Vito, assai lungi dal paese 
e in vetta d^un monticello, quasi circo- 
lare e isolato che sovrasta tutta la terra 
e guarda le circostanti montagne. Ivi «i 
trovarono grandi massi di tufo, forse a- 
vanzi di qualche edifizio di mura di so- 
struzione. Marocco deplora, che nel visi* 
tarla la trovò profanata e ingombra di 
grano. In s. Vito vi sono le maestre pie 
per l' istruzione delle donzelle. Le dette 
chiese e altre sono descritte dal Piazza 
nella Gerarchia cardinalizia , insieme 
alle reliquie che vi si venerano. Il paese 
contrasta con Roma e Genazzano (P^.), 
d'aver dato i natali al magnanimo Papa 
Martino V Colonna (del cui corpo ripar- 
lai nel voi. LXIV^ p.io5), per cui ivi si 
mostra la camera ove nacque, al dire di 
Nibby. Nondimeno vanta altri illustri, ed 
a'noslri giorni fiorirono due prelati del' 
la famiglìaTesta, zio e nipote, lli.^fu mg.*^ 
Gio. Domenico, che fece i suoi studi nel 
seminario di Palestrina con felice succes- 
so, comechè di svegliato ingegno, cono- 
scitore di molte lingue e profondo nella 
latina. Meritò d' essere eletto professore 
di filosofia nel medesimo seminario, e poi 
lo fu in Roma ne'coUegi Bandinella e Ro- 

VOI. LXX. 



SUB ^25 

roano, in questo insegnando logica e me- 
tafisica. Pio Vi lo spedTi a Parigi segre- 
tario della nunziatura di mg«r Dugnani 
poi cardinale, e nella tremenda rivoluzio- 
ne corse grave pericolo d' essere appeso 
alla lanterna democratica. Pio VII lo fe- 
ce successivamente cameriere d'onore e 
prelato, canonico Liberiano, Segretario 
delle ledere latine e Segretario de*brevi 
a'prinaif. i {F,), ed ebbre via tore di curia , 
seguendolo ne' viaggi di Parigi e di Ge« 
nova, dopo aver patito per la sua fedeltà 
la deportazione in Corsica. Fu inoltre as- 
sai versato nella storia naturale, nella ma- 
tematica e ne'geroglifici egiziani. Scrisse 
sopra l'antico Vulcano, ed in versi sul di- 
secca mento delle Paludi Pontine;una dis- 
sertazione Desensuuni usu inperquiren* 
da i'eriWe; altra sui due zodiaci di Dea- 
dera e di Henne nell'Egitto; una confu- 
tazione contro Dupuis; e per non dir al- 
tro,avendo scritto sui pesci fossili del mon- 
te Bolca, ebbe questioni con Fortis e Vol- 
ta. Cortese, frugale, ameno, sentenzioso^ 
fu amato da'Papi, massime da Gregorio 
XVI, morendo in Roma nel 1 832,efu se- 
polto nella chiesa de'ss. Vincenzo e Ana- 
stasio a Trevi di Roma, con iscrizione la 
quale in uno alla sua biografia si legge 
nel t. 2, p. 53 de' Monumenti sepolcrali 
visitati da Roggie disegnati da Tosi. Ab- 
biamo del conte Francesco Fabi Monta- 
ni, Elogio storico dimgS Gio, Domenico 
Testa y Roma 1 844- H nipote mg.r Luigi 
Testa non fu d'ingegno minore, dallo zio 
educato e istruito nel collegio romano, in- 
di professore di filosofia nel seminario di 
Magliano, ove celebrò lai.^messa. Dive- 
nulo segretario o uditore in Perugia e Ra- 
venna del preside mg.'Giustiniani poi car- 
dinale, fu indi destinato segretario del- 
la nunziatura di Madrid di mg.^ Gravina 
poi cardinale , dimorando nella Spagna 
circa 1 5 anni, e in que' tempi calamitosi 
che narrai in tale articolo. Tale fu il suo 
savio contegno e i suoi talenti diploma- 
tici, che Pio VII lo dichiarò suo came- 
riere d'onore e ablegato apostolico per 1» 

i5 



aa6 SUB 

berretta cardinalizia, allorché elef Odetto 
nunsio alla porpora; ed il re Ferdinan- 
do VII gli conferì l'arcidiaconato di Lu- 
go, e le decorazioni di 8. Pietit) martire 
e della ss. Concezione. Tornato in Roma 
neh 8 18, mentre il Papa lo designava a 
luminosa carica, morì nella fresca età di 
53 anni e fu compianto. Riferisce Nibby, 
che s. Vito, come molte altre terre e cit- 
tà sorte ne' tempi bassi, ebbe il nome 
dalla chiesa ivi esistente e oggi divenu- 
ta rurale, dedicata a s. Vito, santo un 
tempo molto venerato in queste contrade 
(còme altrove, a Poligvavo portando il 
suo nome la cattedrale, ed in Roma col 
la Chiesa di s. Fito, nel quale articolo 
riportai l'opinione del Piazza conforme, 
e Taltra a quole antica citta sia succedu- 
ta, diche Nibby non fa parola); e dal con- 
corso degli abitanti delie terre circonvi- 
cine, o per divozione o per Cere annua- 
li, insensibilmente si formò una l)orgata, 
della quale la pib antica memoria V in- 
contrò nel secolo XIII negli jinnali Ca- 
tfutldolesiy t. 4 Append., p. SgG, in cui si 
ricorda il lenirne nlum Castri s. Viti, co- 
me uno de'confìni di Castellum novitm^ 
insieme con Paleslrina, Poli, Pisciano, 
Capranica,ec. Alla stessa epoca e preci- 
samente ali a 52 appartiene il documen- 
to esistente nell'archivio Colonna, e pub- 
blicato dal Peirinia p. 4i i» il quale nel 
determinare i confiiù del territorio di 
Capranicn, indica i lenimenti di Castel 
Nuovo, Monte Manno, Geiiazzano, s. Vi- 
to e Paicstrina. Nel 1 284 ne apparteneva 
una 3." parte a Pietro Scolti cittadino ro- 
mano, il quale la diede in compenso e a 
titolo di permuta a'monacì di .s. Grego- 
rio dì Roma, col permesso di Papa Mar- 
tino IV, in luogo della 3." parie del ca- 
stro di Pietra Pertusa, vasto lenimento 
dell'Agro romano,appnrlenente agli stessi 
monaci, e ón lui come enfìteula o fiilil- 
tuario, contro i palli stabiliti, alienata e 
venduta ai cnpìlolo di s. Pietro, come si 
trae da un altro documento de'memora- 
ti Annali, t. 5 Append., p. 263. Diven- 



SUD 

nero signori della terra i Colonna, e la 
ritennero fino al 1 563 in che il contesta - 
bileMarc'Antonio,poi vinci tored {Lepan- 
to, la vendè a DomenicoMassìmi ed aGiu- 
liaoo CesarinijCo'caslelli di Ciciliano, Pi- 
sciano, Capranica e Ardea: Pio I V con ap- 
posita bolla de'2 7 giugno 1 564 confermò 
r alienazione; finalmente i Massimi nel 
1572 venderono 8. Vito, Ciciliano e Pi- 
sciano al nobile suddetto prelato Girola- 
mo Theodoli, a cui fu annesso il titolo di 
marchesato. Il prelato ebbe a fratello Gia- 
como Theodoli cav. di s. Giorgio, da cui 
nacque Theodolol marchese di s. Vito, 
contedi Ciciliano e Vallinfreda. Questa 
oospicua famiglia s' imparentò con altre 
nobilissime, come si pMÒ vedere nel Mar- 
chesi, Gallerìa deW onore t. i e 2; e pos- 
siede in Roma il palazzo del suo nome 
nel rione Colonna, nella via del Corso e 
incontro quella delle Convertite. 

Ca^r/?ii/ctf.ComunedelladiocesidiPa> 
lestrina, con territorio in monte, produ- 
cente eccellente olio, legna, grano, vino, 
castagne, ghianda, pascoli e altro. Il no- 
me di Capranica si pretende deriva lo dal- 
le frequenti caprareccie che anticamente 
esistevano, essendovi ancora al sud-ovest 
un eccellente pascolo, il cui prato serve al- 
la corsa de'ca va Hi. Giaceva prima sud*nn 
monte altissimo in vocabolo Fontana del 
prato un vecchio castello, il quale rima- 
se demolito per incendio, gli abitanti ri - 
fugiandosi lungi due miglia, e siccome il 
luogo bruciato era nomato Castello, chia- 
marono ratinale paese Castel Nuovo e 
poi Capranica, ò\ceì\Ao%\ Capranica Vec- 
chia il sito delTantico paese. Quivi visse- 
ro vita eremitica e penitente le sanie ver- 
gini Erundine discepole delle ss. Romola 
e Redenta. I loro corpi sono parte nella 
basilica Liberiana di Roma e parte nella 
cattedrale di Tivoli, come riferisce Piaz- 
za della Gerarchia cardinalizia. Il paese 
ha estesi fabbricali chiusi da mura, e vi 
è la collegiata e parrocchiale di s. Maria 
Maddalena e s. Gio. Evangelista, eretta 
dalla famiglia Pantagati detta Capranica 



SUB 

o da Giuliano della medesima, con archi > 
tetlura dìMichelangelo Buonai'rotì,e per- 
ciò la chiesa era tutta ripiena di scultU' 
re, ma Tenne svisata nel princii>io del se- 
colo passato, come rimarca Cali«idri.Leg« 
go poi in Nibby, che i Pantagati cresciu- 
ti Tieppiù in ricchezze, Giuliano proni- 
pote del cardinal Domenico Capranica e- 
dificò nftli52o la bella chiesa dis. Maria 
Maddalena, la quale si crede essere stata 
eseguita co'disegni e sotto la direzione di 
Michelangelo, a cui pure si attribuisce un 
leone abbozzato, forse allusivo al nome di 
Leone X allora regnante, ed un profilo 
di testa rappresentante un vento. II Piaz- 
za neUaGerarchia cardinaliziayed il Cec- 
coni neWaStoria di Pales trina jóanno que- 
sta tradizione per fatto certo. Inoltre la 
famiglia fabbricò in patria un magnifico 
palazzo. Capranica é situala sopra una 
punta del monte detto de' Casali , parte 
del gran dorso di Gnadagnolo, ed a cui 
si perviene per un sentiero alpestre da Pa* 
lestrina, donde è distante 6 buone miglia, 
5 da s. Vito, e 3o da Roma, con abitanti 
dotati di molta penetrazione d'ingegno. 
Tra gl'i! lustri di questo luogo debbo ram- 
mentare i celebri cardinali Domenico e 
Angelo Capranica (^^), ed il Petrinì ri- 
ferisce, che dicesi aver pure dato i natali 
n! Papa Bonifacio IX Tomacelli, napo- 
letano secondo altri e nato nel suo feudo 
di Carafìinello. Quanto a Domenico, egli 
era della famiglia Pantagati , ed osserva 
Petrini che secondo il costume d'allora, 
•di tralasciare il cognome e io vece pren- 
dere per tale il nome della patria, fu chia- 
mato Capranica, e trapassò questa deno- 
minazione nella sua nobilissima famiglia. 
Prima di sua esaltazione era sì ricca che 
Nicola Capranica o Pantagati non si sgo- 
mentò di mantenere nelle università idi 
Padova e Bologna il figlio Domenico sun- 
nominato; il quale col suo squisito inge- 
gno corrispose sì bene alle cure paterne, 
che in freschissima età ottenne il cardi- 
nalato da Martino V , anche per essere 
tiati?o del feudo di sua prosapia Goion- 



S U B 2^7 

na, circostanza che produsse dopo la rnor- 
tedelPapa spinosissime conseguenze j poi* 
che creato segretamente non fu ricono» 
scinto ne dal sagro collegio, ne da Euge> 
nio IV, il quale più tardi gli confert l'in- 
segne cardinalizie. La morte lo sorprese 
e' 1 4 agosto 1 4^8, nella sede vacante per 
morte di Calisto III, mentre i cardinali 
Qveano risoluto di eleggerlo a successore. 
In Roma eresse con ricche rendite il i ."* 
collegio, che dal suo assunto cognome si 
chiama il Collegio Capranica ( i^.), a be- 
nefìcio specialmente de' vassalli de'feudi 
di casa Colonna, fra i quali considerò e- 
spressamente Palestrina, poiché non solo 
lasciò al suo barone Stefano e Lorenzo suo 
cugino la facoltà perpetua di collocarvi 
un aluono,ma ordinò altresì che mancan* 
do la loro famiglia, il diritto di nomina 
si devolva al pubblico di Palestrina; ed 4 
primi prenestinì scelti a godere il posto, 
crede Petrini che fossero Giulio Leonar> 
di e Achille Rendilti, poi ambedue ret- 
tori dèi medesimo, carica che a suo tem- 
po soleva affidarsi a quelli ivi educali, l 
cardinali in vece diDomenico crearonoPa- 
pa il cardinal Piccolomini, già suo segre- 
tario ed allievo, che preso il nome di Pio 
II, promosse alla porpora il fratello An- 
gelo Capranica vescovo di Rieli^ il quale 
fu benefìcentissimocol coilegio,di cuiora 
è protettore il cardinal Lodovico Altieri, 
dopo la morte del cardinal Micara decano 
del sagro collegio. Opina Calindri, che i 
priìtii abitatori di questo luogo furono gli 
aborigeni,cioé monticoli,e chef u poi qua- 
si abbandonato il castello; ma dopo il se- 
colo VII le rapine, le stragi e le depre- 
dazioni de'crroostaoti luoghi lo fecero.ri- 
popolare: aggiunge che dopo il secolo X 
furono nuovamente abbandonati i Castel* 
li di Monte Manno e Castel Nuovo, e tutti 
i popoli si riunirono in Capranica. Di que- 
sto nulla dicono Petrini e Nibby: il i.^'di- 
ce soj tanto che nel 970 fu compreso nel- 
l'infeudazionechedièPapaGiovanniXlll 
alla senatrice Stefania, con Palestrina e 
sue pertinenze, come Capranica, Galli- 



228 



SUB 



cano (^.), Cave e Rocca di Caye, de'quali 
riparlai a GE!fAzzAiio,ed il silo o?e fu poi 
fabbricalo Zagarolo{ F,), con TanDuo ca* 
none di circa scudi 20. Negli Annali dei 
camaldolesi y t. 4 Append., p. 5g6, si fa 
lìienzionedel (enimentum Capranice^n" 
z'allri particolari; ma dal riferilo da Pe* 
trini a p. 1 43 e dalla caria da lui pubbli* 
cala a p. 4i i &> rileva che nel 12 52 era 
questa terra de'ColoDna,e che in quell'an * 
no nel ^piparlo fra i figli di Oddone e Gior- 
dano, Capranìca toccò al figlio di Gior* 
daoO| chiamalo pure Oddone. Vuoisi che 
y\ si recasseBonifàcio IX,reduce da Rieti, 
e vi si trattenesse alquanto, secondo Piaz- 
za, il quale descrive le altre sue chiese. 
Nel 1484 P^^* '^ gueri'esche vertenze in- 
sorte Ira i Colonna, ed i Riario nipoti di 
Sisto IV e aderenti degli Orsini, Capra- 
nìca fu a'3 1 luglio assalita dalle milizie 
papali, dopo la presa di Cave: la difen- 
deva per Prospero Colonna il caprani- 
cesa Komanello Cot*setlo, il quale dopo 
poca resistenza rese la terra e colla sua 
truppa si recò a Genazzano, o in Paliano 
secondo Nibby. Prospero mal soddisfatto 
di sua condotta e lealtà, lo feiì di proprio 
pugno, e lo fece poi impiccare e squar- 
tare, considerandolo reo di tradimento. 
Passò quindi l'esercito delia Chiesa sotto 
Pisciano, ed espugnata la rocca andò al- 
l'assedio di Paliano (^.), ov'era Prospe- 
ro,il quale per togliersi qualunque sospet- 
to di quegli abitanti, fece condurre i loro 
figli in Genazzano con minaccia di ferii 
uccidere, quando essi non avessero fetto 
il debito loro neHa difesa. Poco durò l'as- 
sedio per la morte del Papa avvenuta ai 
j 2 agosto, onde le milizie pontificie se ne 
tornarono subito a Roma, e Prospero ri- 
cuperò i suoi dominii. I Colonna rilen- 
neit> il possesso diCapranica fino ali $63, 
in cui il celebre Ma re' Antonio la vendè 
a Domenico Massimi; indi nel i $7 3 i Mas- 
simi la rivenderono a Girolamo Theodo* 
li,ed il marchese TheodoIoTlieodoli do- 
po il 1 65o l'alienò in favore de'Pantaga- 
ti discendenti de'cardinali Capranìca, che 



SUB 

s'intitolarono signori di loro patria Ca- 
pranìca, comechè vuole Nibby; ma non 
debbo tacere che afferma Petrini, avere 
i Pantagati comprato Capranìca da'Mas- 
simi dopo la metà del precedente secolo. 
Finalmente i Capranìca l'alienarono ai 
principi Barberini con patto redìmendi, 
Civiiella, Comune dell'abbazia di Su- 
biacp, con territorio fertile e montuoso, 
le cui produzioni presso a poco sono e- 
guali a quelle de'precedenti paesi. Vi ab- 
bondano l'erbe botaniche utilissime, ed 
in copia vi nasce l'assenzio, la valeriana, 
il serpoUo, l'issopo. Torreggia questa ter- 
ra de'bassì tempi sulla cima dirupata del- 
l' ultimo contrafforte del dorso di Colle 
Secco, altissimo monte di salso calcare,fra 
Rocca s. Stefano e Boiate egualmente da 
loro distante 3 miglia, ed a 6 miglia da 
s. Vito, eretta sopra le rovine d'una cit- 
tà antica nel paese degli ernici. Posta in 
mezzo a luoghi alpestri e selvosi, e per 
la difficoltà dell'accesso si può quasi dire 
isolata dal mondo, fra una corona impo- 
nente degli Apennini, in aria eccessiva- 
mente elastica, la quale soverchiamente 
accelera le vitali funzioni; tuttavolla il 
clima è salubre e lo prova l'incremento 
progressivo della popolazione. La vìa me- 
no incomoda per andarvi è quella di Su- 
biaco, la quale passando per A£le e Bo- 
iate è lunga circa 12 miglia: quella che 
conduce a questa terra da Pa|estrina, per 
Cave, Genazzano, Olevano e Roiate,ne 
conta 1 8.11 suo orizzonte è uno de'più sin- 
golari e pili vasti dello stato pontificio , 
imperocché non solo gode la veduta nei 
diversi lati di tutti i luoghi circostanti, 
ancorché lontani, ma giunge la vista ol- 
tre al Mediterraneo fino ai monti di Gae- 
ta, e tulli nominati da Marocco. Propria- 
nOente il paese é posto presso a poco in 
piano , avendo la strada media qualche 
buon fabbricato, ma il resto delle abita- 
zioni sono mal disposte e così ì viottoli. 
Le acque sono in qualche distanza. A mez- 
zogiorno esistono avanzi di mura castel- 
lane di solidissima costruzione^ mutilate 



SUB 

e rese al paro col terrapieno dell'interna 
yia: a'due angoli vi sono le rovine di due 
torrioni, uno rotondo e l'altro quadra* 
to> ayente ili.^un diametro diig passi. 
Le mura hanno circa 8 palmi di ertezza, 
e la lunghezza di esse da un angolo al- 
l'altro è di passi 85. Gli abitanti sono ri- 
spettosi, di forte temperamento e di alta 
statura;e nelle don ne generalmente si|os- 
servano fisonomie regolari. Vi sono le 
maestre pie per le fanciulle, e scuole pei 
giovanetti. Possiede due chiese parroc- 
chiali, lai. ^arci pretale e sagra a s. Sisto 
protettore del luogo , dal quale é lungi 
circa mezzo miglio, onde fu riunita alla 
parrocchia interna di s. Nicola di Bari, il 
cui quadro è un beldipinto del Manen- 
te, e di esso è pura la Cena degli apòsto* 
li nel quadro dalla parte del vangelo. Il 
popolo e quello de'paesi convicini è de- 
Totissimo del patrono s. Sisto, e vi accor- 
rono in folla a celebrarne l'annua festa. 
Circa un miglio distante verso oriente 
trovasi il convento de' minori osservanti, 
celebre per antichità e memorie religio- 
se, piccolo e povero pel fabbricato, il qua- 
le giace in una valle coronata da colli for- 
mati da'scoscendi menti e dìiamazioni del- 
la cresta principale. Orrido ed ermo è il 
sito, e tanto circuito che vi si gode una 
parte assai ristretta del cielo; nondimeno 
secondo il p. Casimitx) di Roma, Memo 
rie sloriche delle chiese e conventi de' fra 
ti minori della provincia romana^ si cai 
cola il suolo a 1900 palmi sopra quello di 
Roma, Di questo luogo destinato a pe 
nitenza , e abitato da esemplari, austeri 
e ospitali religiosi, si hanno memorie fi 
no dal 1284 nella vita della b. Marghe 
rita Colonna^ Il p. Casimiro che erudi 
ta mente ne parla a lungo, crede che fin 
dal 1223 fosse concesso al patriarca s. 
Francesco dall'abbate diSubiaco per fon- 
darvi un ritiro, e ricorda i molti miraco- 
li ivi da lui operati, enumerando le re- 
liquie della chiesa che è molto decente, 
la quale è lunga 28 passi, larga 8, tranne 
il coro un passo meno largo. Questa chie* 



SUB 229 

sa rimonta almeno al secolo XV, poiché 
fu consagrata nel 1489 da Cesare Nacci, 
come si ha dal documento rifei*ito dal p. 
Casimiro. In esso si ricordano due altari 
non piti esistenti, uno fuori della chiesa 
ad onore della B. Vergine, l'altro in mez- 
zo alla chiesa ad onore di s. Antonio di 
Padova. In luogo di essi sono vi 3 altari 
in fondo alla nave : in quello dell'altare 
maggiore è un dipinto esprimente s.Fran- 
cescoche vestito da diacono ripone ginoc- 
chioni il Bambino nel presepio: presso di 
esso riposano i corpi de' servi di Dio fr. 
Samuele da Farnese e fr. Francesco da 
Ghisone minori osservanti, con lapidi che 
riporta Marocco. Ne'due altari laterali i 
quadri rappresentano uno s.; Francesco, 
l'altro la ss. Concezione con s. Rosa a'suoi 
piedi. Vi è pure un luogo dove suol fìir- 
si il pio esercizio della Vìa Crucis, e nel- 
la chiesuola o vaghissima cappella a de- 
stra, do ve esso si termina, vi è uà bel Cro- 
cefisso dì legno intagliato da F. Vincen- 
zo da Bassiano, che molto sì distinse in 
tali lavori nel secolo XVI, e che partico- 
larmente opei*ò a Cori nel refettorio del 
convento di S.Francesco. Questo sagro si- 
mulacro desta riverente commozione di 
affetti in riguardarlo, per la sua natura- 
lezza e meravigliosa espressione. Sopra 
l'altare si venera il corpo del celebre b. 
Tommaso da Cori minore osservante, i* 
stitutorede'sagri ritiri nella provincia ro« 
mana, ed apostolo di Subiaco, in questo 
convento santamente morto l'i i gennaio 
1729 di 74 anni e Si di vita religiosa. 
Di lui abbiamo due vite, lai.'scritta dal 
p. Amadeo da Toi'ino postulatore di sua 
causa, la 2.^ dal p. Luca da Roma, e ivi 
pubblicata nel 1 786. Il suo corpo,oggetto 
della pib singolare di vozionede'fedeli che 
vi accorrono da ogni parte, giace con ma- 
schera di cera somigliante al suo volto, 
vedendosi naturalmente le di lui mani e 
piedi. Pio VI, che solennemente lo bea- 
tificò a'3 settembre 1 786, in sequela del* 
la bolla Dominus ac Salvator, emanata 
a' 18 del precedente agosto, allorché nel 



23o SUB 

1 789 bt recò a Subiaco sua al>bazia, per 
Ja teiietadifozioue che professava a que- 
sto beato, sì recò appositamente a vene* 
rarlo sabato 23 maggio, ricevuto da're- 
iigiosi del ritiro e dal suo nipote cardi- 
nal Braschi protettore deirordiiie; cele- 
brò la messa sul suo altare e altra ne a> 
.scolto. Ammettendo la religiosa famiglia 
al bacio del piede, lasciò al superiore una 
generosa limosina, ed essa a perenne ri- 
cordanza eresse nel convento quella la- 
pide che riprodusse Marocco e celebran- 
te questa onorevole visita. Nell'orto del 
convento sonovi alberi piantati dallo stes- 
so 8. Francesco, e lungo la via fra esso e 
Ci vitella si vedono l'impronte dal santo 
lasciate sul vivo sasso di sua testa e cap- 
puccio , onde il luogo fu cinto di muro 
nel 1719. Riferisce ^fibby,cbe osservando 
la natura del sito ove sorge Ci vitella, si 
riconosce che occupa quello deiracropoli 
primitiva, poiché la città propriamente 
detta,chequrgiàfu,si dilungava vei*so oc- 
cidente, dove rimone ancora un testimo* 
nio,che é la chiesa antica di s. Sisto. L'a- 
vanzo d'un muro costrutto di grandi pò* 
Irgoni irregoluri,lungo circa 1 00 piedi, che 
ancora rimane fuori della terra, per la sua 
disposizione dimostra al tempo stesso l'an- 
tichità del luogo, e non aver fatto parte 
delie fortificazioni della città antica, ma 
solamente essere una sostruzione , forse 
d'un tempio dedicato alla dea Bona, se- 
condo il p. Casimiro. Il nome di Civita 
e Civitella, che ritengono molte terre d'I- 
talia, è sempre un forte indizio per cre- 
derle fondate sopra il sito di città e bor- 
gate antiche, e questa osservazione in Ci* 
vitella diSnbiaco si verifica col fatto della 
sostruzione di poliedri (corpi solidi com* 
presi da più superficie piane) ancora esi- 
stente.Quindi crede ^'ibby di ravvisare in 
questo luogo la posizione diVilellìa;impe' 
rocche quella colonia romana fu fondata 
nel territorio degli ernici, onde tenere a 
freno gli equi o equicoli. Tito Livio ne 
fa menzione la i.^ volta nella descrizione 
della scorreria di Coi'iolano, che se uè im • 



SUB 

padroni per sorpresa l'anno 26 j di Ro- 
ma, probabilmente dopo la presa di To- 
lerio,oggi Valmontone, portandovisi per 
Colle Gentile, Olevano e Boiate, cioè con 
6 ore di marcia. Da Svetonio nella vita 
di Vitelliosi apprende che correva la tra- 
dizione come questa città era stata così 
denominata, perchè i Vitellii avevano do- 
mandato di difenderla contro gli equico- 
li. Ma questa colonia fu appunto espu- 
gnata dagli equi l'anno 36odi Roma, se- 
condo lo stesso Livio, ed allora rimase 
probabilmente deserta, poiché gli abitan- 
ti se ne fuggirono in massa a Roma, per 
testimonianza dello stesso storico. Quindi 
Plinio nomina i Vitellenses fra ì popoli 
del Lazio periti senza lasciar vestigio. Ma- 
rocco riportò l'opinione d'alcuni, che Ci- 
vitella surse dalle rovine dell'antichissima 
e forte città di Belecre degli equi, che gia- 
ceva sul dorso del monte estendendosi fi- 
no a' terreni detti li Casali, che ancora si 
vedono cinti dagli avanzi di smisurate 
mura pelasgiche e già di estesa circonfe- 
renza. Aggiunge che taluno crede essersi 
denominata parva Cmtas la fortezza o 
cittadella per guardare la città, e riporta 
la lapide trovata in Civitella di /a//a A- 
ikenas magistra Bonae DeaeSevìracM- 
tra lapide antica scoperta presso Civitel- 
la verso ili 730 di Rosa Januarìa, che fu 
collocata nel muro della villa Galletti, lun- 
go la via da s. Vito a Genazzano, la pub- 
blicarono il p. Casimiro e Muratori. AlLi 
caduta dell' impero romano questo luo- 
go fu popolato di nuovo, e fin dal 967 si 
ricorda come già appartenente al mona- 
stero sublacense col nome di Monte Ci" 
stuella, poiché nel diploma d'Ottone I, ri- 
ferito da Muratori, Antiq, Medii Atvl t. 
5, p. 4^5, fra gli altri beni confermati al 
detto monastero, si nomina Montem^qiii 
vocatur Civitella^ laonde pare che sino a 
quell'anno la nuova terra non si fosse ancor 
formata; ma nel secolo seguente lo era, e 
infeudata nel i5o7 a Landone figlio di 
Trasimondo, che si dice signore di Civi- 
tella^ il quale nelio84 si trova ricordato 



SUB 

di nuòvo come signore di Cerano. Nella 
cronaca Cassinese, Landone si dice pure 
signore di Chieti e d'Aquino. A Laudof 
ne successe uel possesso di questo feudo 
Bertraioìo suo (iglio, a cui Papa Pasqua- 
le il iugìunse di restituire ambedue que- 
ste terre al monastero, e nella sua bolla 
dell I (5 Ci vitella viene enumerala fra i 
beni sublacensi.Perchè si effettuasse la re- 
stiluzione,ilPapa spedì l'uditore suoLen- 
tu lo da Trevi a Ber tra imo; Però nel de- 
clinare del secolo Vii e sul principio del 
seguente, malgrado la conferma fatta al 
tuonastero da Clemente IH nel 1 187, « 
da Papa Onorio 111 nel 1 2 1 7,questa ter* 
i*a reggevasi a modo d'oligarchia,es$endo 
governata da 12 de' principali e potenti 
cittadini detti Seniores ^H^quBÌì PapaCe* 
lestino III neh ig2 diresse un breve, ri* 
ferito dal p. Casimiro, e nel quale esige la 
restituzione di Rocca s. Stefano da loro 
tolta al monastero per sorpresa, per un 
ricorso fatto dall'abbate Romano al Pa- 
pa. Incomincia il breve colla formola:D/- 
leclisfiUis nohilihus virU dominis de Civi" 
Iella ^ salulein et aposlolicani henedictio» 
7ief7i. Questa forma di reggimento conti- 
nuava in Civitella neh 280: il presidente 
di questi, duodecem viri nominavasi iRe- 
i:/or,ed allora n'era rettoreRoberìo, quan* 
do le truppe di Landone abbate subla- 
cense forzarono il consiglio di Civitella il 
22 maggio a riconoscere la supremazia 
del monastero, e giurargli fedeltà e vas- 
sallaggio. Nel medesimo anno Papa Gre- 
gorio IX concesse a tali nobili di Civitella 
il privilegio d'eleggersi sepoltura adii' 
hitum nel monastero sublacense. Come si 
comportasse dopo quel tempo il consiglio, 
e quali vicende incontrasse la forma del 
governo stabilita ifi Civitella è ignoto : 
sembra probabile cbe dall'oligarchia pas- 
sasse aUa signoria feudale assoluta; onde 
nel 1 338 a'28 luglio l'abbate Bartolomeo 
\olendo ritogliere affatto dalle mani dei 
laici questa terra, comprò per 2000 fio- 
rini da alcuni nobili di Genazzanole por- 
zioni che viaveano, e per maoteuersi piii 



SUB 23i 

facilmente nei possesso diCi vitella restau- 
rò e fortificò la rocca in modo da ridurla 
quasi inespugnabile, siccome può legger* 
sì nel ChroniconSublacense.Dì piti l'ab- 
bate eresse una cappella alla B. Vergine 
con abitazione per celebrarvi le sue feste 
egli e i suoi successori, col beneplacito di 
Papa Benedetto XII. Ala di questa rocca 
così fortificata non rimane vestigio, co- 
me neppure della cappella di s. Maria e 
dell'abitazione: forse alcuni suoi muri a- 
vrannoservito a formarealcune delle sus- 
sistenti case. Una parte della rocca para 
ravvisai*si dove sta la fabbrica che guar- 
da ponente incontro la casa Mobil j, a cut 
dovea essere unito iì su m mentovato tor- 
rione rotondo.Malgrado tutte queste pre- 
videnti premure,dueannidopoeneh34o 
la terra tornò in mani straniere al mona- 
stero, perchè la comprò Pier AgabitoCo- 
loona per 2000 fiorini, secondo Nibby,o 
per 4000 al dire di Marocco, e ne riven- 
dè per somma eguale la metà a Giovan- 
ni da Rolli di Genazzano. E questa me- 
tà medesima nel 1 873 fu da'nipoti diGio- 
vanni donata all'abbazia di Subiaco,e8- 
sendone abbate Francesco: l'altra metà, 
comprata da Antonio Mondi pure di Ge- 
nazzano, nel 1 385 fu venduta al mona* 
stero, il quale così tornò nel possesso in* 
tegrale della terra, che riconobbe la pie- 
na signoria dell'abbate sublacense. Poco 
lungi dal ritiro e convento de'francesca- 
ni anticamenteesisteva il castello di Mon- 
te Casale ora diruto, spettante all'abba- 
zia sublacense, e ricuperato neh 1 33 dal- 
l'abbate Pietro II,re cambiato con quel- 
lo di Camerata dato a Gregorio signore 
d'Anticoli Corrado che nel 1 167 restò di- 
strutto, sebbene neh 189 fosse risarcito 
e confermato all' abbazia con Pisciano, 
Massa Valeri e altre terre con bolla diCle- 
mente III. Egualmente restò distrutto II 
castello di Rocca Secda, altra appartenen- 
za dell'abbazia, sul quale vi è un brove 
di Alessandro ili. Essendo Civitella nel- 
la diocesi di Palestrina, e contrastandone 
la giurisdizione l'abbate sublacense, per 



232 SUB 

_ é 

quanto dissi parlando d' Affile e Ponza, 
nel 1639 Urbano Vili definitivamente 
^attribuì all'abbazia diSubiaco. Gvitella 
nel 1 834 fu beneficata da Gregorio XVI. 
Pisciano, Comune della diocesi di Pa- 
lestrina, con territorio in monte, il qua- 
le particolarmente rende grano a suffi- 
•cienza, e in abbondanza yino,olio, gran- 
turco, legumì,frutti d'ogni 8pecie,g bian- 
de per maiali, fiirro, e pascoli ubertosi 
nelle sue vallate, ed è esposto ip aria me- 
diocre. K lungi 3 miglia da s. Vito, ei2 
da Tivoli per istrada carrozzabile, ed al- 
trettanto da Palestrina e da Subiaco; ed è 
posto sopra un colle dipendente dalle ci- 
me che djconsi G>lle Celeste, sulla riva 
destra del Giuvenzano, e non molto di- 
stante dalle sue sorgenti. Non ha porte 
urbane, né mura,ed entrasi nel paese per 
largo e conveniente borgo, da mediocri 
fiibbriche fiancheggia to,in fine del quale 
vi è l'abitazione del marchese Theodoli, 
che come dissi a s. Vito, con questo e al* 
tri luoghi l'acquistò, e vi ha rimarche- 
vole possidenza : la sua casa si distingue 
per un rotondo torrione piccolo e situato 
da un lato. La popolazione é agricola e 
di forte temperamento, ne manca di ci vi- 
li &miglie,fra le primarie distinguendosi 
la Cerasi. Dominato è Pisciano dalla tra- 
montana, per aver da questo lato l'oriz- 
zonte apertissimo, ma le nevi per la tem- 
peratura del clima poco vi rimangono. 
A mezzogiorno è una pianura egregia- 
mente coltivata, con vigneti eoliveti, ter- 
minata la quale inconjinciano foltissime 
macchie che vestono una bella corona di 
collinette,essendo mirabile e pittorica la 
sua topografica posizione. Non manca di 
acque,e le principali fontane sono,quella 
.detta da Piedi, perchè trovasi al termi- 
ne delle abitazioni; quella nominata Ca- 
sale, distante mezzo migiioe in istrada co* 
moda;e quella di s.Vittoi'ia,così chiamata 
per passare sotto una chiesuola sagra a ta- 
le santa patrona della terra: per l'abbon- 
danza delle acque vengono diversi terreni 
pircpst£^nti coltivali a oitaglie, che produ- 



SUB 

cono erbaggi di eccellente sapore. Il solo 
tempio esistente dentro il paese con tìtolo 
d'arctpretura è intitolato a s. Paolo apo- 
stolo, altro protettore di Pisciano,espres- 
io in tela nell'altare maggiore con gran- 
de intelligenza. Si celebra la festa a'25 
gennaio, annivei*sario di sua portentosa 
conversione. Con piii solennità si festeg- 
gia a'9 luglio quella della protettrice s. 
Vittoiia e con gran concorso dì popolo, 
che poi passa a visitare la chiesa dì s. A* 
natolia custodita da un romito. Di que • 
tte e altre chiese, come de'sodalizi e del - 
l'ospedale, tratta Piazza, il quale conget- 
tura che quivi venisse s. Paolo dopo es- 
sere stato con s. Pietro in Palestrina; e 
riferisce pure le gesta di s. Vittoria, della 
tua salutifera fontana e del suo monaste- 
ro. Si fa una rimarchevole fiera fraGe- 
rano e Cerreto, e lungi un miglio dal 2.** 
in vasto prato , con varie botteghe alla 
guisa della rinomata fiera di Fara in Sa- 
bina. Neil 810 per l'invasione francese, 
il popolo comprò una celebre campana 
spettante al santuario di s. Eustachio del- 
la chiesa di s. Maria della iVIen torcila, e 
superate gravi difficoltà nel trasporto, la 
condusse nel paese. Per imperizia di chi 
la suonava a martello si ruppe nel 1 8 1 8 , 
indi fu rifusa nel 1822 dal frusinate Lui- 
gi Cacciavillani, essendo magistrato del 
pubblico Adriano Cerasi, e con iscrizione 
che ricorda il narrato, e la consagrò in 
onore de'protettori s. Paolo e s. Vittoria. 
Dice Marocco, che è opinione dì molti 
eruditi essere il nome e l'origine di que* 
sta terra derivati da una villa del famoso 
console LucioPisone, volendosi eziandio 
che anteriormente fbsse denominata Pi- 
soniano. Ciò viene confermato da'di ver- 
si ruderi esistenti verso la falda dell'im- 
ponente monte della Men torcila, che sta 
di prospetto al paese, lungi quasi un mi- 
glio, e gli toglie la vista dell'Agro roma- 
no e dì diversi luoghi; ritenendo tal sito 
il nome di Grotta, vi si trovarono nel la- 
vorare la terra monete imperatorie e con * 
solari, ed una qassìa sepolcrale di terrai 



SUB 

cotta con entro ossa umane calcinate di 
qualche ragguardevole personaggio, ivi 
dovea essere una villa come luogo gra« 
devolissimo e con piano di ferwÀ campa- 
gne che delizia l'occhio, rese vieppiù ftr« 
ti li dalle sostanze del terreno del monte 
diGuadagnolo che vi trasportano lèi piog« 
gie. Questa opinione già i'avea pubbli* 
cata il p. Kircher, seguito da Piazza e Ca- 
Kndri, aggiungendo cheLucioPisonedo* 
pò il consolato vi si rifugiò allorché fu e« 
siliato da Roma per la congiura di Cali* 
lina, ricordando i discoperti pezzi di mar* 
mo, frantumi di colonne, lamine di piom« 
bo, e segnatamente de'pezzi d'asta lun- 
ghi quasi 2 palmi,con tramezzi dello stes- 
so piombo in larghezza di cirqa 2 oncia 
l'uno dall'altro, oltre medaglie consolari 
d'oro e d argento. Di 'tutto questo Nibby 
non fa parola, solo descrivendo a chi ap- 
partiene il luogo, avvertendo non dover- 
si confondere col Casale Biscianurn do- 
nato da Rosa nobilissimafoemina nelgS^ 
al monastero di s. Gregorio diRoma,con 
documento riportato dagli Annali Ca- 
maldolesiy Appena, t. 4; nécci fondo Bi* 
scianus menzionato nella bolla di Man- 
no II o Martino III del 94^, riferita dal 
Marini ne' Papiri diplomatici p. 236, 
giacché quel fondo era molto piti vicino 
a Tivoli. In principio il fondo di Piscia- 
no fece paiate óeWsiMassaJuventiana do- 
nata da Papa s. Zaccaria del 741 al mo- 
nastero sublacense, il che fa conferma- 
to da Gregorio IV nell'SSS e da s. Nico- 
lò 1 neir864, siccome ricavasi dal placi- 
to del 983 e riferito da Murs^tori, Antiq, 
Meda A evi t. i,p. 879. Come altri castel- 
li di questo distretto,sembra che fosse fon- 
dato nel I .** periodo del secolo XI, poiché 
nella bolla di Giovanni XII del 958 si no- 
mina solo come fondo, Funduni Picca- 
no, Ma pare altresì, che ben presto fosse 
occupato da privati, onde l'abbate Gio- 
vanni Io ricuperò verso il 1090, e lo re- 
stituì al monastero 5 anni dopo. Succes- 
sivamente se ne trova menzione come ter- 
ra pertinente ai monaci sublaceqsi nel 



SUB 233 

1 189 nella bolla di Clemente III, e net 
i 2 1 7Ìn quella d'Oooriol II.Negli sconvol- 
gimenti del secolo XIV venne in potere 
de'Colonna, i quali lo ritennero sino al* 
1 484)nel quale fu espugnato da'soldati di 
Sisto IV, come si legge ne'diari del Nan- 
tiporto e dell'I nfessura, ed in Petrini pel- 
narrato di sopra; imperocché non ostan- 
te la fòmosa pace fatta fra il Papa e il re 
di Napoli, la guerra si riaccese fra il con* 
te Riario nipote del Papa e Prospero Co- 
lonna, che lo ricuperò tosto per la morte ^ 
di Sisto IV, ed i suoi discendenti lo riten- 
nero sino al secolo XVI in che passò nei 
marchesiTheodoli.DiceCalindri che sino 
al 1 63o fu piccolo castello, indi venne in- 
grandito. Narra Petrini, che nel 1639 a- 
vendo Urbano Vili terminata le verten-' 
ze giurisdizionali e diocesane, tra il ve- 
scovo di Palestrina e l'abbate commen- 
datario di Subiaco, la diocesi del primo 
si riconcentrò in 12 luoghi compreso Pi- 
sciano; e che fi*a questo e s. Vito nel 1 3 00 
fu distrutto a'CoIonna d'ordine di Boni- 
facio Vili il paesetto di Castel Nuovo. 
Rocca s. Stefano. Comune dell'abba- 
zia di Subiaco, con territorio in monte, 
che produce in abbondanza granturco, 
poco vino e canapa, olio e frutti d'ogni 
specie, legna, ghianda epascoli,con molti 
maiali. L' aria é elastica, le acque sona 
buone e copiose, denominandosi le pub- 
bliche fontij Fontana grande e lungi un 
4-*' di miglio, e Le Prata,la cui acqua po- 
trebbe facilmente condottarsi nell'inter- 
no. Rocca s. Stefano é distante 3 miglia 
da Ctvitella.Essa sorge sopra un colle di- 
pendente dalla punta di Colle Secco,e vi 
si può andare da Subiaco, passando per 
Affile, lungo il fosso Carpino e la Mola^ 
fosso che va a scaricarsi neirAniene solta 
Canterano. Questa via é lunga più di i3 
miglia, e come t^tte le altre strade di 
montagna é molto incomoda, ma non co* 
sì malagevole quanto quella che vi con* 
duce da Palestrina passando per Genaz* 
zano, la quale per 8 miglia, quante se ne 
contano da Oenazzano a Rocca s. Stefa* 



Tio,éoJtremodoalpestre,e$sencIo un sem- 
plice sentiero aperto fra monti e tlìrupi. 
L' esterna appariscenza del fìibbricato, 
quasi schieralo sulla vetta del monte, da 
lontano olire un aspetto importante, eda 
Cerano venendovi per una via, che me- 
rita piuttosto il nome di fosso, e traver- 
sandosi un lungo tratto di macchia di 
castagni, si Tede in forma quasi pirami- 
dale torreggiare con gravezza, formando 
il suo culmine il tempio arci pretale. Ma 
giuntivi per erta strada non si trovano 
sulla cima che miseri abituri,ti*anne qual- 
che casa, interni viottoli malconci,ed una 
popolazione affannata *dal tenue lucro 
della campagna poco ferace; popolazione 
però robusta,di piacevole aspetto e di una 
unione singolai*e. La chiesa arcipretale è 
dignitosa, sagra alla B. Vergine Assunta, 
espressa in quadro che fu dipinto in Ro- 
ma nella villa Negroni, della scuola del 
cav. Mengs, e donato dal cardinal Gio. 
Battista Spinola abbate commendatario. 
"E di una sola nave, con due altari per 
parte: nel i .° a sinistra si vede il martirio 
di s. Barbara col crudele padre che vie- 
ne colpito dal fulmine, dipinto dì molto 
pregio che sembra di Pietro Peinigiuo. La 
fronte esterna del tempio lasciata grezza, 
corrisponde all'in terna struttura. L* al- 
tare maggiore è custodito da marmorea 
balaustra; manca però l'organo sebbene 
abbia elegante orchestra. Fuori dell'abi- 
tato esiste la chiesa del protomartire s. 
Stefiino,principal protettore della terra, 
la quale con di vota pompa ne solennizza 
la festa a'i6 settembre. Vi sono pure i 
sodalizi del ss. Sagramento e del ss. Ro- 
sario. Narra Marocco, che incentro alta 
chiesa ai'cipretale vedesi una torre qua- 
dra ta, mutilata nella cima',che Faceva par- 
te della rocca, e dalla quale il luogo e dal 
suo patrono prese il nome, ora domicilio 
di poveri individui. Altre due torri sor- 
gevano su questo scoglio e costituenti la 
rocca medesima, dalla quale fu tolto un 
superstite cannone e trasportatoalla for- 
tezza di Paliauo. Vi fiorì mg.^' Giovanni 



SUB 

Cesi pro-vicario generale di Subiaco,lau • 
reato in ambo le leggi e molto erudito. 
Dichiara Ni bby,che fin dal secoloX questa 
terra si formò presso la chiesa rurale di 
s. Stefano, dalle quale ebbe il nome, e 
che viene ricoinlaUi nella bolla di Bene- 
detto VII del 958, riportata da Marini 
ut' Papiri diplomatici a p. 229. Cii*ca il 
1095 fu ac(|uistata da Giovanni abbate 
8ublaceQse,come si trae dal Chronicoriy e 
perciò Pasquale II nella pontificia confer- 
ma de'bénidel monastero, £itta nel 1 1 15, 
nominò la Roccam s, Stephani cum per* 
tìneiUiis misi Durò poco tempo il domi- 
nio de'monaci sopra questa terra,poichè 
verso la metà del secolo seguente l'abba- 
te Simone fu costretto a darla in pegno 
ad alcuni signori romani per riscattarsi, 
come rilevai superiormente, e questo è 
l'ultimo fatto rimarchevole di Rocca s. 
Stefano. Allorchè^Pio VI da Subisco si 
recòe visitare la chiesa di Ci vitella, a'con- 
fini del territorio il comune di Rocca s. 
Stefano ne celebrò il passaggio con arco 
trionfale, con due riverenti epigrafi che 
si leggono nel Brancadoro. 

Rotate, Comune dell'abbazia di Subis- 
co, con territorio giacente in monte, i cui 
prodotti principali sono grano , ghian- 
da, legna e pascoli: i campi sono indefes- 
samente coltivati, e sebbene la maggior 
parte .del terreno sia sassosa e boschiva, 
pure rende il necessario pel sostenta aleu- 
to della vita.Sorge sopra rupi parte delle 
frastagliature occidentali del monte Car- 
bonaro, in piacevole posizione, offerendo 
da ogni lato vastissimo orizzonte, sana es- 
sendo l'aria che vi si respira. Malagevoli 
però sono le vie che da ogni lato vi con- 
' ducono, alpestri e assai ripide. E' distan- 
te 4 miglia da Ole vano, 5 da Affile, 4o da 
Roma per chi vi si porta da Palestrina, e 
S& per chi vi va da Subiaco. Collocato 
tutto il paese sopra alti scogli di tufo,mo- 
stra una figura quasi circolare, eoa vie 
malconcie e fabbriche meschine, tranne 
alcune convenienti. E' peròmirabile,Ghe 
dopo quasi 5o passi incominci la monta- 



SUB 

gna di vWo sasso calcare apeoDino, ser- 
vìbile per oUima calce. La popolazione- 
molto unita e vivace, ha 3 chiese parroc- 
chiali. Pochi passi distante dall'abitato 
vi é Tarci pretale dedicata alla B. Vergine. 
Le altre due chiese restano più lungi, ed- 
una é intitolata al ss. Salvatore protetto- 
re del paese, il quale veuera pure a prin- 
cipale patrono s. Rocco, da cui fu libera- 
toda una terribile pestilenza, e per com- 
protettore il patriarca s.Benedetto. Dopo 
cortissimo tra Ito di<:Hm mino fuori del ca- 
stello trovasi una chiesuola sul dot*so dei 
monte incontro sagra a s. Benedettole a 
1 u i eretta dopo il miracolo che vado ad ac- 
cennare. Passando egli per Boiate men< 
ti^è il popolo era afflitto dal contagto,noo 
volle farsi riconoscere ad onta delle do- 
mande fettegli da quelli che presiedeva- 
no alla pubblica salute, e sottrattosi a ul- 
teriori ricerche, giunta la notte ivi si co- 
ricò. 11 sasso che accolse il suo sagro cor' 
pò rimase incavato in tutta la sua forma, 
ed evvi perfino l'impronta del calcagno. 
Ma il più mirabile si è che a'a i mai*zo fe- 
sta del sa ntOjtramanda questa pietra ver- 
so la parte ov'egli tenne il dorso, un u- 
more a piccole stille a guisa di sudore, 
che i divoti fedeli chiamano manna e si 
servono per segnare i malori, operando 
in molti la guarigione. Un altare copre 
il saiisoche viene guarentito da uno spor- 
tello o ferrata con chiavcDentro il paese 
vi è una chiesa dedicata a s. Tommaso 
con antica travatura, per uso comune 
delle 3 parrocchie neirammiuistrazione 
de'sagramenti, ed ampia in proporzione 
della popolazione. Lungi un miglio tro- 
vasi la chiesuola della B. Vergine delle 
Grazie, dove continua è l'affluenza degli 
abitanti. In egual distanza in amenissi- 
ma situazione è un fabbricato, già con- 
Tento de* minori conventuali soppt*es90 
LÌa Pio VI e incorporato co'suòi betii al 
seminario di Subiaco.Bello è a vedersi un 
laghetto formato dalle acque piovane pro- 
venienti da tutti i monti adiacenti,il quale 
si estende a circa 20 r ubbia di terreno^ 



SUB 235 

distante da Boiate quasi un migliore do* 
ve nell'inverno si fa caccia di ani tre e ca« 
poverdi. Questa posizione forma un bel 
punto di pittorico paesaggio.£sisteva ne& 
castello anche un monastero di monache^ 
il quale fu soppresso da Sisto V. Alcuni 
massi quadrilateri che si scorgono nel tra- 
versare la porta interna di questa terra 
si direbba'O residuo di qualche oppida 
antico in questa parte; congettura che vie* 
ne avvaloi^ata dall' aspetto generale del 
luogo, in modo cheNibby crede, che co« 
me Civitella, ancora Boiate fosse un op* 
pidum degli ernici; d'altronde il suo no- 
me ancora risente l'origine italica primi- 
tiva, come Affile e altre terre di questa* 
contrada. Fino dal 967 nello stato di ca« 
sale e col nome di Luroiale si ricorda nel 
diploma imperiale di Ottone 1, col quale 
confermò i beni al monastero sublacen- 
se. Nella cronaca poi di quel monastera 
s'incontra un XeX Rao dt Rotata {Ù9i Ma- 
rocco chiamato conte, potente e ricco, e 
secondo alcuni dal suo nome derìvò queU 
lo del castello), che giurò fedeltà all'ab- 
bate; e nel 1 183 la slessa cronaca ram- 
menta, come un tal Casto e il suo figlio 
ebbero in consegna la torre di Boiata. Af- 
ferma Marocco, che da rimota origine il 
castello fu dominato dall'abbazia subla- 
cense, che trovasi registrato nel ie vecchie 
carte colla qualifica di nobile castelIo,e che 

10 dominarono ancora le due potenti fe- 
raiglie Mastrilli eBova, tuttora esistenti, 
e la 2." era ascritta alla nobiltà romana. 
Sussiste pure la famiglia Bau discenden- 
te dal sunnominato conte, la quale an* 
Cora gode il privilegio di non pagare tas- 
se per la molitura all' abbate commen- 
datario, ed ha la privativa^lell'acqua del- 
l'abbazia. Presso Boiate red uce Papa Pio 

11 dà Subiaco, vi pranzò in compagnia^ 
della sua corte. Boiate rimase al mona- 
stero di Subiaco fino al i632,in che ven- 
ne acquistato da'Barberini. In origine e 
fino al 1639 era slato sotto la cura spi« 
rituale de' vescovi di Palestrioa;in quei* 
Tanno però Urbano VI il Barberini, co- 



!i36 



SUB 



me già piii volte rilevai, la potè iosieme 
con altre terre sotto quella dell' abbate 
commendatario di Subiaoo. 1 Barberini 
nel pontificato del loro parente e nel 1 635 
yì aprirono una bella strada, dove pose* 
ro una lunga iscrizione, che ricorda tale 
lavoro: questa strada è oggi quasi distrut« 
ta. Di là si va verso Olevano, ed è oltre* 
modo piacevole, giacché passa solitaria 
fra rupi e boscaglie, variando continua* 
mente aspetto, o pel colore delle rupi, o 
per la maggiore o minore vegetazione che 
le riveste; ed é sorprendente vedere di 
tratto in tratto sbucciare attraverso il tu* 
fo vulcanico, la calcaria primitiva, alla 
quale esso venne dalla forza dell'eruzio* 
ni addossato. 

Subkkco, città abbaziale e celeberri- 
ma ne'fiisti della storia ecclesiastica, co- 
me avventurosa culla del venerando e be- 
nemerentissimo ordine monastico bene- 
dettino, è distante 48 miglia da Roma e 
quasi 28 da Tivoli, seguendo la via con» 
solare denominata Valeria, che aperta da 
Nerone, ripristinata da Traiano (e della 
quale riparlata Strade DiRoMA),nel 1 788 
Ài ampliata e ristorata dal magnanimo 
Pio VI suo abbate commendatario, co- 
me lo attesta la lapide marmorea eretta 
nel territorio d'Arsoli, pubblicata dal 
Brancadoro e ripetuta dal Marocco ,a cu- 
ra di mg/ Mai}lica poi cardinale. /^/a/7s 
longoni M.P.X.S. Caesis montium fugis 
flamine intra vetereni alvcuni coercilo 
ponlibus crepidinibus oninique opere mU' 
niendam et Sublaqueuni perducendam 
.euravii. Verso il termine della via per a 
Subiaco, il ponte di s. Francesco serve a 
trapassare l'Aniene, gittato sopra unica e 
ampia arcata, e fu innalzato da'sublacen* 
si colle spoglie de' vinti tiburti ni, comesi 
apprende dalla lapide. Sabiaco é situato 
io mite temperatura, nel fondo della lun* 
ga, amena e decantata Valle Santa , in 
mezzo alla catena degli alti monti Sim* 
bruini, i quali elevandosi alle sue spalle 
lo coprono dall'impeto de' venti aquilo- 
nari, e presenta a'divoti sguardi del pel* 



SUB 

legrinO|Oome vasta torre, la rupe ov'é il 
famigerato sagro Speco di s. Benedetto, 
e il tempio e basilica abbaziale di s. Sco- 
lastica, ove venerasi il corpo di s.Chelido* 
nia patrona della città. Le altre men su- 
perbe colline, che all'occaso e al mezzo- 
giorno lo coronano, adorne di fruttifere 
piante e di casini, di vigne, oliveti e orti, 
colle prossime selvose montagne offrono 
varianti e bellissime scene a' dipintori di 
paesaggio che di frequente vi accorrono 
per ritrarre i più sorprendenti punti di 
vista. Mentre il complesso delle sue pian- 
te sotto i raggi del vivificante sole diffon- 
dono per l'aere salutari vapori, le sue col- 
line versano a un tempo in seno alla cit- 
tà la copia di cristalline fonti. Sorge Su* 
biaco,quasi enorme piramide,capo e cen- 
tro della rinomata e antichissima abba- 
zia e de'suddescritti 16 castelli e altri luo* 
ghi minori da essa dipendenti, in mezzo 
alla catena de'monti Simbruini, e fascia 
una delle lacinie del suo monte o Colle 
Calvo verso sud-est, bagnato a'piedi dai 
corso del fiume Aniene^ che feconda la 
Yallata,e venendo coronato nel punto cul- 
minante o cresta del colle dalla Rocca, 
maestosa residenza del cardinale abbate 
commendatario, fra' vasti suoi recinti con 
piantati di olivi, ed a cui si ascende per 
agiato stradone ombreggiato d'alberi e- 
sotici per gli estivi passeggi. Siccome la 
via consolare, che conduce da Roma a 
questa città, segue la valle serp^gian- 
te dell' Aniene, come 1' andamento piti 
comodo, perciò la Rocca stessa di Subia- 
co rimane nascosta dietro le varie fra- 
stagliature del dorso di monte Calvo, fin 
quasi alla distanza d'un miglio prima di 
giungervi, e così veduta da lungi la città 
presenta una pittoresca apparenza, e si 
mostra più grande e più bella di quello 
oh' è di fatto; imperocché nell' entrarvi 
r illusione dileguasi insensibilmente, a* 
vendo rilevato Nibby, die se si eccettua 
la strada grande e la piazza dinanzi alla 
magnifica co11egiata,che si debbonoal fa- 
vore del munifico Pio VI» nel rimanente 



SUB 

per l'angustia e la scoscesila delle strade, 
per la qualità delle case, costrutte io graa 
parte di paralellepipedi grossi e afflimi* 
cali di pietra locale,Subìaco presenta tut* 
lo l'aspetto d'una città del secolo IX.Àn* 
che Marocco riferisce che le strade sono 
montuose, meno alcune che restano in 
piano, cioè là via di mezzo, e il borgo che 
viene terminato con arco maestoso di pie- 
tra costituente la Porta Romana, e che 
annunzia colle due lapidi la particolare 
propensione di Pio VI e le sue grandi be- 
neficenze verso Subiaco,da lui ne'monu- 
menti elevata al grado di città. L* arco 
fu edificato nel 1 789,per celebrare la sua 
fausta venuta in Subiaco, dall'aSèttuo* 
sa riconoscenza de'sublacensi: Ob adven» 
tum optimi principisi ordo et populus 
Sublaquensium, Le due iscrizioni le pub* 
blicaronoBrancadoro eMarocco,con lieve 
dififerenza,eNibby rimarcò che una parte- 
delle iscrizioni è mancante. Non manca 
Subiaco di famiglie agiate con decenti e 
rimarchevoli abitazioni e palazzi, come 
sono quelli de' conti Lucidi, de' Gatani, 
de'Gori, de'Mancini, de'Tocci, de'Sene* 
si, degli Antonucci, de' Tummolini, ec. 
Meritano ricordo la piazza pe'mercati set- 
timanali, dilatata, appianata, imbreccia- 
ta e adorna di lunghe loggie a comodo 
del popolo; l'altra piazza avanti il semi- 
nano,egualmenteampliata,selciata e ab- 
bellita di fabbriche,non che di nuova fon- 
tana di semplice e grazioso stile, la quale 
s'innalza innanzi all'oriente in mezzo a 
a lunga muraglia, donde dìscopresi una 
parte della città,il tortuoso fiume,la nuo- 
va strada rotabile non senza gravi diffi- 
colla e dispendi dal comune aperta fra le 
sinuosità del colle, gli elevati monti $im- 
bruini, l'antichissima chiesa di s. Loren- 
zo, di cui riparlerò,e il bel casino in mez- 
zo alla vigna Bagnani. L'accennata stra- 
da aperta in mezzo alla città per porla in 
commercio colla provincia di Prosinone, 
con grandioso ponte egualmente di re- 
cente costruzione, è spaziosae agiata. Vie- 
ne sostenuta da alte' muraglie presso il 



SUB a37 

ponte, essendo aperta in mezzo a'massi 
tagliati sino a ao metri di profondità. Sui 
fianchi dell' alto dirupo serpeggiando ad 
angoli salienti ed entranti,fo^*ma quasi 3 
lunghi terrazzi V uno imposto all' altro, 
ed òff're agli sguardi le gole orientali dei 
monti, la sagra selva, i) proto-monastero 
sublacense, il ponte col tempietto di s.- 
Mauro, e la nuova strada di là dal fiu- 
me. Ascende quindi sull'area del distrut- 
to borgo Pianello, ove deviando a manca 
s'incontrano i ruderi dell'ippodromo di 
Nerone, largo circa So canne e lungo 82; 
e girando essa su coltivate icolline passa 
sugli avanzi d'antichi bagni, che dieronò 
il nome alla contrada, e ginn gè presso Af- 
file. Ma in breve dovrà questa bella via 
spingersi a'deliziosi piani dell'Arcinazzo, 
e così verrà aperta al commercio di Su- 
biaco la ricca provincia di Prosinone. A 
Pio VI pure si deve la residenza del go- 
vernatore e de'suoi uffizi,situata nella via 
principale, ed a cui sono unite le carceri 
pubbliche, edifizio eretto nel 1 792, come 
si apprende dalla lapide posta sul mede* 
simo e riferita da Marocco. La Rocca o 
abitazione dell' abbate commendatario, 
fabbricato imponente e magnifico, posta 
solidamente sulla più elevata cima del 
col le,già fabbricata sotto s. Gregorio VII, 
riedificata dagli abbati commendatari 
cardinal Borgia, poi Alessandro VI, e 
mg.'* Francesco Colonna arcivescovo jdi 
Taranto; in seguito rovinata giacendo 
negletta da lungo tempo,ripete daPio VI 
la sua decorosa rinnovazione, insieme al- 
la via carrozzabile della Missione,che dal- 
l'ingresso della città vi conduce,con l'am- 
pia porta eretta prima di giungere al pa- 
lazzo abbazìale. Magnifico e comodo fu 
ilsuoingrandimento,abbeHimento e mo- 
bigliatura. Né meno nobile è l'edifizio che 
costruì da'fondamenti, per la cancelleria 
abbazia le e pel soggiorno del vicario ge- 
nerale. Tutto ricordano tre lapidi collo- 
cate sopra l'ingresso principale della por- 
ta, sopra quello dell'appartamento abba- 
ziale, e sopra l'altro del vicario e caocel- 



a38 SUB 

leria, tutte pubblicate da Brancadoro, e 
le due pt'iineda]VfaiH)Gco.Notet*ò,che nel- 
le vicende politiche de* primordi del se- 
colo corrente per V invasione straniera, 
il palazzo abbaziale ed annessi fu quasi 
del tutto spogliatanelle mobilie e suppel - 
lettili; perciò l'abbate commendatario 
cardinal Galleffiottenne da Pio VII la fa- 
coltà d'eseguire il taglio per rubbia ^o 
circa d'una macchia dell'abbazia, e col 
prodotto di essa provvide a tutto Toccor* 
rente, che restò in proprietà dell'abba- 
zia stessa. Nella piazza principale della 
città si ammira il grandioso e vasto tem- 
pio della collegiata sotto l'invocazione di 
s. Andrea apostolo, altra sontuosa muni- 
ficenza di Pio VI, che da'fondamenti la 
eresse con proporzionate architetture di 
Giulio Catnporesi, sopra larghe e altissi- 
me sostruzioni, in inodo che verso il Gu- 
nie, dal piantato alla sommità si contano 
362 palmi d'altezza. Essa occupa il sito 
della precedente augusta collegiata di s. 
Andrea apostolo,ch'era caduta in isqual- 
lore per la sua antichità: però nella sua 
demolizione andarono perduti i dipinti 
di Manente e di Caracci. Con Brancado- 
ro ne farò la descrizione. Questa maesto- 
sa chiesa è interamente costruita di pie- 
tra cardellino, che si cava in que'monti. 
Pro<<egiiendo il suo piano, va per la na- 
tura del sito a piantarsi neirindietro del- 
la tribuna fino alte radici del monte nel 
basso dell'Aniene che la costeggia. Da 
questo profondo fondo sorgono in pro- 
porzionato diametro le ricordate grandi 
costruzioni,che con l'ammirabile loro al- 
tezza hanno dato largo spazio per la co- 
struzione (che rimane sopra le sepolture 
e il cimiterio)di una chiesa inferiore o $ut> 
terranea ampiamente illuminata da spa- 
ziosi fineslroni. La sua forma è a croce 
greca, ornata di colonne e pilastri d'or- 
dine dorico, lunga palmi i4ie larga 182, 
con 3 altari decorosi, nel mezzo de'quali 
è collocato il ss. Crocefisso, a destra s. 
Raffaele Arcangelo, a sinistra s. Rocco. 
Si upie quindi una magnifica e doppia 



SUB 

scala,fiancheggìata da corrispondenti co- 
lonne, per la quale si ascende in giro alla 
chiesa superiora. Questa ha nel centro 
di sua crocerà l'altare isolato, dalla cui 
balaustra discuopresi l'altare principale 
in prospetto della chiesa inferiore. Il det- 
to altara maggiore è di particolare sod-. 
tuosità, essendo abbellito da marmi pre- 
ziosi, come fra'molti è il plasma di sme- 
raldo che forma il rosone di mezzo su cui 
riposa la croce, con fregi di metallo do- 
rato ripartiti con fino gusto e con deli- 
cato lavoro. Essendo maggiore la lun- 
ghezza di questa chiesa superiore, dà alla 
medesima la figura di croce latina, la cui 
spaziosa navata è lunga 273 palmi e lar- 
ga 60, avente da ciascun lato 3 minori 
oappellesfondatedalla detta nave pel trat- 
to d'altri palmi 21. Indi si apre la croce 
con due cappelloni laterali, che dalla na- 
▼esfondano palmi 23. E^ inoltre la chie- 
sa decorata coll'ornamento di pilastri bi- 
nati d'ordine jonico co m posto co'suoi cor- 
rispondenti basamenti, capitelli e corni- 
ci. Fra'maggiori interpilastri dell'ordi- 
ne, si aprono gli archi delle mentovate 
cappelle, e la loro imposta reale prosie- 
gueancora agl'interpilastri minori, in cui 
a proprio e conveniente sito sono adat- 
tate le parti della sagrestia, facciata, pre- 
sbiterio e vestiboli. Nel presbiterio poi, 
nel quale ricorre anche tra'pilastri la cor- 
nice, sono collocati due quadri, nell'uno 
de'quali si ammira vivamente espressa 
l'aria, e la situazione di s. Andrea nell'at- 
to d'innalzarlo per essere confitto in cro- 
ce. Air intorno del presbiterio sono ri- 
partiti a più ordini i seggi corali, e nel 
mezzo il trono dell'abbate commenda- 
tario, il tutto lavorato di scelta noce,con 
elegante e pulito lavoro. Ritornando agli 
altari delle cappelle, ognuno di essi pre- 
senta un quadro de' più eccellenti pittori 
che allora fiorivano in Roma. Nel i. ^si- 
tualo a destra verso l'ingresso della chie- 
sa, si vede espressa la morte di s. Scola- 
stica; nel 2.^ la patrona s. Chelidonia; nel 
3." il sogno di Giuseppe sposo di Maria 



SUB 

Vergine. Nell'opposto lalo ih.** rappre- 
senlR ì 1 o eroi sino a quel tempo anoo*- 
^erali fra'beati da Pio VI (e furodo tutti 
religiosi, cioè i bb. Bonaventura da Po- 
tenza, Lorenzo da Brindisi, Nicolò'Falto- 
re, Gaspare de Bono, Nicolò de' Longo- 
bardi, Tom ni a so da Corì,Michele deSan- 
ctis, Pacifico da s. Severino, Marianna 
di Gesti, Giovanna Maria Bonomi lie- 
iic(le(tina);il 2.° un'antica immagine del 
ss. Salvatore; il 3.° la ss. Vergine del Ro- 
sario.Tutti questi altari sono lavorati con 
marmi trovuti nella cava appositamen- 
te ordinata dal Papa nel suddetto luogo 
dell'abbazia detto Arcinazzo, celebre per 
la famosa villa di Nerone, o magnifica sua 
dipendenza come vogliono altri. Nel de- 
stro cappellonedella crociata ècollocatoil 
tabernacolo del ss. Sagra mento, lavorato 
tutto di pietre dure, nel cui quadro è di- 
pinto s. Pietro apostolo, e nell' opposto 
il memorato martirio di s. Andrea. Non 
mancano in questa gran chiesa copiosi co- 
modi di stanze e di sagrestia.Questa é de- 
corosamente ornata, con armadi airin- 
torno e banconi d'ottima noce; innanzi 
alla quale è un vestibolo, in cui vedesi 
collocato il busto marmoreo di Pio VI, 
eretto per dimostrazione d' eterna rico- 
noscenza dal capitolo de'canonici, con a^ 
naloga iscrizione riportata daBrancado- 
ro,oltre quella collocata sopra l'ingresso 
principale del tempio che leggesi pure in 
Marocco. Inoltre lo splendidoPioVI for- 
nì Ih chiesa di nobili utensìli sagri, vasi 
e arredi : i soli 6 candellieri e croce d'ar- 
gento dell'altare maggiose (il cui disegno 
si vede ìnBrancadoro),lavorati col più ec- 
cellente ed elegante disegno nella celebre 
officina Valadier, alti palmi 8 e pesanti 
ognunoGo libbre,costarono scudi 1 o,ooo. 
Pio VI a compimento di tanti magnani- 
mi benefizi si recò a Stibiaco, e solenne- 
mente consagrò questo tempio, di che 
parlerò a suo luogo, facendo coniare per 
memoria di questa funzione una meda- 
glia monumentale, il cui conio sì conser- 
va nella zecca pontificia, e il Brancado^ 



SUB 1x89 

ro ce ne die il disegno, in cui si vede il 
Papa in piviale e mitra assistito dai ve- 
scovi edal clero nell'atto di eseguire il ri- 
to, coll'epigrafe: Templi Sublac, Come- 
cratiq mdcclxxxix, W capitolo è compo- 
sto di 3 dignità, cioè l'arcidiacono, l'ar- 
ciprete, il primicerio, cui sono uniti il ca- 
nonico teologo, il canonico penitenziere, 
e di altri 1 5 canonici, iu tutti io preben- 
dati. De' quali 8 formano la così detta 
massa comune, 3 diconsi della massaCa- 
roni, e 9 sono di padronato. Vi sono pu- 
re 4 mansionari de premio capiudi^ pa- 
rimenti della pia fondazione Caroni. Le 
insegne corali le concesse al capitolo nel 
174' Benedetto XIV, e consistono nel 
rocchetto e nella mozzetta di saia pao- 
nazza foderata di seta di colore rubino; 
questa è comune anche a'mansionari, il 
cui rocchetto non ha maniche. Contiguo 
alla chiesa collegiata,l'inesauribile gran- 
dezza d'animo di Pio VI, a vantaggiodei 
seminaristi della città e di tutta l'abba- 
zia, riedificòil seminario degno di lui, con 
cappella sagra all'Immacolata Concezio- 
ne della B. Vergine, vaste sale, e sontuo- 
sa biblioteca da lui fornita di copiosi e 
scelti libri (6000 volumi dice il Castella- 
no), e porta perno il nome di Piana. Ivi 
fabbricò pure le scuole per gli abitanti di 
Subiaco,diviseaffiittoda quelle de'semi- 
naristi, provvedendo eziandio il semina- 
rio di tutte le necessarie suppellettili;laon- 
de l'amministratore generale della men- 
sa di Subiaco can. d. Giuseppe Catani e 
il popolo sublacense nello stesso edifizio 
innalzarono una lapide di solenne grati- 
tudine nel 1 790, che si legge in Marocco. 
In questo seminario, oltre le scienze ec- 
clesiastiche, s'insegna ancora il canto gre- 
goriano; pe'dotti maestri che l' illustra- 
rono, safì in rinomanza, ed ebbe alunni 
nuche estranei. L'antico seminario abba- 
«iale l'eressero gli abbati commendatari 
cardinali Barberini. Per l'istruzione del- 
le donzelle vi sono le maestre pie. £ de*- 
gna di osservazione la casa della congre- 
gazione della missione;, sorta per munifi- 



si4o SUB 

cenza dell'abbate commendatario cardi- 
nal Gio.Battista Spinola su verdeggiante 
poggio; e la chiesa dell'Assunta con cu- 
pola e colonne d'ordine corintio, con ele- 
gante oratorio, fondata dall'operoso ar- 
ciprete Gizzi, e condotta a compimento 
dalla pietà del cardinal Galleffi. Bella è 
la chiesa di s. Maria della Vallcidella qua- 
le parla Marangoni^ Istoria di Sancla 
Sanctorum p. i45; e quella di s. Gio. 
Battista delle monache benedettine con 
monastero, rimarchevole essendola tor- 
re delle campane. 11 tempietto del Pur- 
gatorio è adorno de'dipinti del Manente 
e diSilvagni.Fanno pure di se convenien-. 
te mostra il convento e chiesa suburba- 
na de'cappuccini, che su amena collina 
biancheggiano in mezzo a verde boschet- 
to; e il convento assai piìi vasto eretto 
da' sublacensi al patriarca s. Francesco 
pe'mìnori osservanti, ora abitato da'fran- 
cescani riformati, pure situato su delizio- 
sa collina. Sopra ogni edifizio però atti- 
rano tutta r attenzione dell' uomo reli- 
gioso, dello storico e dell'artista , il proto- 
cenobio di s. Scolastica, e quello del sar 
gro Speco de'monaci benedettini cassine- 
8i; e siccome con essi é collegata Ustoria, 
l'ingrandimentoe ifasti di Subiaco, li de- 
scriverò poi: tali monaci in ogni tempo 
furono benefici all'indigenza, e contribui- 
rono a' vantaggi della città non meno che 
de'luoghi dipendenti. Vi sono divet*sì so- 
dalizi che vestono il sacco. Scendendo a 
Subiaco dal monastero di s.Scolastica tro- 
vasi a manca il nuovo ponte grandioso di 
un solo arco con 100 palmi di luce,noma- 
lo Gregoriano o di s. Mauro; esso con- 
giunge due monti e serve di passo a chi 
s'invia per la strada rotabile verso Affile 
ed Arcinazzo. Entrando poi nella città, 
adi nuovo uscendone perla parte delle 
mole,sopra piccolo ponte si passa all'isola 
degli opificii animati dalle acque del fiu- 
me Aniene,e consistenti in cartiere, fer- 
riere,gualcbiere,ramerie, molini a grano 
e a olio. Furono i lodati cardinali Bar- 
beriai che forarono una rupe per con- 



SUB 

durre l' Attiene agli opificii.Quindi la be- 
neficensadiPioVI per aumentarli intro- 
dusse la cartiera e la ramerìa,di che fau- 
no testimonianza due lapidi riprodotte da 
Brancadoro. L'industria in Subiaco e in 
attività anche per altre fabbriche di pan- 
ni, di cappelli,di stoviglie, di utensili in 
rame,di strumenti aratorii e altri attrezzi 
campestri, fonderìe di campane e concie 
di cuoi: vi sono pure molte delle altre arti 
necessarie.Leggo nel n.^ 1 6 5 del Giornale 
di RomaiSS^, che la città di Subiaco, 
per molto tempo asilo del le lettere e scien- 
ze (tuttora però vi sono in onore e col- 
ti vansi), a'di nostri ^utta si è volta all'in- 
dustria. Traendo profitto dalle abbon- 
danti acque dell'Aniene, ella ha stabiliti 
grossi molini per grani e olio, ferriere as- 
sai reputate per la duttilità del ferro che 
vi e lavorato, e fabbriche di tele di coto- 
ne e di terre colorate, le quali gareggia- 
no colle straniere. Ora per le cure di Ni- 
cola Graziosi, principale promotore del- 
l'industria sublacense, vi si é stabilita an- 
che una grandiosa cartiera fornita delle 
migliori macchine, fra le quali quella che 
con solennità e benedizione fu inaugurata 
nel maggio. Messa in movimento la gran 
macchina, con una prestezza che mai la 
maggiore, si vede comparire la pasta pre- 
parata per la carta, la quale passa per due 
macchine dette de'Toppi, agitate da un 
rocchetto, e depositatevi le parti terree e 
Tiroperfezioni del pisto, ne esce subito af- 
fetto bianca e'purificata.Si vede indi di- 
latarsi per una tela metallica,su cui il mo- 
vimento ondulatorio prodotto da un sem- 
plicissimo meccanismo,neirattoche strin- 
gendo la rende compatta, la spinge tra- 
mezzo a due carrucoli di metallo, donde 
passando per più strumenti cilindrici , 
giunge fino a 5 grossi cilindri prosciuga- 
tori dal vapore riscaldati, e in 5 minuti 
esce in ben levigato foglio di carta perfetta 
asciutta.Fra quelli che rammirarono,de- 
ve ricordarsi ilcommend.r Angelo Galli, 
che si congratulò col direttore della mac- 
china Carlo Bluyson e col Graziosi^ di- 



SUB 

stribuendo medaglie d'incoraggiamento. 
Erat i in Subiaco un monte di lanificio^ 
nel 1 697 eretto dal cardinal Carlo Bar- 
berini abbate commendatario, con suffi- 
ciente dotazione e unascorta di 2000 lib- 
bre di lana, ed Innocenzo Xll neappro- 
vh i regolamenti. In tempi a noi piii vi- 
cini si credè piti utile di contertìrlo in 
monte frumentario.Sebbene non tutto il 
suolo de'dintorni sìa fertile, tuttavia con 
l'industre fatica di numerosi agricoltori 
rende bastevoli prodotti alla popolazio- 
ne, massime in grano, granturco e altri 
cereali, vino, oliosquisito, saporosi frutti, 
ghianda, eccellenti erbaggi e altro. Deli- 
cati e rinomati sono tmostaccioli che qui- 
vi si fanno con pasta diamandole,e chia- 
mati subiacini. L' industria commercia 
particolarmente con Roma, e colle vicine 
diocesi di Tivoli, Àlatri e Anagni, ed in 
parte anche col'confinante regno di Na- 
poli, da' cui limiti è distante io miglia. 
QuantO'prima per la suddescritta nuova 
strada rotabile, i sublacensi apriranno un 
fecondo traffico con tutta là provincia di 
Prosinone. Più dì 6000 formano il popo- 
lo di Subiaco, di cui le agiate persone e 
il clero spendono il tempo negl'interessi 
propri e del comune, né avversano le let- 
tere e le scienze: il clero si dedica agli e- 
sercizi del sagro ministero, ed alla pub- 
blica e privata istruzione della gioventii. 
Resero ancora chiara colla santità della 
vita e col sapere questa città gli egregi 
sublacensi che la illustrarono. Principal- 
mente si devono ricordare, la b.Evange- 
lista monaca francescana, fondatrice del 
monastero di s. Michele in Tivoli, il cui 
elogio si legge nel p. Casimiro da Roma, 
Memorie delle chiese e conventi de* frali 
minori della provincia ron»anati^. 876 e 
seg.;Zaccaria Zaccaria pubblico professo- 
re di logica nell'università romana; Gio. 
Battista Bagnani autore di eleganti isti- 
tuzioni di rettorica; Gio. Camillo Conte- 
stabile scrittore non ignobile del poema: 
La Pialle Santa, che si conserva mss. 
nell'archivio del sagro Speco; Caterinoz- 
VOL. ixx. 



SUB i4i 

zi valentissimo cosl^'uttore d' organi. E 
qui noterò, che net t. 5, p. 809 deW Al- 
bum di Roma, colla veduta incisa di Su- 
biaco, si legge un articolo storico sul me- 
desimo, quasi tutto tratto dal Nibby,ove 
si dice che nel seminario s'insegna (in fio- 
rente accademia, scrive il Castellano) la 
musica vocale e istrumentale, e donde 
partono i migliori cantori sagri e suona- 
tori d'organo. Sono poi glorie viventi di 
Subiaco i seguenti. Mg.r Antonio Maria 
Benedetto Antonucci^ da Gregorio XVI 
fatto suo cameriere d'onore, e pelr.^ in- 
caricato d'affari e vice-superiore delle mis- 
sioni d'Olanda con residenza all' Aia, co- 
me rilevai nel vol.XLVIlF, p.i67,men- 
trene'vol. XXIll,p. 296,XLVI, p. 201, 
notai che lo promosse a vescovo di Mon- 
te Feltro, e poi di Ferentino, ove accolse 
decorosamente lo stesso Gregorio XVI; 
indi ne' voi. L, p. 1 32, L|, p. 1 83,raccon- 
tai con elogi che il medesimo Papa lo e- 
levò a arcivescovo di Tarso in partibus 
e nunzio apostolico di Torino, ove bat- 
tezzò la figlia del re Emanuele II in no- 
me del regnante Pio IX equal padrino, 
onde fu decorato del gran cordone de'ss. 
Maurizio e Lazzaro; quindi a'5 settem- 
bre 1 85 lil medesimoPontefice lo dichia- 
rò vescovo d'Ancona e Umana, che con 
paterno zelo e prudenza benignamente 
governa, e faccio voti perchè sia presto 
annoverato al sagro collegio. Mg.r Car- 
mine Merosi Gori, cameriere soprannu- 
merario del Papa, arcìpi*ete di s. Maria 
adMartyresdì Roma,e sostitutodi mg.^ 
sottodatarlo. Mg.r Gregorio Jannuccellì 
cameriere d'onore soprannumerario del 
Papa, autore della suìlpdata dissertazio- 
ne e di altri opu%poli (come del ricordalo 
nel voi. Llll,p. 86),ecl in patria canonico 
della collegiata e prefetto della bibliote- 
ca Piana. Mg.r Lorenzo de'conti Lucidi: 
questi di bel cuore e pari ingegno, dota- 
to pure di singolare attività e zelo ener- 
gico, si guadagnò la benevolenza di Pa- 
pa Gregorio XVI, il quale onorata la sua 
casa come ospite due volte da cardinale 

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i43 SUB 

(oeirottobre 1 818 e 1 83o),ecl una da Pa- 
pa al modo che dirò, oltre altre dimo- 
strazioni di particolare benignità Terso 
la virtuosa madre Regina e alla rispetta- 
bile famiglia,a questa conferì il titolo per- 
petuo di conte, e decorò il fratello del 
prelato Pietro del cavalierato di s. Gre- 
gorio I Magno. Il Pontefice successiva- 
mente dichiarò mg.rLucidi suo camerie- 
re segreto partecipante e segretario d'am- 
basciata, canonico Valicano, giudice del- 
la rev. fabbrica di s. Pietro, e poi segre- 
tario ed economo della medesima e sua 
congregazione. L'illustre suo capitolo lo 
elesse pre&lto del Seminario P^aticanOf 
per gran ventura di questo, a tale arti- 
colo avendone celebrate le benemerenze, 
come pur feci in quello di Musaico, poi- 
ché qual presidente dello studio Vatica- 
no narrai quanto curò lo splendido in- 
cremento dello stabilimento. Tanti me- 
riti e l'indefesso utile esercizio dell'eco- 
nomato della meravigliosa basilica Va- 
ticana, a vantaggio e splendore della qua- 
le molto operò, ed ove tra gli addetti e 
inclusivamente a quelli dello studio del 
musaico ha lasciato il nome in benedi- 
zione, mossero il Papa che regna Pio IX 
a promuoverlo alla cospicua carica di as- 
sessore della s. romana e universale in- 
quisizione (che già ha sperimentato il suo 
operoso zelo), elevandolo così a posto car- 
dinalizio, e perciò Subiaco non tarderà 
ad ammirarlo rivestito della sagra por- 
pora e fregiato di altre dignità per ulte- 
riore patrio lustro. Avendo vissuto cou 
esso 21 1 anni nella corte del venerando co- 
mun signore cardinal d. Mauro Cappel- 
larì e Gregorio XVI, e di lui due volte 
stati conclavisti, perciò fui intimo testi- 
monio e estimatore delle belle doti che 
adornano il prelato; laonde anche qui ho 
creduto rendergli un altro pubblico, im- 
perituro e veritiero tributo d' ossequio, 
comechè si compenetra colla patria isto- 
ria, ^on manca finalmente Subiaco d'al- 
tri illiislri odierni, non che di dotti per- 
sonaggi nella curia romana,ed egualmen- 



SUB 

te i luoghi dell'abbazia^ come l'attuale 
vescovo di Monte Fiascone nig.r Luigi 
Iona di Trevi, già arcidiacono e vicario 
generale di Palestrina. 

L'etimologia del nome facilmente de- 
rivasi dalla sua posizione, che stando sot- 
to i 3 laghi artificiali della villa imperia- 
le NeronianaSublacense,oggi scomparsi 
per la rottura delle chiuse che li ritene- 
vanOySub Lacum si disse, come pensaNìb- 
by. Questi inoltre narra, che prima che 
l'imperatore Nerone fondasse una villa 
in questo luogo non si rinviene affatto 
memoria di questa città, e Plinio il Vec- 
chio è il più antico scrittore che la ricor- 
di neir^/5/. nat.y parlando dell'Anrene, 
che nato nel monte de' Trebani (e non 
nel piano d'Arcinazzo come pretesero al- 
tri), portava le acque de'3 laghi amenis-* 
simi, che aveano dato il nome al sotto- 
po$ioSublaqueum,ne\ùutnt:Te^eve.Con 
Plinio non intende Nibhy asserire, che 
antecedentemente sul colle della Rocca 
non potesse essere situata una di quelle 
città fortificate de' valorosi, indomiti e ce- 
lebri equi, che i romani distrussero col 
fuoco in numero di 4 1 o 44 "^' breve pe- 
riodo di 5o giorni l'anno di Roma 45o, 
per testimonianza di Livio, e fu quasi del 
tutto cancellato il nome di quel popolo 
implacabile nemico de' romani, a' quali 
passarono in dominio le loro terre; questa 
disfatta avvenne, secondo alcuni,presso il 
rivo d'acque limpide e perenni chiama- 
te Acque Ferrate^ stazione anticamente 
chiamata Ad Laminisi Ad Lammas, di 
cui tratta lo stesso Nibby, presso il con- 
vento di s.Cosimato e l'osterie dellaSpiag- 
gia e della Ferrala. Si vuole che il no- 
me della stazione derivasse da una città 
omonima degli equi,che dipoi formò una 
Massa di beni da Costantino I il Grande 
donata al Battistero Lateranense. Si ha 
pure che r\el 775 Cesario consolee duca 
donò al monastero sublacense il ruscel- 
lo Acqua Ferrata con altri fondi. Circa 
all'origine di Subiaco, aggiunge Nihby, 
che siccome i detti laghi erano slati for- 



SUB 

mali da Nerone^ onde rendere più ame* 
na ta sua villa, perciò la città degli equi 
ebbe altro nome che quello di Sublaoum 
oSublaqueum^vìOXì potendo trarlo da una 
circostanza che non esisteva. Della villa 
di Nerone chiamata Sublnqueum e ViUa 
Suhlacensis sfanno pur menzione Tacito 
negli adunali, e Frontino,De aquisj e se* 
condo Tannalistai in Subiaco quel mo- 
stro trova vasi a banchettare Tanno 6 idi 
nostra era, quando sorpreso da un tem- 
porale poco mancò che non rimanesse uc- 
ciso da un fulmine, che cadde sulla sua 
mensa e ne percosse le vivande; anzi Fi- 
lostrato nella F'ita ìTÀ polloni o^narrtLn- 
do quest* avvenimento, aggiunge che il 
fulmine traversò il calice che Nerone te- 
neva nelle mani per avvicinarlo alle lab^ 
bra (rovesciò la mensa e die luogo a su- 
perstiziosi presagi sul successore all'im- 
pero in favore di Plauto). Si deve pur no- 
tare, che, secondo Tacito, a quell'epoca 
questa parte trova vasi ne'confini de' li- 
burtini, finiòus Tiburtumjedsì nome di 
Suhlaqucuni e Villa Suhlacensis, ch'eb- 
be la villa Neroniana, che stesse sotto e 
non sopra i laghi. In fatti Frontino par- 
lando della correzione fatta da Traiano 
all'acquedotto deirAnieneNuovo,mostra 
che aprì lo speco ex lacu qui est super 
villani Neronianam Sublacensemjquìn' 
di opina Nibby, in vece di crederla pres- 
so il monastero di s. Scolastica, e molto 
meno all'Arci nazzo, 1 2 miglia sopra a Su- 
biaco, d'uopo è riconoscere il corpo prin- 
cipale di quella villa precisamente dove 
oggi é la città; e i ruderi che si vedono 
sotto s. Scolastica, fra'quali pur si ravvi- 
sa lo speco di Traiano indicato da Ftx>a- 
tino, ch'erano a livello d'uno de'laghi-,e 
quelli che si vedono all' A rcinazzo, pote- 
vano esser dipendenze della villa; ma noa 
mai la villa propriamente detta, la quale 
pel passo sovraindicato di Frontino esi- 
steva ancora, conservando lo stesso nome 
a'tempi di Traiano, il quale restaurò la 
via Sublacense Neroniana aperta da Ne- 
rone. Dopo queir epoca però non se ne 



SUB 243 

trova menzione ulteriore, e forise fu tra* 
scurata da'successivi i m pera torì,in guisa 
che nella caduta dell'impero d'occidente 
il sito era talmente solitario e deserto,che 
nel 494 venne prescelto da s. Benedetto 
a ritiro, onde segregarsi affatto dal con- 
sorzio degli uomini, come osserva lo stesso 
Nibby. Non paiono poi in tutto plausi- 
bili le seguenti opinioni riportate da Ca- 
lindri sulTorigine di Subiaco. m Vi èchi 
pensa essere posteriore alTinvasionedei 
longobardi.; altri prodotta dagli epiroti 
quivi occupati dopo la disfatta del loro re 
Pirro nel 4^* <li Roma, sotto M. Curio 
Dentato; altri che si edificasse allorché 
si fece l'acquedotto Nuovo dell'Aniene, 
cominciato da Caligola e terminato da 
Claudio prima delI'Soo di Roma; ed al- 
tri a tempo di Nerone, allorché presso i 3 
laghi vi edificò una villa. Comunque sia 
della sua origine, esisteva questo paese 
prima di s. Benedetto, avendolo a lui do*- 
nato Tertullo padre di s. Placido,e S.Gre- 
gorio I nella bolla del 596 parla di que- 
sto allora castello già esistente, per cui si 
vuole che questa fosse una delle città de- 
gli equi. Claudio imperatore romano in 
questo territorio vi costruì i 3 laghi detti 
Trimbuini (o Simbruini, e talvolta l'A- 
niene fu chiama totS'f#7i^riVio),che ora sono 
spariti, da'quaii dicesi traesse il suo nome 
la terra''. Dice Nibby, che nella vita di s. 
Benedetto non si ricorda mai alcun ca- 
sale o castello posto dove fu la villa im- 
periale e dove oggi é la città : a quell'e- 
poca apparteneva il fondo a Tertullo pa- 
trizio (e senatore) romano, il quale nel 
528 lo donò a s. Benedetto, come si trae 
dalla bolla di s. Gregorio I del 596, che 
inserisce Tatto di quella donazione {prò 
redemptione animae). Ora mentre Ter- 
tullo nomina Sublacum senz'alcuna ag- 
giunta di casale o di caslruniy secondo 
l'uso di que'tempi,8.Gregorio I nella con- 
ferma lo dice espressa mente CastrumSub^ 
/^cM'/i;indizioéquesto,che nell'intervallo 
fra Tanno 528 e 596, fondatosi il mona- 
stero da s. Benedetto^ a poco a poco for-. 



244 SUD 

mosti cla'coUi valori delle terre il castello; 
edaggìungerò,pel concorso de'di voti ver- 
so il luogo abitato e santificato per lun- 
go tempo dall'istitutore del monachismo 
d' occidente, portentoso fonte di gloria, 
di celebrità e di beneficenze per Subiaco. 
Il riferito dall'avv. Castellano, è di que- 
sto tenore, m Le montagne che circon- 
dano Subiaco lasciano aperta una gola 
nel lato orientale, e quivi alla distanza di 
700 passi circa dalla città erano antica- 
mente due laghi naturali, ed uno artifi- 
ciale formato mediante una solida mura- 
glia, che Caligola v'incominciò a erigere, 
e terminollo (il successore) Claudio. Da 
questi ebbe il nomedÌ4$'f<6^^fieiii?t,e Vil- 
la Sublacensìs si appellò il luogo di de- 
lizia formatovi da Nerone (successore di 
Claudio), che oggi chiamasi l'Arànaflezo, 
donde negli scavi nel 1 780 copia si estras- 
se di finissimi marmi, I laghi naturali pe> 
ròsi diseccarono, e la gran muraglia pre- 
cipitò neir inondazione de' 20 febbraio 
1 3o5.Ivi presso avea il suo prìncipioTac- 
quedotto Claudio, del quale si scorgono 
le vestigia, come anche d'un tempio, di 
una piscina li maria, e delle terme". Ma- 
i*occo,che come Nibby visitò Subiaco e 
il suo distretto e abbazia, ripete in parte 
le parole del Castellano, aggiungendo, 
che l'acquedotto dell'Aniene Nuovo in- 
trapreso da Tiberio, proseguito e compi- 
to da Claudio, venne poi restaurato da 
Vespasiano e da suo figlio Tito, e lo atte- 
sta Frontino. Riproduce quindi Marocco 
il seguente brano di Muratori.»» Sublacus 
irocabulum est, qui a romana Urbe qua- 
draginla fere millibus distans , fi'igidas 
atque perspicuas emanai aquas, quae il- 
lic videlicel aquarum abundantia in ex- 
tehsum prius lacum colligilur ad posti*e- 
raumveroinomnemderivalui\Quo dom 
fugiens pergeret, monachus quidam Ro- 
manus nomine hunceuntem reperii, quo 
tenderei requisì vii. Cujus cum deside- 
rium cognovissel, et secrelum lenuil, 
et adjulorium impendit eique sanctae 
coovei^tioQÌs babitum tradidit , et in 



SUB 

quantum licuil ministravil". In nota poi 
si legge. M A pud aliquos reperio Snbla- 
queum, sed Sublacus, vel Sublaceus re- 
tinendum a situ, nam sub lacu posilum 
est Castrum Sublacus. Anio enim fluvius 
ioter SimbruinoS montes in Aequiculis 
excurrensobstruclis a Nerone, vel a Clau- 
dio angustis illorum montium faucibus 
ad mille circiter passussupra praedtclum 
Castrum, aquas in summo stagnale eoe- 
git,el in lacum collegi,alqueextendi,quae 
poslea, ex praeruplis calaraclis praecipi- 
tes cum fragore ruebant. In eo lacu cu- 
jus superficies sacellum s. Placidi, quod 
etiam nam visi tur aequabat. Placidus a 
Mauro aquarum vorlicibus ereptus est. 
Nunc verodisruplis clauslrorum obicibus 
resides aquae pristina m libertatem ade- 
plae inferi US fluunt factitio ilio lacu ces- 
sante cujus fossa tantum, et cavitas nunc 
. apparel eie." Inoltre Marocco nell'appen- 
dice alle notizie storiche di Subiaco, con 
una digressione riporta la correzione che 
fece l'Olslenio {Notae in Geographiam) 
al Cluverio {Italia andqua), intorno alle 
origini de' 3 famosi stagni o laghi Sim- 
bruini, perchè ili.^ prelese che VOppi» 
dum Stù/laqueum ante Neronis tempora 
certissimamente esistesse a' medesimi , i 
quali dice formali artificiosamente per 
depurare l'acque limacciose dell'Aniene, 
fiicilissime a intorbidarsi; ma fondandosi 
sul silenzio di Frontino, afferma che noa 
fiirono, né poterono essere costruiti pel 
oonducimento dell' Aniene f'ecchiOj né 
deli* Aniene Nuovo j^d efietto di depurare 
le acque.Narra poi con Frontino, che sol- 
tanto sotto l'imperatore Traiano si trasse 
partito da'3 laghi per completamenl«> pu- 
rificare l'acque deW Aniene Nuovo da o- 
gni impurità, non essendo perciò bastala 
la piscina fatta da Claudio all'imbocca- 
tura dell'acque acciò arrivassero limpide 
in Roma. Dichiara quindi che i laghi de- 
rivarono da Nerone, fissandone precisa- 
mente l'epoca a lui, e ne deduce la con- 
seguenza che il vocabolo Suhlaqiieum o 
Sublaceum non esisteva prima di esso, e 



SUB 

neppure la via Sublacensische pel i ^^egU 
apri. Dice che la villa da lui tbrmata si 
Domò pure Sublaqueum o Sublaceum^ e 
che la particella 50^ debba inteudersi /tf- 
a7(a, piuttosto che «o//o,rifnarcando che il 
yocaho\oSublaceum significa sito vicinoat 
laghi. Censura poscia TOIstenio per la sua 
opinione, per essersi troppo fidato della 
carta di donazione di Narsio patrizio ad 
una chiesa in Curie Sublàcnj carta che 
crede verosimile fosse una di quelle a i- 
stanza de'monaci sublacensi fatte brucia- 
re da s. Leone IX alla sua presenza co- 
me false. Osserva poi che gli scrittori che 
parlano òiSublaceum lo fecero unicameu- 
te per indicare la villa e i laghi di Nerbi- 
ne, non mai che fosse o divenisse uu mu- 
nicipio, una colonia, un pago, un vico, un 
luogo di popolazione o corpo civile. Nella 
tavola Peutingeriana é scritto Sublatio^ 
come stazione o mansione che s'incontra 
per via. Conclude Marocco, che il Subla- 
tio fosse non sotto, ma presso i laghi , e 
forse'ancora alla sinistra dell' Aniene, e 
non già alla destra dove è rodierno Su- 
biaco, la cui postura fra le fauci di due 
monti esclude una strada militare qual é 
descritta nella tavola Peutingeriana; né 
dubita che si debba a- monaci V origine 
di Subiaco, come tante al tre terre e cit- 
tà anco vescovili di molte contrade d'Eu- 
ropa. Finisce Marocco la digressione con 
dar ragione alClu ver io d'aver scritto 4$m6- 
latfueum P' iliade non o\k Oppidum. Ma 
di tutte queste e altre vere o pretese o- 
rìgini di Subiaco, con critica e ragionata 
discussione, meglio di tutti ne trattò di 
recente l'encomiato mg.r Jannuccelli con 
l'eruditissima Dissertazione sopra C ori- 
gine di SubiacOj che rammentai in prin- 
cipio per giovarmene. In essa dopo aver 
egli dato interessanti cenni sopra tostato 
attuale di Subiaco, de'suoi pregi e glo- 
rie, prende in 3 capitoli ad esaminare le 
opinioni che s'incontrano negli scrittori 
circa l'origine di Subiaco. La i .'opinione 
ne suppone l'edificazione avanti l'era vol- 
gare nostra; la 2.' fa risalire la sua fon- 



S U B !i45 

dazione al i. ^secolo di detta era; la 3.' in- 
tende a provare l'origine di Subiaco nel 
VII secolo della medesima. Darei di buon 
grado un sunto della bella dìssei*tazioney 
se il compendiarla non ne scemasse trop- 
po il valore. Nondimeno per quella bre- 
vità che mi è indispensabile , pel molto 
che mi resta a dire sopra l'articolo im- 
portante di Subiaco, mi limiterò a ripixi- 
durre i sommarii della dissertazione stes- 
sa,aggiungendovi alcuni opportuni schia- 
rimenti che da essa ricaverò. Lai. 'opi- 
nione abbraccia3 di vei*se epoche, tutte an- 
teriori all'er» volgere, e perciò 3 distinte 
sentenze contiene. Lai.' di queste discu- 
te, se Subiaco sia stato fondato da'troia- 
ni, da'quali in parte ebbero origine i ro- 
mani conquistatori del mondo, volendo- 
si che dalla spiaggia del Mediterraneo à- 
scesi tra le gole degli Apennini, su que- 
sti colli gettassero le fondamenta df Su- 
biaco, dopo averne cacciati gli equicoli, 
che pure erano aspri e feroci, poiché in- 
tenti a'iavori de'Ioro campi erano insie- 
me armati e sempre pronti a guerreggia- 
re, e difendet*si virilmente prò aris elfo- 
cis. Oristorici e le antiche carte parlando 
in pili luoghi de' popoli equicoli e de'Ioro 
castelli, non danno alcun cenno né del pò- 
polo, né del borgo Sublacense prima del- 
l'era nostra. La a.' sentenza riguarda, se 
nel V secolo di Roma quando M. A. Cu- 
rio Dentato costruì l'acquedotto sotter- 
raneo denominato Vecchio Aniene a si- 
nistra del fiume omonimo per la sua ac- 
qua, e pel i.^la portò in Roma a pubblico 
comodo (e dopo l'Appia fu la i* acqua 
condottata per Roma e4o anni dopo l'al- 
tra)e colle spoglie prese aPirro re d'Epiro, 
ebbe principio Subiaco cogli schiavi epi- 
roti impiegati alla costruzione dell'acque- 
dotto; meravigliosa opera che principiata 
l'annodi Roma 48o,fu compita nel 489. 
Incominciava il grandioso acquedotto non 
dal sito ove poi sui*se Subiaco, ma pih di 
7 miglia lungi, cioè al 38.° miglio da Ro- 
ma nella via consolare Sublacense o po- 
co distante, sebbene l'acquedotto avesse 



a46 SUB 

€{UQ8Ì 44 niiglia di lunghezza,attese le tor- 
tuose vie che dovea percorrere per man- 
tenere il livello dell'acqua. In tanto pre- 
gio da'romani ù tenne l'acqua dell'Auie- 
ne, che 1 1 7 anni dopo la costruzione del- 
racquedotto,dovendosi rialtare,e insieme 
condurre a Roma con altro acquedotto 
l'acqua Marzia, insorta questione quale 
delle due acque avesse da ascendere il 
Campidoglio, dopo consultati i libri sibil- 
lini si preferì l' Aniese, ma per ingegno del 
pretoreMarcoTizio fuvvi<x>ndolta laiVIar- 
Kia,ed ambedue gli acquedotti furono re- 
' staurati da M . Agrippa nel 7 1 3 di Roma, 
La 3/ sentenza si fiindn, se col monumen- 
to sepolcrale del tribuno Lucio Menio, 
trovalo nel 1843 un miglio da Subiaco, 
provisi l'esistenza di Subiaco prima del- 
l'era corrente, comechè fiorito quel tribu- 
no forse nell'ultimo periodo della repub^ 
bltca romana,credutopossessoredelle val- 
li sublacensi, e sepolto in detto luogo alle 
sponde dell' A niene. L'autore confuta vi- 
rilmente in prima collettivamente le 3 e- 
nunciatesentenze, ed espone che niun do* 
ciunento dimostra l'esistenza di Subiaco 
avanti la venuta di Gesù Cristo. Confer- 
masi dipoi particolarmente non essere 
credibile che i troiani approdati in Italia 
sieno venuti fra i monti Simbruini a iah- 
bricar Subiaco. Passa quindi ad accenna- 
re in quanto pregio l'antica Roma tenes- 
se l'acqua del fiume Sublacense, e come 
fosse costruito e dove avesse principio il 
suddetto grande acquedotto col nome di 
Fecchio Aniency colte indicate nozioni. 
Sostiene quindi, che soltanto dopo la di- 
vina Incarnazione i sovrastanti 3 laghi 
dell'Àniene dierono il nome ni sottoposto 
castello di Subiaco, come chiara mente de- 
nota l'etimologia del nome, ed ove sui'se 
la villa diNerone,che fu appellata appun- 
to Subiaco poiché giaceva sotto i 3 su- 
periori laghi artefatti, cioè Sotto il Lago^ 
ì quali laghi non rimontano ad epoca an- 
terioredeirumana redenzione. Da tale e- 
sposizione tratta dalla storia, dall'autore 
si rigetta in ispecie l' altra opinione che 



SUB 

vuole fondato Subiaco per mano degli 
schiavi epiroti. Parla da ultimo sullo sco- 
primento del monumento di L. Menio , 
sull'epìgraiè incisa in quella pietra, e la 
circostanza in cui fu pib probabilmente e- 
retto. Conclude quindi, non potersi nep- 
pure verosimilmente provare con tal se- 
polcro l'esistènza di Subiaco prima del- 
l'era volgare. Passando alla a.' opinione, 
seSubiaeo fu fondato nel i ."secolo dell'era 
volgare o corrente, l'autore ragiona del- 
le Cronache dei monaci sublacensi del 
proto-monastero di s. Scolastica, ove si 
conservano, scritte dal p. d. Wilielmo Ca- 
pisacchi del i573, e dal p. d. Cherubi- 
no Mirzio del 1628, e loro autorità, per 
dimostrare gli antichi fatti che riguar- 
dano Subiaco. Ragiona pure dei Dialo' 
ghidì 8, Gregorio I, le cui testimonian- 
ze soprattutto debbono avere sommo pe- 
so; e dell' antico Registro o Regestum ve- 
ttis monasterii Suhlacensis y nel quale 
si custodisce e scritto in pergamena nel 
I i3o, che pure porge autorevoli docu- 
menti a provare le vicende storiche dì Su- 
biaco. Primieramente l'autore colla testi- 
monianza del p. Mirzio e con quella di 
Papa s. Gregorio I dichiara, che la soli- 
tudine o deserto sublacense non è affatto 
identico con Subiaco. Dimostra poi l'e- 
sistenza di questo e come borgo molto 
prima di s. Benedetto colle cronache dei 
pp. Capisacchi e Mirzio, con l'antico Re- 
'gistro sublacense, colle testimonianze del 
p, Domenico Antonio Pierantonii gesui- 
ta, i cui scritti conservansi nell'archivio 
di Trevi nel Lazio, di cui raccolse le me- 
morie, e principalmente colle autorevoli 
attestazioni di s. Gregorio I. Dal p. Mir* 
zio si afferma apertamente essere stato 
Subiaco prima della venuta di s. Benedet- 
to una Corte, Curtis (villaggio o campo 
foi*nito di edifizi, di coloni e di servi, di 
molini e di corsi d'acqua, e di tutto l'oc- 
corrente per la coltivazione de'terreni ), 
sotto il dominio del pioNarsio patrizio ro- 
mano, ed essere stato questo villaggio da 
lui donato per dote della chiesa tuttora 



su B 

esisteDte di s. Lorenzo roartire^da luì già 
edificata nella stessa Corte di Subiaco^ e 
per la salvezza dell'anima sua, con atto 
de'4 agosto 879, sottoscritto da lui e da 
5 testi moniy che s'intitolano da loro ma* 
gnifici uomini, e col consenso di Papa s. 
Damaso I. Il documento si riporta dal Re- 
gistro sublacense e dal p. Gipisacchi, e fu 
scritto dal notaro pubblico Giovanni, a- 
bitante nel lo stesso paese, da Narsio per- 
ciò chiamato a stipularlo nella chiesa di 
s.Maria diStagnano e del Prato,cioè pres- 
so gli antichi slagni, e diversa dalla chie- 
sa di 8. Maria della Valle già dedicata a 
s. Bartolomeo apostolo, e la quale allora 
non esisteva,venendo poi edificata sul col- 
le che ora si nomina TOliveto Piano ben 
lungi da'Simbruini laghi. Questa chiesa 
di s. Maria di Stagnano e del Prato era 
la medesima' di s. Lorenzo, poiché avea 
doppio titolo, e perciò detta ancora la Ma- 
donna di 8. Lorenzo e s. Maria degli Ac- 
quedotti; è fondata sulle rovine del palaz- 
zo e villa di Nerone, denominata ezian- 
dio sotto il Lago di Subiaco e ad Acjuas 
altas. Conclude l'autore, che dopo la me- 
tà del IV secolo qui già esisteva un vero 
popolo benché piccolo,distinto ne'suoi or- 
dini e offici, con chiesa parrocchiale e de- 
cime, arciprete e altri sagri ministri^ eche 
il popolo abitava sicuramente il borgo di 
Subiaco. Allora reggeva tal chiesa il ve- 
nerabile arciprete d. Basile, con Bonifa* 
ciò e Dionisio, ed altri sacerdoti. Dipoi il 
castello di Subiaco con tutte le sue per* 
tinenze e adiacenze fu donato a s. Bene- 
detto dal patrizioTertullo, donazione con* 
fermata all'abbate sublacense da &. Gre- 
gorio I e con bolla da moltissimi pubbli* 
cata. Di pi ti l'autore dichiara, conferma* 
re lo stesso assunto l'antica pittura esi* 
stente a'iati della s. Spelonca di s. Bene- 
detto, r antica iscrizione che leggesi so- 
pra un pilone intorno al primo claustro 
del proto-monastero, e la famosa carta i* 
tineraria militare del IV secolo chiama* 
ta Penti ngeriana, nella quale Subiaco col 
nome di Sublaùo è ricordato 3 volte. Da 



SUB !i47 

ultimo, oltre le testimonianze di Tacita, 
per quelle specialmente di Plinio, l'auto- 
re rende certa la fondazione di Subiaco 
neti.^secolodi nostra era, e perciò assai 
prima anteriore all'epoca in che le adia- 
cenze sue furono illustrate dalle virtii e 
da'miracoli di s. Benedetto, ed a lui do- 
nalo con altre possessioni. Quantoalla 3.* 
e ultima opinione, se Subiaco ebbe ori* 
gìnenel secolo VII della corrente ei*a,rau- 
tore espone in prima i pregi de'due so- 
stenitori di essa i benedettini p. d. Giù* 
seppe Pujali che pubblicò nel 1816 laDi>- 
sertazione sopra l* origine di Subiaco , e 
p. d. Giuseppe Macarty irlandese, morto 
nel declinar del passato secolo nel s. Spe- 
co e annotatore della Cronacadeì p. Mir- 
zio. Riferisce l'autore, che ambedue i mo- 
naci si studiano provare che Subiaco a- 
vesse principio dopo la [."desolazione dei 
monasteri sublacensi, e che ne fossero i 
veri fondatori que'monaci da qui fuggiti 
in j^oma nel monastero di s. Erasmo al 
Munte Celio, a scansar lo sdegno de'lon- 
gobardi nel cominciar del secolo Vl^dap- 
poiché essi narrano, che que'cenobiti in- 
viassero di là gastaldi e villici alla coltu- 
ra di questi campi spettanti a'ioro mo- 
nasteri. Di questo però non fanno paro* 
la le bolle pontificie, i diplomi imperiati 
e regi,né ilRegistro, né le cronache e scrit- 
ture antiche, ed ili.^ad affermarlo fu il 
p. Macarty, seguito e con pili calore dal 
p. Pujati. Dipoi l'autore accenna, che dal- 
le dimostrazioni fatte nel precedente ca- 
pitolo, ragionando della 2.^ opinione, si 
esclude a un tempo l'opinione dell'anno- 
tatore p. Macarty e del disserente p. Pu- 
jali, e tutte leallre ipotesi col lume della 
critica e della logica. Inoltre con parti- 
colare argomento rende manifesta la con- 
traria sentenza. Poscia accenna alauni £it- 
ti storici della guerra longobardica, e la 
misera condizione d'Italia dopo la loro fe- 
roce invasione; riportando le parole del 
p. Mirzio, intorno al tempo io cui ricu- 
peraronsii fondi del monastero sublacen- 
se, che fu riaperto per decreto e pe'soc* 



\ 



248 SUB 

corsi di Papa GìovaDDÌ VII. Da questi dt • 
tieragiooaDdo, deduce l'autore non po- 
tersi affisitto credette quanto opinano gl'il* 
lustri a cui egli si oppose. Passa poi a ro« 
Tesciare il fondamento su cui si posa la 
sentenza di tali monaci, asserendo in pri- 
ma non aver essi mai fatto menzione del* 
k celebre bolla di s. Gregorio I» e di aver 
cosi dato non lieve motivo a sospettare, 
che ne abbiano taciuto il contenuto per 
tàr prevalei*e la loro favorita opinione. 
Credè l' autore ancora opportuno di por 
mente a due passi del p. Piijati sul cro- 
nista p. Mimo, e ne rimarca la contrad* 
dizione. Indi considera diligentemente le 
parole de' Dialoghi di s. Gregorio I, con 
che credono gli oppositori dimoslratoche 
iSubiaco era un deserto al giungere di s. 
Benedetto nella regione. Ne volle inter- 
pretare il vero senso , e si fa chiaro che 
quelle espressioni ben concordano colla 
bolla dì s. Gregorio I stesso, attendando 
così le basi della contraria dissertazione. 
Finalmente V autore riepiloga i 3 capi- 
toli delle 3 opinioni e conclude. Opinano 
alcuni, che Subiaco abbia avuto origine 
nella costruzione del grande acquedotto 
Amene Nuovo ^ che fece eseguire Caligo- 
la rimpetto a Tivoli, dove gii si api*e lop- 
portunità di parlar brevemente de'3 fa- 
mosi laghi sublacensi. Imperocché, volen- 
do quell'imperatore condurre a Roma le 
acque Aniesi più pure e più limpide le at- 
tinse più. vicino alla sorgente,e per oostrin* 
gere a ristagnare il rapido fiume eresse 
3 grandi muraglie. Sorgeva la i .Tra To- 
spedale di s. Antonio, ed i moderni edifi- 
fizi della cartiera, ferriera e de' molini; 
l'altra imprigionava le acque dell'altra 
stagno nel sito nomato il Buco della Car- 
tiera, dove a sinistra della corrente veg- 
gonsi ancora gli avanzigli questo muro an^ 
tico; la 3.' da ultimo innalza vasi maggio- 
re del le altre, e formata di pietre quadra- 
te, laddove due colli discendono quasi per 
incontrarsi nel sito detto s. Mauro, dal 
prodigioso salvamento operato da quel 
«anto d'ordine di s. Benedetto, nella per* 



SUB 

•onadit. Placido che stava per annegar- 
ti nelle acque, e dov'era la gran chiusa 
del I .^ lago; pi*odigio che narra la lapide 
affissa air edicola rotonda sul fianco del 
summentovato mirabile ponte, e ne & me- 
moria il Chronicon Subìacense, Dal nuo- 
iro ponte osservasi ancora giù nel profon- 
do un gran pilastro caduto nell'alveo del 
fiume, e secondo il Volpi restò colaggiìi 
sepolta la massima grata di ferro, per cui 
trapassavano le acque dal lago superiore 
all'i nferiora. Questi 3 stagni servivano di 
piscine limarle dove l' Aniene spesso in- 
torbidato dalle pioggie si riposava a pu- 
rificarsi. 01 tre questi laghi compi Claudio 
il nuovo acquedotto di pietre congegnate 
ad arco, che ingoiava gran parte del fiu- 
me e scorreva quindi verso Tivoli a man- 
ca dell' Aniene, lungo la strada or deno- 
minata la Pila,nella quale tuttora s'incon- 
trano i ruderi del meraviglioso emissario, 
che secondo Plinio fu lavoro d' 1 1 anni e 
di 3 o,ooo schiavi, colla spesa di molti mi- 
lioni di scudi d'oro (e coincide con quan- 
to narrai nel voi. LII, p. 218, parlando 
dell' emissario del lago di Fucino dello 
stessoimperatore). Da tali fatti concludo- 
no i fautori di questa opinione che la mol- 
titudine di artefici per tanto tempo oc- 
cupata in tali opere veramente romane, 
avranno scelto il sito più comodo da cui 
potevano agevolmente derivar le acque 
per gli usi della vita e per dar moto a'io- 
ro molini; oltre a ciò presso di loro avran 
poi amato abitare i custodi e gli artefici, 
chedoveano vegliare a rimediare qualche 
sconcio degli argini, degli stagni e del gran 
acquedotto. Sembra però molto più ve-^ 
rosimile, che il numero di tali abitazioni 
si moltiplicassero nella fabbrica della fa- 
mosa Villa Neit>niana, e che da questa 
avesse propriamente la vera origine Su- 
biaco. La villa dev'essere stata assai ma- 
gnifica, come lo attestano altre sontuose 
opere dell'imperatore Nerone che la co- 
struì per sua delizia, e per suo volere fu 
aperta pure e lastricata di pietra una nuo- 
va strada consolare che divertiva dalla 



SUB 

Valeria, secondo Frontino; ed in seno al- 
le delizie di tal villa , correva Nerone a 
cei*car la pace del cuore, che fugge sem- 
pre da'pri nei pi crudeli.Ma i Ssecoli hanno 
quasi interamente distrutte tante gi*an- 
dezze, e cambiato l'aspetto di questi colli; 
tuttavolla sono qualche memoria di tan- 
te magnificenze le colonne di porfido e 
di verde antico, e gli altri marmi prezio- 
si principalmente trasportati nel mona- 
sterodi s. Scolastica, dove pure si ammi-* 
rano le colonnette binate e tortuose che 
ornano e sostengono il cortile del novi- 
ziato. Egualmente fanno fede deirimpe- 
riali grandezze le statue rinvenute negli 
scavi, come la nota Pallade, i ruderi di 
muri reticolati a sinistra del fiume già det- 
ti Carceri,*e una gran nicchia per Tara 
d'un tempio con portico abbellito di co- 
lonne,icui rottami trovansi pure nel fon- 
do degli acquedotti, e l'anticaglie che si 
disotterruno nel prato della celebrata 
chiesa di s. Lorenzo^ eretta sulle rovine 
della villa Neroniana per testimonianzti 
del ricordato p. Pierantonii. A destra poi 
dell'Aniene sono sparsi i grandiosi avan- 
zi della stessa villa scoperti a'nostri giois 
ni dal p. ab. Altieri (zio del vivente car- 
dinale); ed i pezzi di marmi preziosi e co- 
lorati, e di muri reticolati che di quando 
in quando si rinvengono sul piano lungo 
di Soricella e sull'opposto di Soripa, ab- 
bastanza attestano la sontuosità della vil- 
la. Per questa certamente si saranuo mol- 
tiplicati i custodi de'parcbi, delle piscine, 
delle terme, de'giardini ede'palazzi im- 
periali; come per la nuova via natural- 
mente si sarà accresciuto il concorsodegli 
ammiratori del complesso di tante splen- 
didezze, ed insieme per deliziarsi fra gli 
alti monti al nord di Subiacoe le pittori- 
che e svariate rupi, fra le belle colline del 
mezzodì e deH'occasOjtutte allora verdeg- 
gianti di boschi, non che in mezzo all'on- 
de cristalline del fiume, de'laghi e delle 
£)nti,fi'a le molli aure rinfrescate dal fia- 
to degli euri e de' zefliri, e fra le sor- 
preudeuti cadute spumose con iiidi del; 



SUB 249 

l'Aniene, sì dell'uno che dell'altra stagno 
e de'laghi, formate da'raggi del sole. Al- 
lora dunque indubitatamente si forma- 
rono e riunirono pit!i abitazioni, a dar ve- 
ra e solida esistenza al nascente borgo di 
Subiaco, che fu sinonimo della villa Ne- 
roniana presso i laghi Simbruini, sotto i 
quali giaceva. Cogli autori citati dal dis-^ 
serente concorda Frontino, il quale dice 
che Traiano a correggere i vizi del Nuo\^ 
Anienefivàìwh che lasciato il fiume, l'ac- 
qua si prendesse sopra la villa Neronia- 
naSublacense dov'era limpidissima;laon- 
de sorse Subiaco o la Villa Sublacense di 
Nerone nel i. ^secolo dell'era volgare, non 
già nella venuta de'troiani in Italia, né 
al Vo VII secolo della repubblica, né in 
fine nel VII dell'era che corre. Termina^- 
la dissertazione, con accennare l'autore i 
sommi benefizi che da'benedettini ricevè 
non solo Subìaco,ma la cristianità,dichia- 
rando d'averla compilata pel solo amore 
del vero e della patria (cui fu sempre in- 
tèso a giovare insegnando alla gioventii 
sublacense), non già per diminuire ades- 
si e da lui molto venerati, siccome assai 
chiari e gloriosi, le tante benemerenze che 
hanno colla medesima. Non ommise di 
rammentai*e , che mentre tutta Italia , 
Francia , Spagna e Africa tremavano ai 
lampi delle spade gotiche e vandaliche, 
ed al suono delle bestemmieariane; men- 
tre tutto l'oriente era involto nelle tene- 
bre di molte e deplorabili eresie, Tinef- 
fabile provvidenza fece risplendere sui 
monti di Subiaco tale una vivida luce, a 
cui si umiliò la barbarica potenza, nota^ 
bilmente migliorarono i costumi de'cri- 
stiani, fu illustrata e santificata la terra. 
Dagl'instancabili cenobiti sublacensi fu- 
rono conservati e moltiplicati i classici mss. 
della letteratura greca e i*omana , e dal 
proto-monastero uscirono alla luce le pri- 
me stampe italiche. 

Siccome la religione, le arti e la storia 
si uniscono insieme a rendere frequenta- 
tissimo da' nostri e dagli oltramontani il 
famigerato santuario del s. Speco di Su- 



2?o SUB 

biaco, a fronte del disagiato carnmioo, i 
più per venerare l'antro beato ove nel- 
l'aurora degli anni si deliziò di soggiorna* 
re il gran patriarca de'monaci d'oociden* 
te s. Benedetto (^.), altri per vagheggia- 
re i dipinti del tempio, i quali rimontano 
all'età che precedette il risorgimento del* 
la pittura europea, ed insieme ammirare 
la struttura veramente artificiale degli e- 
difìzi del tempio stesso e del monastero; 
COSI per questo monumento della religio- 
ne e delle arti mossero il suo dotto ab- 
bate p. d. Vincenzo Bini a scriverne e pub- 
blicarne le già rammentate Memorie sto- 
riche, compilandole co' monumenti esi- 
stenti negli archivi preziosi dell' ordine , 
onde appagar a un tempo le brame de'di- 
voti, degli artisti e degl' istorici. Laonde 
io me ne gioverò per narrare la culla e l'o- 
rigine dell'ordine celeberrimo de' BcnC' 
deUinHy,)y da cui derivarono quelle in* 
signi congregazioni che pur descrissi a'Ioro 
articoli, e cotanto eminentemente bene- 
merito della società; non che per descri- 
vere là s. Grotta, la chiesa, il monastero, 
ed insieme i fnonasteri fondati dal santo 
in questi fortunoti e memorabili luoghi, 
e principalmente quello cospicuo di s.Sco- 
lastica proto-cenobio e sua chiesa, e quan- 
to altro ha relazione colla storia di Su* 
biaco. Fra i monti Simbruini che accer- 
chiano Subiaco , vi è quello che ritiene 
l'antica sua denominazione di Talèo, ove 
l'occhio vede innalzarsi una corona di sco- 
gli, che formano vago contrasto colle al- 
tre parti della montagna. Declinanoque* 
ste a varie cadute fino alla corrente del- 
rÀniene,edannodalleloroaltezzeingran 
copia leacque,limpideefresche,onde que- 
sto fiume ingrossa nel suo avanzarsi. O- 
ra nella parte meridionale della scogliera, 
distante da Subiaco per due miglia, fissò 
la sua solitaria dimora s. Benedetto quan- 
do andava in traccia d'un romito ricove- 
ro a rendersi tutto di Dio. L'antica città 
i\vNorcia nel ducato di Spoleti (/^.),quel- 
la stessa che prima di lui avea dato i na- 
tah a'ss. Speranza abbate, Eutichio, Fio- 



SUB 

renzo e Santolo, vide pur nascere nel 480 
da splendida prosapia il padre de'cnoQaci 
d'occidente s. Benedetto. Uscito dall'illu- 
stre casa degli Anici, ebbe a genitori £u- 
probo e Abbondanza, la quale nata dal- 
la nobilissima famiglia de'Riguardati, si- 
gnori della contea di Norcia, e ultima di 
quella stirpe, aggiunse il suo cognome a 
quello degli Anici. Il padre l'inviò a Ro- 
ma di 7 anni per istudiare, ove di 1 4 pei 
forti impulsi della grazia e docile alla chia- 
mata del Signore, si determinò d'abban- 
donare il mondo e quegli onori che gli 
si preparavano, e ricoverarsi in solitario 
soggiorno per non pensare che a Dio. Nel 
voi. LXIII, p.i i4) parlai dell'antico pa- 
lazzo degli Anici abitato dal santo in Ro- 
ma, e della cappella dove orava innanzi 
l'immagine ancora esistente della B. Ver- 
gine col divin Figlio, si santificò e fu i- 
spirato a recarsi alla solitudine per farsi 
comprensore delle glorie celesti, ed a ma- 
turare l'istituzione del suo mirabile or- 
dine, perciò ridotta poi in chiesa col tito- 
lo di s. Benedetto in Piscinula, e corona- 
ta dal cardinal Vork (/^.) col Bambino, 
come arciprete della basilica Vaticana. 
Ebbe a compagna nel ritiro da Roma e 
nel dirigersi a Subiaco la sua nutrice Ci- 
rilla, secondo il costume delle piii distin- 
te famiglie che le nutrici non abbando- 
nassero mai i fanciulli da loro allattati. 
Nel viaggio e non molto lungi da Subia- 
co nel castello d'Enfide ora Afile operò 
il narrato portento, riferito pure dal suo 
sommo biografo Papa s. Gregorio I ^/a- 
gnOjW quale distesamente nel s.'^libro dei 
Dialoghi óescvìssermo alla beata sua mor- 
te i fatti del santo. Dopo taleavvenimen* 
to e per evitare le umane lodi, s. Bene- 
detto si sottrasse dagli occhi della nutri- 
ce, e alla sua insaputa prosegui il cammi- 
no verso l'eremo di Subiaco. Quivi ginn - 
to,nel salire la montagna incontrò per vìa 
il monaco Romano, il quale abitava uà 
vicino monastero sotto la disciplina del- 
l'abbate Diodato, e l'incontro avvenne 
precisamente nel luogo ove fu poi eretta 



SUB 

per fnemoria resìstenlecappella di s. Ci*o« 
ce, or chiamata s. Crocella, che sorge più 
alta deTamosi laghi e acquedotti sudde- 
scritti. Conosciutosi da s. Romano il vir- 
tuoso disegno del giovane, senza ritardo 
gli die in quel luogo stesso,non senza divi- 
na ispirazione,rabito monastico e religio- 
so, forse formato d*unC/7icio(F.) e di pelli 
d'armento, come poi fu trovato nella sua 
grotta tutto coperto da alcuni pastorì.Pri* 
ma di dividersi il s. giovinetto dal virtuo- 
so anacoreta domano, ricevè da lui certa 
promessa che lo avrebbe assistito, secon- 
do la sua posizione nel monastero,e vi cor- 
rispose fedelmente.Sali dunque senza gui- 
da alcuna s. Benedetto con disagiato cam« 
mino e verso oriente alla dirittura del 
monte, e fino a tanto sali che finalmente 
trovò quella parte di scoglio , che a lui 
sembrò più acconcia a compiere l'eroico 
suódisegno. Quindi in un antro nella par* 
te superiore della discesa d'uno scoglio,al- 
la distanza di 2 miglia dalle mura di Su- 
biacoe di 5o dall'abbandonata Roma, so* 
vrastaxìte la corrente del fiume e rivolto 
al mezzodì, fissò la sua scelta. La penna 
non può convenientemente descrivere la 
r.udilà e l'orrore di questa oscura spelon- 
ca oca verna posta al pendio d'un erto di- 
rupo, e tanto bassa e angusta da presen- 
tare piuttosto l'idea d'una tana di fiera 
selvaggia, che di stanza per dimora di ro- 
mito penitente. La naturale orridezza di 
$\ tetro soggiornoci hanno consei'vato più 
di 1 3 secoli e mezzo, ed avrebbe fatto ma- 
le l'opera dell'arte se ne avesse alterate 
le parti, poiché avrebbe privato chi reca- 
si a venerarla delle tenere impressioni che 
potentemente ispira; giacché il pensiero 
che si abbandona a ricordare l'incompa- 
rabile giovane che ne fece la sua diletta 
dimora, sol leva lo spirito religioso a gran- 
di concetti che onorano la fede che pro- 
fessiamo, e innalzano la mente a sublimi 
idee; laonde il Petrarca giustamente po- 
tè dire, che nel penetrarvi lo spirito vi 
rimira la soglia del paradiso, per le dol- 
ci emozioni che desta la beata spelo» - 



SUB 2^1 

ca, ora santuario del s. Speco, fn questo 
antro dunque entrò il novello romito, né 
la ruvidezza del suolo, né lo spavento che 
senza Taiulo del cieioavrebbe dovuto im« 
padronirsi del suo cuora nel trovarsi in 
quella grotta, ove nel corso dell'anno non 
penetra raggio di luce, e che posta al fian- 
co di alpestri sassosi dirupi altro suono 
non offre, che quello dell' armento o di 
qualche vagante fiera del bosco, esposta ai 
rigori del verno e a'coceoti calori dell'e- 
state, non valsero a rimuovere il suo piede 
e rivolgerlo altrove. Che anzi per que'por* 
tenti, che derivano solo da Dio, pieno di 
gioia e di superna dolcezza di spirito, fi- 
no da'primi istanti del su(7 soggiorno! a 
siffatto luogo, non sapeva ringraziare ab- 
bastanza la divina provvidenza per aver- 
lo quasi per mano condotto in quell'an- 
tro, che reputava pih agiato e dovizioso 
del paterno palazzo romano donde era 
partito, la cui magnificenza e splendore 
ne'suoi avanzi serbò il tempo. Sino dal- 
la fanciullezza avendo s. Benedetto dato 
saggio di perfezione , non ieg^^erezza di 
mente, non pentimento de' gustati beni 
terreni, né desolante condizione di stato 
guidarono a questa grotta il nobilissimo 
giovane; ma solo ve lo condusse quella lu- 
ce che fin dal suo nascere spuntò pode- 
rosa a irradiarne l'angelico spirito senza 
più dileguarsi da lui. Nella beata grotta 
e solo nota al santo monaco Romano,que 
sti prodigò le sue cure paterne con prov« 
vederlo in certi determinati giorni di po« 
co pane, chea lui porgeva dall'altezza d'u- 
na rupe con fune. Al suono d'un campa* 
tiello soleva il solitario conoscere l'ora ia 
cui eragli apprestato lo scarso alimento, 
ed allora saliva più gradini intagliati nel- 
la rupe, giungendo a un angusto piano, 
ch'era al di sotto della parte del monte 
donde Romano glielo porgeva, e toltolo 
faceva ritorno alla sua spelonca. L'infer- 
nale nemico, invidioso della relazione a* 
perta tra due anime virtuose, perscon* 
certare l' opera pietosa di Romano , un 
giorno al momento della discesa del pa- 



• * 



a5a SUB 

ne ruppe il campanello con un colpo di 
sasso; ma Romano senza sconcertarsi con 
altri mezzi supplì al caritatevole uflìzio. 
Intanto a vvenne,che il s. giovane fu nella 
solitudine sorpreso da forti stintoli della 
concupiscenza, de'quali non polendo so- 
ttener l'ardore della tentazione, uyìì dalla 
spelonca e gittossi nudo in suolo pieno 
di spine, di rovi e ortiche, ed in esse si rav- 
volse finché estinse Tiro pura fiamma. Vol- 
le Iddio premiare »\ gagliarda pugna e il 
generoso partito preso dalsanto^con ren- 
derlo in avvenire immune da qualunque 
movimento carnale. Questo spineto esi- 
steva dopo più di 7 secoli, quandos. Fran- 
oescod'Asisi percorrendo neli2i3 il La* 
xìo,ovesi trova vano a per ti alcuni conven- 
ti dell'ordine minoritico di recente da lui 
istituito, recatosi a venerare il s. Speco, 
mostrò desiderio di visitare il folto spi- 
nalo santificato e reso celebi*e per l'ope- 
ratovi da s. Benedetto. Gettossiquel san- 
to nell'entrarvi prostrato al suolo, e colle 
sue lagrime bagnò quella terra; ed a mo- 
strare la sua tenera divozione, volle in- 
nestarvi due piantine di rose, le quali so- 
no d'allora cresciute e si conservano in 
tanta copia, che il luogo è divenuto un 
giardino di rose, le cui polveri sono con 
molta ansietà ricercate da'divoti che n'e- 
sperimentano grandi vantaggi per allon- 
tanare la violenza de'morbi. Questo ro- 
saio è situato al di sotto della s. grotta, 
e presso al declinar dello scoglio. Fino al 
compimento del triennale soggiorno di 
s. Benedetto hell'antro, al solo s. Romano 
era stata nota la sua solitaria dimora; ma 
piacque a Dio che incominciasse a ùlvsì 
conoscere agli uomini, onde da tal ma- 
nifestazione avesse principio la grande o- 
pera, alla quale era stato destinato dal cie- 
lo. Volle dunque il Signore, che pel i.^ 
avesse la bella sorte un sacerdote, che di- 
morava lontano dals. Speco e parroco di 
Monte Forcarlo, oggi Monte Preclaro, o- 
ve credesi che esistesse uno de' 1 1 mona- 
steri che poi fondò s. Benedelto, sotto il 
titolo di s. Vittoriuo. Mentre il virtuoso 



SUB 

Romano era passato alla beata eternità, 
correndo il giorno di Pasqua il sacerdo- 
te avea apparecchiato il suo desÌDai*e, 
quando udì una voce che gli disse: Voi 
vi preparate delizie, ed il mio servo se ne 
muore di fame in questo deserto. Si al- 
zò tosto il sacei*dote,e preso l'imbandito 
pasto, si pose in cammino per rinvenire 
il solitario, che potè finalmente trovare 
nascosto nella sua grotta. Dopo aver am- 
bedue ringraziato il Signore dell'incontro 
felice, presero il frugale nutrimento,e con- 
gedatosi l'ospite dal santo tornò alla sua 
abitazione; ma cominciò ben pi*esto per 
tale incontro a ri suonar nelle vicine con- 
trade la fama delle virtìi del penitente ro- 
mito, e tanto piò il grido ne crebbe, per- 
ché alcuni pastori conducendo l'armento 
nella spelonca trovarono appiattato Ta- 
nacoreta coperto di pelli , e nel vederlo 
lo giudicarono una bestia selvaggia. Av- 
vicinatisi a lui ne conobbero la santità, e 
cambiarono in modo le loro ruvide ma- 
niere, acquistando un carattere di dolcez- 
za e di cristiana pietà, per l'istruzioni che 
recavansi a udire dalle sue labbra, delle 
quali aprì scuola in un antro dello sco- 
glio che trovasi sotto al s. Speco, e al di 
sopra del roseto, ove il pio romito avea 
formato il suo oratorio. Per queste due 
circostanze,della visita del sacerdote e del- 
la scoperta de'pastori, sembra che cessas- 
se nel santo lo stato di vero solitario, q uan- 
do contava 1 7 anni; e da quel tempo ap- 
punto l'elogista s. Gregorio I ci narra, che 
per essersi il nome suo ripetuto da molte 
bocche nelle vicine contrade, lo visitasse- 
ro non pochi suoi ammiratori portando- 
gli il nutrimento, ed egli li ricompensava 
col pane della vita. Così provvide Iddio 
al vuoto che alla sussistenza del giovane 
romito avea recato la morte di s. Roma- 
no. Non tardò molto, che il servo di Dio 
nel principio del Vi secolo fu chiamato 
alla direzione d'un monastero, ov'era per 
morte mancato l'abbate, e posto nella vìa 
che da Subiaco conduce a Tivoli pressa 
Vico varo. Sebbene s. Benedetto adope- 



SUB 

rosse ogni sforzo a sottrarsi da tale inca- 
rico, nondimeno vi si adattò; ma divenu- 
to molesto a quella scorretta famigliargli 
fu propinato il veleno in un vaso di vino, 
sul quale dopo aver il santo steso la ma« 
no per benedirlo si spezzò ad un tratto. 
Perciò si allontanò da que'monaci, e fece 
ritorno all'amata solitudine, da cui erasi 
con pena allontanato, cercando di dimo- 
rarvi solo con se stesso alla presenza di 
Dio. Però la dimora sua nella grotta non 
fu più del tutto solinga, poiché pel grido 
sorto nel pubblico di lui non andò guari, 
che molti si raccolsero in questo luogo 
per servire Iddio sotto il suo magistero; 
ed il numero di coloro che vi concorsero 
crebbe tanto, che nella periferia del suo« 
lo sublacense vicino a questa spelonca | 
chiamato perciò la VaUeSanta^ eresse e* 
gli verso il 5o6 1 3 monasteri,in ciascuno 
de'quali pose 1 2 monaci, che viveanosot- 
to il regime d'un abbate. Datosi egli in 
tal modo a un genere di vita del tutto at- 
tivo nel l'addestra re gli uomini alla vita 
cenobitica, pare che s. Benedetto si distac- 
casse sin d' allora dalla grotta, ove il suo 
spirito erasi formato a eminenti virtb, e 
che datosi tutto a stabilire e dirìgere i mo- 
nasteri, non si occupasse che del grande 
oggetto di formare gli altri sotto la sua 
scorta pel cielo. In questa guisa, i luoghi 
montuosi e alpestri divennero un paradi- 
so di spirituali dolcezze; il tetro soggior- 
no di bestie selvagge si converti nel l'abi- 
tazione d'angeli in terra; e dove prima si 
udivano solo i fischi de'serpenti e gli u* 
lulati d^'iupi, le grate grida innalzaron- 
si di quelli che cantarono le lodi di Dio. 
Qui il p. Bini fa parola delle due questio- 
ni che si agitarono forse con soverchio a- 
more di partito. La i.Viguarda, se s. Be- 
nedetto nell'edificare i 12 monasteri uno 
ne innalzasse vicino alla sua fortunata spe- 
lonca, alla quale egli dovè que'copiosi be- 
ni, onde il Signore ricolmò il suo spirito; 
sicché il monastero, che vuoisi fin da quei 
giorni costrutto presso detta grotta,si deb- 
ba considerare come il i .""fra tutti quelli 



SUB 253 

■ 

ch'ebbero per autore e immediato mae- 
stro il s. istitutore. La 2.* riguarda, se la 
regola formata da s. Benedetto per la di • 
rezione e governo de'mona'steri, venisse 
insieme col nascere di essi da lui pubbli- 
cata in Subiaco, o piuttosto a Monte Cas- 
cino ( F.) si debba accordare il pregio dì 
essersi ivi come novello Sinai proclama- 
to il suo tenore, e fattosi pubblico questo 
ss. codice. Sul proposito della r. "ricerca il 
p. Bini ne parlò in ragionando del mo- 
nastero del s. Speco, ed io che l'ho preso 
per guida ripeterò in breve a suo luogo 
il detto da lui. Quanto poi alla 2.' que- 
stione, riferisce il p. Bini, che non pochi 
sostennero e sostengono, che la s. regola 
solo sul Monte Cassino fu fatta conosce- 
re dal suo autore a' monaci. Tra le sue 
osservazioni però, è di peso quella, che 
autore s. Benedetto nelle contrade di Su- 
biaco di 1 2 monasteri, non abbia fin d'al- 
lora dato a'suoi discepoli una norma di 
vita regolare; e che quando piacesse con- 
cedere a Monte Cassino la lode che da es- 
so partisse la regola del s. legislatore, non 
potrà per tal fatto contrastarsi al s. Spe- 
coavventurato il merito molto maggiore, 
che nel ritiro di esso meditasse egli gl'in- 
segnamenti espressi nella sua regola,pie- 
ni di celeste sapienza, e che questi pones- 
se in pratica nel dirigere i 1 2 monasteri, 
i quali poi volle forse ridotti a un certo 
sistema di leggi claustrali donare alla lu- 
ce del mondo, il quale tte profittò ampia- 
mente e con que' molteplici e felici suc- 
cessi che celebrai in tanti articoli. Sia co- 
munque, il s. Speco ha il vanto e la glo- 
ria d'aver dato al suo ospite l'occasione 
d'innalzarvi ili. ^monastero dell'ordine, 
la fonte de'beni e de'Iumi non mai abba- 
stanza ammirati, che piacque al cielo di 
donare allo spirito di 8. Benedetto; che 
se egli o per la specchiata sua modestia o 
per altre ragioni non alzò qui il i.^suo 
monastero, e lo determinarono a gettare 
altrove lai.' pietra, questo luogo donde 
parti la magnanima impresa, fu quello o- 
ve fu meditata pel corso di più anni, e per- 



254 -"> U B 

ciò in questa selce beata i benedettini de- 
vono riconoscere griocunnaboli del me- 
raviglioso ordine loro,e Ja pietra che scol- 
pì il colosso del benefico monachismo; fi* 
nalmentesenza questo scoglio non sarebbe 
nato a sommo profitto degli uomini quel 
ceto immenso di cenobiti, al quale si roo- 
itrò in ogni tempo grata la terra, e fu sì 
caroal cielo per le grandi virili de'mede- 
simi. Lasciò scritto s. Gregorio I, che nel 
sinodo romano approvò la regola di s. Be- 
nedetto, di essere stata altresì questa for- 
tunatissima selce più ricca ne'suoi prodot* 
ti,che le miniere doviziose d'oro e di gem< 
me preziose; selce che non si rista dal ge- 
nerare i frutti di santità di vita e di sa- 
pere, come dall'operare gli antichi por- 
tenti a sollievo dell' afflitta umanità. II 
Brancadoro chiama il luogo Monte Santo 
diDìOy Monte propagatore della santità^ 
ed esclama. »% L'occidente non ebbe più 
ragione d'invidiarci progressi che faceva 
(o meglio che avea fatto) nell'oriente il 
dogma e la morale di Gesù Cristo per o- 
pera de'Basilii,de'Gri$ostomi ede'Grego- 
rii... Benedetto e i figli di Benedetto f'u> 
rona in luogo di tutti; e furono come la 
sorgente di Eden, da cui si diramavano 
ì reali fiumi, che si dividevano a fecon- 
dare la terra...OhSubiacolbasta enunciar- 
ti, per ravvisare in te questa sorgente am- 
mirabile di religione e di pietà... Tu ac- 
cogliesti nel tuo seno questo uomo straor- 
dinario; ed egli ti rese fecondo di tanti 
frutti di benedizione, che se ne giovò pre- 
cipuamente la Chiesa, se ne giovò lo sta- 
to, se ne giovarono le lettere (si allude al 
numeroprodigiosode'Papi, cardinali, ar- 
civescovi, vescovi, letterati,pQlitici, e santi 
usciti dall'inclito ordine benedettino che 
qui ebbe i suoi natali)... Venneda te la gran 
pianta, che co'suoi rami ingombrò tutto 
il mondo; degno perciò che sorgessi a tan- 
to riguardo, quanto or ne godi ; e che 
all' ecclesiastica signoria riunissi in quei 
tempi la dominazione temporale, per un 
intero e libero esercizio della spirituale 
giurisdizione, a vantaggio de'popoli". Ec- 



SUB 

co poi x nomi ei cenni che il p. Bini dà 
de' f 1 monasteri, che nelle vicinanze del 
s.Speco,per un pensiero ispiratogli da Dio 
nel tacito soggiorno che vi menò, furono 
eretti dallo stesso patriarca s. Benedetto. 
i.^Di 8. C/eme/i/e, sotto il vocabolo di Pi- 
gna Colombaria^ poco lungi dal mona- 
stero di s. Scolastica alla ripa dell'antico 
Iago. Quésto monastero fu più degli al- 
tri abitato da s. Benedetto, il quale vi ri- 
cevè i nobili giovanetti i ss. Mauro e Pia* 
qido (^.),afHdati allesue cure da'Ioro ge- 
nitori Eutichio e Tertullo. Qui si operò 
il succennato miracolo, che ili.** salvò il 
2.'' dell'annegarsi (per ricoi*dare il quale 
e in onore de'ss. Benedetto, Mauro e Pla- 
cido, nel 1 834 Gregorio XVI fece conia- 
re quella medaglia che desa'issi nel voi. 
XLIV, p. 72^ anno in cui volle divota- 
mente, visitare ancora una volta questi 
santi luoghi). Quivi pure avvenne l'altro 
prodigio operato da s. Benedetto, di riu- 
nire al manubrio il ferro a uso di falce 
caduto dalle mani del monaco goto nel 
lago. In questo luogo il perfido sacerdo- 
te Lorenzo tentò d'uccidere il santo, fa- 
cendogli porgere un pane avvelenato, e 
introdusse nell'orto 7 giovani nude per 
porre a cimento la virtù de'suoi monaci. 
Le colonne di porfido e altri marmi pre- 
ziosi che sono nel monastero dì s. Sco- 
lastica, diconsi avanzi della fabbrica di s. 
Clemente^ ovvero della villa che Nerone 
ebbe nelle sue vicinanze. Rovinò del tutto 
questo monastero per lo spaventevole ter- 
remoto che desolò l'Italia nel i tìi6.2.^Dei 
ss. Cosma e Damiano ^ titolo che ricevè 
dallo stesso s. Benedetto^ la cui chiesa fu 
convertita da s. Onora toi.^abba te dopo 
il s. patriarca uella sala capitolare, e fi- 
no a'nostri giorni ha questo medesimo u- 
so nel monastero di s. Scolastica. Fu al- 
lora edificato altro tempio vicino all'an- 
tico, e dedicato a s. Benedetto ed a s. Sco- 
lastica di lui sorella (gemella dicono al- 
cuni), e si pretende consagrato das. Gre- 
gorio I quando vi si recò colla madre s. 
Silvia; ma il p. Bini, seguendoli parerò 



SUB 

de'Maurini, pensa che quel Papa non si 
mosse mai daftoma nel suo pontificalo. 
Allorché poi nel 981 fu portata a compi- 
liiento la restaurazione di questa chiesa, 
ne fu falla la consagrazione da Benedet* 
lo VII, e prese ir titolo di s. Scolastica y 
abbandonando l'altro di s. Benedelto^for- 
se perchè a lui già da un secolo erasi de« 
dicala la chiesa del s. Speco. Devesi sen- 
za dubbio considerare questo monastero 
tra i primi dell'ordine, e decisamente il 
I .''restato tra quelli innalzati da s. Bene- 
delio, che fu centro di essi, e che tenne 
arricchito esso solo di singolari grazie e 
privilegi, non che di terre concesse dalla 
munificenza de'Papi, degl'imperatori e 
de're. Si meritò d'essere chiamato proto- 
cenobio, e di esso e sua chiesa e appar- 
tenenze parlerò poi, per non interrompe- 
re le indicazioni de' 12 monasteri. 3."Di 
s. Biagio vescovo e marti re,com preso den- 
tro i confini della solitudine sublacense, 
e lungi più che due miglia dalla città, an- 
tico monas le IO abita loda s. Romano, che 
die l'abito religioso a s. Benedetto e lo nu- 
trì. Senza perdere il suo antico titolo gli 
.si é aggiunto l'altro di s. Romano^ e poi- 
ché all'epoca della costruzione de' 1 2 mo- 
nasteri n'era angusta la fàbbrica per riu- 
nirci ismonaci, venne da s.Benedetto am- 
pliato. Attualmente ridotto a eremitag- 
gio, conserva un avanzo sì grande del suo 
antico edifizio da offrire comoda abitazio- 
ne per un romito. In due giorni dell'an- 
no la comunità monastica del s. Speco si 
reca a cantar la messa nella sua chiesa, 
la quale fu consagrata nella festa di s. Lu- 
ca daManfredo vescovo diTivoli neh 1 10. 
4.° Di s. G io. Battista^ dello poi di s. Gio • 
vanni dell'acqua^ o delle Tre fonti, pev* 
che in questo monastero s. Benedetto o* 
però il prodigio di aver tratto l'acqua da 
una selce, della qualeaveano in quel luo- 
go gran bisogno i monaci ne'loro lavori.. 
5.°Di s. Maria di Morrebotta sopra il s, 
Speco^ che prima avea il vocabolo di s. 
Maria di Primeranej o come altri vogl io- 
uo di s. Maria della Porziuncola^ e pel 



^ ^ f 
25j 



SUB 

cui esempio fu edificato da' francescani 
collo stesso nome ó'i^Porziuncoln (f .) il 
convento e chiesa di s. Maria degli An« 
geli presso Àsisi, come scrisse Guglielmo 
diNarni nel Chronicon Suhlacensis.Ov^ 
è pili conosciuto questo s. luogo sotto il 
nome del b. Lorenzo Loricato da Panel» 
lo, perché quivi abitò per molti anni il 
celebre anacoreta penitente di tal nome, 
nativo di Fanello negli Abruzzi, che vi 
sì recò nel 1209 e vi morì nel 1243. Es- 
sendosi trasferito il suo corpo nella chie^ 
sa del s. Speco, non restò.in quell'antico 
monastero che una chiesuola, alla quale 
spesso si recano i divoli di questo santo 
per venerare la dimora del rigido peni- 
tente (testimoni ne sono i cilÌ3;i o piastre di 
ferro, di cui arroventate coronavasené la 
fronte e cingevane le braccia, e la pesan- 
te maglia di ferro, con cui copri vasi il cor- 
po, donde fu detto Loricato, i quali si con* 
servano nella sagrestia del s. Speco), od 
altri per ammirare la posizione di queU 
la eminente allura tutta circondata da 
monti. Il Papa Gregorio XVI, che da car- 
dinale ne avea visitato la chiesa e l'ere- 
mo ove visse il santo, quando a'So apri- 
le 1 834 ^1 i'^<^^ ^^ s* Speco, volle risalire 
questo monte, e sostenne l'aspro eievatu 
cammino interamente a piedi^ e così fece 
nello scendere, offrendo nella maestà del- 
la sua suprema dignità uno spettacolo | 
che ricorderanno per lunga serie d'anni 
l'età future, e di cui.si é registrata la me- 
moria nella seguente )jeipide,com posta co- 
me l'altra dels.Speco dal p. ab. Bini, col- 
locata al fianco della chiesuola, e pubbli- 
cata dal Marocco. Quani Lc^urenlio Lo^ 
ricato sacram-Cernis hospes aediculam^ 
Haec Gregorium XFl Pont, Max.-IIl 
CaLMai,An.SAS3^'Simbruina fuga con' 
scensimi - Ac peditempostridiehuc usque 
progressuni- IJ ni verso populo laetitia gè- 
stiente - Jn Divani Anachoretam pium 
excepìL Avendo avuto l'onore d'accom- 
pagnarvi il cardinale e il Papa, fui promo-^ 
tore del marmoreo monumento, e lo fe- 
ci eseguire a mie spese. 6.** Di s. Angelo^ 



a56 SUB 

situato neHe TÌcinanse di Subisco, oltre 
il lago detto de Balzi s. Di questo mona- 
stero non ci restano neppure gli avanu. 
Quivi Tuobi che avesse stanza quel mo- 
naco, il quale poco attento neireserósio 
dell'orazione e fàcile alle distrazioni, ne 
fu con verga punito da s. Benedetto. 7.^ 
Di 8. ViUorino vescovo d' Amiterno e mar- 
tire,dicui pure non rimangono memorie. 
Era questo monastero posto a pie del 
Monte Porcai*o poi Preclaro^ non lungi 
da un borgo ovecredesi che si esercitasse 
nel ministero di parroco quel sacerdote, 
il quale visitò nel s. Speco s. Benedetto 
neHa solennità di Pasqua. 8.^ Di s. An- 
àrea di vita eterna. Restava vicino all'al- 
veo del fiume, e dopo le rovine cagiona- 
le nel principiare del VII secolo da' lon- 
gobardi si può credere die non fosse af- 
fetto restaurato. 9.°Di s. Michele arcana 
f^h. Pochi indizi restano di quésto mo- 
nastero , che s. Benedetto fece costruire 
sotto il suo s. Speco in una piccola pia* 
mura sopra la ripa del lago, i o.^Di s. Aa^ 
gelo di Arsane o Untano vicino a Trevi, 
detto perciò s. Angelo di Treviy il quale 
paese fu per qualche tempo sede vesco» 
vile, come narrai al suo luogo. Abbando- 
toda'monaci, venne convertito in un mo- 
nastero di monache, le quali vi soggior* 
narono 2 1 7 anni. Sisto IV nel 1 477 ^'^^ 
mal monastero dì s. Scolastica, e restano 
tuttora molti avanzi di sua fabbrica. 1 1."* 
Di s. Girolamo, Questo monastero fu dei 
primi ad essere abbandonato, né fu mai 
riparato dallesoffertedevastazioni;sicchè 
si può dire che restasse diroccato per 8 
secoli, finché nel 1 887 ne fu rialzata la 
fabbrica da Pietro Boverio o Boeri bene- 
dettino vescovo d' Orvieto, il quale per 
qualche tempo dimorò in s. Scolastica. Ur- 
bano VI con bolla ne avea ordinato il re- 
stnuro,di cui volle prender cura il prela- 
to che fu bersaglio de' tempi suoi, pieni 
di scismi e di turbolenze, e perquantodi- 
chiara il p. Valle nella Storia del dupmo 
di Orvieto a p. 38. Nelle antiche memo- 
rie si legge, che per mancanza di mezzi 



SUB 

il vescovo non potè per le nuove soprag« 
giuntegli sciagure compire la lodevole im- 
presa, sebbene vi spendesse 4ooo fiorini 
d'oro. Ottenne perciò da detto Papa ai 
I o luglio 1 387, un' indulgenza plenaria 
da lucrarsi da tutti quelli che a vesserò per 
due mesi prestato l'opera nel compimen- 
to di questo lavoro, i a.^Dt s. Andrea ora 
Rocca di Botte, Molti e non senza ragio- 
ne escludono questo monastero dal nove- 
ro de' 12 fondati da s. Benedetto, ed ia 
vece vi pongono s. Donato, nella contra- 
da che chiama vasi Eguifìa cvkì fal>brica, 
sebbene abbia avuto grandi variazioni, 
sussiste tuttora, ed è convertita io ana 
grancìa o grangia de| monastero di s. Sco- 
lastica. Una convincente ragione per non 
ravvisare in questo luogo l'esistenza d'un 
antico monastero, si è il non trovarsi in- 
dizio d' una casa monastica in Rocca di 
Botte fuori de'confini dell'abbazia di Su- 
biaco, giacché si conosce che s. Benedet- 
to fondò i suoi I a monasteri nella peri- 
feria di quel suolo sublacense, ch*ebb(B poi 
il nome di Santa Pialle. Rocca di Botte, 
terra de'Marsi io sito delizioso incontro 
a Oricola, con nomata da una forte roo- 
ca che in alto monte la custodiva, fu pa- 
tria di s. Pietro eremita, uno de'tanli san- 
ti che di loro pi*esenza onorarono Subia- 
co; ne tratta il G>rsignant nella Reggia 
Marsicana^ senza far parola del mona- 
stero di s. Andrea. Bensì ricorda che vo- 
gliono le antiche tradizioni che per la via 
di Carsoli sia passato s.Benedetto quando 
parti da Subiaco perlVIonteCassino,come 
pili vicina a Subiaco, e in compagnia del 
s&. Mauro e Placido, di due angeli, e di 
tre corvi, i quali per 5 miglia sempre fu- 
rono loro scorta e guida. Conviene pure 
che s. Benedetto dimorò nej paese de'Mar- 
si, e lo decorò con edificarvi più mona- 
steri. Avverte il p. Bini, che qualche pic- 
cola variazione che s'incontra presso i cro- 
nisti benedettini nel riferire i nomi de' 1 2 
monasteri sublacensi, e particolarmente 
presso Arnoldo Wion nel sua Féignum vi- 
taejuel Coiitme/t(arù> deirEsteao,epres- 



SUB 

so il p. della Noce abbate eassiaese, non 
dà a sperare precisione e piena verità par- 
lando di edifìzi innalzati dai 4 secoli in- 
dietro, i quali soffrirono ne'primi tempi 
di loro esistenza le longobardiche deva- 
stazioni, molti ne furono restaurati, al« 
tri lo furono in parte, e quindi abban- 
donati del tutto, restandone a noi scarse 
memorie nelle schede degli archi?i be- 
nedettini. Nella biblioteca Chigiana vi è 
il mss. del p. Costantino Gaetano da Si- 
racusa, colia descrizione de' 1 2 monaste- 
ri eretti da s. Benedetto ne' contorni del 
8. Speco; la quale si legge pure nel p.Ma- 
billon, AnnaUs Benedictini t. i,p. 87. 
La fece pure l'av. Fea nella numerazio- 
ne e località de' 1 2 monasteri, dopo aver 
pravato che il paese detto Subiaco non 
deve la isua origine a s. Benedetto, con- 
tro l'opinione del p. Pujati, cioè a p. 4$ 
delle Considerazioni istoHche^ fisiche-' 
geologiche^ riproducendo il mss. Chigia- 
no, e altrettanto praticò Marocco, Mo^ 
nurkenti t i o, p. 1 1 5. Ora fa d'uopo di 
parjare prima della chiesa e monastero 
di s.' Scolastica, già de'ss. Cosma a Damia- 
no, come anteriori d'erezione alla chiesa 
e monastero del s. Speco, e di questo e 
di quella lo farò poi. 

Uscendo da Subiaco e leggermente 
scendendo, dopo un mezzo miglia la via 
comincia a salire così agiatamente, da po- 
tervi andare in carrozza; e. per questa si 
gode una veduta amena della valle sol- 
cata dall'Aniene, le cui acque divise on- 
de muovere i molini, e le macchine del* 
le ferriere e delle cartiere, formano varie 
cadute. Si perviene poscia ad una cap- 
pella sagra alla ss. Annunziata, sulla qua- 
le un'iscrizione moderna in 3 distici(ripor- 
tali da Marocco in uno all'iscrizione po- 
sta neli655suiraltare) ricorda il suddet- 
to miracolo operato da s. Mauro d'ordi- 
ne di 8. Benedetto nel 528,pel quale s.Pla- 
cido fu salvato dall'onde dell' Aniene in 
che era caduto. Trovo nel n.*'76 del DiOr 
rio diRoma del 1 84 1 ,che il sulìodato mg.** 
Antonucci èssendo vescovo di Monte Fel- 

VOL. liXX. 



SUB 257 

tro si recò alla sua patria Subiaco, e con 
rito solenne benedi là i .'pietra del ponte^ 
che il consorzio sublacense e provinciale 
gettò suir Aniene e per memoria dì detto 
prodigio denominò s. Mauro. Di più che 
con annuenza del cardinal Spinola abba- 
te commendatario pontificò nel dì del- 
l' Assunta nella collegiata, compartendo 
la trina benedizione, amministrando gli 
ordini sagri e la cresima. All'epoca di 8. Be- 
nedetto il fiume ritenuto dalle chiuse ne- 
roniane, secondo Nibby, formava qui il 
i.^Iago che lambiva quasi il sito dell'edi- 
cola: e questo lago ripeterò che rimase fi- 
no a*20 febbraio 1 3o5, quando in una pie- 
na del fiume, due monaci togliendo im- 
prudentemente de'sas$i,aprirono un var- 
co all'acqua, che rovesciando i ripciri tor- 
nò nello stalo in cui era prima che Ne- 
rone la ritenesse, cioè presso a poco co- 
me oggi si vede. Il diverso parere sulla 
formazione de'laghi di mg.' Jannuccelii, 
lo discorsi di sopra. Soggiunge Nibby, a- 
ver detto essere stato qui il i.*^ lago, cioè 
il superiore, giacché riferisce Plinio ch'e- 
rano tre i laghi : avendo Nibby nelle sue 
investigazioni seguito il corso del fiume 
al di sopra di questo, ^no alle sorgenti 
non trovò tracce degli altri due, mamen- 
tréqui sono visibili le traccedella chiusa^ 
convalidate dallo speco aperto da Traia- 
no, edalla storia sovraindicata, crede che 
da questo punto l'acqua cadesse in due 
ristagni inferiori, anch'essi artificiali, fino 
a raggiungere il corso odierno. Dice pu- 
re, che l'abbandono della villa imperiale 
avea fatto sparii*e uno di questi laghi fin 
dair864»come si trae dalla bolla di s. Ni- 
colò 1; gli altri due laghi esistevano an- 
cora nel io52, poiché nella lapide inca- 
strata nel chiostro di s. Scolastica e ap- 
partenente a quell'anno^ fra l'altre possi- 
denze si nominano// Lacusj ma siccome 
è ignoto l'anno in che ili.^lago sparisse, 
COSI è ignoto quando rovesciasse la chiu- 
sa del 2.^ fatto che dev'essere avvenuto 
fra gli afiniio52 e i3o5, allorché certa- 
mente pel documento allegato uno solo 

«7 



a58 SUB 

ne rimaueva. Appena pattala la cappel- 
la di 8. Placido un sentiero a destra con- 
duce ad alcuni ruderi scoperti nel 1834 
e che evìàenteinente sono avanzi di ba- 
gni fluviali dipendenti dalla villa iinpe- 
rialedi«$ii^/!r7^rietiiit,de'(iuali Nibby pub- 
blicò la pianta nel 1838: fra qua' ruderi 
vedesi ancora lo speco quasi ostruito del- 
l'acquedotto dell' A niene Nuovo aperto da 
Traiano a sostituzione di quello di Clau- 
dio, onde avere l'acqua più pura. Sulla 
ripa opposta del fiume a mezza falda del 
monte Carpineto sonoroiìine d'una spe- 
cie di ninfeo, composto d*una gran nic- 
chia curvilinea fì-a due nicchie rettilinee 
separate ft*a loro da anditi. Il cammino 
dell'alto monte, dal destro lato sempre 
costeggiato dall' A niene, è continuamen- 
te da spesso bosso fiancheggiato, e di cui 
tutto il monte è quasi coperto, che cogli 
avanzi della villa diNerone dalla parte op- 
posta formano vedute assai pittoriche. Il 
proto-monastero di s. Scolastica, al quale 
dopo le rovine de' bagni si perviene, fu 
fondato nel 520 da s.Benedelto nella val- 
le anticamente detta Puceja, nelle terre 
de' genitori de'ss. Placido e Mauro, cioè 
Tertullo ed Eutìchio nobili romani,i qua- 
li nel 5^8 lo dotarono di molti beni^ che 
in parte già notai. Essi furono Subìaco, 
comprese le adiacenze del sito del s. Spe- 
co, i 1 lago colle mole ad acqaa e le peschie- 
re sino all'Arco di Ferrata ^luogo degli 
equi e ruscello, che ricordai come stazio- 
ne e parlando della massa Ad Laminas), 
la città di Tusculo (come notai a Fbasca- 
Ti), Gtf//icafio,DonabeIlo,it lago Foglia- 
no colla torre, s. Maria in Sorrisco sino 
al mare, e altri molti castelli. Queste do- 
nazioni in gran parte provenienti dai fon- 
di donati da'padri de'ss. Placido e Mau- 
ro, con diploma de'28 giugno 596 con- 
fermò s. Gregorio I, il quale col consenso 
di sua madre s. Silvia gli donò il castello 
Apollonioo Ampiglionerammentato,oon 
motti latifondi da lui ereditati. Questi pos- 
sedimenti in progresso si aumentarono, 
m entre la lapide più volte meozioData,ÌQ 



SUB 

cui l'abbate Umberto ricorda brevemen- 
te i fondi appartenenti al monastero nel 
jo5a, è del seguente tenore, liferitu da 
Mibby e riprodotto da Marocco. Lo Spe- 
co, i due Laghi, il corso del fiume colle 
mole e le pesche, Cenna o Jenne» Puct- 
ium o la valle Puceja, Opinianum, Au- 
gusta o A gusta, Cervaria o Cerva re. Ma- 
ranum o Marano, Anticulum o Aiiticoli, 
Ruvianum o Roviano, Arsula o Arsoli, 
Auricola oOvìcoìeif Carsolum o Carsoli, 
Canioranum Canterano, Rocca Cono- 
eia o Rocca di Mezzo, Trelanum^ Cer- 
reluni o Cerreto, Rocca Sarraceniscum 
o Saracinesco, Samhuquluin o Sambuci, 
Bicilianum o Ciciliano, Massa s, f^ale- 
riì, Roccade Ilice, Rocca luvenciatinw, 
Ampollionuni o A m piglione, e Collis Ma- 
lus. Altri aggiungono a' fondi posseduti 
nel I o5adalmonastero,Tuccianetto,Roc- 
ca di Botte, e Rocca Giovane; dappoiché 
oltre le rive dell'Auiene da sopra a Su- 
biaco si estendevano le possidenze fino 
al confluente della Ferrata sulla drlH»} ^ 
del Giuvenza no sulla sinistra, e tutti i vil- 
laggi che coronano queste sponde; sulla 
destra da Jenne fino a Roviatto,compreu- 
dendo Oricola e Carsoli che sono nel re- 
gno di Napoli; e sulla sinistra da AlVile 
fino ad Ampiglione, servendole di fron- 
tiera Guadagnolo.Quindi può riconoscer- 
si quanto potente fosse l'abbate di Subia- 
GO, ossia di s.. Scolastica, ne'tempi feuda- 
li, in cui ebbe un territorio di circa 5o 
miglia di circonferenza, con giurisdizione 
spirituale e temporale, con potere di me- 
ro e misto impero che eseixitò per 800 
anni, i monaci eleggendo l'abbate. Ma- 
rocco poi a p. i4^ riporta eoo ordine al- 
&betico l'intiero contenuto della tavola 
marmorea esistente nel destro lato del 
chiostro di s. Scolastica, in cui pure sono 
notati i seguenti luoghi che anticamente 
appartennero al monastero sublacense e 
come segue. Augusta, Arsuluni, Auricu' 
la ^ Anticulum Corradi, Anticulum Cam- 
paniae, Aprunianum, Apollonium, Ale- 
ranurUj Arbitretum, Anangula, Antonii 



SUB 

montlsy Castrum s. Angeli, Castrum Bi- 
cilianum^ Babucum, Buburanurn, Bari- 
num^Bulremtniy Bucanum , Boi^aranum, 
CameraUiy Canloranum, Castellum an- 
itqiium, CampileUunty Callcìanum, Car- 
solum Chitas, Castellum Paulacy Cer- 
varia, Cerretnm y Civilellay Cislemula^ 
Crìptula, Collemahtm, Collis Aitali, Ca- 
sa Corbulif Destanum niajus, Destanum 
minus, Demtula, Domiis Pnluliae Civi- 
tasy Effide, Fabia nuni,Fioracianum, Fé- 
roniamurij s, Felicita, Folianum, Flumen 
frigidum in Calabria, Genita, Giranum, 
Gallicanunìy Jubenzanuniy Intermura- 
num, lUcis Rocca, Lorianufn,Lucianumy 
Maranum, Mallicanum, Malliolanum, 
Minianum,Mesula,Melatianunì,Mlassa 
s. yalerii,Mucronianum,Mons Casalisy 
Nimpha, OUbanum, Orilìanum,Opinia' 
nuniy Piscianuni, Piceranum, Ponticel- 
lum,Paternum alias Pentonia,Paternel' 
lanìy Passera num, Pelvia Civitas , Po- 
dium, s, Pamphìlii castrum^ Puccejum, 
Rocca Caniorana, Rocca s, Stephani,Ro^ 
fatum, Rubianum majus, Rubianum mi- 
niis. Rocca de Butte, Rocca Martini, Roc" 
ca de Medio, Rojanum, Rocca de Suri- 
ce, Rocca Sicca, Sublacus,Sanihuculum^ 
Sala Civitasy Scurcula, Saraci niscum , 
Simpronianum 9 Storaoianum , Stornel- 
lum, Sertinianum, Treba olini Trebana 
Civitas, TuccianelUinty Tusculanum Ci-* 
vitas, Turpinianum, Turrianum, Trel- 
lanum, Vberanum, Ursanum,f^esanum, 
s, Vitus. Di tutti questi luoghi, alcpeno di 
quelli esistenti, o di cui ci restano notizie 
storiche, o li descrissi o indicai di sopra ò 
altrove, ovvero li riportai negli articoli 
Tivoli ePaosinoirB. Il loro possessofu cod^ 
fermato ancora al monastero e abbate su- 
biacense da' Papi Gregorio IV, s. Nicolò I, 
Giovanni XII, Benedetto Vllj Gregorio 
V, Pasquale II e altri Papi, non che da 
ìoiperalori come Ottone I. Questo mona- 
stero fu denominato prima de'ss. Cosma 
e Damiano, indi dopo la devastazione e 
invasione de' monasteri fondati da s. Be- 
nedetto, avvenuta nel 60 1 per opera dei 



SUB aSg 

longobardi, onde i monaci fuggirono in 
Roma nel monastero di s. Erasmo, e la 
riedificazione e dipintura dittane nel 70$ 
da Stefano abbate per le cure di Papa Gio- 
vanni VII che lo spedi a àSubiaoo, sembra 
essere stato posto sotto la protezione è de- 
nominazione de'ss. Benedetto e Scolasti- 
ca ^ ed anche di s. Silvestro Jj in fìitti che 
lo fosse già ci rea la metà del secolo seguen- 
te, lo mostra Anastasio Bibliotecario nel- 
la vita di s. Leone IV; dicendo che quel 
Papa offrì doni dì arredi sagri al mona- 
stero di s. Silvestro, s. Benedetto e s. Sco- 
lastica, quod nuncupatur Sublacu. Già 
notai, che portata a compimento la re- 
staurazione della chiesa nel 98 1 e con- 
sagrata da Benedetto VII, la chiesa e il 
monastero prèsero il titolo di s. Scolasti' 
ca e lo ritiene tuttora, abbandonandosi 
l'altro titolo di s. Benedetto, perchè una 
chiesa e dedicata a lui già erasi costrut- 
ta al s. Speco. Altra generica denomina- 
zione di questo monastero fu il vocaborlo 
SublacensCy ed in alcune memorie anti- 
che fu pur detto del s. Speco, perchè e- 
raglicongiuntoanchenel titolo, ed è per- 
ciò che s'intitolò pure di s. Silvestro I, a 
cui s. Benedetto a vea dedicato l'oratorio 
della sua grotta. L'aspetto esterno del mo- 
nastero somiglia ad un grandioso pataz- 
zo,congran facciata, pilastri binati e log- 
giesimmetriche,guarentitoda largo piaz- 
zale e dalla cinta d'alti muri, quindi con- 
tiene tre spaziosi chiostri o cortili, alti e 
lunghi doròtitorii. III. '^chiostro è moder- 
no:ivi sono stati raccolti alcuni monumen- 
ti antichi, cioè un sarcofago con soggetti 
bacchici esprimenti le feste dionisiache o 
il trionfo di Bacco, con Arianna, Sileno e 
alcuni Fauni; nel corridore chegii*a in- 
torno, una colonna di marmo numidico 
o giallo antico, altra di porfido, ed una 
testa bacchica; oggetti che probabilmen^ 
te furono nnvenuti nelle vicinanze, oche 
vennero trasportati da altre delle tante 
terre del monastero. Da questo chiostro 
si passa in quello piii antico costrutto nel 
secolo X, monumento importante^'per la 



a6o SUB 

storia deirarchitettura di quel tempo: es- 
so é arcuato con archi a sesto acuto, ed 
il principale di questi è di marmo orna- 
to di bassiri lievi, sulla cui sommità vedesi 
la B. Vergine seduta sopra un trono fì*a 
due leoni. Nel portico che gira intorno a 
questo chiostro sono due monumenti im- 
portanti de'tempi bassi. III." appartiene 
al 981, allorché fu terminata la riedifi- 
cazione della chiesa di s. Scolastica e de- 
dicata nel dicembre dal detto Benedetto 
Vll| e vi sono espressi in marmo un lu- 
po e un agnello, ovvero un cervo e un 
capi'io beventi a un calice o vaso, e vuoi- 
si idea di s. Benedetto per simboleggiare 
la sicurezza di questo monastero, essen- 
dovi ancora un'iscrizione in memoria del 
restauro e consagrazione della chiesa. 
L'altro monumento incontro è la lapide 
più volte rammentata e descritta colla in- 
dicazione de'fondi spettanti al proto-ce- 
nobio nei I o52, dicendo pure che l'abbate 
Umberto edificò la sublime torre o cam- 
panile a onore di s. Benedetto e di s. Sco- 
lastica sua sorella, di foggia quasi moresca 
e forse troppo ardita,con campane di mol- 
to pregio. Da questo chiostro si entra in 
un altro, simile per lo stile a quelli della 
Chiesa dis. Paolo fuori delie mura e del- 
la Chiesa dis, Giovanni in Laterano ( F,) 
di Roma, cioè opera del i .^periodo del se- 
colo XIII, nel quale é dipinta l'immagi- 
ne della ss. Vergi ne, lavoro del secolo XV. 
Riferisce Marocco che intorno al chiostro 
furono dipinti dal Manente c(ue'Papi,im- 
peratori e altri sovrani che beneBcarono 
il monastero, e sotto a'quali i monaci po- 
sero le loro memorie di donazioni e pri- 
vilegi concossi al medesimo, riportando 
tutte le iscrizioni. Questi bene&ittori so- 
no i Papi 8. Gregorio I, s. Leone IV, Gio- 
vanni XII, Benedetto VII, 8. Leone IX, 
Pasquale 11, Innocenzo 111, Gregorio IX, 
Alessandro IV, Urbano VI e Pio 11: Tim- 
peratore Ottone 11 l,rimperatrice Agnese, 
e Giacomo 111 re cattolico dìoghilterra. 
Vi sono pure i ritratti di diversi santi del- 
l' oixlibe, con analoghi distici. La chiesa 



SU B 

' di s.Soolastica é moderna,maestosa e d'or- 
dine ionico,adorna di scelti marmi, d'or- 
gano e di coro assai pregievoli. Oltre l'al- 
tare maggiore, si contano 8 cappelle la- 
terali con quadri mediocri. La 1 .* a sini- 
stra esprime laDiscesa delloSpirito santo, 
la a/s.Martino che generosamen te divide 
a'poveri il suo paludamento, la 3/ l'Ado- 
razione de'Magi la voro del 1 640, la 4.' la 
Coronazione della B. Vergine, Nell'oppo- 
sto lato la I .'cappella ha per quadro i ss. 
Gervasio e Protasio di Pompeo de Fer- 
rariiSi la 2.* s. Anatolia del Concioli, la 
3.* i ss. Placido e Mauro, la 4** >• Gre- 
gorio I. Sulla volta è dipinta s. Scolastica. 
La sagrestia fu costruita nel 1 578, come 
attesta una lapide: sulla volta Federico 
Zuccari o qualche suo allievo vi dipinse 
i misteri gaudiosi, i dottori di s. Chiesa, 
gli evangelisti, e l'apostolo s. Pietro sve- 
gliato dall'angelo; il quadro dell'altare 
reputasi della scuola di Maratta.l vi si con- 
serva il cappuccio di s. Basilio Magno (di 
cui feci parola nel voi. XXVII, p. aa 1), 
non però donato al monastero da'monaci 
basiliani di Grotta Ferrata (^•), per gra- 
titudine della ospitalità cordiale loro ac- 
cordata da'benedettini subiacensi, come 
scl'issero Marocco e altri , allorché circa 
il I i63vi si rifugiarono quando i norman- 
ni e i tedeschi invasero il Lazio; ma pel 
narrato a quell'articolo, ove dissi le reli- 
quie insigni e gli arredi sagri de'basilia- 
ni eziandio pervenuti in potere de'subla- 
censi. Leggo nella Cis^ìUà cattolica^ 1. 1 f , 
p.589, che i monaci subiacensi e il p. ab. 
PietroCasaretlo, poi presidente della con- 
gregazione cassinese, con zelo si adopra- 
rono per restituire all'antico splendore la 
chiesa di s. Scolastica, che per le viceude 
de'tempi ei'a decaduta e non più accon- 
cia a'divini uffizi, e la riaprirono al divin 
culto, a quello della Santa e alla pietà del- 
le popolazioni a' 1 3 ottobre 1 852, con di- 
voto giubilo delle medesime, che corsero 
a venerare il tesoro di sagre reliquie che 
possiede. Con più dettaglio poi apprendo 
dal n.''255 del Giornale di Roma la bel- 



SUB 

kzza de'restauri e degli aggiunti ornati; 
le statue de' patroni ss. Benedetto e Sco- 
lastica eseguite in plastica e eollocatenel- 
l'ingresso del tempio; l'altare di s. Che- 
lidonia decorato di scelti marmi, e le sue 
ossa rivestite da una figura al naturale e 
con ricche vesti; ed inoltre fu nobilitata 
la camera capitolare con decorazioni di 
stile gotico, come quello die meglio ritrae 
l'antico fervore della cristiana pietà; non 
che ridonato al suo lustro il claustro del 
secolo XIII, ricco d'ornati e dipinti,ch'e- 
rano stati imbiancati,oltre altri migliora- 
menti e cose aggiunte. Il monastero di su- 
perba costruzione, ampio e decente, ha 
per sala capitolare l'antica chiesa, come 
già rilevai. Il grandioso refettorio éador- 
no d' una buona pittura rappresentante 
s. Gregorio I, che vide assiso alla mensa 
che imbandiva a 1 3 poveri un angelo. Sa- 
lendo i ben lunghi corridori, trovasi per 
le scale una bella colonna di verde anti- 
co, indisi entra in un corridore dal qua- 
le si diramano due grandi corsie. Presso 
al giardino trovasi la scelta biblioteca, un 
tempo assai più ricca di rarissime edizio- 
ni, ed il prezioso archi vi o dovizioso di per- 
gamene e di codici, ed un tempo conte- 
neva manoscritti cdiplomi di sommo pre- 
gio, che involarono le antiche irruzioni 
de'longobardi esaraceni,e le nioderne in- 
vasioni, gl'incendi e altre funeste vicen- 
de. Nondimeno possiede pure importan- 
tissimi palimpsesti e cronache antiche, e 
alcune famose e primitive edizioni della 
ASiCampa.ImperocchèCorradoSweynheim 
e Arnoldo Pannartz tedeschi, si recarono 
in questo monastero nel 1 465, ov'erano 
alcuni monaci loro connazionali,e vi stam- 
parono il Donatus propueridis (chiama- 
to ili.^libro stampato in Italia, altri di- ' 
cono il Lattanzio), terminarono l'opera 
di Lattanzio Fi r mia no, quella De Qvi- 
tate Dei di s. Agostino, ec., trasportando 
COSI la meravigliosa invenzione dalla Ger- 
mania in Italia. Nel giugno! 467 i due ti- 
pografi passarono in Roma e v'introdus-' 
sero r arte della stampa/ quindi ebbero 



SUB 



261 



origine le stamperie romane e la Stam- 
peria camerale^ al quale articolo parlai 
del qui accennato. Adunque da questo ce- 
lebre monastero, in cui fiorirono uomi- 
ni sommi per santità e profonda dottrina, 
non solo uscirono quelli che raccolte nei 
tempi barbari le scintille dell'umano sa- 
pere le divulgarono a comune vantaggio; 
non solo vi si esercitò nel medio evo l'arte 
chi roti pografica, con ingegno, pazienza e 
dispendio, imprimendo le pergamene con 
caratteri di metallo, avorio o legno; ma 
in esso fu stabilita la i .'tipografia italia- 
na,e per cura de'monaci sublacensi si pub- 
blicarono le più rare e utilissime edizio- 
ni. Si può vedere quanto ne lasciò scritto 
il p. Laire, \^ecii7ie/i hist. Typographiae 
Rontanae: De TypographiaeSublacensi, 
e riprodusse Marocco a p. 84. Neil 843 
fu puhhWcBLÌo: Il monastero di s. Scout' 
stica in SubiacOf lettera di d. Serafino 
d!Altemps all'avv. Gaetano de Minicis. 
Quantoall'archivio,celebra quanto vi am- 
mirò, la Cronaca ài Giovanni monaco a- 
ragonese, e singolarmente quella di Che- 
rubino Mirzio; il loro (concittadino, es- 
sendo essi di Fermo) Lattanzio Firmiano, 
!:^* stampa seè il Donato la t .*, di Sweyn- 
lieim e Pannartz, eseguila nel 1 465 den- 
tro il monastero, in foglio ordinario sen- 
za numeri, e colle note del teologo Rau- 
dense. Osservò i margini bastantemente 
spaziosi, le lettere iniziali colorate a pen- 
na e amplificate con girigori, essendo la 
forma del carattere tutta romana. Parla 
dell'altra delizia tipografica: A» Augusti- 
ni, De Civùate i9tfi, 1467, altra edizione 
de'ricordati artefici e impressa nell'abba- 
zia di Subiaco, e lo prova col codice di ta- 
le opera ivi custodito, colle segnature del- 
le unghie, ove gli spazi indicati delle me- 
desime corrispondono perfettamente ad 
ogni pagina dello stampato; ed intorno 
all'interpretazione delle lettere che sono 
in fine dell'opera, opina che sia il nome 
di qualche operaio tedesco restato in Su- 
biaco alla continuazione della stampa De 
Ciyitate Dei. Attesta inoltre, esserTÌ nei- 



aG2 SUB 

Tarchivio codici e autografi pregìevolissi- 
mii resto dell'immeoso suo tesoro, rimar- 
caodo una Bibbia io pergamena nitidis- 
sima con eleganti miniature in varie tem- 
pere, ed in oro forbitissimo; egualmente 
in pergamena i Morali di s. Girolamo, con 
lettere di bel capriccio; un Messale con 
qualche immagine gaubatamente condot- 
ta per entro i fregi;leSentenzediPierLoro- 
bardo; un codice diplomatico del secolo 
X, molto utile per la storia del medio e- 
▼o; una miscellanea pui*e di quel secolo, 
ec. 11 Muratori, Rer, IlaL script, t. ^4, 
ed jintiq. Medii Aevi t. 4 > pubblicò il 
Chronicon Sublacense^ sive catalogusAb- . 
hatuin monasterii Sublacenti ab anno 
circUer SgS ustfuc adannuuuSQOy au- 
ctore MonachoSublacensi anonimo mine 
piimiim prodil ex mss. Cod. Rem. Ma- 
rocco a p. I ^3 ci diede la serie degli abbati 
claustrali sublacensi,e la continuòco'com- 
meudatari sino al cardinal Galleffi; la ri- 
produrrò poi e compirò con altre notizie. 
Imparo ancora dalla GvHlà cattolica^ n.^ 
ser.jt. 7,p. 337,cheora nel monastero su- 
blacense vi sono educati alla virtù e alle 
scolastiche discipline6dique'rooretti che il 
meraviglioso ab. Olivieri trae dalla schia- 
vitù e loro apre il sentiero della vita eter- 
na; di sua istituzione mirabile con isplen- 
dide parole parlai aSGaiAvo,e lo celebrerò 
pure a Triiutari, come quelli che la per- 
petueranno. Scrive Nibby,che uscendo da 
s. Scolastica e costeggiando il recinto del 
monastero, lasciasi a destra presso una 
cappella la piccola strada che conduce a 
Jenne e Trevi presso le sorgenti dell'Anie- 
ne; e salendo sempre per un piano incli- 
nato moltoagiato, dopo circa 3 quarti di 
miglioentrasiinun viale amenoombreg- 
giato da vecchi elei, avendo sempre d'in- 
contro dall'altra parte del fiume il monte 
Carpineto, orrido, dirupato, imboschito. 
Dopo detto viale si perviene ad un ripia- 
no, donde l'occhio spazia sui monti esul- 
la valle sublacense,e deliziandosi di si ma- 
gica veduta, poco dopo si giunge alla chie- 
sa e monastero di s. Benedetto detto ììSa- 



SUB 

grò Speco f ch'è circa un miglio distante 
da s. Scolastica e 3 da Subiaco. Questo dee 
riguardarsi, come il celebrai, la culla del 
monachismo occidentale, ed è addossalo 
al monte a guisa d'un nido di colombe, 
laonde in qualche parte fu d'uopo regger- 
lo con sostruzioni arcuate enormi, in al- 
tra tagliar la rupe che serve di parete ai 
corridori. Perciò mi occorre riprendere 
a guida il benemerito p. ab. Bini, e com- 
pendiare lesue belle descrizioni della chie- 
sa e del monastero, e come santuario do- 
vrò essere meno breve; come pure devo 
riparlare di quelli di s. Scolastica e suoi 
abbati, oltre quanto dirò in progresso del- 
l'articolo, essendo la storia delle chiese e 
de'due monasteri collegata tra loro. 

Abbandonata da s. Benedetto la vita so- 
litaria, per dar mano alia grande opera 
meditata nel s.Speco, e molto più quando 
partito da Subiaco s'avviò per Monte Cas- 
sino, non potè certamente la s. grotta non 
rendersi oggetto di pubblica venerazione 
e di religioso ossequio presso i popoli non 
meno dellesublacensi contrade,madi tut- 
te ancora le vicine regioqi. Il perché non 
andò guari, che T immediato successore 
del s. patriarca nel governo del monaste- 
ro de'ss. Cosma e Damiano, ora di s. Sco- 
lastica, l'abbate s. Onora to,si die la di vo- 
ta cura di formare una piccola chiesa in 
quella parte dello scoglio, ch'é inferiore 
allo Speco, la quale nel suo ritiro avea il 
s. anacoreta foggiato a uso d'oratorio, e 
che pare dedicasse egli fin d'allora a s . Sil- 
vestro I Papa. Mirasi questo in quella par- 
te del monte che declina air Aniene,la qua- 
le conduce al presente cimiterio, ove si 
vede un'antica sua statua, ed è quell'an-^ 
tro angusto ove dissi che il santo istruì va 
alla pietà i poveri pastoi*i. Quell'antro fu 
il germe dell'odierno tempio Specuense, 
ed ove s. Benedetto esercita vasi di e not- 
te nell'orazione e nelle più aspre flagella- 
zioni. I^on avendo l'idea di chiesa, restò ' 
immune nel 6o i quando i longobardi in- 
vaseroSubiaco operando barbarici guasti; 
una vera chiesa,tuttochè rozza eangubta 



SUB 

principiò quivi a sorgete dopo due secoli 
e mezzodairabbandonocbeneavea fat- 
to g. Benedetto, a tutto merito di Pietro 
G.^'abbatedopodiiui nel governodel mo- 
nastero snblacense, al quale s. Gregorio 
1 avea aggiunto alle altre sue concessioni 
quella del s. Speco. Pietro dunque ebbe 
il pio pensiero di ridurre a guisa d* una 
chiesa l'antico oratorio, e sì grande ne fu 
il fervore che lo mosseci richiamar a que» 
sto luogo in gran numero i fedeli per in- 
nalzarvi i loro voti al cielo, che potè egli 
ottenei*e da s. Leone IV, già benedettino 
nel monastero di s. Martino dì Roma, che 
qua si i*ecasse da Roma neir853 e vi con- 
sagrasse due altarì nello stesso luogo del- 
l'oratorio, dedicandone uno in onore del 
titolare s. Silvestro I, e l'altro de'ss. Be- 
nedetto e Scolastica. Venuto il Papa in 
s. Scolastica, nel dì seguente colla famiglia 
de'monaci salì a questo san tuario,o ve con- 
sagrò vicino airantico oratorio di s. Be- 
nedetto i due altari, donando poi alcuni 
vasi e suppellettili per uso della chiesa spe- 
cuense, e confermò tutti i privilegi già ac- 
cordati da'suoi predecessori al monastero 
di 8. Scolastica. Percirca duesecoli losta- 
to della chiesa nulla guadagnò nella sua 
ampiezza e splendore,sebbene sotto la sua 
povera forma non lasciasse d'essere fre- 
quentata dal popolo divoto, chiamatovi 
pure dal santo scopo di visitare piti sopra 
la sagra grotta. Nel governo abbozialedel 
francese Umberto, sebbene in tempi pieni 
d'angustie pe'monaci del monastero su- 
blacense, quell'abbate concepì il nobiledi- 
segno di cuoprire con un fabbricato u- 
tramqne cryptarìiy l'antro cioè ove erasi 
formato il suo oratorio 8. Benedetto, e vi 
erano stati innalzati due altari, e lo Speco 
ch'era stata la sua stanza negli anni del- 
la solitariadimora in quel sito; e dalla riu- 
nione delle due parti dello scoglio chiu- 
se da un muro nacque una chiesa nuova, 
la quale se non avea il pregio d'una elegan- 
te struttura, offriva almeno al popolo un 
comodo maggiore allo sfogo de'suoi di vo- 
ti esercizi. Questa ooo avea l'ingresso die 



SUB 263 

dalla parte del monte Talèo, cioè a dire 
all'estremità dello scoglio posto al fianco 
dell'antico spineto poi roseto inferiore al 
presente cimiterio , donde per disagiato 
cammino salìvasi a venerare l'oratorio e 
ils. Speco di s. Benedetto. L'abbate Um- 
berto in quest'opera e nella fabbrica del 
monastero specuense, fu con gran muni- 
ficenza soccorso da 8.Leone IX, da cui nel 
io5a creato abbate quando si recò nel 
monastero di s. Scolastica per quietarvi 
alcuni torbidi. Chiamò il Papa a se alcu- 
ni di Subiaco, e fece loro dcre rimprove- 
ro per certe scritture ingiuriose al mo- 
nastero sublacense, ordiuò che fossero da- . 
te alle fiamme, confermando al monaste- 
ro il possesso di Subiaco e di tutte le ter- 
re che avea soggettie. Di piti concesse alla 
chiesa specuense nel giorno di s. Grego- 
rio I l'indulgeqza di 7 anni e altrettante 
quarantene; nel giorno di s. Nicolò vesco- 
vo di Mira, 3 anni e altrettante quaran- 
tene; e nel giorno di s. Romano abbate, 
9 anni e altrettante quarantene. Di que- 
sto santuario, fra' più venerandi del cri- 
stianesimo, disse s. Leone IX: Propemi- 
rabìlis est Locus iste per omnipotentem 
Deum, Che se la chiesa non presentava al- 
lora nelle sue parti, che un'oscura stanza 
in salita e tutta iu lungo, non si debbono 
minori lodi per questo al zelante abbate, 
poiché i suoi sfoCzi furono stimoli alle po- 
steriori ampliazioni e abbellimenti. Non 
passarono infatti che pochi anni dall'o- 
pera d'Umberto,che il successore Giovan- 
ni 5.^ die mano a erigere nel luogo stesso 
un tempio quale si conveniva al ss. eroe, 
e la pietà richiedeva del popolo a lui di-^ 
voto. L'abbate Giovanni 5."* era un mo- 
naco del monastero di Farfa (di cui me- 
glio riparlai a Sabina e Spoleti) della no- 
bilissima famiglia Crescenzio e assai noto 
al cardinal Ildebrando poi il gran s. Gre- 
gorio Vii, che incaricato da Alessandro If 
della visita e riforma del monastero subla- 
cense,seco l'nven qua condotto nel io 6a; 
sicché egli stesso lo destinò allora al go- 
verno del monasterOi e divenuto Papa^ lo 



26i SUB 

creò cardinale e lasciò abbate di t. Sco> 
lastica^al quale era unito e soggetto il 8. 
Speco. Si propose egli di portare a com- 
pimento Topera cominciata da'due pre- 
decessori, e ne toccò felicemente la meta. 
Imperciocché condusse questo cardinal 
abbate la chiesa allo stato ìd cui trovasi 
presentemente; e se si considera il tempo 
•I quale appartiene illavoro,e il luogo del- 
la sua costruzione, devesi ammirare Tec- 
cellenza di quell'arte, per la quale al fianco 
d'una scogliera, senza deviare dal suo an- 
damento per non alterare lo stato della 
i. grotta, oggetto deirantico e del nuovo 
edifizio, s'innalzò un tempio acconcio a 
riscuotere e nutrire la divozione del po- 
polo verso sì cospicuo santuario. Il car- 
dinal Crescenzi raggiunse col mezzo di va- 
lenti artefici l'ideato disegno, e ne fanno 
fede griotendenti^altamente encomiando 
l'eccellenza e la singoiar maestria d' un 
tempio eretto nel declinar del secolo XI, 
Fu nella costruzione di esso che si demo- 
lirono i due antichi altari^ perché dan- 
neggiati dall'umido, a'qualt unose ne so- 
stituì nella parte alquanto superiore al 
presente cìmiterio, lontano dal Contatto 
del monte e dalla rupe adiacente, 41 quale 
tornò a dedicarsi a Papa s, Silvestro 1 ; lo 
consacrò Pietro vescovo d'Anagni, ed é 
quello che oggi contiene le ceneri del b, 
Lorenzo da Fanello, L'altro altare ven- 
ne poi costruito nella chiesa superiore, ed 
in esso si collocarono i sagri avanzi di s, 
Anatolia verginee martire (trasportativi 
da Castel Vecchio, per quanto dissi nel 
voi. LX, p. 44> ^^ B P* 4^ riparlai della 
sorella s. Vittoria). A questa santa il po- 
polo professò sempre tenera divozione, e 
innanzi all'altare che consagròAdamo ve- 
scovo d'Alatri, si facevano anticamente le 
professioni monastiche colla solenne pro^ 
messa dell'osservanza de'3 voti, invocan- 
dosi pure il nome di s, Anatolia, Per a-^ 
Ter dunque il zelantissimo cardinal abba^ 
te formata di grosse pietre una scala per 
salire dall'antico oratorio alla s, grotta, 
e quivi altre due^ l'una dit;» e l'altra di 



SUB 

1 3 gradini, aprì così a tutti una comoda 
via ad ascendere al tempio luperiore, il 
cui pavimento ornò di pietre di vario co- 
lore, e tale si mira tuttora. Una sola era 
la porta che conduceva il popolo alle di- 
stinte parti della chiesa, ed era appunto 
quella aperta con gran disagio a chi per 
balze e scoscesi dirupi recavasi fio da prin- 
cipio a venei*ar l'oratorio e lo Speco di s. 
Benedetto. S'impegnò pertanto il cardi- 
nale nella costruzione d'una strada più 
comoda a praticatasi, che fece nascere dal- 
la cappella di s. Croce, della quale non 
restano avanzi, la cui struttura impiegò 
l'opera di molte braccia e la spesa di ri- 
levante somma, onde adattarvi un uni- 
forme strato di pietre. Inoltre l'abbate fe- 
ce ornare di pitture la chiesa, da lui con- 
dotta a questo termine, da eccellenti mae- 
stri di Roma, secondo la condizione del 
tempo e lo stato dell'arte pittorica, i qua- 
li artisti pare che incominciassero le loro 
pitture dalla volta, che sembrano di gre- 
co pennell.o> ricordando gli antichi mu« 
saici coetanei romani le forme gigante- 
sche de' santi e degli angeli che rappre- 
sentano. In questa chiesa il cardinale ri- 
ceve nel 1077 i' imperatrice Agnese (in 
occasione che si recò in Roma a &r pe* 
nitenza, per aver contribuito all'elezio- 
ne dell'antipapa Onorio II contro Papa 
Alessandro 11, e sotto la direzione del be- 
nedettino cardinal s. Pier Damiani, fa- 
cendo la sua confessione generale avanti 
la tomba di s, Pietro: fu ospitata onora- 
tamente nel patriarchio Lateranense da 
s, Gregorio VII, ed in morte le cele- 
brò solenni funerali e la fece tumulare 
nella basilica Vaticana ) spogliata del- 
l' amministrazione del regno dall' inde- 
gno figlio Enrico IV persecutore crude- 
le della santa Sede, dopo aver con edi- 
ficante contegno visitato i monasteri be- 
nedettini di Monte Cassino e dìFarfa, al- 
loggiandola nel monastero di s. Scolasti- 
ca. In questo vi accolse pure Pasquale U 
a'28 agostoi 117, che si recò in Subiaco 
per richiamare alla soggezione del mo« 



SUB 

naslero i due castelli di Ponza e di Affi- 
le, de'quali erasi impadrooito lldemondo» 
e gliene oonferniò il possesso. Salito poi 
al s. Speco vi coosagrò un altare che de- 
dicò a'ss. Benedeltoe Mauro, il quale re- 
stò demolitoquapdo nel i SgSpev amplia- 
re la chiesa inferipre si tolse la scala che 
l'ingombrava e altra se ne costruì per sa* 
lire alla parte superìore del tempio. Que> 
sto abbate, tanto benemerito del s. Speco, 
assegnò alla sagrestia l'entrate delle chie- 
se di s. Giovanni d'Ànticoli, di s. Maria 
d'Ai*soIi e della Madónnad'Oricola; e do- 
po, aver governato 56 anni il monastera 
sublacense, mori in decrepita età, ed eb- 
be successori che nulla* operarono a de- 
coro della culla dèli' ordine, sino a Gio- 
vanniG.'^diTagliacozzo.Neli aiòaPapa In- 
nocenzo IH 9ì recòaSubiaco per riforma- 
re nella regolare osservanza il monastero 
di s. Scolastica,e salito al s. Speco e lutto 
attentamente considerato, dipoi volle che 
una particolare famiglia di monaci aves- 
se quivi fissa e stabile dimora, assegnan- 
do i mezzi pel suo mantenimento, giac- 
ché fino allora non se ne contavano che 
pochi, i quali di loro scelta vi prendeva- 
no stanza; ed ordinò altresì, che il prio- 
re del & Speco fosse distinto da quello 
di 8, Scolastica, e dipendessero ambedue 
dall'abbate di questo ultimo monastero. 
Il Papa creò pel i .^'prioredel s.Speco Gio- 
vanni di Tagliacozzo, e concesse alla chie- 
sa l'indulge nza diy anni e altrettante qua- 
rantene nel giorno di s. Benedetto. Il Fer- 
lone. De' viaggi de' Pontefici yiiìavóa al 
12 12 l'andata d'Innocenzo III a Subia* 
co, e narra che nel concilio generale di 
Luterano JP^ neliaiS con lungo rego- 
lamento riparò alla decaduta osservan- 
za de'monaci sublacensi, enedà uji sun- 
to. 11 priore Giovanni dopo averi 5 anni 
in tal qualità soggiornato al s. Speco, fu 
da Onorio III nel 1 2 1 7 creato abbate di 
e. Scolastica. Questo Giovanni G.'^aven* 
do conosciuto i bisogni e la convenienza 
d'accrescere splendore esterno al s. Spe- 
C0| aprì migliore strada da s. Croccila ad 



$ U B a65 

esso, ed è. quel la che ancora si pratica da 
taluno, e inferiore alla pi*esente costruita 
nel 1689. Erasi aperta piti tardi rim pet- 
to alla s. grotta un'entrata vicino all'an- 
tica, ma fu presto chiusa e offre l'idea di 
una nicchia nella chiesa inferiore che con- 
tiene l'immagine del Redentore. Al ter- 
mine della via di detto abbate, con pio» 
cola gradinata furono condotti! monaci 
al piano della chiesa superiore,e dalle lo* 
ro celle al coro probabilmente a que'di 
presso la sagrestia e nello spaeio che di- 
vide le due parti superiore e inferiore dei 
tempio ; però la porta attuale del teiD«* 
pio fu aperta nel secolo XVI, quando sì 
chiuse la porta situata al sinistro lato del- 
l'altare delia chiesa superiore. In tempo 
di detto abbate fu diviso l'ingresso degli 
uomini da quello delle donne,perchè l'an- 
tico ricordalo sentiero comprendeva nel- 
l'accesso alla chiesa una pìccola parte del 
monastero, laonde per le donne fu aperta 
altra porta, ora pe' muli : per questa le 
donne ascendevano fino alla parte del- 
l'antico coro, e di là scendevano alla s. 
grotta. Siccome poi restava sempre an- 
che per questa via l'inconveniente, che 
una parte del monastero venisse prati- 
cata dalle donne, ordinò peraiò Grego- 
rio XI che venisse del tutto loro inibito 
l'accedere al s. Speco; e perché non si de- 
fraudasse il loro bene spirituale, traspor- 
tò a loro comodo soltanto le indulgenze 
alla chiesa del s. Speco concesse da'pre- 
decessori alla cappella di s. Croccila. Ri- 
conoscènte l'abbate Giovanni 6.^ all'ope- 
rato da Innocenzo III a vantaggio del s. 
Speco, volle alla destra della scala che 
conduce alias, grotta efilgiornerimmagi- 
ne,che pose in fronteal diploma delle or- 
dinate concessioni, il quale ha la data dei 
24 giugnoi2i3> e alla destra di tal di- 
pìnto vi è il ritratto d'un monaco, pro- 
babilmente quello dello stesso abbate. 
Questit)rdìnò pure le pìtturea fresco prin- 
cipalmente nelle pareti del tempio infe- 
riore, e vi pose il suo stemma, ed il p. 
Bini le a*ede eseguite da pennelli Italia* 



366 SUB 

ni con erudite ragioni, rigettando l'opi- 
nione che i pittori di quell'epoca fossero 
tutti di greca origine. Pib vicini a'nostri 
tenapi e non lontani da quelli di Cima- 
bue e di Giotto, egli repula t dipinti della 
chiesa supenore, i quali .in gran parte 
rappresentano nelle pareti la storia della 
Passione e Ascensione del Redentore, ed 
il Transito della B. Vergine; né manca- 
rono altri pennelli che ne' tempi poste- 
riori lavorarono nella chiesa, poiché nel- 
lo scendere la scala ctie conduce al giar- 
dino delle rose, ove le pareti sono tutte 
dipinte, si vede reilìgit di s. Gregorio f, 
col nome del pittore greco Slatnmatico 
e l'anno 1489. Similmente 'alla sinistra 
di chi scende lai.* scala che parte dalla 
chiesa di mezzo, in una nicchia è l'im* 
roagìiie della Madonna con due figure ai 
fianchi, ed il nome del pittore Magister 
Conxulus pinxit hoc opus, e si conside- 
ra dipinto posteriore agli altri. Nelle pa- 
reti della scala che conduce al cimitero 
vi sono pitture coeve a quelle della chie- 
sa, e due monaci dipinti neh 3 1 5.II com.- 
plesso di tutte queste pitture diverse pre- 
sentando i progressi dell'arte, i cultori di 
essa si recano a studiarle e copiarle. In- 
oltre le volte e le pareli hanno fi'egi con 
simboli usnti per ornamento delle cri- 
stiane basiliche negli antichi tempi,come 
l'Agnello incarnato, le colombe che be- 
vono al vaso stesso di elezione, e altre em- 
blematiche immagini. Morto Giovanni 
6.°, gli successe nel governo di s. Scola- 
stica Landò, nel pontificato di Gregorio 
JX, il quale atterrito dalle spaventevoU 
scosse di terra che afflissero tutta Italia, 
non meno che dall'infuriare di desolante 
peste che faceva strage, specialmente in 
Koma e nelle vicine provincie di Cam- 
pagna, pensò d'implorare da Dio la ces- 
sazione di tali flagelli recandosi a questo 
santuario, ove passò il luglio e l'agosto 
I ti aBnell'esercizio d'assidua orazione e di 
penitenza severa. Vi consagrò a s. Grego- 
rio I (per eseguire il voto fatto in conclave 
deìSetlizoniOye per singoiar divozione ver- 



SUB 

so s. Gregoriol a per sua nriadre a. Sìlvia) 
l'altare degli Angeli custodi, e rarriccliì 
di doni e privilegi spirituali. Di questo 
si ha la memoria ne'versi esametri, die 
in tal cappella si leggono sotto la sua fi- 
gura in alto di consagrare l'altare, e ri- 
portati dal p. Bini: altri versi li canotto 
il tempo. Siccome sotto Timinagiae del 
Papa l'iscrizione dice consacravii ecclt- 
siam, devesi però intendere la sola cap- 
pella, perchè supplicato da'ooonaci ad e- 
itendei*e a tutta la chiesa il rito solenne 
della consag razione, rispose che non a* 
vrebhe mai preteso di con«agra re un luo- 
go giàsantificatodalla lunga dimora fat- 
tavi da s. Benedetto e dalle lagnane che 
vi avea versato di compunzione e di a- 
roore verso Dio. Di tal fatto n*è prova la 
pittura, nella quale vedesi 11 PnpA colla 
mano sopra un libro in cui è scritto : Ilic 
locus sanctus e5/.Quivi purè è ud Saggio 
di pittura della 1 .'metà del secolo XI II, 
oltre l'immagine di s. Francesco d'Asisi, 
posta alia destra dell'ingresso della cap- 
pella, colle parole Fr, Francisctts, che 
si recò al s. Speco nel i aa3. Ad essoGre- 
gorio IX accordò pe' visitanti la remis- 
sione della 7.* pai*te de' peccati nel gior- 
nodi s. Benedetto; l'indulgenza di 9 anni 
e altrettante qtiarantene nel giorno di s. 
Biagio e di s. Mauro; di 5 anni e altret- 
tante qtiarantene nel giorno de'ss. Pla- 
cido e Flavia martiri. Amorosissimo Gre- 
gorio IX co' benedettini, con 4 diplomi 
confermò al monastero di s. Scolastica i 
suoi antichi privilegi. Alessandro IV a- 
vendo professato in s. Scolastica la rego- 
la benedettina, neli26o portatosi inSu- 
biaco fece breve dimora nel medesimo e 
lo arricchì di nioltje grazie, conferman- 
do pure l'indulgenze accordate da' suoi 
predecessori al s. Speco, e concesse quel- 
la d'un anno nel giorno di s. Benedetto. 
Nel 1294 s. Celestino V concesse per tal 
giorno l'indulgenza di 9 anni e altrettan- 
te quarantene. Urbano VI nel i38i fu 
nel monastero dì s.Scolastica)ed al s. Spe- 
co, ove si trovò presente alla professione 



SUB 

d'un monaco. Quietò in t. Scolastica le 
discordie insorte nell'elezione deirabba- 
te^ la quale l'eseguì egli stessq, e decretò 
che in avvenire la scelta dell'abbate per- 
|ietuo,la qua le competeva prima alla con- 
venlualità, fosse soggetta al beneplacito 
e manualità della s. Sede. Indi nel 1 386 
accordò ah. Speco l'indulgenza d'un an- 
no e d' una quarantena nel giorno di s. 
Michele Arcangelo, e di 3 anni e altret- 
tante quarantene ne'giorni di s. Nicolò e 
di s. Scolastica. Pioli recatosi in Subiaco- 
nel 1 46 1> salì a' 26 settembre al s. Speco, 
e nel giorno stesso accordò alle donne l'in- 
gresso nella chiesa, ch'era innanzi per lo- 
ro vietato, aggiungendo alle antiche In- 
dulgenze quella di i o anni e altrettante 
quarantene ne' giorni delle tempora di 
settembre. 11 diploma porta la data, in 
monasterio sac. Specus anno 1 46 1 sextò 
calendas octohris, Gregorio XIII a' 28 
settembre i583 concesse l'indulgenza 
plenaria dalla domenica di settuagesima 
fino alle Céneri inclusivamente, e dalla 
domenica di Passione alla Pasqua, una 
volta altresì nel mese di maggio e nel- 
1*8.^ d'Ognissanti, e di più 7 anni e altret- 
tante quarantene per ogni volta che si sa- 
lirà la scala santa al s. Speco. Nel santua- 
rio del s. Speco è chiamata Scala santa 
quella per la quale s. Benedetto vi scen- 
deva, recandosi nel così detto oratorio ad 
istruire i pastori, e perchè ì Fedeli soglio- 
no ascendere piamente per essa in ginoc- 
chio, orando sopra ogni gradino, ed ac- 
quistano così l'indulgenza. Di altre sca- 
le sante e diverse da questa, parlai al- 
l' articolo Scala santa. Grandi varia- 
zioni non incontrò coU'avanzar degli an- 
ni la fabbrica di questo tempio nelle sue 
parti,e quale ora si mostra, tale già fu ne- 
gli ultimi sei secoli precedenti. Af venne 
solo nel i5g5, in cui essendone abbate il 
p. d. Giulio da Mantova «i fu operato co- 
sa, per la quale non è a dubitarsi aver 
egli meritato somma lode. Siccome l'an- 
tica via che conduceva al s. Speco, na- 
sceva faceva capo alla parte inferiore 



SUB 267 

dello scoglio sotto il presente cimiterio, 
come già dissi, e non eravi rimpetto alla 
s. grotta quell'apertura che vi esiste pre- 
sentemente, perciò di là si saliva per una 
scala protratta fino al mezzo della chiesa 
al di sopra della stessa grotta , e quindi 
per altra piccola scala si scendeva a toc- 
care quella parte di scoglio che contie^ 
ne i'antiqo antro che formò il luogo di 
dimora del glorioso s.Benedetto,ove tro- 
vavasi collocata la sua statua,ed è quella 
appunto che esiste nell'antro del suo ora- 
torio. A togliere dunque la bruttura di 
quella scala che ingombra va il mezzo del- 
la chiesa inferiore, e per rendere piii co- 
modo l'accesso della s. grotta, pensò prov- 
vidamente l'abbate p. Giulio di demoli- 
re la scala che conduceva in salita all'al- 
tra per la quale si discendeva, e fatta una' 
esterna apertura quale ora si mira, e rot- 
ta altresì una parte dello scoglio per in- 
nalzare un altare dirimpetto alla statua, 
la quale prima era al fianco, ed ora tro- 
vasi in mezzo del s. Speco, rese così me- 
no disagiato per tutti e facile il visitarlo, 
ed assistere alla celebrazione de'sagrì mi- 
steri .L'apertura che forma l'ingresso alla 
6. grotta fu ampliata nel 1 765, e l'altare 
che vi era stato eretto, fu consagrato dal 
vescovo d' A latri Giulio di Terni. L'an- 
tica statua di niun pregio, fu rinnovata 
nel 1 657 dallo scultore Antonio Raggi di- 
scepolo del Bernini, il quale la terminò 
con tale squisitezza d'arte, che onora que- 
sto artista e il celebrato maestro. L'al- 
tare pure dopo cii*ca due secoli fu rico- 
struito di marmo di Carrara in modo da 
non coprire la statua cb'é al di dietro^ e 
tutto nel 1 785 per cura dell'abbate p. d. 
Ambrogio Mirelli poi arcivescovo diChie- 
ti, ed a'4 agósto lo fece consagrare dal- 
l'abbate dis. Scolastica p. d. Antonio M** 
de Cuppis. Già Innocenzo XI avea con- 
cessa l'indulgenza plenaria ne'giorni di 
s. Benedetto, di s. Scolastica, di s. Mau- 
ro, di s. Placido e compagni martiri, di 
tutti i ss. Monaci, e di s. Geltrudè.Altra 
indulgenza plenaria a'2 2 no vembra 1701 



!i68 SUB 

atea accordata Clemeote XI ana volta 
l'anDO a tutti ì fedeli, cbe confesiati e co- 
municati avessero visitato il s. Speco,ap- 
plicabile io suffragio de'defunti^colla bol- 
la Infunciae nobis ^j^resso il Bull, Roai. t. 
io,par. i,p.39.Pio VII a'i5 lugtioiS 1 7 
estese la concessioue di Clemente XI a 
una volta il mese. Nel BuU, Rom, coni. 
X. 1 3,p.427) vi é il breve diPio VW^Salis 
superq uè ^diveiio al cardinal Galleffi ab- 
bati monasterii s, Scolasiìcae Sublaceti- 
tis ordinis s, BenedicU, nuUius dioece- 
sii in dislrìctu Urbis: Assignalia bona- 
rum prò maniitentionc s, Specus, ubi s. 
Benediclus jecitfundameiito ordinis sui 
in abbaila nullius dioecesis prope Subla- 
cum. Noterò pure che vei'so la metà del 
secolo XVllI, il celebre cardinal Corra- 
diui di «Sezze, ove meglio ne parlai, qual 
protettoi'e della eongregazionecassinese, 
impetrò dal Papa Clemente XI 1, che un 
numero di 4 confessori monaci colle fa- 
coltà de* Peniienzieri di Roma (nel quale 
articolo dissi ancora di quelli cassinesi 
della basilica di s. Paolo, e dell' uHitio da 
loroeziandioesercitatoins.MariainTras- 
tevere quando questa fu sostituita all'al- 
tra negli anni santi) e del santuario diLo- 
reto,risiedessero sempre nel s.Speco; che 
le roedeskne indulgenze de' ss. Limina 
y'i lucrassero i di voti, e quanti ai santua- 
rio peregrinassero; con l'arci vescovo Te* 
deschi,di cui riparlerò,ne restaurò il mo- 
iiastei*o, e non potendo egli solo bastare 
per le beneficenze cbe praticava con al- 
trì,inviiò con caldissime iellera a contri- 
buirvi tutti gli abbati <»ssinesi di Fran- 
cia, Germania, Spagna e Portogallo, ri- 
servandomi in progresso di riferire altre 
beneficenze. Questa chiesa e insigne san- 
tuario, in complesso ecco come la descri- 
ve Ntbby. Neil. ^ingresso di questoluo-r 
gè vedesi un' aquila de' tempi bassi ; il 
corridoio che segue e ornato di pitture del 
secolo XV, e la parte sinistra è la rupe 
stessa del monte: rnutore delle pitture è 
incognito, la data però del 1 466,che por- 
tano quelle della cappella che precede il 



SUB 

s. Speco, e che sono del medeauno ili^ 
sono un documento positivo del tempo 
iu cui furono eseguite. Quelle del vesti- 
bolo rappresentano fatti della vita diOe- 
%ìk Cristo. Si discende al s. Speco per due 
cappelle dipinte da Conciolo, ed il Lao- 
zi fa rimontare al 1 ti 1 9 quella esprìineo- 
te una consagrazione di chiesa. Merita 
particolare menzione quella della strage 
de'ss. Innocenti, pel modo-eoa che èrap- 
presentata,e quella nella quale si vede di- 
pioto l'antico lago Sublacense^che allora 
esisteva.Nella cappella propria del s.Spe- 
co,giii spelonca naturale dove s. Benedetto 
si die a vita contemplativa, la sua statua 
bemineica lo rappi*esenta in età e sotto 
formegiovanili(equaleilp. Bini pose eoa 
incisionein principio delle Memorie)JìdL 
questa cappella si discende (traversando 
un vestibolo dipinto circa ili 5oo, come 
si vede sotto quello del Giudizio univer- 
sale) a quella di s. Silvestro I (chiamata 
delia Dottrina) colla statua del Papa in 
terra cotta, donde si passa in un piccolo 
giardinocon roseto, che ricorda il vepra- 
io sul quale rotolossi s. Benedetto. Nella 
sagrestia vi sono alcuni buoni quadri mo- 
derni, fra'quali una s. Famiglia forse di 
Correggio di scuola bolognese o de*Ca- 
racci.Aggiungerò,che nella sagrestia, ol- 
tre i ricordati cilizi del b. Lorenzo (il cui 
romitorio é poco distante), si conserva un 
campanello di t. Benedetto, cioè quello 
di s. Romano e rotto dal demonto. An- 
che il Marocco e con particolarità descri- 
ve il santuario e la strada che vi condu- 
ce, le vedute sorprendenti che da qui si 
godono, tra il fragoroso mormorio del- 
l'Aniene, la dicontro folta selva di elei, e 
che' sopra V ingresso vi sono dipinti dal 
Manente, la B. Vergine col divin Figlio^ 
s. Benedetto e s. Scolastica. Dice che il 
santuario può dirai veramente composto 
di 3 templi in uno, sotterranei che fanno 
stupire per la solidità, per le antichissime 
pitture a fresco, e per l'altre magnificen- 
ze. Pertanto ne fa la descrizione divisa in 
3 parti, che ioacceaoerò per evitare trop- 



SUB 

pe ripetizioni, e riportando nosiooi non 
riferite di sopra, onde pi*endere una mi- 
gliore idea di questo celeberrimo santua* 
rio. Nella i .* chiesa d*architetlura gotica 
riqnarca il pavimento di finì marmi trat- 
ti dall'Arcinazzo, l'unico altare di bellis- 
simi marmi col corpo di s. Anatolia so- 
vrastato da una tavola esprimente la B. 
Vergine col Bambino,co'ss.GiovanniBat- 
tista ed Evangelista,non che dallo stem- 
ma di s. Benedetto e formato da un leone 
rampante e da una torre, lateralmente 
essendo dipinti i suoi genitori. Al manco 
lato vi è Tambone o pulpito di marmo, 
ornato di rosoni e coU'aquila di s. Gio- 
vanni Evangelista, che colle ali forma il 
leggio.Sopra il grand'arcodi fronte vi è e- 
spressa mirabilmente la Crocefissione del 
Bedentore, ed a'iati gli Apostoli e i Dot- 
tori. Da questa I.* parte del tempio per 
due laterali ingressi si discende al ^.''san^ 
tuario del s* Speco con 4 cappelle sagre a 
8. Scolastica, a s. Mauro, a s. Orsola, e al 
ss.Crocefisso,con altari di marmi fini: alla 
sinistra vi è un altare di bellissima opera 
alessandrina con due colonne spirali: da 
questo ripiano (rovasi a destra la sagre- 
stia, ove tra'quadri stupendi sono nota- 
bili un quadretto di Giulio Romano di- 
pinto sul rame, e s. Sebastiano òi Guido 
Reni. Indi per una scala si passa al 3.° sot- 
terraneo ornato di finestre gotiche co' ve- 
tri dipinti a vari colori, e con figure di 
Santi e Papi benedettini, ove dietro Tal- 
tare si venera la s. grotta e la statua mar- 
morea di s.Benedetto con aspetto ange- 
lico; avente da un lato il canestrino nel 
quale s. Romano gli calava T alimento. 
Qui Marocco riporta l'elogio inversi fat- 
to al santo probabilmente dal discepolo 
Marco, ed un sonetto d'altro monaco al- 
lusivo a s. Benedetto quando si gettò e- 
roicamente sulle spine, come pure le la- 
pidi esistenti sull'ingresso della s. grotta 
e sulle pareti della scala.Sopra la s. grot- 
ta è l'altare privilegiato da Clemente XI 
ededicato a s. Gregorio I.Finalmeiite si 
discende al 4-^ sotterraneo o cappella di 



SUB 269 

8.MarìadiMorrebolta, nel cui altare ri- 
posano le ossa del b. Lorenzo da Fanel- 
lo, prima militare e poi monaco benedet- 
tino. Nelle pareti della scala tra le pit- 
ture va ricordato il trionfo della morte, 
e nel 1 573 un pellegrino polacco vi scrisse 
que' versi che rìprodusseMai'Occo,il quale 
descrisse ancora le altre pitture del luogo, 
lodando specialmente quella del Transi- 
to della B. Vergine, che troppo lungo sa- 
rebbe (1 riferirle.Diqui si scende al la grot- 
ta detta della Dottrina o di s. Silvestro, 
ov'è contiguo ilcimiterio de'monaci for- 
mato sotto lo scoglio e abbellito vaga- 
mente dagli stalattiti dell'AniencAdun- 
que sembra che veramente 3 templi si di- 
stinguano nel s. Speco: il i.** comprende 
il coro, l'altare maggiore, cogli altari ad 
esso vicini prima d'entrare nella sagre- 
stia; il 3.^ contiene la cappella di s. Gre- 
gorio I,eil prossimo s. Speco; il 3.^ ab- 
braccia la scala santa,la cappella dove ri- 
posa il corpo del b. Lorenzo Loricato, ed 
in'fondola spelonca oratorio ove s. Be- 
nedetto -istruì-va i pastori. Ora passo col 
p. ab. Bini a parlare del monastero spe- 
cu^nse di s. Benedetto, col quale hanno 
stretta relazione le notizie riguardanti il 
vicino proto-cenobio di s.Scolastica; laon- 
de per unità d'argomento le serbai per 
qui ragionarne. 

Incomincia l'abbate e storico ^el suo 
mo nastero con dichiarare intemperante 
celo quello d'alcuni, che pretesero soste- 
nere avere s. Benedetto nell'erezione dei 
monasteri sublacensi innalzato questo che 
giace a contatto dei s. Speco avanti il 5o5, 
e perciò doversi reputarecomecapoe cen- 
tro di tutti gli altri fondati innanzi al S^g^ 
in cui partì da queste contrade per Mon- 
te Cassino; quindi prova insussistente Ì9 
vantata primazia, ripugnante ma fedele 
alla storica verità, solo al più ammetten- 
do che alcuni abituri sursero in vicinan- 
za della s. grotta per ricetto di quelli che 
recavansi a visitare il santo e appagare il 
fervore cristiano, portando a lui cihwn 
corporis, per averne a ricambio aUmen- 



-xyo SUB 

ia fi/^f,coiue«oceonai in principio. Che 
è fì'equente il coso di leggere ne'diploini 
pontificii molle lodi attribuite al luogo o- 
Te 6. Benedetto operò tanti portenti » le 
quali con aperto equifoco si vorrebbei*o 
adattare esclusivamente al s. Speco, e ta- 
le è sema dubbio il senso in cui si han- 
no a prendere le frasi adoperate nelle bol- 
le da' Papi Gregorio IV, s. Nicolò I, Pa- 
squale Il e Urbano V^seblicne in quella 
di Pasquale 11 si soggiunga cui Suhlacus 
nomen est. Anzi la prova piti convincen- 
te é il diploma di 6. Gregorio I del SgG, 
di donazione e confeuBa delle possiden- 
ze al monastero sublacense, una cwn spe- 
cuj che se presso il s. Speco fosse esisti- 
to il monastero capo e centro di tutti gli 
altri, certamente il Papa non V avrebl)e 
confermato o donatoal monasterosubla- 
cense; mentre al s. Speco proprianxente 
non incominciò ad esistere una chiesa pri- 
ma deir 853, o antro ove s. Leone IV 
consagrò due altari, che se vi fosse esisti- 
to un monastero^ non poteva essere man- 
cante del luogo sagro per raccogliersi al- 
la preghiera. Fu il monaco Palombo del 
1 090 che si può considerare come ij 1 .° 
che vi prese stanza, p^l permesso accor- 
dato dal cardinal Giovanni 5.^ Cre$cenzi 
abbate di s, Scolastica, di passare ad abi- 
tare il s. Speco, e vi restò iS anni fino 
alla mprte sua in cellulam quaderni exi- 
gitay senza aver avuto a compagno altro 
monaco,poichè durava ancora a que' tem- 
pi lostatodi perfettoabbandono,e la man- 
canza d'una famiglia di monaci in que- 
sto luogo^ per cui Pasquale III 5 anni do- 
po il passaggio che vi fece il monaco Pa- 
lombo, tornò neli 1 15 a donarlo al mo- 
nastero sublacense ossia di s. Scolastica, 
cum adjacenti sylva et monte toto. Vero 
è però che l'abbate Umberto avea con- 
cepito il desiderio d'innalzarvi un mona- 
stero per custodia della chiesa, di cui a- 
vea dato forma nella parte dello scoglio 
che comprende la s. grotta; ma in quegli 
infelici tempi obbligato a dimettersi dal 
governo del suo monastero, non potè ef- 



SUB 

fettuareil tuo lodevole divisa mento e por- 
vi una famiglia di cenobiti divotì. N'eb- 
be quindi la gloria il successore e memo- 
rato cardinal abbate Ci*eacenzì, il quale 
con immense spese gettò le sode foodi- 
menta a fianco del monte Talèo, fsceo- 
do coll'opera afi&ticata d'iudustriosi a^ 
tisti scomparire le dure ineguaglianze del- 
le rupi adiacenti alla scogliera, costruen- 
do le volte, perchè oltre le necessarie 0^ 
ficine sorgesse un dormitorio nel piano 
fornito di comode, sebbene anguste came- 
re, donde potessero passare i monaci seo- 
za salita di sca|e dalle pi'Oprie celle ad uf- 
fìziare nel corodellachiesa superiore; nel- 
lequali opere di ben inteso edificio quan- 
ta fosse r eccellenza di chi l'eseguì, e la 
lode che. seppe merilàrsi l'abbate ordi- 
natore, si può ravvisare da chiunque vo- 
glia considerare che tutto dovè operarsi 
nel tortuoso giro d'un monte, che appog- 
gia la fabbrica, rompendo le parti dello 
scoglioove l'uopo ilrichiedeva,e costruen- 
do meravigliose sostrùzioni di pilastri e 
di archi a grosse pietre, che ne assicura- 
no la durata a fronte della corrente del- 
l'acqua del vicino fiiime,alla cui ripas'in- 
nalza questo artistico fabbrictito. Però ad 
onta di tantezelanti cure, per dare lustro 
e decoro all'antica stanza di s. Benedet- 
to, non potè il cardinal' abbate vedervi 
riunita una famiglia di monaci. Restato 
il santuàrio come prima deserto di mo- 
naci, alcuni per privato amore comincia- 
rono spontaneamente a prendervi stanza, 
ma non più di 3 o 4» che se cadevano in- 
fermi tornavano in s. Scolastica per cu- 
rarsi. Presentando il monastero i mezzi 
acconci al disimpegno delle monastiche 
incombenze, quando neli i65 per le san- 
guinose contese tra il popolo romano, e 
gli albanesi e tusculani, fattasi troppo in- 
quieta la dimora de' monaci basìliani di 
Grotta Ferrata, l'abbandonarono e si ri- 
tirarono a Subiaco, implorando dall'ab- 
bate di s. Scolastica cardinal Stmeone^o- 
relLl (che Cordella vuole morto prima), il 
permesso di fissare il loro soggiorno al s. 



SUB 

Speco: furono esauditi, e vi abitarono tno- 
to (ungo tempo^che uìukiodi essi potè ri- 
I tornare al proprio monastero, di che fé- 
; ci già ricordo. Final mente piacque a Dio, 
i che la roosita stanza del gran padre del 
I monachismo d'occidente, culla di tutto 
|. Tordine e monumento perenne dell'i ncli- 
I te sue virtù, non istesse più priva di quei 
I figli da essa derivati. Questa bell'opera 
I era riservata al magnanimoinnocenzolir, 
I che portatosi nel 1 302 in s. Scolastica pei 
I narrati nnìti vi, e salito al s. Speco, ordi- 
nò che una Simiglia di monaci vi avesse 
fissa e slabile dimora, pel mantenimento 
della quale assegnò l'annuo sussidio, che 
9vrebbe percepito a nome della camera 
apostolica dai castello di Porciano (forse 
Castel Forziano, I' antica Laurento^ che 
descrissi a Lazio, Porciano di Frosino- 
ne). Volle p.ure che per conservare intat- 
ta la disciplina monastica avesse il mo- 
nastero del s. Speco il suo priore clau- 
strale distinto da quello di s. Scolastica, 
e dipendenti entrambi dall'abbate di quel 
monastero sublacense^ eia scelta del priò- 
re,come rilevai parlando del la chiesa,cadr 
de per volontà del Papa nella persona di 
Giovanni da Tagliacozzo, che poi fu ab- 
bate sublaceuse. La bolla de'6 settembre 
delle concessioni fatte da Innocenzo 111 
al s. Speco si legge nella pittura posta al- 
ia diritta di chi scende la [.'scala che con- 
duce alla s. grotta: questo è il r ."diploma 
ciré trovò il p. Dini e diretto specialmen- 
te al monastero specuense, né potèesser- 
vene altro, giacché fino allora fu sempre 
il santuario dipendente dal nionastero di 
s. Scolastica, come una sua proprietà. Nei 
giorni che governava come priore il mo- 
nastero specuense Giovanni da Taglia- 
cozzo, il celebre penitente b. Loi*enzo da 
Fanello ottenne dall' abbate sublacense 
Romano di potere raccogliersi in solita- 
rio ritiro nell'antico monastero fondato 
das. Benedetto, detto di s. Maria di Mor- 
rebotta, che sta sopra il s. Speco, e pòi pre- 
Be il nome del Beato Lorenzo, pel lungo 
domicilio fattovi da questo austerissimo 



SUB 371 

penitente: egli vi salì a' 1 6 dicembre 1 309. 
Altro illustre ospite ebbe il priore Gio- 
vanni, ricevendo nel 1 233 s. Francesco dì 
Asisi quando si portò al s. Speco. Ma la 
più bella e più nobile ospitalità fu quel- 
la di ricevervi e albergarvi per due mesi 
Gregorio IX, che neh 228 stabilì il nu- 
mero de'tnonaci a 6, e dal suo nipote A- 
lessandro IV nel 1 256 portati a 1 2, essen- 
do abbate di s. Scolastica Enrico fervi- 
do promotore della monastica disciplina. 
Per la stretta relazione di dipendenza che 
avea il monastero specuense dal subla- 
cense, non pojteva il 1.^ non risentire al- 
tamente e di riverbero le sciagure, dalle 
quali era questo agitato, e due ne avven- 
nero dopo la morte del zelantissimo ab- 
bate Enrico, ben gravi e funeste. Lai.^ 
fu nel 1 274 quando si trattò dare a quel- 
l'abbate un successore, per la fazione che 
insorse fra i monaci a favore di Pelagio, 
e che adoperossi con tutti. i modi a con- 
servarsi l'usurpata giurisdizione; e l'altra 
quando il monastero di s. Scolastica nel 
1 297 fu nei suoi diritti occupato da fr. 
Francesco minorità bastardo della poten- 
te famiglia Gaetani o Caetani (la quale 
vi possedeva già de'beni,coine Pialle Pie- 
tra^ della quale riparlai nel voi. XXVI 1, 
p. 282) deli' alloiia regnante Bonifacio 
Vili. Nell'uno e nell'altro trambusto 
ne solfiì non poco la quiete e lasussisten* 
za de' monaci ^pecuensi, a' quali furo- 
no perfino negati i loro assegnamenti pel 
servizio della chiesa. Riparò a que'mali il 
cardinal Giacomo Sciarra Coloima , di 
gran consiglio e prudenza, incaricato con 
ottimo succeso da Clemente Va fare ri- 
tornare la tranquillità e l'ordine ne'due 
monasteri. Ma nuove sciagure sovrasta- 
vano sulla monastica ^miglia custode dei 
solitario ritiro di s.Benedetto,le quali tan- 
to si a V vicendarono da turbar la sua quie- 
te ad onta delle provvide disposizioni d'In- 
nocenzo 1 II, e delle cure de'successot*! per 
la sua conservazione. Le sempre rinascen- 
ti scissure fra' monaci sublacensi, fomen- 
tate principalmente dagli sforzi degli ani- 



273 SUB 

bitiosi per oocapare queirabbiitia,ÌDflui- 
rono potentemente a danno della quie- 
te della famiglia specuense^ottenutu col- 
l'opera del cardinal Colonna.e che videro 
ben presto alterata. Dopo qualche anno 
Giovanni XXII, restato in i^i^ig/iofie, ove 
avea stabilito la residenza pontificia Cle- 
mente V, neh 3 iSdièegli stesso nella va- 
canza dell'abbazia di 8. Scolastica Tabba- 
te, scegliendolo dalla famiglia di Monte 
Cassino nella persona di Bartolomeo 2.** 
Senza dire gli splendidi beni da lui recati 
a quel monastero, va narrato com'egli 
trovando mal ridotto quello specuense, 
in modo che i cronisti riferiscono, che pò- 
titis stahulum anìmalium, quarti niona- 
chontm poUierii appellarla stabiPi perciò 
subito al s. Speco una nuova (amiglia di 
monaci, che prese da varie parti d'Italia 
e perfino d'oltremonte; la ripristinò con 
I a individui, e separate dalla sua men- 
sa abbaziale le rendite delle due chiese di 
•» Pietro di Cerreto e di s. Cristoforo di 
Cerano, le applicò al s. Speco, per prov- 
vedere principalmenleal trattamento dei 
pellegrini, che qua ai recavano a venera* 
re la s. grotta, come risulta dall' atto di 
donazione dato dalla Rocca di Subiaco ai 
27 settembre 1 338. L'abbate Bartolomeo 
a.^ migliorò pure la fabbrica del monaste- 
ro, ottenendo da Giovanni vescovo di Ti- 
voli, nella cui diocesi si comprendeva al- 
lora il s. Speco, alcune indulgenze da lu- 
cratasi da tutti quelli che si fossero ado- 
perati coll'opera loro in questo lavoro. Nel- 
l'anno 8.^ del suo governo, Giovanni ab- 
bate del monastero di s. Maria della Vit- 
toria (di cui riparlai nel voi. LX V, p. i gS), 
diocesi de' Marsi, essendo stato delegato 
giudice apostolico pel componimento di 
alcune questioni del monastero di s. Sco- 
lastica, recò al s. Speco la reliquia dell'os- 
so d' un braccio di s. Vittoria vergine e 
martire, ricevendone un'altra in cambio 
di 8. Anatolia sua sorella. Mori Bartolo- 
meoa.^'dopo 25 anni di lodevole gover- 
no, e il corpo per sua disposizione fu se- 
polto nella chiesa specuense^ avanti il de- 



molilo altare di t. Mauro. Nel i36i dé-j 
to abbate Bartolomeo 3/ aaneae^ da Cr< 
bano Vche avea professato la regola 1»| 
nedettina» ottenne che il priorato dis.Cit)^ 
ce del Bagnolo nella diocesi di Pemgii, 
da lui già preoedentemeute coperto, ed 
una volta appartenuto all'ordiue agoili* 
niano, venisse unito al sagro S|)eco. Inol- 
tre il benemerito Bartolomeo 3.* a soste* 
gno della regola re disciplina introdususel 
1 364 °^' ^"6 monasteri alcuni moniQ 
chiamati da Germania, a'quali poi s'uni- 
rono altri, che qui giunsero da quella ra- 
gione, e così avvenne che que'monaci te- 
deschi fecero a s. Scolastica e al s. Speco 
una dimora di circa unseccxloemezzaEd 
é perciò che probabilmente i due tipografi 
connazionali che portarono in Italia l'ar- 
te della stampa, si diressero e Furono 0- \ 
spitatiin s. Sdolaslica con aumento di sua 
celebrità per le felici raccontate conse- 
guenze. Nuovi aumenti di fondi decretò 
Bartolomeo 3.^ e tolti dalla mensa abba- 
tiale aublacense al monastero del s. Spe- , 
co,conce8sionechefeceeonfermareda Ur* 
bano V con bolla de' 1 4|;iogno 1 365. Ve- 
nuto quel Papa a Roma, destinò Barto- 
lomeo 3.^ abbate di Monte Cassino, ove 
mori di veleno nel 1 372. Per buona ven* 
tura del monastero specuense Tavea suc- 
cesso in quello sublacense 1' antico suo 
prioreFrancesco daPadova. Yolendoque- 
sti provvedere alla mancanza dell'acqua, 
la cui penuria teneva sempre angustiali 
i monaci specuensi, fece costruire la ci- 
sterna che tuttora si adopera per racco- 
gliere l'acque piovane; innalzò pure alcu- 
ne sta nze remote a comodode'monacì,che 
bramato avessero menar vita piti ritira- 
ta, delle quali però si hanno pochi avan- 
zi; fece edificare i'infèrmeria,stata poi rin- 
novata, e neiruUìmo piano del menaste* 
ro stabili, oltre la sala della mensa comu- 
ne, le stalle e tutt'altro che può bisogna- 
re a una monastica famiglia. Ottenne al- 
tresì daGregorioXI la conferma delle poi*- 
zioni cosi dette di pance vino a carico del- 
la mensa abbaziale, conosciute allora sot- 



SUB 

toii vocabolo di jusiUiaepanis ei s^ìnij e 
fece rinnovare dallo stesso Papa l'inibi- 
zione suindicata alle donne d*entrar nel- 
la chiesa e nella selva, assoggettandone il 
permesso al prudente arbitrio del priore 
claustrale. Ma il demonio nemico della 
religiosa concot*dia| la turbò sotto questo 
egregio abbate, e ruppe I nodi di quella 
fraterna amoi*evolezza che univa gli ani- 
mi de' monaci dell'uno e l'altro monaste- 
ro. Fu allora che Gregorio XI ordinò co- 
me salutare rimedio una visita apostoli- 
ca, incaricandone Pietro vescovo d'Orvie- 
to e i due monaci Giordano e Antonio, 
uno abbate di s. Nazario di Verona, l'al- 
tro dì s. Eutizio di Norcia. Benché questi 
visitatori procedessero con ottime inten- 
zioni, nondimeno il risultato non poteva 
essere più infesto alla tranquillità de' due 
monasteri, poiché giudicarono che fosse 
utile mezzo a raggiungere il bramato sco- 
po di riunire sotto un'amministrazione 
sola le due separate rendite, senza com- 
prendere che riusciva un fomite a con- 
tinue dissensioni, o che almeno si rende- 
va più critica la posizione del s. Speco, 
tanto inferiora nelle possidenze al mona- 
stero di s. Scolastica. Primo eflfetto di tal 
misura fu la caduta dall'antica pontificia 
benevolenza di Francesco, il quale fu de- 
stituito dal governo abbaziale,e dovè con 
religiosa rassegnazione soffrire tal mor- 
tificazione; finché eletto in Roma Papa 
Urbano VI,riconosciutesi da questi le im- 
provvide misure della visita, subito ne 
afHdò l'incarico al cardinal Gentili vesco- 
vo di Nocera. Non potendo egli occupar^ 
sene di persona, ne affidò l'esecuzione a 
Pietro priore di s. Maria Nuova di Roma, 
e all'abbate di s. Ponziano di Lucca Oli- 
vetani. Tornarono essi a separar le ren- 
dite de'due cenobi mediante la pontificia 
sanzione, tutto si modellò con pace, si ri- 
conobbe che l'abbate Francesco merita- 
va lode, e venne restituito al governo del- 
l'abbazia sublacense. Dopo questi tempi 
non si fecero variazioni, e fu durevole la 
dipendenza del monastero specuensedal- 

VOL. LXX. 



SUB 373 

l'abbate di s. Scolastica, giacché nella nuo- 
vamente decretata separazione de' beni 
nel 1 406 fu pure ordinato che le due co^ 
munita non avessero a riunirsi che per l'è* 
lezione dell'abbate, con beneplacito d'In* 
nocenzo VII. Non era avvenuta ninna in- 
no vazione,quandoCalisto 11 Idopo la mola- 
te dell'abbate Guglielmo, nel 14^^ com- 
mendò l'abbazia al cardinal Torrecrema- 
ta.Nei i479»regnando Sisto IV, per pre- 
mura del cardinal Borgia 2.^commenda- 
tarlo, e con accordo del cardinal Orsini 
abbate commendatario di Farfa, al mo- 
nastero di questa si unirono i due cenobi 
sublacensi; unione che presto si sciolse nel 
seguente pontificato d' Innocenzo VI IL 
Comepoi meglio dirò, nel 1 5i4 seguì l'u- 
nione de' monasteri sublacensi ail'arci-ce- 
nobio di Monte Cassino, non senza tor- 
bidi e inquietezze, principalmente provo- 
cati ne'monasteri sublacensi da' monaci 
alemanni, a'quali si aggiunsero non po- 
chi italiani. Il malcontento dell'operata 
unione spinse tant'oltre gli animi a con- 
trariarla, che formatasi una congrega di 
1 2 monaci , questi audaci pensarono di 
avviarsi a Trento, ove soggiornava l'im- 
peratore Massimiliano I, per fargli i loro 
reclami, e quindi dal nipote Carlo V. Se- 
nonché riuscirono senza effetto le loro 
querele, per avere i due principi rigetta- 
to le loro rivoltose rimostranze. Vero è 
che se a qualunque monastero tornò van^ ^ 
taggipsa l'unione, utilissima sarebbe do^ 
vuta riuscire a quello del s. Speco. Avea 
questo acquistato con autorità pontificia 
una propria Simiglia di monaci,dellaqoa' 
le per più secoli n'era stato mancante; e- 
ransi ad esso fissati certi determinati foa- 
di per la sua assistenza, e con indipenden- 
te amministrazione;esolQ gli restava d'e- 
manciparsi dalla dipendenza e soggezio- 
ne dell'abbate di s. Scolastica, bene che 
dovea attendersi nell' unirsi alla nuova 
congregazione. Tuttavolta questa cosa^ 
tanto favorevolmente ideata, filili ne'suoi 
concepimenti. Imperciocché per colpa dL 
chi volle abusare della superiorità della- 

18 



«74 SUB 

roiia^il monastero tpecuense tornò a man- 
car di monaci, fn eli nuovo assoggettato, 
l>enclié senz'autorità, ma per la sola ¥ia 
di fatto all'abbate di s. Scolastica, ricaden- 
do così nel suo antico languore, perchè 
le sue rendite consistevano in assegna- 
menti che a varie rate percepiva dal mo- 
nastero sublacense. Sorprende come niu- 
no accorresse al riparo di tanta ingiusti- 
zia, e a difendere dalla prepotenza inno- 
centi vittime. Sì strana condotta progre- 
dì per più lustri, non senza detrimento 
sensibile del servizio del santuario, finché 
Clemente XI bene istruito di tutto, per 
quanto poi riferirò, dovè obbligare il mo- 
nastero di s. Scolastica a mantenere al s. 
Speco due monaci, i quali fossero abili ad 
esercitare le funzioni di penitenzieri, on- 
de i fedeli che non lasciarono mai di fre- 
quentare il santuario non andassero pri- 
lli de'cooforli spirituali. L'antica stanza 
romita di s. Benedetto non poteva esse- 
re per più lungo tempo il bersaglio d'un 
lagrimevole abbandono, per cui quando 
il benedettino vescovo diLipari Nicola M .^ 
Tedeschi di Catania, per que'motivi che 
r^istraì nel voi. LX V, p. a6o e seg., ab- 
bandonò la sua diocesi per recarsi in Ro- 
ma, dopo qualche tempo fu fatto segre- 
tario de'riti e dell'esame de' vescovi, ed 
arcivescovo in parlibus d'Apamea. Non 
avea egli mai visitato la s. grotta, e re- 
cato visi tale fu la profonda e tenera ve- 
nerazione da cui fu penetrato, che prima 
di restituirsi in Roma, nel monastero di 
8. Scolastica con atto del 17^4 assegnò 
fondi del suo privato patrimonio per la 
manutenzione di 5 lampade, che dovea- 
DO ai*dere continuamente dì e notte pres- 
so la 8. grotta. Questa pietosa disposizio- 
ne non fìi che il preludio di quei tanto di 
più, che poi il benefico prelato ordinò e 
dispose, impegnato al progressivo e co- 
stante splendore del santo luogo. Rinno- 
vandosi in lui le soavi impressioni rice- 
vute nell'antro bealo, raffrenò i moti del 
cuore finché potè, ma finalmente a sfogo 
di quella vampa che non sapeva più con- 



SUB 

tenere, prese il magnanimo partito di vol- 
ger le spalle a Roma, rìnunziandoa quel- 
l'avvenire luminoso che rattendevn,e con 
licenza pontificia si ricoverò nel suo di- 
letto s. Speco. Questo monastei'o era tor- 
nato allo stato di languore e di abban- 
dono de'monaci, indi signoreggiato dal- 
l'abbate di 8. Scolastica, alla cui dipen- 
denza di nuof 08oggiaceva,.ottenne il pre- 
lato d'abitare le stanze ov'eransi per qual- 
che tempo raccolti il cardinal Torrecre* 
mata e altri personaggi. Tvi il pif> arci- 
vescovo con edificante zelo fu tutto inte- 
so a migliorare la fabbrica del monaste- 
ro danneggiata per l'altrui incuria, e so- 
pra t'aiUiche officine eresse i due dormi- 
torii ancora esistenti, soccorso in questa 
spesa da' confratelli benedettini di Ger-^ 
mania, Ungheria, Spagna e Portogallo, 
e da non pochi monasteri d'Italia, secon- 
dato pure in sì nobile impresa dal sullo- 
dato cardi nalCorradini , che operò q uanto 
celebrai. Di più il cardinale cooperando 
alle mirabili cure di mg.r Tedeschi, que- 
sti fece larghe donazioni per provvedere 
a'bisogni della chiesa e alia sua assisten- 
za, dispose che il monastero specuense fos- 
se sempre indipendente dall'altro di s.Sco- 
iastica, ed autorizzato ad affigliare i mo- 
naci come praticasi ne'cenobi più grandi 
della congregazione; che dalla sua fami- 
glia dovesse scegliersi l'abbate proprio e 
un priore, quando i suoi professi fossero 
giunti aia, disposizioni tutte che fece san- 
zìonare da Clemente XII. Assestate così 
le cose e in modo che il santuario non ri- 
eadesse nelle passate disgustose vicende, 
ebbe mg.' Tedeschi la bella consolazio- 
ne di vedere nella festa della Visitazione 
della B. Vergine nel 1782 aperto il gua 
amato monastero, con una famiglia di 6 
monaci sacerdoli,e lo reputò il più fausto 

giorno di sua vita. Ma Benedetto XI V, che 
faceva di lui altissima stima, lo richiamò 
in Roma, designandolo al cardinalato. M- 
flitto il prelato per dipartirsi dal santua- 
rio che vagheggiava, dopo aver fatto nuo- 
ve largizioni alia casa in un tempo che 



SUB 

cJuveQ incontrare nuove spese, giunto in 
Roma vi rese l'anima a Dio in s. Calisto 
a'29 settembre 1 74' > lasciando erede u- 
tii versa le di quanto eragii rimasto il mo- 
nastero specuense, nella cui chiesa furono 
trasporta le le sue ossa e per sua disposi- 
zione tumulate innanzi l'altare del s. Spel- 
eo. Nell'i nvasioni francesi del fine del se-^ 
colo passato e del principio del corrente^ 
scompigliati i dominii papali, ebbe que- 
sto monastero la bella ventura di non es- 
sere stato chiuso e spogliato de'suoi be^ 
ni e de'suoi religiosi, fino ali8io in cui 
partecipò della deplorabile generale abo- 
lizione^e'chiostri; tutta voi la chi potè re- 
stare alla custodia del santuario lo gio- 
vò in ogni maniera per la conservazione 
del cenobio e del culto del santuario, cioè 
1' esemplare e benemerito p. abbate dt 
Francesco Cavalli ravennate, il quale es- 
sendone priore all'epoca della soppressio- 
ne, ebbe il buon animo di non abbando-^ 
narlo, sebbene costretto a deporre l'abi- 
to monastico; sicché al termine delle vi- 
cende politiche, restituito ilcassinesePio 
VII alla sua sede, con suo permesso po- 
tè pel I /riassumerlo, e dare accesso a più 
confratelli, che furono solleóiti e pronti 
a farne la loro stanza, fino a che si ria*- 
prironogli altri monasteri della congre- 
gazione cassinese. Il monastero conserva- 
si nel sistema di regolare disciplina e di 
allenta cura all'assistenza del santuario, 
frequentalo dal popolo di voto delie vici- 
ne non meno che delle lontane regioni* 
Quella piccola antica torre, che sovrasta 
appuntino la s» grotta, o fu innalzata ne- 
gli antichi tempi a sorvegliare dalle sue 
mura gli andamenti e le mosse dell'im- 
petuose soldatesche, ovvero servi a mo- 
strare al divoto pellegrino il luogo ov'e- 
rano diretti ì suoi passii 11 monastero seb- 
bene elevato a grande altezza, offve grato 
e salubre soggiorno nella stagione estiva, 
e siccome la sua fronte è rivolta a mez- 
zodì rende meno crudo il verno» Merita 
ricordo il superbo refettorio pegli affre- 
schi che diconst di greco peooelio, ed e- 



SUB 275 

sprimenti Gesù Cristo e la B» Vergine > 
con a'iali s. Giovanni Evangelista e s. Be- 
nedetto con pastorale di singoiar lavoro^ 
la cui immagine è ripetuta presso un An- 
gelo. Vi sono pure dipinti s. Gregorio f ^ 
s. Leone IV, s. Agostino e s. Scolasticai 
Nel riportare qui appresso alcuni cenni 
storici di Subiaco, trovo opportuno d'in-^ 
nestarvi la serie cronologica degli abbati 
claustrali sublacensi che lo signoreggia- 
rono, finca quella degli abbati commen- 
datari dell'abbazia nulliu^^ de'quali pu^ 
re farò il catalogo,edi quelli decorati della 
porpora si ponno vedere le loro biogra- 
fie per le notizie. 

Per quanto già narrai sulle prime o- 
■ riginidiSubiaco, incomincierò dal ricor- 
dare, che s. Benedetto recatosi xn Monte 
Cassino vi fondò il celebratissimoarci^oe- 
nobio, tuttora floridissimo, e vi promulgò 
quella regola meditata in Subiaco, ohe 
fu poi abbracciata in occidente e altrove 
da quelle congregazioni monastiche dì 
cui scrissi articoli, e delle quali divenne 
patriarca al modo detto a Monaco. La so-^ 
rella s. Scolastica si consagrò a Dio nella 
sua giovinezza, e sebbene s'ignori il luogo 
certo del suo 1 .^'monastero, e dalla quale 
e dal santo fratello derivarono le monache 
Benedettine {F,\ è indubitato che morì 
in quello presso Monte Gassino, nella cui 
chiesa s. Benedetto la fece seppellire, ed 
a lei vicino fu egli tumulato. Nella bio- 
grafia di s. Scolastica^ con Butler dissi 
credersi da alcuni essere state trasferite 
in Francia le loro reliquie, e che nella 
chiesa di s. Pietro di Le Mans si vene- 
rino, almeno quelle della santa. Forse, co- 
me avvenne con altri santi, si presero le 
reliquie per l' intero corpo che possiede 
Monte Cassino. Pertanto UrbanoIJ{f^.) 
fulminò ia scomunica contro chi avesse 
negato tale esistenza. Dopo la beata morte 
di s. Benedetto,avvenutanel 543,fu !2.^ 
abbate del suo ordine s* Onorato, ed a 
questi successe Elia^ insigne per santità di 
vita. Dopo essere stata la misera Italia 
inondata e desolata eoo uccisioniidepre^ 



!i76 SUB 

dasioni e dislrutioni dà'godf dagli unni, 
da'vandaliydià^WeruUeótk altre barbara 
nazioni, lo fu pare da'ièroci Longobar- 
rfi( f^.) oontamina ti dall'ariana eresia, co* 
me pure narrai a Roma. I? i ancoiti no- 
tai che s. Gregorio I ne raffirenò l'impeto e 
li pacificò co'romani: ma nel 60 1 riaccesa. 
la guerra tra i longobardi e i romani^toccb 
a questi tale sconfi tta,che il Papa sebbene 
da più anni assue&tto a vìvere tra ne- 
miche spade, tuttavia di tal crudele guer- 
ra più amaramente che delle altra si dol- 
se. Presi allora dal timoradellearmi bar- 
bariche, i monaci sublacensi fuggirono in 
Roma per porsi in sicuro nel monastero 
dis. Erasmo, fondato da s. Benedetto sul 
Monte Celio, e concesso loro dal Papa* 
Il longobardo re A gìlulfo,fiero e oi*goglio- 
80 della vittoria, anelando d'insignorirsi 
di Roma, intanto si sparse a depradarne 
i dintorni, e penetrato in Subiaco e nei 
monasteri pose tutto a sacco e a fiamme. 
La descrizione che fa s. Gregorio I del- 
la generale desolazione è veramente or- 
ribile. Per tutta Italia s'incontrano spo- 
polate città, fortezze abbattute, chiese in- 
cendiate, monasterì rovinati, intere cam- 
pagne abbandonate dagli agricoltori. Di- 
roccati e spogliati i monasteri sublacensi, 
ì monaci e i loro successori restarono in 
s. Erasmo per 1 o4 anni. In questo lungo 
intervallo di tempo, nel Chronicon Su^ 
biacense trovasi un'ampia lacuna, e man- 
cano totalmente le notizie del paese. I mo- 
nasteri e il castello di Subiaco per sì fie- 
ra devastazione restarono abbattuti, mas- 
sime i primi, e fino al 7o5 in cui per le 
cura di Papa Giovanni'VII il monastero 
sublacense venne riedificato dall'abbate 
Steftino I .^Resi allora meno acerbi i costu- 
mi de'longobardi, molti de' quali eransi 
convertiti alla religione cattolica, torna- 
ti da Roma in Subiaco i monaci, risuo- 
narono tosto le claustrali mura di sagri 
cantici, ed il cenobio ricuperati i latìfon- 
diin breve tempo gli accrebbe, estenden- 
do l'abbate la sua signoria. Dopo il 726 
per ispontanea dedizione de'popoli, il du- 



5UB 

cato romano si assoggettò al pieno doai- 
nio della Sovranilà de*romani Pont^ 
e della s. Sede ( J^.)» e della tua etteniio- 
ne trattai a Rom, comprendendo ezin- 
dio lìvoli e le adiacenze; laonde si può 
dire che anco Subiaco e i auoi conterai 
soggiacquero airalto dominio papale sot- 
to s. Gregorio 1 1. DeH'anteriorilà del tem- 
poraledpminio de'Pftpi nel ducato roois- 
no, della legittimità del loro principato 
sovrano, originato dal libero consenso dd 
popoli, e^fiorito assai prima moralmenk 
innanzi che pigliasse forma di potera ci- 
vile, e che Carlo Magno fu piuttosto un 
aotenticatoraeampliatore di tal dominio, 
che fondatore, lo confessò lo ttesao Giober 
ti, e mg.' Jaonucoelli rimarcò opportu- 
namente a p. 46. Indi Papa s. Zaccarìi 
del 74it e più tardi Girlo Magno, con- 
fermarono tutti i beni spettanti al mona- 
stero sublacense, ed i suoi privilegi. Al- 
l'abbate Slefainoi.**nel 75asuoceduloSc^ 
gio, dopo il governo di 74 anni gli fu so- 
stituito neli'81 SPietro i.*,sotto il quale e 
neir847 i saraceni incendiarono barba- 
ramente il monastero sublacense, e gravi 
danni recarono pure aSubìaco. Verso que- 
sto tempo i monaci edificarono Cave^Rio- 
fi*eddo e molte ciraostanti terre e castel- 
la. Neir857 fu abbate Leone i.^ neir867 
Azone, neir88 1 Leone a«^, nell'SSo Leo- 
ne 3.° in tempo del quale e circa il 988 
gli ungari chiamati in Italia da Alberico 
conte del Tuscolo, rovinarono e devasta- 
rono il monastero di s. Scolastica che restò 
deserto 4^ Bnnì, Soffi*! molto anche Su- 
biaco, ed i confinanti marsi patirono mol- 
te depradazioni; tutta volta armatisi i mar- 
si li sconfissero, particolarmente contri- 
buendovi i carsolani ed i tagliacozzani. 
Nel Registro sublacense evvi un giudica- 
to diGiov'anoi XI l,$critto nel maggio g58, 
in cui Leone 3.^ abbate di Subiaco narra, 
che essendosi ilPapa trasferito a Subiaco, 
avea quivi ascoltato e domandato conto 
de' pregiudizi, che quel monastero avea 
sofferti dopo la morte d'Alberico 11 conte 
Tusculaoo e padre suo. Udite le parti, ed 



SUB 

^ esamiuati i privilegi, condonò le pene al- 
^ la parte avversa, cooferrob al monastero 
t vari beni e gliene concesse de'nuovi, ro- 
{andosene l'atto. Di altri Papi che ono- 
rarono di loro presenza Subiaco, prima 
e dopo quest'epoca, lo riferii più sopra* 
Quanto a Giovanni XI l,coovienedire che 
vi ritornò, poiché leggo nel p. Bini, che 
nel 963 Papa Giovanni XII si recò a Su* 
biaco per assoggettare nuovamente il po- 
polo all'abbate di s. Scolastica, dalia cui 
soggezione avea cercato sottrarsi. Voleva 
punirlo con gravi pene, dalle quali potè 
l'abbate stesso ottenere dal Papa che ve- 
nisse liberato. Nel 968 fu abbate Gio- 
vanni I .^che governò solo 6 mesi. Gli suc- 
cesse nel 964 Gregorio I.® già abbate di 
t. Erasmo di Roma e Secondicero della 
s. Sede. Il Galletti, Del Primicero della 
#. Sède, lo chiama anche Giorgio, e per 
un attofattocontro Giovanni XI 1 gli con- 
venne deporre l'uffizio di secondicero, e 
si fece monaco nel monastero di Subiaco, 
del quale ben presto divenne ancora ab- 
bate.Poi parlando d'una carta dell'archi- 
vio di Subiaco del 967,10 chiama Grego- 
rio e che continuava ad essere abbate del 
n)onastero.Questoconferma,che il gover- 
no abbaziale dell'antecessoreGiovanni i .^ 
fu assalbreve. Aggiunge Galletti, che tro- 
vandosi inRomal'imperatoreOttonel nel 
principio del 967, Giorgio secondicero e 
abbate de'ss. Benedetto e Scolastica di Su- 
biaco venne in Roma nella basilica di s, 
Pietro, ove Papa Giovanni XI H teneva 
sinodo coll'intervento d'Ottone I e altri 
magnati, e fece istanza che gli fossero con- 
ferma ti gli antichi privilegi già consuma- 
ti dal fuoco, lo che ottenne conferman- 
dogli il Papa il casale ov'è situato il mo- 
nastero, ìoSpecOy ubiipse religiosissimus 
pater solltarìain vitam duxit^ed il castello 
di SubiacOjCondonandogli altresì tuttociò 
che gli abitanti del m edesi mo a veano fino 
allora dovuto pagare al palazzo aposto- 
li coLaieraneuse.Qui avverte Galletti, che 
la diversità del nome di Giorgio e di Gre- 
gorio viene perché il 2^"* fu assunto nd 



S U F 277 

rendersi monaco. Avendo di sopra rife- 
ritocol p. Bini, che il monaco Palombo si 
può considerai ili.^che presestanza pres- 
so il s. Speco, dal riportato da Galletti» 
altro abbate benedettino, sembra chegik 
altri l'avessero preceduto. 11 Galletti nel- 
l'opera citata pubblicò diverse carte e mo- 
numenti riguardanti il monastero subla- 
cense. Nel 798 fu eletto abbate Pietro a.% 
nel 973 pure pare che gli succedesseMajo 
già abbate dis.Erasmo diRoma,nel 975,. 
lo fu Benedetto a.^^al qualeBenedetto V 1 1 
confermò Castri Sublaci aliaque multa 
abbati concessiti Nel 986 di venne abbate 
sublacense Martino,e dopo 4niesi nel 987 
Gregorio 2.^, verso il qual tempo fu in- 
truso un Gregorio vescovo dall'antipapa 
Bonifacio VII. Nel 989 divenne abbate 
Giovanni a.Vhe il Papa Giovanni XVI 
creò cardinale diacono di s. Maria in Do- 
mnica. Gli successe nel 992 s. Pietro 3.% 
nel 1 00 3 Stefano 2.^ che accolse in Subia- 
co l'imperatore Ottone 111. Etetto nel 
fon l'abbate Giovanni 3.^fu zelante del- 
la regolare disciplina, molti libri scrisse 
a uso del monastero, e moribondo si fece 
trasportare in chiesa, rendendo l'anima 
a Dio a'piedi del ss. Crocefisso. Verso il 
loi^^MBhhviitD&nìeìvìo^exìtXìoiQ Be- 
nedetto 3.°, indi nel I o44 0^^o°^9 ^ ^^^ 
successe Giovanni 4-^ preclarissimo per 
avere ristabilito la disciplina monasticai 
ed eresse da'fondamenti la Rocca di Su^ 
biaco a tempo di s. Gregorio VII; bisogna 
dire col suo consenso, perché a tale Pa- 
pa se uè attribuisce l'edificazione. Sotto 
questo abbate si registra la venuta in Su- 
biaco dell'imperatrice Agnese, elsacrum 
Specum adierat, pallìum, et alia obtu- 
leratj non che s. Chelidonia nascitur Ci* 
culis in Aprutio. Nel i o45 trovo abbate 
sublacense Oddo o Addo, cum LeoIX Po* 
pa Sablacum venisse4fugam arripuit, et 
Trebis latuitoccituxa Pontifkevenmere^ 
nuitj itaque ab eodeni Pontificem insti- 
tutus est. Nel io5 1 lo divenne il francese 
Umberto» che edificò quelle opere sud- 
desciitte. In Arce Ci¥ÌteUa traditus cu- 



278 SUD 

stodiat mox dimissus descivU in s. Sede, 
tandem aòdicainiseabbaiia,et in Castro 
Sangrini reliquem vitae in pace irame- 
git^ rexit annis undecim. Nel 1 060 fu ab- 
liateG iovanoi 5.^ Creseenzi cardi nale^che 
ntWwiSerìei AbbaUun claustraliuin subla- 
censium a codice mss, et a synodo (del 
caròìnaìCarìoBavberìnVjfideliterdesum- 
pia, si dice: e Civtlaie Castelli oriundus^ 
doctus et religiosut rexit annis g. Di que- 
sto abbate, come di altri, non poco ra- 
gionai superiormente. Siccome dopo di 
lui non trovo successore fino ali lai io 
tale Seriesj furse tornò al governo Gio- 
vanni 4•^ del quale nella t9enef si legges 
praefuitper annosSi, Arx Suolaci eri- 
f^tur^ come già rilevai. Dico questo per 
.concordare il riferitoda piik scrittori, che 
•.Gregorio VI \ eresse la Rocca di Subiaco, 
o almeno permise che si costruisse,' co- 
me notai, se pure non la compì. Certo é 
che la lapide esistente nelta.Rocca dice: 
Arx et Palatiti'm ad ornatum Urbis et 
Uitelam sub Gregorio FU Pont, Max. 
a fundatnentis creata. Dunque Giovan- 
ni 4*^ fiorì ancora nel suo pontificato. Nel 
1 1 a I venne destinato abbate Pietro 4-*'9 
al cui tempo insorsero da tutte le parti 
guerre contro il monastero, e speoialmeu- 
le dal canto de'tiburtioi,ì quali come più 
potenti s'impadronirono della metà del 
castello di s. Angelo, oggi Castel Mada- 
ma, che apparteneva a'monaci sublaoen- 
si. Indi cominciarono ad assalire il ca~ 
strum ApoUonensem o Ampiglione, nel 
pontificato d'Onorio 11, il quale accon- 
sentì che i tiburtini unitisi con Grego- 
rio signore d'Anticolì lo attaccassero cou 
maggior forsa,e sene impadronirono: fu- 
rono fatti prigioni tutti gli abitanti, e fu- 
rono distrutte le mura del castello; tut^ 
lavia Innocenzo II nel 1 1 43 oc ordinò la 
restituzione a'monaci. Nel 1 1 46 fu abba- 
te Einaldoe resse Tabbazia 1 Gannì. Laon- 
de o è sbagliato il nome, o confuso col se- 
guente, errarono Wion, Panvinio e l'U- 
ghelli nel riferire che Eugenio III creò 
cardinale nel 1 1 5o Silvestro abbate diSu- 



SUB 

bieco. Bensì Simone o Simeone Bordìì, 
fiitto abbate nel 1 1 5%/nonasieritim s.àia- 
riae Magdalenae^aUas #. Cieridoniae ex- 
truxiste credilur, certamente nel 1 155 
ebbe il cardinalato da Adriano IV. Al- 
cuni feudatari di questo abbate gli mos- 
sero guerra e FimprigioDarono « ed egli 
fu costretto a redimersi con dare in p^ 
goo a'romani Ampiglione,e con altri is- 
grìfiti che già ricordai. Sotto di 1 ui abbia- 
mo la seguente rclasione delle reliquie di 
s. Chelidonia vergine,patrona di Subiaca 
»Locus est ab oppido Sublaci,duobus fe- 
re milliaribus, ad borealem plagam di* 
stans; quo loco ex silice durissima, rupei 
altissimae eriguntur: quarum scabris, e^ 
lesisque lateribus, versus castrumSubb- 
cum, sacellum divae Mariae Magdaleoas 
)am sacrum, situm esUHucClerìdona pa- 
trem,patriam reliquens, mundo, valedi- 
oensaufugit.Hicperarduam vitam annii 
59 duxit. Hic mortua est virtutum mira* 
culorumque splendore conspioua : cujui 
ossa collecta subdominioae Incarnatia- 
nis annoi 162; atque marmoreo tumulo 
composita, populis hic usque in religio* 
nem venire quam maxime, Gonstat ibi- 
dem loci, olim extructum fuisse aacra- 
rum virginum Caenobium, cujus adhuc 
collapsa, et non spernenda vestigia ex- 
tant eidem monasterip'*. Da un'altra re« 
lezione sulla morte di s. Chelidonia prò- 
tettrice di Subiaco, rilevo le seguenti no* 
zioni. Neil iSi governando laChiesaEu* 
genio II, nella notte che succede alla 2.* 
domenica d'ottobre, si vide uscire dallo 
speco diMoraFerogna (vasta rupe al nord 
di Subiaco e distante oltre due miglia, 
pochi passi dalla quale vi è la spelonca 
già abitata dalla santa) una viva luce che 
si diffuse per le circostanti contrade, co- 
meché elevatasi in alto in forma di ster- 
minata colonna di fuoco.Questo sorpi'en- 
dente spettacolo destò negli abitanti di 
Subiaco un cumulo di sensi, meraviglia^ 
gioia e riverenza: niuno però osava av- 
vicinarsi alla rupe, che sembrava ardeu* 
te come il Sinai, I popoli convicioi resta- 



SUB 

rono Uupefhttì dello splendore che usci- 
va dalle montogtie sublacensi. Il Papa 
benché lontano, avendo veduto tale luce 
misteriosa, inviò sul più alto del monte 
alcuni cardinali e prelati, per conoscerne 
la derivazione. Ed essi a lui tornati sba- 
lorditi confermarono l'identicità del fe- 
nomeno, che vibrava fiamme ardenti su 
tutta la provincia di Campagna. Euge- 
nio HI meravigliato da'loro racconti, dis- 
se che quella luce era uno splendore de! 
volto di Dio, per manifestare /qualche 
gran prodìgioavvenuto sulle sponde del- 
r Aniene. Intanto ne' primi albori del 
giorno il cardinal abbate Simone man- 
dò il priore con alcuni monaci allo spe- 
co di Chelidonia, mentre la moltitudine 
colla stessa brama, sia di Subiaco che dei 
vicini paesi, ascesero la montagna, lutti 
certi di dovere ammirare qualche opera 
stupenda di Dio, poiché a ciascuno era- 
no mauifeiiti i favori da lui elargiti alla 
diletta sua serva. In fatti, giunti presso 
lo speco, videro la santa vergine distesa 
morta sul suolo, come assorta in placido 
sonno. A tale spettacolo tutti proruppe* 
ro in dirotto pianto, ripetendogli uni a* 
gli altri le tante virtù, penitenze, limo- 
si ne e altri eroici esercizi co' quali avea 
vissuto nell'orrida spelonca Sg anni ; e« 
sempio d'angelica modestia, conforto e 
consolazione d'ogni ceto di persone.Fece- 
ru a gara in prostrarsi presso il beato suo 
corpo, e dtvotamente con fervore ne ba- 
ciarono le mani,i piedi,le vesti,i cilizi,tutti 
quanti invocandola valida protettrice nel 
cielo, ove già godeva la visione beatifica 
d'Iddio.ludi per cura de'monaci procedete 
te il suo trionfale trasporlo nel monaste- 
ro di s. Maria Maddalena, ed i sacerdoti 
e primari di Subiaco si reputarono av- 
venturosi di portarne a vicenda sulle lo- 
rospallela preziosa spoglia, circondati da 
gran copia di lumi, e tra la generale com- 
mozione. Il cardinal abbate compreso di 
tenera divozione, ricevè il santo corpo 
sulla soglia del cenobio, e onoratamen- 
te lo fece esporre nel mezzo della chiesa^ 



SUB 279 

e dopo i consueti riti lo collocò in sito 
distinto. Beati si tennero coloro che po- 
terono ottenere qualche capello dell'in - 
ciita vergine, o alcun brano di sue vestii 
e persino qualche sasso della sua spelon- 
ca o qualche fronda dell'edera che la ri- 
vesti va, tutto venerando come insigni re- 
liquie. Avendo Dio glorificato la sua ser- 
va con non pochi miracoli, non venne mai 
meno al popolo di Subiaco la sua fiducia 
e divozione per essa ,e la proclamò sua pro- 
tettrire,e la vanta come sua gloria, li Pe- 
trini neWe Memorie PrenestinCj riporta la 
controversia insorta nel 1 1 79 tra il vesco- 
vo di Paleslrina cardinal Scolari,e l'abba- 
te di Subiaco cardinal Simeone. Verteva 
sópra due punti : sulla giurisdizione par- 
rocchiale de'castelli di Ponza e di Affile, 
e sulla istituzione del curato nella rocca 
di Boiate. Lucio III commise la causa al 
cardinal Graziano, ed egli fece in modo 
che neh 182 il vescovo accordò all' ab- 
bate e successori ambedue le pretensio- 
ni colle seguenti riserve. Che rimanesse 
illesa a' vescovi prenestini promiscuamen- 
te cogli abbati sublacensì l' autorità di 
correggere gli abitanti de'due castelli nei 
delitti criminali,e punirli in caso di con^ 
tumacia o coH'interdelto o colla scoma^ 
nica: Che la correzione e tutti gli altri 
diritti episcopali nella rocca di Rpiate re- 
star dovessero intatti presso i vescovi pre- 
nestini: Che gli abitanti di que'luoghi fos- 
sero tenuti contribuire ogni anno alla 
mensa ve:)Covile9 rubbia di grano e 9 di 
spelta per titolo di decime e mortorii, co- 
me pure di pagare la procurazione a'mi- 
nistri vescovili, allorché ivi fossero an'- 
dali per causa di correzione o di esazio- 
ne: Che i chierici di detti paesi non tra- 
lasciassero di portare alla cattedrale nel*- 
la festa di s. Agapito te solite offerte; giac- 
ché per lodevole costume, conservato fi"- 
bo al principio del secolo XVII, tutto il 
clero diocesano veniva a spese del vesco- 
vo in Paleslrina a prestare ubbidienza al- 
la cattedrale, e ad ascoltare i decreti si- 
nodali. Notai di sopra» che quando Ur- 



38o SUB 

baooVIII soitomise alla giurisditione spi- 
rituale dell'abbazia di Subiaco, Ponza, 
AflBle, Rolote e Ciiritella, la decima fu ri- 
dotta ad annui scudi 65. Nel 1 1 84 i^u ab- 
bate Beraldo,nel 1 1 9 1 Romano,nel 1 3 1 6 
Giovanni 6.^ benemerito e di santa vita, 
nel 1327 Landò pure benemerito. Indi 
furono insigniti di questa celebre e pos- 
sente abbazia, nel 1 344 (^ ^^^ ^^^ secolo 
passato come mi dissero ad Oricola, e ri- 
ferii nel voi. LI I, p. 3 1 7) Enrico e Mon- 
taneii Dominis Auriculae ortus^ vide^ 
turprefuisse annis Ss; nel 1 376GuglieU 
ODO Burgadum mox ab episcopo Tuscu- 
lano benedictum, destinato da Innocen^ 
Ko V commosso dalle calamità del mo^ 
aastero; nel 1 386 Bartolomeo i !*deM on- 
te Regali s quindi Benedetto 4*^> nd i sgS 
Francesco i.Xaetani minorità intruso e 
di cui già parlai: sebbene vi i*estasse 7 an* 
ni, alcuni cronisti chiamano questo tem«- 
po sede vacante, e lo era pure la pontifi- 
cia. Sotto di lui accadde la narrata ca- 
tastrofe che il Chronicon Sublacense de* 
scrive, e riprodusse Marocco a p.i74|di- 
cendo che a'20 febbraio 1 3o5 si disecca*- 
rono i laghi e la gran muraglia precipi- 
Ib con tremenda inondazione: ventorum 
et aquarum diluvio raptis aggeribus la- 
eus dissipatur pontes quoque cum mo^ 
ìendis^ et mandris disruptis. Di questo 
gravissimo infortunio di Subiaco e altri 
Juoghi, già e meglio tenni proposito di 
sopra. Ne furono disastrose cause le tem- 
peste di pioggia e nevi in grandissima co^ 
pia; laonde con diluvio fu inondata la Val- 
le Santa. J3ue animosi monaci credendo 
di aprire un varco al minaccioso e gon- 
fio lago, con togliere alcune pietre dal- 
la muraglia che gli fiiceva argine, V im- 
peto dei ri nondazione si fece più violen- 
to e veemente, e strascinò e distrusse con 
orrendo fragore ponti e altri edifizi^cam^ 
pi, alberi e armenti con immensi e de- 
plorabili danni. L'eletto Papa Clemente 
'V,a rimuovere Tintruso abbate nel 1 807 
commise la cura dell'abbazia al cardinal 
Sciarra Colonna^ Reclor Abbaliae; egli 



SUB 

la resse nel temporale, e odio spirilwk 
fr. Nicola da Mileto. Sì legge nella iSéfis 
di tal porporato: vatde severus ergam- 
blacianos, et monachis equus. Morto il 
cardinale neh 3 18, Giovanni XXII no- 
minò abbate Bartolonaeo a.% mtUialiah 
dabiliitr peregitGW successero neli3^ 
Giovanni 7.^m regimine nulU secuniw, 
ùeì 1 348 Pietro 4*^ •! cui tempo paà 
taevissima tota orbe grassaia est, alf» 
etiam in monasterio^ e molto di pitali 
soffri Subiaco; nel 1 35 1 Angelo di Ifos- 
reale, abbasSublacensispuUus a suiU- 
censUfus adiil Ponli/icem Ai^nionem, 
abdicai se abbaiia quatti rejcit annis ì-, 
nel 1 353 kàtmdxo Avenionemprùfsclu 
abbaiiae regimen coram Papa mi»* 
dal; nel 1 36o Corrado de'maixhcàCe- 
va, s, Specum deslruerc nisus ab Urèa- 
no V Pontifice^et sacro collegio Cara- 
naliumexpellitur^etmoerorc obiit^ rtjàl 
annis 5; nel 1 363 Bartolomeo 3/ monh 
co di s. Croce di Perugia, prudente ebe 
nemerito quale lo dichiarai^ risarceodo 
pare la chiesa di s. Scolastica. Neh 36} 
Francesco 3.^ abbas electus a monaàài 
(col p. Bini lo dissi destinato da Urbano 
V), vir pius, apud Pontificem Vrbanm 
Fconquestusde sublacensium contuma- 
cia petiilsibi concedi coadiutorem in spi- 
rilualibus Tliomam de Celano virumt- 
gregium^ et in spiritualibus vìcariumni<h 
nachum a Castro Girano sibi constiltàt 
Jacobum qui auctoritatem spirituakm 
resignavit. Della mala sorte di France- 
sco 3.** e di sua reintegrazione già parlai, 
fatta daUrbano VI,ed eziandio comeque- 
sto Papa decretò che l'elezione dell'ab- 
bate perpetuo fosse soggetta al benepla* 
cito pontificio. Tre furono -gli stati del* 
l'abbazia sublacense o di s. Scolastica. 11 
I. *^ cominciò dal PapaBenedetto VII fon- 
datore o consolidatore, e durò sino a Ur- 
bano VI ; e questo Listato si può chia- 
mare lo stato di osservanza, in cui T ele- 
zione dell'abbate si faceva da' monaci e 
si confermava dal Papa. Il 3.° stato co- 
minciò sotto Urbano VI, che disgustato 






SUB 

dello perpetuiti di taluni abbati^che non 
atea DO uoacoodotta esemplare/toppret- 
se V abbazia permanente, e la Tolle ad 
nutum Ponlificisamovibilìs^mtk peraltro 
de ordine momutico.Quesio 2.^ stato du- 
rò sino a Calisto III, e di cui presto vado 
•a parlare, il quale per mancanza di disci- 
plina privò i monaci del diritto abbazia- 
le,lasciando loro il claustrale,e vi sostituì 
gli abbati commendatari. Nel 1 889 di- 
irenne efifettifo abbate ft\ Tommaso da 
Celano, cessii esset prìmus ahbas coni- 
mendaiariui Urbano FI Ponti/ice ap* 
probante guberna vii abbatiam per annos 
3 f . La disciplina e l'osservanza che du« 
rava nel monastero dei s. Speco, sulla fi* 
ne del 1 3oo e sul principio del 1 4oo, non 
può meglio rilevarsi che da un prezioso 
e edificante codice cartaceo del monaste» 
ro di s. Ulderico e Afra, che si conserva 
nella biblioteca di Vienna, e la cui copia 
ho sotto gli occhi, nel quale si narra una 
minuta e curiosa storia di que' tempi d'un 
monaco anonimo, desideroso della piena 
osservanza della disciplina prescrìtta dal 
glorioso fondatore, e scritta in monaste- 
rioSpeciis s, BenedicUanno Domini 1 4oo, 
8 idnsjunii. Nel 1 4i 4 ^" abbate Sagace 
Conti di nobilissima famiglia/z^^tff co/7t* 
mendatarius secundus. Fra i maggiori 
guai che patì il monastero del s. Speco, 
e con esso quello di s. Scolastica, fu quel- 
lo deli4i3 che turbò immediatamente 
quello stato di pace e di osservanza, de- 
scritto dal buon monacoanonimo lodato, 
e che forse involse egli pure.Fu questa Te- 
poca in cui ardeva un'aspra guerra tra 
l'ambizioso e versipelle Ladislao re di Si- 
cilia di qiia dalFaro,e Luigi II duca d'Àn- 
giò, sostenuto nel contrastarj^li il regno 
da Papa Giovanni XXIII eletto contro il 
vivente Gregorio XII, che descrissi a Ro- 
si a e Sicilia. Essendo stato viuto Ladislao 
a Roccasecca presso Sora^ fu arrestato e 
fatto prigione il conte di Celano, acerri*- 
mo nemico del Papa e gran funtore del 
re. Per disgrazia l'abbate di Subiaco Sa- 
gace era della famiglia del contese segre- 



SUB a8i 

temente nemioo del Papa (forte seguace 
del più legittimo Gregorio XII), per cui 
fu immediatamente rimosso. £ siecome 
la maggior parte de'monaci fu costrette 
di emigrare dal monastero sublacense e 
da quello del s. Speco,conviene supporre 
che si scoprisse tra essi aderenza oull'ab- 
bate,e per conseguenza una fazione con- 
tro Giovanni XXI II. Indi ne nacque una 
diserzione e rovina totale di questi mona- 
steri, che furono posti in disa*edtto presso 
detto Papa, laonde non tornarono piU al 
loro primiero lustro. Dipoi non fu per- 
messo di ritornarvi a' monaci che emi- 
grarono, ed essendosi riuniti nel mona- 
stero abbandonato di s. Anna, Gregorio 
XII ebbe pietà di essi e vi fondò un prio- 
rato, dandogli per priore il rispettebile 
monaco tedesco fr. Nicola deMatzen,ch'e- 
ra professo del monastero sublacense o 
del s. Speco, visitatore e riformatore apo- 
stolico di quel priorato esistente presso 
Napoli. Di tuttociò si & piii esteta men- 
zione nelle opere del p. Bernardo Pez, e 
se ne trova un bastevole squaroio in quel- 
la del pw Marti no Kropp, Fitae elseripta 
inde a sexqenlis et eo ampìius annorum 
spalto^ Benediclinorum MeUìcemium, 
yiennaei747* Alcuni de'monacitobla» 
censi e specuensi nel i4i8god autorìtà 
di Martino V riformarono il monastero 
Mellicense nel ducato d'Austria.Nd 1419 
Matteo de' marchesi del Carretto geno- 
vese o Ui^ouese^abbas comntendaianus: 
ebbe a successori, nel i43i Antonio dì 
Ravenna 9 abbas conimendatarius j nel 
1438 Giacomo Cordoni di Narni,aM<if 
commendatariusj nel 1 444 Francesbo di 
Padova, abbas commendatarius, e teso- 
riere d'Eugenio IV, che il Vitale nelle 
Memorie de' tesorieri, óìce della famiglia 
Legnani e nel 1 44^ vescovo di Ferrara, 
poi di Feltre. In detto 1 44^^- Gugliel- 
mus abbas et ultimus claustrae s^idetnr 
ultra decennium praefuisse. Questo d, 
Guglielmo francese la Series lo dice 54*^ 
abbate di s. Scolastica, ed il p. Bini lo re- 
gistra per 6o,* 



aSa SUB 

Dopo la morte di detto abbate clau- 
strale, il Papa Calisto HI pose al gover- 
no temporale di questa abbazia, che di- 
chiarò commenda da conferirsi dalla s.Se* 
de, un abbate commendatario perpetuo 
e insieme ordinario con giurisdizione qua- 
si episcopale, sotto l'immediata dipenden- 
za dal Papa. Da quell'epoca fino a Be- 
nedetto XIV, gli abbati commendatari 
esercitarono piena giuiisdizione e auto* 
rità spirituale e temporale, tanto sópra 
Subisco, che sopra tutte le castella e ter- 
re dell'abbazia sublacense. Calisto 111 nel- 
lo stesso 1 455 nominò i .abbate commen- 
datario il celebre cardinal Giovanni Tbr- 
recrcmata domenicano spagnuolo, il qua- 
le vi ricevè Pio 1 1 quando si recò nel 1 46 1 
a'monasteri di s. Scolastica e del s. Spe- 
co, perchè come trovo in Petrini, volen- 
do il Papa ne'mesi estivi daSubiaco por* 
tarsi a Tivoli , volle fare la via di Cor- 
collo nella diocesi di Palestrina, passan- 
do per Geiiaz7.ano e Cave. Che Subiaco 
fu tenuto luogo frequentato nell' estate 
da'personaggi di Roma, come luogo ame^ 
no e fornito copiosamente di fresohe ac- 
que, si può leggerlo in Cancellieri nella 
Lettera sopra Ilaria di floma. Il cardi- 
nal Torrecremata nel 1468 morì, e gli 
successe nel 1 47 iquab.^abbate commen- 
datario il cardinal Roderico Borgia spa- 
gnuolo, nipote di Calisto II J, e resse l'ab- 
bazia anni 22 finché divenne Papa /4- 
kssandro'FL Essendo abbate nel 1476 
riedificò la Bocca di Subiaco, ne aumen- 
tò le fortificazioni, la munì di cannoni, 
costruì la cisterna , e per propugnacolo 
da'fondamenti fabbricò la torre che dal 
suo cognome chiamò Borgia, Lo scopo 
dell'abbate l'esprime la lapide esìstente 
nella rocca : Adsecuritatemmonacorum 
Oppidorumque totius traclusSublaquen, 
proxiniosqne fines ini perii romana e ec- 
clesiae Inlandos, Egualmente in tempo 
del cardinal Borgia si successero duegran- 
di avvenimenti già indicati, cioè Tunio- 
ne dell'abbazia a quella di Fa rfri, ch'ebbe 
corta durata; e riutrodiizione della stam- 



SUB 

pa da dove passò inRoma,oItre rifivasiooe 
temporanea del duca di Calabria figliodel 
re di Napoli, con i5oo scelti turchi da lui 
assoldati. Nel i48a il re volendo combat- 
tere i Tcneti e ì fioreutini^ perchè Sisto 
IV negò il passo nel suo stato all'eserci- 
to, il duca di Calabria fortemente sde- 
gnato entrò nel Lazio, ed accresciute le 
sue forze con quelle de* Colonna eSa velli, 
depredò quasi tutte le terre e castella che 
gli opposero resistenza, scorrendo tutta 
la Campagna di Roma, con sommo ter- 
rore anche dell' abbazia sublacense, te- 
mendo stragi e rovine massime dagl'in- 
fedeli, come si raccoglie da alcune lette- 
re scritte dal priore del s.Speco ad alcu- 
niabbatidi Germania, e leggesi nel Chro- 
nicon Sublacense, Le soldatesche regie 
accampate a Grotta Ferrata, nelle depre^- 
dazioni arrivarono fino a Trevi e Cerre- 
to, terre dell'abbazia di Subiaco. Però le 
milizie papali, completamente sbattaglia- 
rono e fecero macello delle truppe regie 
nel sito perciò detto Campo morto ^ di 
che tornai a ragionare nella biografia 
di Sisto IF, Nel 1492 eietto Papa Ales- 
sandro VI, feceabbate commendatario il 
cardinaleGiovannì Co/o/2fi^ romano, che 
governò 16 anni. Erasi frattanto formata 
in Italia una nuova congregazione, che 
dovea sorgere dall'unione de' monasteri 
de' benedettini denominati neri dal co- 
lore delle loro vesti, e l'unione si fdceva 
in Padova (^P^,) nel celebre monastero di 
s. Giustina, che dovea essere il titolare 
e il centro, componendosi sotto gli au- 
spicii di Lodovico Barbo vescovo dì Tre- 
viso e abbate commendatario di s. Giu- 
stina, col l'approvazione di Gregorio Xlf. 
Non pochi monasteri italiani si raccolse- 
ro sotto la medesima, appellata Congre- 
gazione di s, Giustina ^ denominazione 
che si cambiò col titolo di Congregazio- 
ne di Monte Cassino o Cassinese, ed i 
monaci si dissero Cassinesi[F,), quando 
di questa unione e col beneplacito di Giu- 
lio li volle neli5o4far parte il celeber- 
rimo arci-cenobio di Monte Cassino, pei 



SUB 

riguardi di venerazione dovali verso il 
luogo della tomba del patriarca s. Bene- 
detto. Come vi accedettero nel 1 5 1 4i ^o- 
nasteri sublacense e specuense lo narrai» 
in uno alle conseguenze. Nel i Soy Giulio 
li, diclìiarò abbate commendatario Pom- 
peo Co/o/intf romano, e sotto di \mfacta 
fuit Iconia majorìs hltaris s, Scolaslicae. 
Pompeo fu un ingrato e un facinoroso, 
ìinperoccbèagonizzanteGiuliolInel 1 5i 3 
si pose alla lesta d alcuni nobili sediziosi^ 
e incitò il popolo romano a ricuperare 
l'antica libertà. Riavutosi il Papato pri- 
vò dell'ubbazia, e gli sostituì il nipote Sci-^ 
pione Colonna romano, che la r^sse per 
4 anni, e la restituì allo zio Pompeo quan- 
do Leone X, avendolo perdonato e rein- 
tegrato negli onori,neli5i7 lo creò car- 
dinale : Scipione dopo la morte fu sepok 
to in s. Scolastica. Neli5a5 Subiaco fa 
afQilta da terribile incendio, e nel 15^7 
minacciata Roma dal crudele e iniquo e- 
sercito di Borbone che poi l'espugnò, sic- 
come il cardinal Pompeo era nemico di 
Clemente VII e fautore di Carlo V che 
avea dichiarala la guerra al Papa, pro- 
babilmente sperandosi che la sua abba- 
zia andasse immune xla quegli eccidi che 
si temevano , molte fauiiglìe di pacifìci 
romani co'Ioro preziosi ed'etti ripararono 
in Subiaco. Notai a Spoleti, che gli spo- 
Ictini insoi^ero conimi Colonna a dife- 
sa di Clemente VII, e perciò marciarono 
suSubiaco e rovinarono la rocca.Nel 1 529 
Clemente VII elesse abbate commenda- 
tario Francesco Colonna romano fratel- 
lo del defunto Scipione e arcivescovo di 
Taranto , ed operò per i' avvenuto di-» 
versi notabili restauri alla Rocca di Su^- 
biaco. In questa e in Subiaco si fortifi- 
carono i Colonna nella disastrosa guer- 
ra della Campagna Romana^ tra Paolo 
IV e Filippo II re di Spagna; il perchè 
come nel i Si'jfioìi nel 1 556 molte fami- 
glie romane si rifugiarono in Subiaco, es- 
sendo i Colonna nemici del Papa e par- 
tigiani caldi del re. Perciò ad Oricola pas- 
to il valoroso Camillo o Francesco Oi- 



S U B a83 

sint per tenere a bada le milizie de'Co-> 
lonna, che con grave trambusto occupa'^ 
rono le vie di Subiaco, è turbarono 1» 
quiete delle limitrofe popolazioni. Que^ 
sta fatale guerra la descrissi nel citato voL 
LXV, p. 284 e seg., riferendo pure, che 
sebbene risentirono tutti gli orrori della 
guerra le provincie di Marittima e Cam- 
pagna, non si lasciò di trepidare in Su- 
biaco e ne' castelli dell' abbazia. Imper 
rocche i regi espugnando Tivoli e Vico- 
varo, onde aver libero il transito delle 
vettovaglie provenienti dal regno, di cut 
eziandio era sovrano Filippo II, di poi 
il conte di Popoli non polendosi soste- 
<nere in Tivoli, si ritirò in Oricola e Su- 
biaco, costretto dalle milizie papali che 
ripresero aticora Vicovaro, senza avao-* 
zarsiesenza profittare de'conseguiti van-* 
laggi. Per buona ventura, questa deso- 
lante guerra ebbe fine colla pace conclu- 
sa nel settembre 1 557 in Cave. Neli55g 
fu fa Ito a bba te commenda la rio diSu biaco 
Marc'Antonio Colonna romano da Pio 
IV, il quale nel 1 565 lo creò cardinale. 
Introdusse le monache benedettine in Su- 
biaco, e trasportò nella chiesa di s. Sco^ 
lastica il corpo di s. Chelidonia vergine 
e martire, essendo rovinata la chiesa an-^ 
tica di s. Maria Maddalena, ove si vene- 
rava, e decaduto il suo monastero. Per 
sua rassegna nel i585 ebbe 1' abbaziale 
commenda il nipote Camillo Colonna ro- 
mano, che dopo tre anni morì in Pavia 
ove faceva gli studi. Per regresso riprese 
lu commenda il cardinal Marc'Antonio, 
il quale nuovamente la rassegnò in fa-^ 
vore del suo parente cardinal Ascanio Co^ 
lonnavomano. Mancalo questi a' vivi nel 
1608, Paolo V nominò abba te commen-^ 
datario il diletto nipote cardinal Scipio- 
ne Caffareili Borghese romano. Dopo la 
sua morte, Urbano Vili gli surrogò il 
proprio nipote cardinal Antonio Barhe^ 
rini fiorentino, il quale col pontificio be- 
neplacito cede la commenda abbaziale al 
nipote Maffeo Barberini romano. Essen- 
dosi poi dimesso, Innocenzo X nominò 



i84 SUB 

il cardinal Carlo BarheHni romano, cbe 
al precedente tuo fratello minore aveva 
ceduto i diritti di primogenitura: zelante 
pattorei nel 1 674 celebrò il sinodo assai 
iodato , che fu stampato con questo ti- 
tolo : Synodus dioecesana insignis ah- 
baite Sublaceans, Romaei674* In qu^ 
sto fu decretata l'erezione del seminario 
abbaziale, e ne effettuò l'apertura, isti- 
tuendoli monte lanigero.Nella visita della 
diocesi fu assistito da mg.' Gio. France- 
sco All>ani, e tale fu la diligenza di que- 
stiycbe giunse a estirpare non pochi abu- 
si, coir autorità di sinodali decreti, cbe 
stampati servirono di modello alle altre 
diocesi. Divenuto l'Albani Clemente XI, 
siccome divotissimo di s. Benedetto, fece 
quanto narrai. Nel 1704 per morte del 
benemerito cardinal Carlo, Clemente XI 
lo fece succedere dal cardinal Francesco 
J^tfr6eri/it,nipote dell'illustre defunto nel- 
lo stesso annoi 704. Nel 1738 Clemente 
XII fece abbate commendatario il car-* 
dinal Giambattista Spinola genovese, e 
già lodato, il quale nel giugno 174^ da 
•Subiaco mandò a Castel Gandolfoin do- 
no a Benedetto XIV tre bacili di trotte, 
come pubblicò il Diario di Roma e ri- 
portò Cancellieri nella riferita Lettera, 
Sotto di lui ebbe luogo la Decisio s. Ro- 
tae rotti, corani Elephantutio in causa 
Wuliiusseu Sublacen confiniutn rectora- 
ius Lunae, Eomae 1 750. Inoltre successe 
queir avvenimento che con Novaes ac- 
cennai nel voi. V, p. 4^ (o^c P^<^ errore 
tipografico Subisco è scritto con L)^ e 
qui ripeterò più circostanziato. Alcuni a- 
bilanti e molti pastori diSubiaco nel 1752 
irritati per avere perduto nel tribunale 
della s. Rota una lite coi monaci di s. 
Scolastica, sui pascoli d'una montagna, 
che credevano d'uso comune, assalirono 
armati il monastero, e costrinsero a fug- 
gire dalle finestre V abbate e i monaci ; 
quindi uccisero un birro e posero in fu- 
ga gli altri accorsi in difesa de'religiosi, 
e colla stessa audacia furiosamente eslras- 
sero dalle pubbliche carceri alcuni loro 



SUB 

compagni. Venuto Benedetto XIV io co- 
gnizione dell'aocaduto, per punire i col- 
pevoli sediziosi e ristabilir la quiete, spe- 1 
dì subito a Subiaco un commissario, ooa 
una compagnia di soldati corsi, le ooras- 
se di Velletri e 5o birri. Alla vista di que- 
sta truppa si dissipò il tumulto, parte dei 
capi si salvarono colla fuga , parte degli 
insorti fu imprigionata, e l'abbate co'mo- 
naci tornarono al monastero, scortati ds 
un distaccamento di milizie, fra le accla- 
mazioni degli abitanti di Evviva il Papa. 
Fu imposto a quelli chea veano armi di de- 
porle,|esi ubbidì prontamente,tutti sotto* 
mettendosi alla pontificia clemenza. Par- 
tirono indi le soldatesche, tranne 4o corsi 
rimasti per alcun tempo di presidio in Su* 
bieco. Fattosi in Roma il pi^ocesso, f o dei 
capi sediziosi clie erano stati trasportati 
nelle carceri della medesima, ebbet*o l'e- 
silio perpetuo dallo stato papale, e f iche 
erano fuggiti furono condannati a morte 
per contumaci. Intanto morto a'21 ago- 
sto 1753 l'abbate commendatario cardia 
nal Spinola, Benedetto XIV prima di con- 
ferire la vacante abbazia, per ovviare a 
ulteriori disordini, ne separò la giurisdi- 
zione spirituale dalla temporale, e questa 
sottopose immediatamente alla congre- 
gazione della s. Consulta, com'era riso- 
luto di fare con tutti i governi di questo 
genere,elasciandoa'cardinali abbati com- 
mendatari, e agli abbati claustrali di s. 
Scolastica e del s. Speco la giurisdizione 
spiritualecogli emolumenti che dalla tem- 
porale loro provenivano. Nell'istesso 1 753 
colia bolla Commendatami de'7 novem- 
bre, Bull Bened. XI P^, t. 4, p. 1 66, unì il 
dominio temporale dell' abbazia subla- 
cense alla camera apostolica, dichiaran- 
do in pari tempo col moto-proprio, jé- 
vendo noi, emanato nello stesso giorno, 
presso il Bull, Magn, t.19^ p. 87, quali 
beni alla camera apostolica doveano per 
l'avvenire appartenere. La bolla fu stam- 
pata a parte: ConstUutio Benedicti XIF 
super separatione j'urisdiclionis tempo- 
ralis monasleriiSublaccnsis nuUiusdioe- 



SUB 

cesis in districtu Urbis^'RomMijSi. In- 
di Benedetto XIV nomioò abbate com- 
roendatarìo di Subtaco il cardinale Gio. 
Francesco Banchieri pistoiese^ che avea 
' curato qual tesoriere del Papa il restati- 
I ro della rocca nel 1 753, come apparisce 
dalla lapide marmorea posta neiredifizio. 
Morì il cardinale nel 1 763,e si accese una 
lite pel ficario capitolare Ira'monaci ed 
i canonici : la congregazione dei vescof t 
e regolari con rescritto del 24 agosto deci* 
sespettarea lei l'elezione del vicario, non 
al capitolo, né a'monaui; quindi l'abba- 
zia per circa tre anni fu governata dal vi- 
cario apostolico. Clemente XIII dal car- 
dinal vicario Marc'Antonio Colonna, nel- 
la terribile carestia del 1764 fisce distri- 
buire maggiori iimosine a que'poveri del- 
l'abbazia, che cogli altri dei dintorni di 
Roma erano in questa città accorsi. Indi 
Clemente XI li nel 1 766 pose termine al la 
vedovanza dell'abbazia, e nominò abbate 
commendatario il cardinal Saverio Ca- 
nale di Terni. Passato questi a miglior 
vita nel 1778, Clemente XJ V per somma 
ventura dell' abbazia sublacense ne fece 
commendatario il cardinal Gio. Angelo 
^rii5cAi diCesena,che poi nel 1 776 l'ebbe 
a successore col nome di P/o/^/.£gli ne 
visitò subitela diocesi personalmente, ad 
onta dell'asprezza de' monti e di molte 
scoscese strade, per accorrere a' bisogni 
de'suoi diocesani colle più minute solle- 
citudini. Nelle sue visite che fece da car- 
dinale, con carità catechizzò i fanciulli, 
dirozzò con opportuni discorsi gli adulti, 
amministrò la confermazione, promosse 
i chierici al servizio dell'altare, e liberal- 
mente soccorse le indigenze dei poveri. 
Tutlociò la gratitudine per memoria e- 
spresse nelle pitture della casa de'signori 
della missione.Questo magnanimo Papa, 
che tanto amore avea posto alla sua ab- 
bcaia, tutto compreso di divozione ver- 
so s. Benedetto e il suo s. Speco, ad esem- 
pio di altri predecessori con altre, volle 
per tutto il suo lunghissimo pontificato 
ritenerne la giurisdizione ordinaria, per 



SUB i85 

colmarla dt singolari e incessanti bene- 
fizi, secondo il suo munifico e generoso 
animo; avendo rilevato nel voi. XXIV, 
p. 45 ed altrove, che nel 1 785 col sigillo 
abbaziale avente in giro l'iscrizione: Pius 
VI Ordinarius SublacensiSy autenticò 
l'acquisto della Mesola. Laonde per con- 
tinuarla a governare con zelo pastorale 
e impiegarne tutte le rendite a vantag- 
gio della medesima, stabilì che ne' mer- 
coledì, om messo ogni altro afiare,tntoriio 
ad essa oocupavasi, ed in ciascuna setti- 
mana dovea il suo vicario generale spe- 
dire un procaccio a mg.r Giuseppe Cop- 
pari suo cameriere segreto e guardaro- 
ba, il quale per minuto dovea rifèrirgK 
quanto nella diocesi avvenisse. Fra' vi- 
cari generali ch'ebbe Pio VI parlerò di 
mg.r Carlo M»' Fabi, di cui abbiamo l'J!^ 
lo^io storico^ del conte Francesco Fabi 
Montani, che siccome di Santogemini nel- 
la delegazione di Spoleii, a quest'artioo- 
lo ne riparlai. Nel 17 79 Pio Vi lo scelse 
all'uffizio, e ricevute da lui le necessarie 
istruzioni, nel dicembre si condusse ìnSvt- 
biaco, incoi costantemente studiò di cor- 
rispondere alla fiducia posta in lui dal Pa- 
pa. In fatti, si diportò con tale prudenza, 
zelo e integrità, che nell'abbazia si con- 
serva ancora la memoria dell'universale 
soddisfazione del clero e del popolo. Ze- 
lante nell'esercizio del suo ministero enei 
predicare, come nel ricondurre le anime 
a Dio, gli riuscì d' indurre il calvinista 
Pietro Kuinke a detestare i suoi errori; 
e Pio VI, lieto di tale successo, non solo 
gli concesse facoltà di riceverne l'abiura, 
ma eziandio d'amministrargli la confer- 
mazione, ciòchesolennementeeseguì nel- 
la chie.ca di s. Sebastiano. 11 suo impegno 
spiccò principalmente verso il seminario, 
e concepì ardentissima divozione per s.Be- 
nedetto e pel s. Speco, sciogliendosi in la- 
grime alla vista di que'luoghi, per essere 
stati collesue austerità santificati. In pre- 
mio delle di lui virtù e fatiche sostenute, 
Pio VI nel 1785 lo creò vescovo di A- 
melìa, e tra gli altri doni di cui fu lai*« 



d86 SUB 

go,voIie onorarlo con 3 paia de'atioi San- 
iinli (f^.) con fiicoltà d*uiarli, e riuscì ot- 
timo e lodatissimo pastore, e quale lo de- 
scrive il mentovato £Zog(o. Già celebrai 
le grandi beneficente elargite da Pio VI 
alla sua diietta Subiaco, e le splendide 
imperiture memorie lasciate o suo pe- 
l'enne vantaggio, mediante l'erezione di 
pix)vvidi stabilimenti, onde ofTrire a nu- 
merosa classe i mezzi di sussistenza, e la 
eostruzione di grandiose fabbriche pel suo 
nobile e decoroso ornamento, per cui è 
a vedersi i' opuscolo : Monumenti eretti 
dalla Santità di N. S, Pio FI nella cit- 
tà di Siibiaco, Roma 1 789. Fra essi pri- 
meggiando la sontuosa chiesa collegia- 
ta, il Papa si determinò nel 1 789 a so- 
lennemente consagrarla, e così consola- 
re di sua presenza gli amati figli e dioce- 
•ani, ed insieme appagare la sua propen- 
sione costante per loro e il suo bel cuo- 
re. La descrizione del vinggio e soggior- 
nodi Pio VI in Subinco, oltreché ne'suoi 
molti biografi, si legge ne'contem pò ra- 
ne! Diari diRoma^ e parlicolarniente nel 
rammentato Tributo di mg.^ Br^ncado- 
1*0, poi cardinale arcivescovo di Fermo : 
pio FI in Subiaco, del quale libro re- 
sero conto V Effemeridi letterarie di Ro- 
ma del 179O4 11.^24* Con tali descrittori 
procederò alla compendiosa narrazione 
dell'andata in Subiaco nel moggio 1789 
del suo abbate e munificenlìssimo bene- 
iisittorePio VI. Partì da Roma lunedì mat- 
tina 1 8 maggio verso le ore 1 3, dopo avere 
orato nella basilica Vaticana, avendo se- 
.co in carrozza i mg."Bahdi arcivescovo 
d'Edessa elemosiniere, e Cristiani vesco- 
vo di Porfirio sagrisla : segui vaio nella 
2/ carrozza mg/ Di ni prefetto delle ce- 
remonie, co'camerieri segreti mg." Cop- 
pari guardaroba. Malo e Ridolfi ; nella 
3/ muta presero luogo i cappellani se- 
greti mg.'' Spagna crocifero e Allegrini, 
il chierico segreto Dolcibene, l'aiutante 
di camera Giuseppe Tamberlichi : in al- 
tro legno incedevano altri famigliari pon- 
tificiiy altri avendolo precedutOi l vesco- 



SUB 

vi consagranti erano anteriormente pa^ 
titi,ed i mg.'* Passeri arcivescovo di La- 
rissa e vicegerente, e Brancadoro allori 
cameriere d'onore e storiografo partiro- 
no nella notte seguente. Scortato il Papi 
da alcune corazze uscì dalla porta s. Lo- 
renzo, e circa le ore 16 giunse io Tivoli. 
Disceso alla chiesa dei domeoicaoì, Pio 
Vi dopo aver pregato Dio , continuò il 
vinggio per Vicovaro, ove trovò un arce 
trionfale eretto dal feudatario conte Bo- ' 
lognetti, altro trovandone vicino ad Arso- 
li innalzato dal feudatario marchese Mas- 
Simo. Sul primo ingresso poi del terri- 
torio ahbaziale, Pio VI trovò il grandio- 
so arco di travertino e di sopra descritto, 
che la riconoscenza, l'ossequio e il giu- 
bilo dell'ordine de' cittadini di Subiaco 
avea costruito non molto lungi dalia citlà; 
e presso di esso giunto verso le ore 11 il 
Papa, fu ricevuto dalla tripudiante po- 
polazione, ed ivi la magistratura muni' 
ci pale in abito gli fece l'omaggio delle chia- 
vi. In mezzo a queste solenni dimostra- 
zioni di filiole ofTetto e di riverente gra- 
titudine. Pio VI enfiò in Subiaco e si 
diresse alla sua residenza ahbaziale della 
Rocca, che da lui ampliata e resa agiata 
la via coll'appianamentodel rigido dorso 
del monte, die comodo e conveniente al- 
loggio, secondo le condizioni de' perso- 
naggi, a sopra 1 3o individui. Nella stessa 
sera non solo fuVono fatte le pubbliche 
generali illuminazioni di gioia in Subia* 
co, ma ancora in tutti gli altri luoghi ót\* 
l'abbazia; distinguendosi la famiglia Ricci 
in A(Ble, con distribuire ai poveri gran 
quantità di pane e vino, acciò pregasse- 
ro per la lunga conservazione del Pon« 
tefìce abbate. Nella Rocca Pio VI die li- 
bero accesso a tutti i suoi diocesani colla 
più affabile accoglienza, temperando la 
sua maestà colla dolcezza; ascoltò i loro 
bisogni,compartì grazie edonati vi,e prov- 
vide con abbondanti soccorsi i miserabili; 
fu largo in una parola di beneficenze in- 
numerevoli; tutti eziandio edificando col- 
la sua pietà nei luoghi più memorabili 



SUB 

> per sanlità,clie visitòcon fervore religioso. 
i Nella seguente mattina, ascoltata la mes- 
I sa nella cappella segreta del suo palazzo 
I abbazia le, accofnpagnato dalla sua coite 
I si recò in portantina alla chiesa delle mo- 
a / nache di s. Benedetto ; indi entrato nei 
1 con ti guo monastero ammise paterna men- 
i te al bacio del piede tutte le religiose. Po- 
I scia si trasferì alla casa della congrega- 
I eione della missione, passò a vedere la 
I chiesa collegiata da lui fabbricala e il sot- 
I terraneo, donde ri tornò a Ila Rocca. Nella 
I mattina del2 osi condusse al s.Speco colla 
corte, celebrando la messa al suo altare» 
e poi ascoltò quella del cappeHano segre- 
to : nel monastero fu servilo dal p. ab. 
A mbrogioMirelli napoletano, procura lo- 
re generale de'cassinesi(il quale col priore 
p. d. Giovanni C^praiiica romano pose- 
ro un'iscrizione marmorea nel s. Speco, 
Cunohiila genlis nostrac^ di questo av- 
venimento, riportata da Brancadoro), e 
lo ammise al bacio del piede colla mo- 
uasti^ ^miglia. Disceso il monte, entrò 
nella chiesa di s. Scolastica, e nel mona- 
stero permise amorevolmente che gli ba- 
dassero il piede gli abbati e i monaci. L'ab- 
bate del medesimo p. d. Gio. Antonio de 
Cupis di Fano, e il priore p. d. Agatino 
Paterno di Catania, eternarono questa vi- 
sita con lapide che riprodusse mg.'Bran* 
cadoro. Giovedì 2 1 maggio, festa dell' A - 
sceiisione, il Papa celebrò la messa nella 
delta cappella segreta della Bocca, e col 
suo corteggio reoossi in portantina, pri- 
ma all'edifizio per lui costruito delle car- 
tiere e ferriere, e poi nel seminario vec* 
chio,ove in una camera terrena, formata 
per camera de' paramenti, assunti gli abi* 
ti pontificali e il ti itegno, preceduto dal 
clero e canonici della collegiata, da' de- 
latori delle mitre, dalla croce pontificia 
portata da mg.** Brancadoro in dalma- 
tica, da'due abbati di s. Scolastica e del 
s. Speco, da' mg." Passeri, Bandi, X)ri- 
sliani, Speranza vescovo d'Alatri, Man- 
in vescovo di Tivoli, Devoti vescovo di 
Anagni, tutti vestili di piviale e mitro; 



SUB 387 

assistito Pio VI dai mg." Malo e Bi^i<ilfi 
come diaconi in dalmatiche bianche, Hr 
scese la loggia che a tal effetto era stata 
nobilmente eretta avanti alla nuova col- 
legiata, e da essa compartì solennemente 
la papale benedizione, colle consuete ce- 
remonie che in tal giorno si praticano io ^ 
Roma,e l'indulgenza, in mezzo al gaudio 
spirituale de'sublacensi, degli altri dio- 
cesani accorsi e di quelli pure venuti pei* 
divozione da rimoti paesi, formanti tulli 
una immensa popolazione festeggiarne. 
Stabililani il seguente giorno 22 maggio 
per la solenne consagrazione della colle- 
giata (eseguila con quel rituale che ripor- 
tai aCHiESA,in tutto eguale a quello usato 
da'vescovi, tranne l'oslensione delle reli- 
quie che fece il Papa prima di collocarle nel 
sepolcrino), nella notte preoedenle in una 
delle sue stanze o del vecchio seminario 
abbigliata a cappella vi si esposero le sagre 
reliquie per l'altare maggiore del nuovo 
tempio da mg.'^ Cristiani, che dopo il sai-» 
meggio alternato de' cleri secolare e re^ 
golare,co'solill riti, furono chiuse in una 
casseltina sigillata co' sigilli pontificii, a 
collocate in un' urna coperta di velluto 
cremisi. Nella mattina portatosi Pio V( 
nella detta cappella accompagnato dalia 
sua corte e guardia svizzera, indi fatta or 
razione e venerale le sagre reliquie, si pò* 
se a sedere sul faldistorio, indi seguì la 
recita de'salmi penitenziali. Questa comr 
piota, il Papa indossò le vesti sagra, coir 
l'assistenza de' nominali due camerieri 
segreti, che esercitarono l'uffizio di dia* 
cono e suddiacono, e di tutti i ricordati 
vescovi in cappe, essendo in piviali bian« 
chi e mitre i soli mg.^'i Passeri e Bandi 
destinati a cooperatori e coadiutori nella 
funzione, come a'giri deiraspersioni. Vi 
assisterono ancora i pp. abbati di s. Sco-* 
laslica e del s. Speco, e 1' ab. Pellegrini 
abbate di Veroli, tutti vestili co'loroabi* 
ti prelatizi di mante! letta e mozzelta ne* 
ra. Preceduto Pio VI dalla croce ponti- 
ficia in mezzo a 'delatori delle torcie,pror' 
cessionalmcnte venivano appresso gli ab- 



i88 S B 

bali e i TescoTl, e il Papa che portatoti 
Innanzi la porta della nuova chiesa die 
principioalla solenne funiione, eseguen- 
do la oonsagrazione colle ceremonie pre- 
scritte nel ceremoniale romano, coll'in- 
tervento di numerosa nobiltà e d' una 
moltitudine di popolo venuto pureda lon- 
tane parti.Mg.i'Brancadoro spiegò il mi- 
stero delia consagrazione nella sua Me- 
dilazione per la consagrazione della nuo- 
va chiesa di Subiacofatia da N,S, Pa^ 
pa Pio FIf e la pubblicò nel citato suo 
libro, insieme alla dotta e conunovente 
omelia che vi pronunziò il Papa: SS, D. 
N, Pii divina providenda Papae FI, 
Homilia habita in consecratione ecclo- 
naeCoUegiataeSublacensis diexxti mail 
1789. Avendo Pio VI colla chiesa con- 
sagrato l'altare maggiore (il cui atto vie- 
ne rappresentato nell'incisione posta dal 
Bitincadoro in fronte al suo libro), com- 
mise la consagrazione degli altii minori 
6 altari a mg/ Passeri, ed i 3 della chiesa 
sotterranea a mg.*^ Speranza, i quali ve- 
scovi reseguirona(trannedue,perchè di- 
oesi che voleva consagrarli il Papa ritor- 
nando a Subiaco,ma le vicende politiche 
glielo impedirono) nel seguente sabato, 
in cui il Papa si recò a venerare il b.Tom- 
maso da Cori in Givitella, al modo che 
già descrissi. Nella domenica poi il Pa- 
po celebrò solenne messa pontificale nel- 
l'allai^e principale da lui consagrato, per 
ulteriore lustro di quel tempio, e nel lu- 
nedìappresso 25 maggio alle ore 1 6 par- 
tì da Subiaco, lasciando i subiaciani nel- 
raffelluoso contrasto del piacere provato 
in ammirare la presenza dei loro aman- 
tissimo benefattore, e di tristezza e com- 
mozione per la sua partenza, mitigata al- 
quanto dalle replicate benedizioni che su 
di loro benignamente compurtì.Facendo 
il Papa le stesse posate e vie, che nella ve- 
nuta avea fatto, giunse al Vaticano verso 
le ore 24* Nel Bull Rem, coni, vi sono i 
3 seguenti brevi di Pio VI riguardanti 
l'abbazia di Subiaco. Nel t. 9, p. Z^S^Ex- 
pone /20&i5^de'28 gennaio 1794: Pacai- 



SUB 

tas ad ministro generali mensae abba- 
tialiSublacensis ineundi coniraciumper- 
peluum deciniarum e/usdem mensae j a 
p. 366,Exponinobis,de'6 maggio 1794*. 
Confirmalio instrumenti perpetuae loca- 
tionis bonorum^ ac provenluum ad mot- 
sam abbatialem Sid}lacensen% spectan- 
/Mi/n.Nel 1. 1 o, p. Zg^Qiiod precipuae^tì 
I / ottobre 1 796: Unio abbatiae ss. Fin- 
centii eiAnasiasii de Urbe abbadae Sa- 
blacensi cum applicatione pensionis a- 
lifis solutae Seminario romano, il gkh 
riosoPioVl,vide invaso e democratizzalo 
lo stato pontificio da'repubblicani fran- 
cesi, e fu da loro detronizzato e strappa- 
to da Roma a'20 febbraio 1798 ; morì 
virtuosamente e quale lo celebrai nella 
biografia, rilegato in Valenza di Francia, 
lanottede'i8 venendoii 29agostoi79g. 
Per sì deplorabili vicende, anche Subia- 
co grandemente ne solTrì, e V annalista 
Coppi registrò negli Annali d*Italia,chs 
nel marzo 1799 furono da* fra noesi pre- 
se e saccheggiate Toli& e Subiaco, per es* 
sersi dimostrate divote e fedeli al Papa, 
e avere opposta resistenza agi' invasori. 
Pio VII riempì la vacante sedeabba- 
ziale di Subiaco con nominarne abbate 
commendatario eordinario nel 1 80 1 Tao- 
tico e dotto suo confratello cardinal iVfi- 
chelangeloLuchi benedettino cassinesedi 
Brescia. Siccome morì poco dopo a'28 set- 
tembre 1 802 nella Rocca di Subiaco, co- 
sì nella biografia ne descrissi i funerali ce- 
lebrati in s. Scolastica, ove volle essere tu- 
mulato, e le disposizioni testamentarie, ri- 
cavando le notizie dalia descrizione del- 
la pompa funebre pubblicata dal Diario 
di Roma de'iS ottobre 1802: ma nelle 
Notizie di Roma si legge che morì a'29 
settembre. Pio VII dipoi neli8o3 con- 
ferì l'abbazia al concittadino cardinal Pier 
Francesco Gn//e^ di Cesena, il quale per 
la nuova invasione degrimperiali france- 
si, nel 1 809 fu deportato in Francia, don- 
de ritornò neii8i4; infortunio che pro- 
vò ancora' Pio VII, onde in tal periodo 
di tempo Subiaco seguendo i destini di 



SUB 

Bomaj soggiacque al dominio slraoiero. 
11 cardinale fu benefico e quale lo celebrai 
nella biografia , e mori compianto nel 
1 887. Le opere più belle del cardinalGal- 
leffi come abbate commendatario di Su- 
biaco, furono la riapertura del seminario 
abballale, chiuso e saccheggiato nell' in- 
vasione repubblicana straniera del 1 799; 
le larghe sof menzioni che ogni anno da- 
va agli alunni e al medesimo luogo pio; 
la carità veramente singolare verso i po- 
veri, pe' quali spendeva la maggior par- 
te di sue rendi te.Essendo egli abbate com- 
mendatario il Papa Gregorio XVI onorò 
Subiaco di sua presenza, poiché benedet- 
tino camaldolese e veneratore del s.Speco, 
da abbate e da cardinale con divozione e 
tenerezza lo avea visitato, come classico 
suolo santificato dal suo gran padre s. Be- 
nedetto e da tanti antichi anacoreti,di cui 
disse il p. Mabillon quando vi si recò: Hic 
cunabula genlis nostrae. Come superior- 
mente accennai, ebbi Tonore d'accompa- 
gnarlo nel cardinalato negli ottobri 1828 
ei 83o, ospitato cordialmente per alcuni 
di nella nobile casa Lucidi, ove ambedue 
le volte celebrò la messa ogni giorno,ed io 
ivi e come sempre assistei nel servirla^ nel- 
la memorabile cappella domesticalo ve un 
tempo si venerava la divotissima imma- 
gine di s. Maria della Pietà (ed al pre- 
sente una copia), che già della pia Cle- 
menza Caroni o Garroni di Subiaco, ora 
é in somma venerazione in Boma nella 
chiesa de'berga maschi che porta il suo ti- 
tolo, e perciò e della sua provenienza da 
Subiaco, ne parlai ne' voi. XIV, p. 1 54» e 
XLIX, p. 3o3, ove citai Bombelli che ne 
tratta, e qui con lui dirò alcune altre pa- 
role. C fama che la detta immagine par- 
lasse a Clemenza vedova di molta pietà 
e slimata anche^dal gran b. Leonardo di 
Porto Maurizio (il quale essendo impe- 
gnatissimo pel riconoscimento dogmati- 
ca dell'Immacolata Concezione della B. 
Vergine, scrisse con di voto ardore quella 
celebre lettera che apre il cuore alle più 
grandi, liete e consolanti speranze, ora 

VOL. LXX. 



SUB * 289 

che con entusiastico gaudio solennissi- 
mamente si efiEettuò: Vdnam sic fiat!). 
Morta santamente a'26 novembre 1 755, 
il, di voto quadro venne in retaggio dei 
Caroni nipoti della defunta, che per ono- 
rare la Beata Vergine lo collocarono nei 
proprio oratorio domestico, ove si cele- 
brava quotidianamente la messa. Mg.' 
Pietro Caroni di Subiaco cameriere extra 
e sotto-guardaroba di Pio VI (e fondatore 
de'canonicati e mansionarie Caroni della 
collegiata,benefiziche ricordai di sopra), 
trovandosi un giorno inRoma nella sagre- 
stia de'bergaroaschi,e ragionando con al- 
cuni sacerdoti sulle immagini miracolo- 
se della ]\{3donna,con fervore parlò dei 
pregi della sua, onde fu pregato pel suo 
maggior culto a farla portare in Roma. 
Vi condiscese mg.^ Caroni, ed a'24 giu- 
gno 1790 vi giunse; però non senza pro- 
digio, i vetturali non la recarono in sua 
casa, secondo la spedizione del commis- 
sionato, ma nella sagrestia de'bergama- 
schi, ove sovraggiungendo mg.*^ Caroni 
con tale incidente vide chiaramente ma- 
nifesto il volere della Madonna, e meglio 
confermandosi nei proponimento ne fe- 
ce legale dono alla chiesa con istromento 
de'28 giugno rogalo dal Lorenzini; ed il 
sagrestano della chiesa ammirandone il 
modesto e divoto atteggiamento, voile de- 
nominarla della. Pietà, titolo, che si co- 
municò alla chiesa e prevalse a quello dei 
titolari i ss. Bartolomeo ed Alessandro, p 
per dir meglio si rinnovò l'antico senza 
porvi mente. Quivi la B. Vergine diven- 
ne feconda dispensatrice di grazie, ond'è 
frequentatissima per la tenera e pt*ofon- 
da divozione che le professa il popolo ro- 
mano. 11 n.°5i del Diano di Roma del 
1 889 , riferendo la celebrazione del 3.** 
centenario del sodalizio coi appartiene la 
chiesa, rimarca ch'esso volle restaurarla 
e abbellirla, e farla consagrarè a'23 giu- 
gno dal cardinal Giacomo Luigi Brigno- 
le, in considerazione che il tempio (u più 
visitato in seguito del prezioso dono ri- 
cevuto da mgS Pietro Caroni della por- 

'9 



2go SUB 

tentosa immagine dìAf aria ss. della Pietà, 
verso la quale riniera popolazione di Ro- 
ma dimostra parlieolarìssima divozione. 
Questa è ooa gloria di Subtaco,cbe io non 
dovea ommcltcrc, per cui mi si condo- 
ui la digi'essiune.' Ritornando alla venu- 
ta di Gregorio XVI in Subinco^ dii*ò col- 
la ralazione compilata in Subiaco e pub- 
blicata nel suppiimentoal n.^38del Dia- 
rio di Roma deli834> cbe a' 29 aprile 
parlilo da Tivoli, lungo la via Valeria, 
consola i*e e sublacense , per ogni breve 
trailo venne salutato da innumerevoli 
spari de'morlari dc'circoslanli paesi, e da 
tulle quelle vicine popolazioni ch'erano 
discese dulie loro colline per tiibuUi*eal 
loro padre e sovrano i sìnceri sensi della 
loro venerazione profonda e fedele sud- 
ditanza. Commovenlissimo n'era lospel- 
tacolo, ed io ne fui edificato spellalore e 
ammiratore. Ogni popolazione avea olla 
testa il proprio clero e le loro confraler- 
Dite, con bandiere, slendardi e allre in- 
segne di religiosa esultanza. In ogni bre- 
Te distanza ai^hi trionfali d'alloro, di mir- 
to e di fiori, di che era pure cospersa la 
via adorna dì damaschi, con analoghe i- 
scrizioni, testi monia vano la gioia di quei 
popoli. Con queste veramente cordiali di- 
mostrazioni si distinsero fra gli altri gli a- 
bitanti di Castel Madama, Vicovaro, Sa- 
racinesco, Licenza, A ntìcoli,Bo viano(t ul- 
ti luoghi del dislretlo di Tivoli^ che nel 
suo articolo descrìverò), Marano e Ago- 
sta. Il Papa corrispondeva a'vivacissimi 
e replicati ewivH e lieti augurii, col di- 
mostrare il gradiuiènto da cui era pene- 
tfato il patei^no suo cuore, facendo amo- 
revolmente di tratto in tratto fermare la 
sua carrozza p6r soddisfare alla divozione 
di quelle buone genti che decoravano il 
suo passaggio, che poleasi dire un conti- 
nuo trionfo, ammettendo alcuni dì quan- 
do in quando al bacio del piede. Non si 
può abbastanza esprimere le lagrime di 
viva gioia sparse da si di voi e popolazio- 
ni, nel potei' da vicino, bendiè per brevi 
islaiilì, fissale i loro sgxiardi nel supremo 



SU B 

Gerarca, e riceverne con indìcìtMle con- 
solazione Tapostolica benedizione: dÌRM>- 
slrazioni e incontri che rinnovarono ai- 
ramato Papa nel rìtoroo che fece a Ti- 
voli, non ostante il cocente sole di qoel 
giorno. Giunto alla chiesa di s. Cosinisto 
de'minori riformali, presso Vicovaro, la 
cui origine si fa ascendere al VI secolo, 
quando s. Benedetto vi si ritirò co' suoi 
monaci (e si mostra il luogo ove abitò, la 
cui volta è sostenuta dn una colonna na- 
turale, e il refelloi io con pittura beo con- 
servata: traversando il giardino si discen- 
de nelle grotte scavate nelle petrificasiooi 
dell'Aniene che ne'primi tempi vi rista- 
gna va; nel 1074 vi era fiorente il monBsl^ 
ro de'benedetlini, che già nel 1*876 ata 
corso grave pericolo d' essere devastato 
da'saraceni,^e Carlo 11 il C^/i^o ne'dinto^ 
ni non li sconfiggeva; vittoria espi^essa nel* 
le pitture delle lunette nell'ingresso delia 
chiesa, ed eseguite nel 1 670), discese il 
Papa dalla carrozza, ed entrato in chiesa 
venerò il s<«. Sngranienlo, ammise nel co- 
10 al bacio del piede il p. guardiano e la 1 
religiosa famiglia, e dopo breve tratte- 
nimento nel convento, che avea onorato ^ 
ancheda cardinale nelle suddetteepoche, ■ 
rimontò in carrozza e si diresse alla vol- 
ta diSubiaco,trovando verso l'osteria del- 
la Spiaggia un singolare arco trionfale, 
formalo lutto di trolte delI'A niene.La cit- 
tà non seppe che 12 giorni innanzi In Giu- 
sta notizia dell' imminente venula dei 
Pontefice, ed airislante un sol pens^iero, 
un solo oggetto formò l'occupazione di 
lutti i suoi abitanti che uè tripudiai^no. 
Giunse il felicissimo giorno del suo arri- 
vo, alfreltato da' voti universali, giorno 
memorabile a'subiaciani,poichè marsi,sa- 
bioi| latini e ernici concorsero tra essi a 
dividerne il giubilo. Spuntava la brama- 
la aurora del 29 aprile, e piene già si tro- 
vavan le vie da ogni parte di numerosis- 
simo popolo in tutti i punti afTollalo per 
sìlunrsi ove meglio e più da vicino vene- 
rare il capo della Chiesa, llcaidinal Gal- 
leffi abbate commendatario, che di 3 gioì- 



SUB 

' ni avea preceduto l'arrivo del Papa, sì 
y mosse a incontrarlo a'cooBni territoriali, 
' e da Gregorio XVI venne graziosamen- 
te ammesso nella propria carrozza. A due 
miglia dalla città fu inviata una deputa- 
ztonedal comune, alla quale fecero segui- 
to 1 5o de'piii forti e giovani villici mossi 
dal concorde di voto animo di trarre colle 
loro braccin la pontifìcia carrozza. Sulle 
orei5circa, i primi colpi di mortari di- 
sposti sopra vari punti delle circostanti 
colline, annunziarono il vagheggiato mo* 
mento del di lui arrivo. Gridi unanimi, 
gridi di universale esultanza, salutarono 
sonoramente il fàusto annunzio. In quel- 
l'istante il Papa giunse ove l'accennata 
deputazione, scelta fra i primari della cit- 
tà, nelle persone di Francesco Tummo- 
lini, Biagio Tocci, Vincenzo Petrucci, Ro- 
bertoParibeni eVincenzoE vangelisti giu- 
dice supplente del governo, adempiva i 
doveri di omaggio e venerazione, che ve- 
nivano accolli da Gregorio XVI con u- 
manità tutta sua propria, implorò in pari 
tempo la grazia che venisse concesso ai 
genuflessi villici di portar la carrozza fi- 
noalla città. Il Papa nella sua umiltà non 
potè dispensarsi dairacconsentirvi; e fra 
ì più giulivi evviva mossero que'giovani 
lieti e vigorosi verso la città, e giunsero 
solleciti al princìpio del rettilineo ingres- 
sodi essa.Questo tratto di via,lungo circa 
un 3.^ di miglio,era tutto cosperso di mir- 
to e di fiori, e da ambi i lati senza inter- 
ruzione ornato di verzura simmetrica- 
mente disposta, e distribuita in tanti re- 
golari festoni avea più l'aspetto d'un giar- 
dino che d'una strada urbana; opera fu 
questa in parte dell'afifettuose sollecitu- 
dini delle giovani contadine. Procedeva, 
il Papa come in trionfo, quasi sulle brac- 
cia dell'immenso popolo che il circonda- 
va e festeggiava, con applausi sempre più 
vivi. Gli facevano giulivo eco il rimbom- 
bo de'mortari, il ottono di tutte le cam- 
pane e le bande musicali sublacense, e dei 
dragoni giunti da Roma, che eseguivano 
armoniosi concerti.Giuuto il sommo^on^ 



SUB 191 

tèfice vicino al magnifico arco marmoreo 
eretto a Pio VI, volle discendere a piedi, 
ed allora più fragorosi e concordi furo- 
no gli evviva. Presso l'arco si trovarono 
mg.r Francesco Vici vicario generale dì 
Subiaco (poi dal Papa ammesso in pre- 
latura e fatto delegato di Spoleti, ora con- 
sigliere di stato) con tutto il cjero seco^ 
lare e regolare, il magistrato municipa- 
le, il cav. Dario Calisti Ficedola gover- 
natore dÌ8lrettuale,e il gonfaloniereFran- 
cesco Àngelucci , il quale inginocchioni 
presentò a sua Santità le chiavi della cit- 
tà, e gli omaggi sinc?rissimi di tutti i fe- 
deli abilanti.Il Papa corrispondendo col- 
le più affabili maniere a quest'atto di di- 
vozione,indiavendoa lato il cardinalGal- 
lefB, preceduto dalla croce pontifìcia, e 
seguito da tutta la sua nobile corte, si 
diresse a piedi verso l'interno, sempre a- 
morosamente riguardando e benedicen- 
do il popolo, che non cessando d'applau- 
dire di mano in mano si raccoglieva per 
fargli seguito. Giungeva intanto all'arco 
trionfale (che meritò d'essere inciso in 
rame), erettogli dalla città sul principio 
dell'abitato, e quivi con particolare de- 
gnazione aggradi questa dimostrazione, 
fermandosi a riguardarlo d'ambi i lati e 
lodarlo. Gotico n'era il disegno, dell'e- 
gregio ingegnere pontificio Matteo Livo- 
ni, adattato sì alla località come alla sto- 
ria di Subiaco, con pittura a bassi rilie- 
vi, con figure a bronzo, ornati analoghi 
e oggetti lumeggiati in oro. Nell'anterio- 
re prospetto, da im lato v'era effigiato s. 
Benedetto fondatore del monachismo di 
occidente, e dall'attico s. Gregorio I pro- 
tettoi*e del suo ordine. In mezzo al sesto 
dell'arco, dall'una e dall'altra parte ele- 
vato , mira vasi lo stemma di Gregorio 
XVI. Sull'ultima cornice erano colloca- 
te le statue delle 4 virtù cardinali co'pro- 
pri distintivi. Nell'istessa linea e in mez- 
zo avea l'arco il suo timpano, sulla cui 
sommità vedeasi trionfante la Religione, 
e nel fronte di questo a caratteri d'oro, 
si leggeva : Gregorio XFl Pont. Max. 



9.gi SUB 

Prìncipi Munifioeniisiimo S, P, Q.S. Nel- 
l'opposta fiiociata riguardaple V inlerao 
della cìtlà, e Degli «tessi punti dell'altro 
prospetto, da un lato osservavasi l'imma- 
gine di s. Placido e dall'altro quella di s. 
Maura,cQpi d'ordine de'monaci delleGal- 
lie e di Sicilia. Sull'esti'emità superio- 
re della cornice si miravano due fame in 
atto di 8pargei*e le virtù del Papa, e due 
geni sublacensi co'ioro timpani e flauti in 
atto di festeggiare l' epoca memorandai 
in mezzo a'quali nel prospetto del tim- 
pano che li divideva, legge vasi l'epigra- 
fe: Parenti Oplìmo Sublacenses Univer- 
si. Continuava il santo Padre il suo cam- 
mino nell'interno della città, e le Gnestre 
e balconi delle abitazioni,tutti apparati di 
stoffe, di damaschi e simili drappi, era- 
no pieni di persone,e persino sui tetti ve- 
deasi a gruppi la gente: e chi stendendo 
le mani, chi battendo palma a palma,chi 
sventolando fazzoletti, echi in altri e tan- 
ti e vari modi, erano tutti concordi nel- 
l'espansione dell'animo, con cui esulta- 
"vano all'arrivo del venerabile principe e 
salutavano l'ottimo padre. Egli con gran- 
de umanità, benedicendo tutti, tutti con- 
solava con un felicitante sorriso. Giunse 
intanto in mezzo a' festevoli applausi il 
Papa all'insigne collegiata di s. Andrea 
apostolo, ov'era esposto decorosamente il 
ss. Sagramenlo. Ivi prostrato l'adorò e ri- 
cevè la trina benedizione da mg.r Soglia 
suo elemosiniere (che poi creò cardinale). 
Passò quindi nella libreria Piana, ed am- 
mise ai bacìo del piede mg.' Vici, il ca- 
pitolo, il governatore, il magistrata, gli 
alunni del seminario, la suddetta depu- 
tazione, gli ordini religiosi, ed i notabili 
dellacittàivi presenti. Di là passò nel pa- 
lazzo della nobile famiglia Lucidi, e do- 
po un breve riposo , si degnò sedervi a 
mensa col cardinal Galleffi, ammettendo 
a questo segnalato onore, oltre la nobile 
sua corte e altri ragguardevoli personag- 
gi» anche i membri dell'encomiata fami- 
glia, la quale giubilante d'accoglierlo per 
la 3.' voltala vea dispostosi apponesse, du- 



SUB 



I 



rante la mensa, una marmorea ìtcrisio- 
ne analoga a tanta distinsione nella i." Il- 
la d'ingresso. Nel pomeriggio e circa le 
ore 1 a, sempre fra le piii rispettose e co^ 
diali acclamasioni, Gregorio XVI sì renò 
al ven. proto-monastero di a. Scolastici, 
ove venne ricevuto dal p. d. Gio. Pietro 
Taini abbate di governo, e dal p. ab. d 
Vincenzo Bini procuratore generale del- 
la congregazione cassinese, alla lesta del- 
la monastica comunità, avendo il Papi 
ivi destinato di far la sua residenza. Ea- 
tralo in chiesa, tornò a prendere da mg.' 
Soglia la benedizione col ss. Sagramento, 
già esposto con gran copia di lumi. Li 
mattina de'3o il Papa per tempo sipar- 
io als. Speco, ricevuto dal p. d. Sebastia- 
no Piacenti abbate di governo del mons- 
stero, e nella s. cappella di a. Benedetto 
celebrò la messa, assistito da'pp. abbati 
Bini e Piacenti e da alcuni prelati delb 
corte, ascoltando poi quella di mg/ Ar- 
pi cappellano segreto e caudatario. Il Pa- 
pa lasciò in dono al santuario il ricco ca- 
lice col quale avea celebrato. Ammise al 
bacio del piede la monastica famiglia, e 
lesse la marmorea iscrizione ch'essa avea 
innalzato, per ricordanza di tanto onore, 
che leggesi nella relazione del viaggio. Di- 
voto dell'illustre memoria del b. Loren- 
zo da Fanello, Gregorio XVI salendo a 
piedi l'alpestre montagna, recossi all'an- 
tico monastero di Morrebotte eretto da 
8. Benedetto e abitato da quel penitente 
eremita,e ne visitò l'eremo. Il p. Bini ch'e- 
ra preseute,nelle sue Memorie ancora una 
volta celebrò siffiitta visita con queste pa- 
role. M Una lapide collocata in quella pic- 
cola chiesa ricorderà all' età avvenire il 
singolare avvenimento, che noi lutti mi- 
rammo edificati e sorpresi, d'un sommo 
Pobtefice, che salì quelle erte vìe e le di- 
scese senza prender riposo, né più i no- 
stri nipoti vedranno in quelle dure selci 
operato sì meraviglioso 8pettacolo".Fatto 
ritorno il s. Padre a s. Scolastica, sedette 
alla mensa, della quale ebbe la degnazio- 
ne di permettere che partecipassero col- 



SUE 

r la corte \ monaci de'due monasleri (cioè 
I nel refettorio ove già da cardinale avea 
t pranzato nell'ottobre 1 83 o, essendo ab- 
bate del monastero il pio e zelante p. d. 
Benedetto Cigala Fulgosisuo amico e mio 
amorevole). Nelle ore pomeridiane il Pa* 
pa passeggiò per una delle strade terri- 
toriali in quelle vicinanze, per le quali è 
fama che andasse alla visita del s. Speco 
la vergine s. Chelidonia anacoreta del se- 
colo XII; ed il popolo che dalla città, in 
tanta distanza meravigliato il mirava, lo 
salutò con ripetute esplosioni di morta- 
ri, non potendo fìno all'elevato monte far 
giungere i suoi gridi di gioia.Nella seguen- 
te mattina i .^'maggio, dopo aver celebra- 
to la messa nella chiesa di s. Scolastica 
all'altare di s. Chelidonia, e assistito dal 
p. ab. Bini e dal p. Theodoli ora abbate, il 
8. Padi*e discese in Subiaco, e fra non in- 
terrotti evviva passò a riposarsi in casa dei 
conti Lucidi, donde poi in compagnia del 
cardinal Galleffì, del card. Cappelletti ve- 
scovo diRieti, da dove erasi portato ad os- 
sequiarlo, e della nobile corte, si recò sul- 
la loggia esteriore che sovrasta la faccia- 
ta della collegiata, donde compartì al nu- 
merosissimo popolo l'apostolica benedi- 
zione. Ai successivi reiterati applausi e vi- 
vissime acclamazioni, corrispose il santo 
Padre dalla loggia con paterna compia- 
cenza; quindi passò ad orare nella chie- 
sa di 8. Gio. Battista delle monache be- 
nedettine, ed entrato nel monastero per- 
mise che gli baciassero il piede, benigna- 
mente volle visitarlo tutto, e ne parti la- 
sciando quelle sagre vergini colla sua be- 
nedizione e ripiene delle più dolci conso- 
lazioni. Quindi co'detti cardinali si recò 
alla Rocca residenza abbaziale, ove il car- 
dinal Galleffi gli avea preparato un deco- 
roso pranzo, al quale il Papa vi ammite 
ì porporati, il cav. Amerigo GallefG,la no- 
bile corte pontificia, e molti altri distinti 
personaggi, fra i quali mg.'* Annovazzi ve- 
scovo di Leros e sufifraganeo di Civitavec- 
chia pel cardiqal abbate, portatosi a Su- 
biaco a venerare il Pontefice. Il quale vec- 



S U B 293 

so leore22,semprefrauna calca di plau- 
dente popolo, htoraò alla sua residenza 
dì s. Scolastica, ove la mattina del 2 ce- 
lebrò la messa nella cappella domestica. 
Ne'3 giorni che il Papa dimorò in Subia- 
co, un continuo fragore di mortari animò 
il giubilo universale. Nelle sere la città fe- 
ce generale e brillantissima illuminazio- 
ne, nelle quali riccamente illuminati a ce- 
ra si distinguevano i palazzi dell' abbate, 
della residenza del suo vicario generale, 
de'conti Lucidi, della municipalità, col- 
l'annessa residenza governativa, ed i mo- 
nasteri di 8. Scolastica e del s. Speco: e 
non meno illuminato di spesse fiaccole era 
lo stradale dalla città al proto-monaste- 
ro, che celebrò l'onorevole avvenimento 
colle due iscrizioni collocate alla porta del 
8U0 i*ecinto e pubblicate dalla relazione, 
oltre la lapide marmorea che pose sulla 
parte esterna dell'appartamento abitato 
da sua Santità, e riprodotta da Marocco. 
La pontificia presenza fu altresì festeggia- 
ta da 'casini suburbani, da'conventi e dal- 
le colline che fanno corona a Subiàco.L'e- 
levazione di 3 globi areostatici, l' incen- 
dio d'altrettanti fuochi artificiali, le me- 
lodìe e concerti delle due bande, espres- 
sero l'universale tripudio; e le glorie del 
pontificato di Gregorio XVI furono ce- 
lebrate da due accademie di musica e let- 
terarie con poetici componimenti, la 2.* 
delle quali fu onorata dal cardinal Cap- 
pelletti e da altri personaggi. Posseggo di 
tali produzioni 3 epigrammi e un Carmen 
mss. in latino; e stampati un'ode in simi- 
le idioma, altra in italiano del gonfalo- 
niere, ed un sonetto del governatore. La 
clemenza di Gregorio XVI consolò più 
famiglie, il suo cuore generoso fece di- 
spensare a sollievo de' poveri di Subiaco 
e del resto dell'abbazia abbondanti limo- 
sine, donò medaglie e divozionalì. E fi- 
nalmente, comeesprimesi il p. Bini: «Non 
può con adeguate parole esprimersi di 
qual gaudio , e diremo meglio di quale 
pubblica esultanza ricolmasse i cuori di 
ogni ordine di persone la presenza nelle 



394 S ^ B 

siiblacensi contrade del la uguslo Ponte- 
fice, il quale nella maestà dell'eccelsa sua 
dignità usò col clero e col popolo i modi 
più affettuosi e paterni, adoperando il lin- 
guaggio della beneficenza e dellamore. 
Vo perciò amarissima a lutti Torà del tuo 
allontanamento, e lo fu in modo partico- 
lare a'rispetlosi suoi ospiti e servi, dona- 
ti da lui pel servizio della cbiesa abbazia- 
le di una ricca pilneta, e di un prezioso 
calice per quella del s. Speco. Lungi dal 
potere venire meno ne'Ioro cuori la me- 
moria dolcissima d'un onore sì segnalato, 
furmauo incessanti voti al cielo, perché 
voglia a sì amoroso Padre e sì generoso 
Pontefice ispirare nuovamente il peusie- 
10 di fare ritorno a questi luoghi, i quali 
se furono santificati dal comune patriarca 
h. Benedetto, si riempirono poi di conso- 
lazione e di gaudio per le dimostrazioni 
date da uu figlio suo di amorevolezza e 
di patrocinio'*. La bella relazione scritta 
in Subiaco, come avea colle più solenni 
parole, e meglio ancora di quanto io ne 
ricavai, celebrato il soggiorno in essodi 
Gregorio XV l,co.sì espose eloquentemen- 
te I voti universali pel suo sospirato ri- 
torno. A*2 maggioe verso lei a ore il Pa- 
pa partito da s. Scolastica, tornò nella ca- 
i>a de'conli Lucidi ad esternare il suo gra- 
dimento, a confermare la particolare be- 
nevolenza con cui la riguardava, ed oltre 
ikdammeltere tutti i suoi individui al ba- 
cio del piede, riceve ad esso anche il ca- 
pitolo, il governatore, il magistrato e la 
deputazione, commettendo al gonfalonie- 
re d'assicurare nel suo nome il fedelissi- 
mo popolo della piena sua sovrana sod- 
disfazione e riconoscente affetto.Partì per 
Arsoli tra le benedizioni,gli augurildi fe- 
licità la più prospera, raii»ti al pianto dei 
sublacensi, ed il Papa benedicendoli lar- 
gamente coli' animo visibilmente com- 
mosso si allontanò da loro, i quali rin- 
novarono poi col ponlificio stemma l'os- 
sequio e la gioia di cui erano penetrali. 
Alla morte del cardinal Galleflì la rey. 
camera degli Spogli assunse la consueta 



SUB 

amministrazione delle rendite abbaziil^ 
nunUterio juris^ e fece rapporto a Gre 
gorio XVI del suo tUto annuoattiive 
passivo, dirooitniDdo il decadimento del- 
le rendite, con isperanzadi ridurle al pri- 
miero florido stato, e riporlarloanarei 
dito di scudi 5ooo circa, previa teopi- 
ranea, accurata ed eccaomica amai» 
strazione. Leggo in uno slato atti voep 
sivo dell' abbazia di Subiaco dell'agodt 
1837^ ascendere l'attivo a scudi 6611 
i pesi fissi a scudi ai56, rimaneodok 
rendite abbaziali a scudi 44^^» fP^"^ 
però da scudi i SgS di pesi infissi, e da Mi- 
eli aga di pesi precari, risultaodo larci- 
dita nettaa scudi 2767. Contemporanei- 
mente il tesoriere genei*ale lisce relaàoae 
al Papa, sul credito che la camera apo- 
stolica avea verso l'abbazia di Subisca 
In essa si dice, che Pio VI volle ritenett 
l'abbazia in commenda per potere oolk 
rendite ricostruire la collegiata, ampliare 
la fabbrica del seminario, e riattare il pi- 
lazzo della Rocca. Che l'impresa esseado 
assai grandiosa, dopo avervi impiegato 
le rendite dell' abbazia e somministriti 
de'fondi particolari del suo peculio, pri- 
ma di compiere tali opere ai vide nella 
necessità di provvedere alla vistosa spesi 
cui era andato incontro, co' 3 chirografi 
del 1 782, 1 785 e 1 788. Pertanto con esà 
ammise l'abbazia alla compartecipazione 
del Luogo di Monte s. Paolo degli ordini 
religiosi per scudi i a,ooo, corrispondenti 
al capitale di scudi 1 2o,ooo> da potersi li- 
beramente alienare per erogarne il pres^ 
zo nelle spese occorrenti. Però ad assioa" 
rare il Monte s. Paolo e la camera apo- 
stolica del pagamento de' frutti annui e 
deirestinziooe del capitale, impose sulle 
rendite abbaziali l'annua pensione di scu- 
di 420o,co'qualisi pagassero! frutti e si 
estraessero ogni anno 30 Luoghi di Mon- 
te sino alla totale estinzione del debito. 
Ma nel 1790 l'abbazia era restata debi- 
trice del Monte e della camera aposto- 
lica di scudi 1 1 , 1 1 6, ed a()bisognaDdo di 
altii fondi per 1' ultimazione delia fab» 



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SUB 

brica della collegiata e fornimeuto de'«a- 
gri utensili e suppelleltilii come del fon- 
do per la sua nianulenzione. Pio VI con 
chirografo si rivolse al patrimonio ex. ge- 
suitico, e giusta la mente di GlementeXI V 
che le sue rendile doveano erogarsi in u- 
si sagri e in opere pie, ordinò che l'ab- 
bazia diSubiaco fosse a ai messa ad un nuo- 
vo cumulo di Luoghi di Monte per scudi 
3o,ooo nel suddetto Monte s. Paolo e per 
3o Luoghi di Monte, e che il patrimonio 
ex gesuitico si caricasse dal 1 79 1 in poi del 
pagamento deTrutti degli scudi 3o,ooo,e 
di quegli altri Luoghi di Monte creati coi 
primi 3 chirografi, soddisfacendo inoltra 
il debito che avea l'abbazia colla camera 
apostolica degli arretrati scudi 1 1 , 1 1 6.Di 
più volle ii Papa, che il patrimonio ex 
gesuitico rassegnasse alla nuova chiesa 35 
Luoghi di Monte per formare un reddito 
necessario alta sua manutenzione, e pa« 
gasse altri scudi 35oo per altre soprav- 
venute spese. In pari tempo Pio VI im- 
pose air abbazia di pagare alla camera 
apostolica l'annua pensione, li tiìitaudola 
a scudi 2000 fino all'estinzione del suo 
debito antico e di quello incontrato pei 
scudi 3 0,0 00. Siccome dal 1 798inpoi non 
fu mai pagato alla camera l'annua som- 
ministrazione di.scudi 2ooo,cosìil tesorie- 
re generale per tutelare l'interesse di essa 
nel suo credito, invocò un provvedimene 
to da Gregorio X VI .Frattanto questo Pa-* 
pa neh 838 nominò abbate commenda- 
tario e ordinario de' ss. Benedetto e Sco- 
lastica di Subiaco, il cardinal Ugo Pietro 
Spinola genovese, che poi fece pro-data- 
rio e lo e ancora. Di questo porporato il 
p. Bini a p. 69 e 76 delle sue Memorie 
rende distinti elogi pel zelo a promuove* 
re il bene del gregge, per la generosità 
verso la classe indigente, per prevenir le 
colpe, e con paterna misura punirle, per 
lu prudenza nel diminuirei disordini, per 
promuovere i buoni studi eoa iocessauti 
cure pel seminario 9 cui giovò molto, e 
per la squisita bontà e gentilezza che gli 
«ono connaturali, ivi il p. Bini lodò pure 



S tJ B 395 

il clero sublaoense, che fiorisce per sa viez- 
za e per singoiar merito di sapere, spe- 
cialmente nelle materie proprie del suo 
sagro ministero. Avendo il cardinal Spi- 
nola rinunziato l'abbazia quando fu fatto 
legato di Bologna,GregorioXVI nel 1 8^9 
gli sostituì iloardinalPuolo Polidoriytìaio 
in Jesi, e oriundo di Loreto.che nel 1 844 
consagi*ò in arcivescovo diTarso in parti- 
bus^yìche rilevai pure nel voi. XX XV III, 
p. 224, per esercitare le funzioni episcor 
pali nell'abbazia. Il cardinal Polidori va 
particolarmente lodato, poiché restaurò 
la torre dellecampane delKi collegiata, fer 
ce ad essa douodi preziosi arredi sagri,di- 
slribm ancora non poche limosine,ed a vea 
destinato nel sua bell'animo di fore al- 
tre beneficenze. Resa l'anima a Dio da 
Gregorio XVI il i.'' giugno 1846, come 
pervenne iu Subiaco l'infausta nuova si 
fece un lutto universale, rammentandosi 
i cittadini la benevolenza speciale usata 
da lui colla loro patria, e quanto egli fosse 
pio, giusto e magnanimo. Ad ulteriore dir 
mostrazione di riverente affetto i subia- 
cesi agli 8 giugno gli fecero nella chiesa 
collegiata solenni funerali, celebrando la 
messa mg.'^Casanova vicario generale,coo 
musica a cappella eseguita da'dilettanti 
della, città, assistendovi tutto il clero, il 
magistrato, le autorità governative e la 
milizia,oltre l'afibllatissimo popolo, come 
riporta il'Supplemento al n.°49 ^^' ^'^ 
rio di Roma, ove pur si legge: h 1 1 sacer- 
dote d. Alessandro Tummolini disse quin^- 
di un elogio,nel quale eoo istile grave ed 
eloquente,degno deiralto subbietto,tutte 
richiamò alla memoria le virtù si pub^ 
blicbe e sì private dell' estinto Pontefice 
sommo: e stante che fosse vero il suo dire, 
niuno era che non ne fosse commosso. 
La ceremonia fu solenne, quanto sincera 
la pubblica mesUsùa : e certamente ì su- 
biacesf ricorderanno sempre con a£btlo la ' 
sa. me. di Gregorio XVI,utii«,grande,be- 
nefico sovrano". Nel seguente a naoa'a 3 
aprìle Subiaco dovè piangere la morte 
del virtuoso, dotto e amorevole suo pa- 



39^ SUB 

»tore il cardino! Polidori. Per beneficare 
r abbazia il regnante Papa Pio IX con 
singolare esempio a se la riservò , e ne 
assunse il particolare governo/lichiaran- 
dosi ordinario della medesima, e per or- 
gano della dataria apostolica emanò il 
relativo moto-proprio a'5 mag{;ioi847t 
come pubblicò il n.^38del Diahodi Ro- 
ma. Ivi pure si dice che il Papa nella se- 
ra di tal giorno riceve la deputationedel 
clero e del popolo di Subiaco, volata in 
Roma per umiliare al benefico e amo- 
1*080 suo principe e padre i sentimenti di 
altissima venerazione e di profonda rico- 
Doscenza per un così segnalato tratto di 
sovrana clemenza. Per prendere possesso 
dell'illustre abbazia, e insieme consolare 
di sua venerata presenza i diocesani, Pio 
IX circa le ore 4 antimeridiane de' 17 
di detto mese partì da Roma per Subìaco. 
In questa città fu ossequiato da una de- 
putazione espressamente spedita da Fer- 
dinando li re delle dueSiciiie,e composta 
del barone Ajossa intendente della limi- 
trofii provincia dell'Aquila, de'marchesi 
Torres e Spaventa, e del sottointendente 
del distretto d'Avezzano. Il santo Padre 
ricambiò con benignissime parole la re- 
gia cortesia, esternando a'deputati il suo 
grato animo per atto sì benevolo. Alle ore 
7 i/a pomeridiane de' 3 1 maggio, reduce 
da Subiaco,il Papa rientrò in Roma. Al- 
tro non trovo ne'n.> 44 ^ ^ ^ ^^^ Diario di 
Roma deli847> e nel n.** 11 delle Noti- 
zie del giorno di Roma^ che parlano del- 
la pontificia gita a Subiaco, mentre è no* 
to che la città non mancò di fare ogni di* 
mostrazione di profonda riverenza e di 
solenne riconoscenza. Ne'n.> 60 e 6 1 del 
Diario di Roma si legge che Pio IX a* 
Tendo scelto a suo vicario generale nel- 
l'abbazia monsignor PioBighi romano, lo 
avea dichiarato prelato domestico e pro- 
tonotario apostolico soprannumerario , 
indi lo promosse a vescovo di Listri in 
partihus. Riferisce il 0.^76 del Giornale 
cf/Homa dell 85 1, dacché il sommo Pon- 
tefice Pio IX sì compiacque serbare a se 



SUB 

l'immediato regime delTabbasia diSs- 
biaoo, mai mancò di spandere qua» idn 
benefico le sue influense sui sublaceosL! 
Quindi a vieppiù attestare la suapato-| 
na affezione, con breve apostolico pab- 
blicato neir insigne collegiata di s. An- 
drea, tra la messa solenne pontificata di 
rog.*^ Bighi vicario apostolico di soa St^ 
tità, a'a I marzo finta Heirioclito prolet- 
tore s. Benedetto, della città e abbaili, 
si degnò il Papa fissare di proprio oeoso 
due posti gratuìti-in perpetuo net «Sem- 
nario Romano a due giovani di Subisco 
ovvero del resto dell'abbazia. Il revera- 
dissimo capitolo di detta collegiata, com- 
preso da'piò vivi sensi di gratitudine,(k- 
putò li 3 degnissimi prelati subiaosn di- 
moranti in Roma mg.r Antonucci, mg/ I 
Lucidi e mg.' Merosi Gori, onde umilb- 
re al pontificio soglio i sentimenti delli 
loro più sincera riconoscenza, i quali fb- 
rono benignamente accolti dal Pontefice 
abbate. Indi il n.°i i3 éeW Osterwitùn 
Romano del i85f pubblicò un articolo 
proveniente da Subìaco, in cut sono c^ 
iebrate le pontificie beneficenze di Pio IX 
verso quella città e abbazia, che per trslto 
di somma benignità volle ritenere sotto 
l'immediata propria cura pastorale quel* 
le fortunate popolazioni. Imperocché la 
sua munificenza e il suo cuore aprì, già 
largo e pieno di beneficenze, destinando 
ricche dotazioni alla collegiata e al %t- 
minano, e splendidi donativi in fiivore 
del comune, h E nel paterno desiderio 
di conoscere da vicino questo particola- 
re suo diletto gregge, decorsi appena ao 
giorni muoveva da Roma, giungeva fra 
noi, ed empiendo le nostre vie della di lui 
maestà sovrana, colmava di giubilo tutti 
i cuori colla sua paterna affabili tà nell'atto 
che ad ogni passo a pieni cori salivano 
al cielo le benedizioni de'poveri soccorsi 
di propria sua mano con generose elar- 
gizìoni.Correvano penuriose le circostan- 
ze di quella stagione: Sua Santità ne face- 
va scomparire lo squallore comandando 
che Yenisserodistribuite abbondan ti som* 






SUB 

tninistrationi di cereali : e perché sopra ì 
poireri non venisseagravareildaziodima. 
cinazione, ordinava che a tutto suo prò- 
prioconto venissero ridotti in farine; men- 
tre dall'altro canto ulteriormente muni- 
ficente assolveva i contribuenti arretrati 
più mendici dalle imposte prediali, che 
non potevano corrispondere. Disponeva 
che tutti i redditi abbaziali venissero im- 
piegati in favore dei diletti suoi figli : e 
poiché la felicità dei popoli si stabilisce 
e dura colla morale e civile educazione, 
comandava che si erigesse un novello sta-p 
bilimento di scuole pie, al quale effetto 
'veniva, quasi del tutto nuovo, fabbricato 
un ampio locale, dove restassero istruite 
e nella cristiana pietà e ne' lavori le ra- 
gazze d'ogni ceto, ma specialmente l'or- 
fène di povera condizione: onde però l'o- 
pera col tempo non avesse a venir meno, la 
provvedeva di generosa dotazione." Qui 
pure si fa menzione del fondo perpetuo as- 
segnato pel mantenimento di due alunni 
nel seminario romano, con espressioni ri- 
conoscenti a tanta magnanimità; indi si 
descrive come nella collegiata i subiace- 
si celebrarono l'onomastico del munifico 
Pontefice abbate, e nella quale pontifi- 
cando il suo vicario mg/ Bigiù, fu da que- 
sti pronunziata dotta e commovente o- 
melia, di cui se ne riporta un eloquente 
brano. Notai a Semiitario Pio (ora degna- 
mente celebrato da mg.r Fabi Montani, 
col Ragionamento j il Seminario Pio a- 
petto in Roma), istituito in Roma dalla 
munificenza di Pio IX, per le diocesi ar- 
civescovili e vescovili dello stato ponti- 
ficio, che vi comprese il Papa l'abbazia 
diSubiacocon nuovo tratto benefico. À- 
vendo mg.r Bighi rinunziato il vicariato, 
il cardinal Mattei sotto-decano del sagro 
collegio e arciprete della basilica Vatica- 
na, di questa lo nominò suo vicario a'sa 
aprile 1 853, indi il Papa a'23 agosto lo 
promosse ad arci vescovo di Filippi in par- 
tibuSyCome trovo registrato nel libro pub- 
blicato nel 1854*. De vicarUs Bas, Urbis. 
Ma appreododal q." ao i del Giornale di 



SUB 397 

/fo/ittf di tale a imo, che l'arci vescovo mo- 
rì nella certosa di Trisulti a'3 1 agosto, 
di 75 anni, mentre il n.^ao4 (a l'elogio 
del suo snpere e virtù, novera le cariche 
da lui sostenute, e le di vei*se solenni ese- 
quie che gli furono celebrate. Prima di 
questo tempo il Pontefice Pio IX,sino dal 
precedente anno essendosi dimesso dal 
governo dell'abbazia di Subiaco, la con- 
ferì al cardinal Girolamo de' marchesi 
D'Andrea napoletano, prefetto del las.con- 
gregazione dell'indice, come pubblicò il 
Giornale di Roma de'23 maggio i853, 
ove si aggiunge: non cessando però ilPa- 
pa di riguardare con ispecial protezione 
la città di Subiaco. Di questo ragguar- 
devole porporato parlai in più luoghi, a 
MELiTBNEdi cui fu arcivcscovo, e a Sviz- 
zera quale nunzio della s.Sede. Avendo 
di sopra rammentato la patriarcale ba- 
silica e Chiesa di s, Paoloy in custodia 
de'benedettini cassinesi^ ed essendo que- 
st'articolo uno de'tanti che li riguarda- 
no, qui aggiungo e leggendone gli stam- 
poni, che a Tempio, con altre nozioni sul- 
lo splend idissimo edifizio, dirò di sua so- 
lennissima consagrazione eseguita a' io 
dicembre 1854 dal sommo Pontefice Pio 
IX, e nella quale fu assistito da mg.^'Lu- 
cidi qual diacono della cappella ponti- 
ficia j e da mg.' Penti ni come suddiaco- 
no della medésima: fra'cardinali e vesco* 
fi intervenuti al rito, nominerò il cardi- 
nal D'Andrea abbate di Subiaco, e mg.*^ 
Antonucci arcivescovo vescovo d'Anco* 
na. Egualmente, siccome compreso .da 
inesprimibile e dolcissima consolazione , 
non posso a meno contenermi dal qui non 
rimarcare che la sagra funzione fu al- 
tresì decorata dalla presenza eziandio di 
numerosissimi car(linali,arcivescovi e ve- 
scovi, recatisi appositamente a Roma e 
anco dalle più rimote parti del mondo, 
oltre ì due encomiati cardinal abbate e 
arcivescovo vescovo, per udire dall'infel- 
libile oracolo dello stesso supremo Ge- 
rarca,la tanto ardentemente bramata dal 
cristianesimo definizioue dogmatica del 



998 SUB 

grande misterodeiriinniaoolata Conce- 
%ione di Maria sempre Vergine ; augu- 
sta e autorevole sanzione di nostra anti* 
ca e pia credenta, pronunziata nella pa* 
triaroale basilica di s. Pielroi due giorni 
innanzi la detta consagrazione e nel dì 
stesso della sua festa,! ru la generale coin- 
mozione di tenerezza di vota. Esiooome 
le Teatine furono istituite sotto tale av- 
venturosa invocazione (mentre a Tbati- 
XI dii*ò della loro antica prerogativa di 
benedire gli scapolari dell' Immacolata 
Concezione), nel loro articolo ne farò pa- 
rola, come ili.*!cbe mi si presenta a sfo- 
gare il mio giubilo (avendo però notato 
a Stdhby, die le primizie dell' oro dei- 
V Oceania e Australia furono consagrnte 
a celebrare il &usto e memorabile avve- 
Diniento, il più glorioso del secolo XI X), 
e ùv eco affettuoso e riverente a quella 
santa esultanza festeggiata con mirabile 
e universale slancio, qual nuovo religio- 
so trionfo, dalla chiesa cattolica, e come 
suo veneratore e figlio, pei* mia somma 
fortuna. 

subì NTRODOTTE. F. Sott'Ih tbo- 

DOTTE 

SUBPULMENTARIO o PAR ACEL- 
LARIO, Subpidmentarìns y Paraeella* 
riits. Antico uffizio del Palazzo a posto* 
Uco e Patriarchìo Lateranense, il quale 
avea cura della distribuzione a' Poveri 
de'cibi avanzati dal Pranzo e mensa del 
Popa; e pare che ordinariamente si eser« 
citasse da Suddiaconi della chiesa roma- 
na. Anche la dispensa de'cibi fu chiama- 
ta da Anastasio Bibliotecario Paracella- 
riunifCome scrive nella vita di Adriano 1 
del 773: Capita centum exinde occidan» 
tur, et in eodem Paracellario reponan* 
tur. Il subpulmentario trovasi pur no^ 
minato negli Ordini romani^ e nel con« 
ciliabolo dei 968 contro Giovanni XII. 
Delle dispense e oQìcine palatine parlo 
ancora a Famiglia pontificia ed a Pa« 

LAZZO APOSTOLICO. 

SUBRITAoSUURlTA.Sede vesco- 
vile deli esarcato di Macedonia nelfisola 



sue 

di Gi*eta o Gindia, sotto la metropoli di 
Cortina, diocesi dell' llliria orientale, e< 
retta nel V secolo. Ebbe per ve^icovi, Ci- 
rillo che assistè al concilio di Calcedoniii, 
e Teodoro che fu al 7.^ generale. Oriem 
chr. t. 2, p. 270. 

SUBURBICARI. F. Vescoti subuh. 

BICABI. 

SUBURBICARIE. T. VEscoTtsum- 

BICABI e PBOVIIfCIA. 

SUBURRA (dell a) Corrado, Cardi* 
naie. Romano e forse canonico regolare, 
dallo zio materno Onorio 11 nelle teiu* 
pora di dicembre 1 ia6 fu creato cardi- 
nale vescovo diSabina. Innocenzo 11 fug- 
gendo da Roma per timore dell'antipa* 
pa Anacleto II, lo destinò vicario dell'ai* 
ma città, nel qua] ministero perseverò 
con somma lode ne'pontificati di Celesti- 
no II, di Lucio II e di Eugenio III, l'eie* 
zione de' quali iiiclu^ivamente a quella 
d'Innocenzo 1 1 favorì col suo suffragio, e 
sottoscrisse parecchie di loro bolle. Fu 
vei*8atissi ino nelle materie della curia,os« 
sia del gius civile e canonico, e nelle dui* 
suetudiui e riti della chiesa romana. Per 
l'egregie sue prerogative di pi*udens<i, e< 
rudizionee santità di vita,meri tò nel 1 1 53 
d'essere sublimato al pontificato col no« 
me d* Anastasio IV ( A^.). 

SUBURRA (della) Gregorio, Car* 
dinalf. Romano e nipote d'Anastasio IV, 
questi nel settembre o dicembre 1 153 lo 
creò cardinale e vescovo di Sabina, ve* 
scovato ch'egli stesso avea prima del pon- 
tificato. Si mostrò fedele e acerrimo di- 
fensore di Alessandro III contro I furori 
degli antipapi che insorsero contro di luì, 
e come decano del sagro collegio difese 
l'elezione canonica di detto Papa,ftcriveu* 
do all' imperatore Federico I. Terminò 
di vivere verso il 1 163, dopo essere in- 
ter venuto a'sagri comizi di Adriano IV 
e Alessandro III. 

SUCARDA.SedevescoviledellaMau- 
ritiana Cesariense nell'Africa occidentu- 
le, sotto la metropoli di Giulia Cesarea. 
Si conoscono due vescovi: Pompeiano che 



I 



sue 

nel 4i 1 Irovoisi alla oooferenza di Car- 
tagine, e Subdazio o Suddazio ohe fu esi- 
liato nel 484 ^^ Unnerìco re de' vandali, 
perché si ricusò soltoscrivere gli errori 
de'donatisti nella conferenza di Cartagi- 
ne. Porcelli, Àfr, chr. l.i. 

SUCCESSIONE, f^. SuccEssoRB. 

SUCCESSORE, Successor. Quello 
che succede o l'erede. Dicesi successione, 
il succedere, successio^ l'entrare nell'al- 
trui luogo o grado o dignità ; per segui- 
tareo venir dopo; per ereditare, diveni- 
re erede, venire nell'eredità; mentre l'av- 
verbio successwamente dicesi l'un dopo 
l'altro, successive ordinale. Negli artico- 
li CoADiuTORtA, e Soprannumero parlai 
della successione a* Benefizi ecclesiastici , 
alle Dignità^B^W Ufflzij meuive per rap- 
porto alla successione a'beni degli eccle- 
siastici secolari e regolari ne ragionai a 
Spogli; ed a Testamento dirò dell'ere- 
dità dell'erede. Inoltre notai a Coàoiu- 
turia,u(Ijcìo e dignità del coadiutore,cioé 
quello che fa le veci d'un altro senza ri- 
ceverne i profitti, colla sola ricompensa 
di succederlo nell'ufficio nella dignità, 
ch'ebbe origine negli uffici e benefizi ec- 
clesiastici ne'primordi della Chiesa, e per 
quali molivi si credè in seguito piìi utile 
che il coadiutore succedesse al coadiuto, 
vaie a dire a colui che ha un coadiutore 
con futura successione. Dissi a Regresso 
o rivocaziooe della /?//ifiriz/Vi (^.) fatta 
d'un beneficio ecclesiastico, che fu proi- 
bito dal concilio diTrento il cedere un be- 
nefizio riservandosi di riprenderlo quan- 
do piacesse ul rinunziante,o potesse, ov- 
vero alla promozione o morte di quello 
a cui era statoceduto, perchè il concilio 
avea riprovalo tuttoché portasse ombra 
di successione in materia di benefizi, seb- 
bene rimettesse alla s. Sede l'accordare 
le coadiutorie con futura successione, f 
cattolici teologi sostengono contro ì pro- 
testanti, che Vordinazio'ie stabilita fra i 
pastori dellaChiesa è una successione co- 
stante; di maniera che il carattere, i po- 
teri, lagiurisdiziouedtil predecessore pas^ 



sue 299 

sano e sono comunicate senza alcuna di-> 
minuzioue al su€cessore,.e che senza una 
tal successione la Chiesa non potrebbe; 
sussistere. Così gli apostoli trasmisero ai. 
vescovi e a'pastorì ch'essi hanno ordina- 
to, il loro carattere, il loro potere, la loro- 
giurisdizione sui fedeli che aveano riuni- 
tiy o sulle chiese che aveano fondato, e 
di cui essi confidavano il governo a quei 
medesimi pastori: per conseguenza s. Pie- 
tro trasmise a'suoi successori la giurisdi- 
zione e l'autorità che avea egli medesi- 
mo ricevuta da Gesli Cristo sulla Chiesa 
universale. Secondo la dottrina di Gesti 
Cristo e degli apostoli, non avvi chiesa, 
senza pastore,nou avvi pastore senza, mis- 
sione,non avvi missione se non per mei^. 
zo della successione, e la successione si fo* 
colla ordinazione: sopra questa catena in- 
dissolubile è stabilita la perpetuità della 
Chiesa {P^.yXSotLTE parlai di quella che 
si usò nel principio della Chiesa per e-. 
leggere i successori, poi condannata dal 
diritto canonico, e di altre specie disoi*ti. 
A SuFFRAGANRO farò la distinzione, che i 
vescovi suffi'aganei in pariibus dati per 
aiuto agli ordinari, alla morte di questi» 
i successori sono tenuti a tenerli finché 
sieno trasferiti ad altra chiesa o muoia- 
no; e che i vescovi in pariibus ausiliari 
concessi per le chiese, alta morte di que-> 
gli ordinari cui furono dati in aiuto, ces-* 
scranno in loro quelle facoltà delle quali 
erano investiti. Il Nardi, Deparrochi U 
r,cap.i 3, ragiona de' vari generi di suc^ 
cessione, propria, impropria e ad nor^ 
mani. Egli dice, che la successione pro^ 
pria è quella (parlando in concreto dei 
P^escovi come successori degli AposloU) 
colla quale un vescovo ohe regge una chie-^ 
sa è successore proprio d'un apostolo, che 
fu ili.^particolar vescovo della medesi- 
ma: in questo senso il solo Vescovo di Ro^ 
ma, cioè il Papa, è in oggi successore der 
gli apostoli. Successione impropria e di 
comunicazione è quella colla quale i ve- 
scovi sono in I ,^ luogo successori degli a- 
postoli, in senso semplice e assoluto, poi- 



3oo sue 

che ambedue le digoilà ordinarie degli 
apostoli, cioè la vescovile e la presbite- 
rale, sono passate e comunicatea' vescovi; 
ed in 9.^ luogo sono successori degli apo- 
stoli, non simpliciier ei absoluie, ma «e- 
eundum guid, per usare un'espressione 
della scuola, coloro che sono insigniti del- 
la dignità presbiterale, cioè del Sàcento" 
sto semplice, comediceilconcilio diTren- 
to, e come dicesi comunemente, la quale 
•eoo porta la podestà di consagrare il cor- 
po e il sangue del Signore, ossia il sacer- 
dozio minore di 2.^ ordine, come diceva 
Tantichità. La 3.' successione in un senso 
latissimo e improprio, e dice Naiadi an~ 
die neppur vero, che V antica e la mo- 
derna chiesa ha sempre chiamato a^/^r- 
imsni, ad normam, come vedesi in lutti 
i monumenti ecclesiastici di ciascun se- 
colo. Questa é quella, la quale per un cer- 
to modo di dire si attribuisce al prete ri- 
guardo a'72 Discepoli, sia egli prete ca- 
nooico o parroco, prete secolare o rego- 
lare: in somma si attribuisce al sacerdo- 
te minore. Nelt. 2,cap. 24} discorrendo 
Nardi de' Cardinali di t. romana chiesa 
e delle loro prerogative, osserva che sino 
da'tempi apostolici fu istituito il Presbi- 
terio, cioè i preti e diaconi formanti se- 
nato o capitolo vescovile, e di quello di 
Roma più espressamente dichiarò s. Mas- 
simo, che dagli apostoli gli fu attribuito 
ilcomandare alle altre chiese. Questa era 
pure Topinione de'nostri maggiori: pare 
ch'essi pensassero, che come gli apostoli 
furono assistenti e ministri al divin Re- 
dentore nella sua vita mortale, e a s. Pie^ 
tro loro principe assistenti e consiglieri 
in Gerusalemmei^nm^ della loro disper- 
sione pel mondo; così i cardinali assisto- 
no e aiutano il Papa successore di s. Pie- 
tro nel regime dellaChiesa universale,ed 
in questo succedono agli apostoli. Oltre 
a ciò gli apostoli furono vescovi, e sta- 
bilirono dopo la loro dispersione i loro 
successori per tutto l'orbe, e così in que- 
sta parte nell'episcopato succedono i ve- 
scovi. Che così si pensasse da sommi uu- 



suc 

mini, Nardi lo prova co' seguenti docu- 
menti. Nel 12 39 si credevano i cardinali 
successori degli apostoli,come può veder- 
si nel contemporaneo Matteo Paris: Fe- 
derico Il impera tore,che allora regnava, 
credeva altrettanto, e ninno de'due era- 
no certamente appassionati per la chiesa 
ramaua, verso la quale aveano del di- 
spetto, e il 2.^ aperto nemico e persecuto- 
re.Ciò prova che questa credenza era uni- 
versale.ll dotto epiissimoAgostinoTrion- 
fi,Ghe fiorì nel 1280, cioè in tempi non 
sospetti di simili questioni, Oe/EM>£e«^ecc/. 
IX, art. 49 P* 7 >9 dice che i cardinali di s. 
romana chiesa succedono agli apostoli nel 
I.** indicato modo, e nel 2.° modo succe- 
dono agli apostoli i vescovi. Per questa 
ragione Gersone diceva: «Status summi 
Rc sagri collegii dominorumCardinalium 
fundatus est in ecclesiastica hierarchia 
immedietate a Christo, nec humana in- 
sti tutione seu praesumptione potest de- 
strui". La Sorbona nel i4i3 li chiamò 
Successori degli apostoli nel r.** indicato 
modo, come a tale anoo,o." 5, e all'anno 
i449i n-'^ pu^ vedersi ueìV Annalista 
Rinaldi. Neiristes8oi4i 3 l'accademia di 
Praga teneva la medesima dottrina, e che 
i cardinali fossero successori del collegio 
apostolico. Nel concilio di Basilea (di cui 
riparlerò a Svizzera), incominciato nel 
1 4-31} si espressero nello stesso modo il 
famoso cardinal Pietro òiAylli, e il dotto 
Kalteisen nella sua eloquente orazione 
al concilio, il quale aggiunge che i car- 
dinali sono in uno stato piò perfetto dei 
vescovi, perchè la perfezione di questi sta 
neir obbligarsi alla cura delle pecorelle 
d'una diocesi, e nel voto di dare anche 
la vita per loro, occorrendo; laddove i 
cardinali si obbligano alla cura dellaChie- 
sa universale, e ad esporre la vita per tut- 
ta la Chiesa, al qua! fine Innocenzo IV 
die loro il Cappello rosso per rammen- 
tarsene. Così pure il Pontano disse pub- 
blicamente in detto concilio, che i cardi- 
nali di s. Chiesa vices teiientApostolorum. 
Gii apostoli^ dice egli, principalmente as- 



sue 

sistettéro Gesii G*isto avanti là di lai a- 
scensi one, ed in questo $ta1o erano tra lo- 
ro eguali: Gesù Cristo esercitava sola- 
mente in terra ogni potere, il somino sa- 
cerdozio, ed era l'unico pastore. In s.^'luo- 
go gli apostoli assistettero s. Pietro co- 
rnei. ^pastore, avanti che tra di loro si se- 
parassero, e si dividesserodas.Pietro,che 
presiedeva loro. In questi due stati ì car- 
dinali rappresentano gli apostoli. Gli a- 
postoli poi, secondo il precetto di Cristo 
di andare per tutto il mondo a predica- 
re, sono rappresentati da' vescovi, che co- 
sì succedono loro. Quindi dopo aver di- 
chiarato chiamarsi Cardinali^ perchè la 
chiesa romana è cardine delle altre, e pep 
mezzo de'cardinali è governata dal Pa- 
pa la chiesa universale; perciò concluse, 
nella chiesa non vi è dignità maggiore 
della lorp. Eugenio IV nella bolla Ad u- 
nwersaliSf dice che i cardinali rappresen- 
tano gli apostoli assistenti a Gesù Cristo, 
di cui fa le veci il Papa, ed i vescovi rap- 
presentano gli apostoli dispetti e predi- 
canti pel mondo. £' adunque naturale, 
che rappresentando i cardinali il collegio 
apostolico in corpo, abbiano la preceden- 
za per tutto il mondo. 11 dotto cardinal 
Paleotti, De conci slorialibus consulta- 
tionibus^ riconosce i cardinali successori 
degli apostoli. La stessa opinione mani- 
festarono Rinaldi, Tomassini, Berti e al- 
tri molti. Iddio istituì il Primato (f^.) dì 
governo sopra tutto il mondo: questo pri- 
mato non si può esercitare da uno solo 
senza l'aiuto di cooperatori residenti pres- 
so il medesimo, che lo aiutino e consi- 
glino. Dunque questi cooperatori da tra- 
dizione apostolica debbono provenire ;o 
sia, ciò ch'è anco più chiaro, i presbiterii 
vescovUi debbono avere in genere questa 
provenienza, comesi vede da'monumen- 
ti apostolici, e da s. Ignazio martire,col* 
la debita propoi*zione che passa da'capi- 
tpli che assistono il vescovo per una par- 
ticolare diocesi, al sagro collegio che as- 
siste il Papa pel mondo intero. E come 
i capitoli hanno la giurisdizione vescovi- 



S€C 3oi 

le mancando il vescovo, i cardinali han- 
no la pontificia , mancando il Papa (cioè 
al modo detto a Sede apostolica vacan- 
te), giacche la sede apostolica non man- 
ca mai. E quest'ultima prerogativa è di 
una grandezza tale, che non è possibile 
spiegare con parole la sublimità del sa- 
gro collegio, al riflesso che assente il Pa- 
pa o prigioniero, rappresentano la Sede 
apostolica (f'.), morto il Papa governa- 
no la chiesa universale (tutto come di- 
chiarai a Sagro Collegio), ed i cardinali 
sono quelli che procedono all' Elezione 
del successore, cioè il F icario di Gesh 
Cristo, Il regnante Papa Pio IX, nell'en- 
ciclica degli 8 dicembre 1849» ii^^itò l'e- 
piscopato cattolico a rammentare a' cri* 
stiani, che s. Pietro il principe degli apo- 
stoli vive e presiede ne' suoi successoli, 
la cui sublime dignità non vien meno ia 
suo erede, avvegnaché indegno..£d inol^ 
tre di rammentare ad essi, che Cristo Si* 
gnor nostro pose nella cattedra aposto* 
lica di s. Pietro T inespugnabile fonda- 
mento della sua Chiesa; che consegnò a 
s. Pietro le chiavi del regno de' cieli; e 
che pregò appunto perchè la fede di lui 
non si spegnesse, e che gli comandò di raf- 
fermare nella fede i suoi fratelli; e come 
perciò il romano Pontefice abbia il pri- 
mato sopra tutta la terra, e sia il vero Vi- 
cario di Gesù Cristo, il capo della Chie- 
sa, e il padre e il maestro di tutti i cri- 
stiani. 

Gesù Crìsto,capo invisibile della Chie- 
sa, elesse per suo vicario e capo visibi- 
le il principe degli apostoli s. Pietro, clie 
molti scrittori col Barbosa, Jur, eccles, 
univ. lib. I , cap. i , De suni, Pont. n.° 1 6 ; 
col cardinal Petra, Comment. in Const. 
r, Clementis Vl^ t. 4» n. 3 e 6; e col Pa- 
pa Clemente X111,consl. Inexhaustum , 
de'3 settembre 1 762, chiamano non so- 
lo vicario, ma anche Successóre di Cri- 
sto. Ecco le parole di Clemente XIII: E- 
xemptoque suo (Christus) edocuit, quid 
eos, quos in gubernanda cathoUca ecde^ 
siae Successores^ «e Ficarios suos in ler^ 



3oa S P C 

m relinquebal^ in Domino facetr opor- 
tfreL Si puh ìredere il Ferrnri, BìlMoih, 
Can,, ^erlMi Papa, L'iaimediiito tuooet- 
«ora ili •• Piuti-o e nelKanno 69 fu Papa 
8. Lino, da lui fatto coodiulore per lefuii- 
9Ìoni delle chiesedi Uoina,coiDe rifenice 
Beda, Hist, Ahhatum Wermutensiums 
€Ìoè suo vicario nel tempo de'viaggi che 
il t. Apostolo fece fuori di Roma. Gli sue- 
cetse neiranno 80 Papa ». Cleto, il quale 
d'ordi ne dis. Pietro a vea ordinato 2 5 pre- 
ti in Roma, onde alcuni credono che fu 
▼escovo coadiutore dei medesimo s. Apo- 
ttolo ne^ohhorghi di Roma. Fu suo suc- 
cessore nell'anno 93 Papa s. Clemente I» 
di cui alcuni scrissero che il i.^'sominoPon- 
tefjce 8. Pietro lo avea eletto a proprio 
successore, e che ciò fu riprovalo dal con- 
dilo d'Antiochia, che decretò non pote- 
re il vescovo eleggem il successore, de- 
creto che la Chiesa poi sempre osservò e 
non il fatto di s. Pietro. Ma fra quelli che 
confutarono tale asserzione vi é il Bruset- 
ti, il quale nel Discorso della sovranità 
del romano Pontefice^ a p. 60 la rigetta 
dichiarando il fatto non certo, basando- 
si la pretensione sopra un' epistola dello 
stesso s.Clemente I tenuta per apocrifa; né 
essere verosimile perchè questo Papa era 
santo e di grande umiltà, e se pure fu un 
fatto,essonon fu un decreto <?x cathedra j 
opina che forse lo creò sommo peniten- 
ziere, volendo egli attendere all'orazione 
e alla predicazione, come dichiarò suoi 
elemosinieri s. Lino e s. Cielo; o al più 
non fu elezione, ma raccomandazione al- 
la chiesa, rappresentando agli elettori le 
qualità di s. Clemente I (ciò che poi pra- 
ticarono que*8Uccessori che riferirò); ed 
ancorché l'avesse eletto successore, osser- 
va che il modo e la forma deW Eiezione 
del Papa (/^.), non è materia concernen- 
te la fede, ma il governo, onde la Chiesa 
potè variare, prima eleggendolo il clero 
romano col popolo, poi il clero solo, e (ì- 
nalmente non tutto il clero, ma i perso- 
naggi eminenlissìmi del clero o sia i car- 
dinali di s. Chiesa. Abbiamo poi dalla vi- 



suc 

la di I. Clemente I, ch'egli tollanlofiioon- 
vertllo e battettato da «. Pielro, cui ai- 
sisté come fedele diacono; ìndi da essoor 
dinato prete e poi vescovo, nel qual tea- 
pò teguì s. Paolo nelle sue fatiche apo- 
stoliche, il quale lochiamo suo coopen- 
ture. Fu cosi stretto ai due sa. A postoli e 
li assifttè nel loro ministero con tanto » 
lo, che ì padri gli dierono il titolo di bo* 
MO apostolico e di apostolo. Alcuni eoa 
Tertulliano crederono che s. Pietro lo &* 
cesse vescovo delle nasioni, per predicarli 
vangelo in varie contrade; altri con s. fi- 
pi fan io furono d'avviso, che s. Pietro lofi- 
cesse suo vicario in Roma, e gli oonfertf- 
se il carattere episcopale affjiiché potesie 
far le sue veci, quando le tue molte mis- 
sioni l'obbligavano ad assentarseoe; altri 
finalmente ritengono, ch'egli potesse es- 
sere vescovo degli ebrei esistenti in Ro- 
ma. Tuttavolta il Cenni, Dissert. eccles^ 
diss. 2, p. 88, dice che s. Clemente 1 ricu- 
sò di succedere immediatamente a t. Pie* 
trosuo maestro, per non dare occasioBe 
a' vescovi di destinarsi il successore. Atte- 
sta s. AgoRtino,£/7f5/. 1 1 o,§ 4 e ^ I S^chend 
3^5 il I. ^concilio generale di Nicea, fetto 
celebrare da s. Silvestro 1 , decretò che 
ni un vescovo potesse eleggersi il succes- 
sore da se medesimo; ma nondimeno al- 
cuni vescovi essendosi eletto il successo- 
re, Papa 8. Ilaro nel concilio romano dei 
1 7 novembre 465 proibì a' vescovi di e- 
leggere il proprio successore, come può 
vedersi nel Lnbbé, ConciL t. 4> p. 1060, 
e già riportai nel voi. XXI, p. 200. Il ci- 
tato Ferrati parla degli autori che sosten- 
gono non potere il Papa eleggersi il sue* 
cessore, anzi essere nulla questa elezione; 
contro Vittorio, Bonaccina, Sua rea, Va- 
squez ,Turriano,Ledesina e altri. Papa s. 
Simmaco, come riferisoo nel citato voi. 
XXI,p. 2 00, nel sinodo che celebrò in Po- 
ma nel 499, ordinò col can. Si transitili 
Papae^che vigente il Pontefice non si po- 
tesse trottare óeW Elezione del successo- 
re, sotto pena di scomunica e privazione 
di tutte le dignità. Parlando l'annalista 



sue 

i Rinaldi a Ul anno n.^G de'canoni fatti da 
I s. Simmaco nel concilio intorno all'cletio- 
^ i)e del Papa, per reprimere in avvenire 
I gii ambiziosi, riferisce che fa severamente 
vietato a'chierici, vivente il Papa, di dare 
senza suo consiglio,giuratMento o promes- 
sa di voto, o fa re alcun patto per l'elezio- 
ne del successore; e che a eguali pene do- 
vesse soggiacere chi fosse convinto d'aver 
ambito il Pontificato (/^.) vivente il Pa- 
pa.» Ancora si fece decreto, che se la mor- 
te del Pontefìce fosse subitanea, eh' egli 
non avesse potuto ordinare niente intor- 
no airelezionedel suo successore, si doves- 
se consngrare quegli che fosse stato elet* 
to da tulio il clero o dalia maggior parte; 
ma per tal conveniente, che fosse privalo 
del grado sacerdotale chi si fosse mosso al- 
I relezione non con retto giudizio, mase- 
I dolto colle promesse. Ciò che si dice qui 
I dell'elezione del futuro Papa, non si dee 
I intèndere in guisa, che i Pontefici si fa- 
cessero i successori; ma che si reputava 
per modestia essere cosa degna della se- 
, de di s. Pietro ricercare il parere del mo- 
rieute Papa; il qual parere nondimeno 
si esaminava dal clero, e con voti si deci- 
deva se si dovea ratificare. Questo decre« 
to si sottoscrisse da 7^ vescovi interve-^ 
liuti al sinodo, da 67 preti di Roma e da 
5 diaconi*'. Malgrado il decretato di s. I- 
laro,co1 quale si garantisce che la sede pon* 
tificia non diventi mai ei*edi tarla, narrai 
nella biografia di Figilìo e articoli rela-* 
tivi,che Papa Bonifacio 11 goto, rifletten- 
do che eleggendosi il successore avreb- 
be impedito la prepotenza de'dominanti 
re goti, i quali si studiavano di £ire ì Pa* 
pi a loro arbitrio, nel sinodo di Roma del 
53o dichiarò per suo successore nel pon* 
tificato il diacono Vigilio, ul quale decre- 
to si aggiunse il consenso e il giuramento 
del clero; ma ravvedutosi del mal opera^ 
to, contrario alla provvida legge di s. I- 
laro, in un altro concilio che adunò, alla 
presenza del clero e del senato romano, 
ne fece una solenne ritrattazione, per a- 
ver egli violato i s. canoni, prìncipalmeiite 



SDC 3o3 

Niceni, e offesa la libertà de'sagri comizi, 
colla suddetta elezione, e in pari tempo 
ne fece bruciare il decreto che prima a- 
vea sottoscritto avanti la confessione di s. 
Pietro. Nariu il ricordato Rinaldi all'an- 
no 53 1 , che Bonifacio 1 1 cedendo alle bri- 
ghe di Vigilio, e col prelesto che i goti re 
d'Italia iniquamente si usurpavano l'ele-< 
zione de'Papi, con biasimo di se e di Vi* 
gilio questi elesse per successore; ma poi 
in altro sinodo annullarono i sacerdoti il 
decreto a riverenza della s. Sede e come 
contrarioa'cauoni'.Bonifdcìo II si confes-^ 
8Ò reo di maestà, perocché egli avea con 
decreto sottoscritto di sua mano avanti 
la confessione di s. Pietro, fatto suo sue-* 
cessore Vigilio^ e avvampò il medesimo 
decreto nel cospetto di tutti i sacerdoti| 
del clero e del senato. Quanto alla colpa 
di lesa maestà, tale poteva reputarsi dai 
goti, per essere ciò contro il volere del 
loro princi|>e, inìquo usurpatore dell'e- 
lezione del sommoPontefice.Nota inoltre 
Rinaldi, che sebbene Bonifacio II si pur- 
gò da ogni difetto commesso intorno al- 
l'elezione del successore, nientemeno Id* 
dio a esempio d'altri prestamente lo toU 
se da questa vita, morendo nelTistesso an-* 
no. Dipoi nel 535 Papa s. Agapito I ri- 
provò e cassò l'atto di Bonifacio II, per- 
chè erasi eletto il successore al pontifica-» 
to, come testifica Anastasio Bibliotecario 
nella sua vita. Quando Vigilio s'intruse 
nel pontificato,' vìvendo Papa s. SilveriOf 
nella scomunica che questi pronunziò 
contro di lui gli disse: Perchè ti sforzasti a 
tempo di Bonifacio II di santa memoria 
di fiirti eleggere Pontefice, vivendo esso, 
se non ti sì fosse opposto l'amplissimo se- 
nato. Dopo la morte di s. Silverio, il cle- 
ro romano pel desiderio della pace rico- 
nobbe Vigilio, che si cambiò in tutt'altro 
da quello ch'era prima. Ricorderò anche 
qui, che Bonifecio Ili del 607 nei sinodo 
di Roma ordinò sotto pena di scomuni- 
ca, che non si convenisse per l'elezione del 
Papa,o di qualunque altro vescovo,se non 
passali 3 giorni do|>o la morte del pre- 



3o4 sue 

deoetsore^ epoca che dipoi fu abbueviata 
o protratta dagli elettori e da' Papi, a se- 
conda delle circostanze de' tempi, diche 
ragionai a Elezioite, Cohclave e nelle bio- 
grafie de'Papi. Restando proibito a'Papì 
di creare il successore, é bensì accaduto 
qualche volta, che U Papa sul punto di 
morire, nel raccomandare a'sagri eletto- 
ri un'ottima scelta del futuro Pontefice 
successore, con semplice raccomandazio- 
ne proponesse o designasse qualche in- 
aigne e sperimentato soggetto, degno di 
riempire un tantoeminenteluogo;e come 
quello che conosceva i bisogni de'tempi 
e delia Chiesa, e insieme i soggetti op- 
portuni, propose quelli che giudicava piii 
idonei a vantaggio della s. Sede e per la 
maggior gloria di Dio. Ne riporterò di- 
versi esempi, ed alcuni pure in cui si usò 
da'sagri elettori per form'ola d' elezione, 
#. Pietro elegge N. per successore, ossia 
per acclamazione, che fu uno de'modi per 
l'Elezione del Papa^ come dichiarai in 
quell'articolo. Nella biografia di s. Gre- 
gorio FlI^e nel voi. XXI, p. 3 18 nar- 
rai, che nel 1 073,senza che vacasse la se* 
de e appena morto Alessandro II, fu elet- 
to Papa il celeberrimo cardinal Ildebran- 
do, che prese il nome di Gregorio V II, per 
la generale acclamazione con cui il clero 
e popolo romano grida va: S, Pietro eleg- 
ge Ildebrando: s. Pietro lo vuole suo suo- 
cessore.Qixesto graiìPapa pregato da'car- 
dinali 3 giorni prima di morire, di sugge- 
rir loro ne'iempi calamitosi in cui vivea- 
no per le persecuzioni d'Enrico IV, chi 
fosse degno di succederlo,Gregorio V 1 1 li 
esorlò ad eleggere uno de' 3 cardinali die 
designò (LeooeOsliense vi aggiunge s. An- 
selmo vescovo di Lucca, a cui il Papa a- 
gonizzante mandò iu dono la sua mitra, 
nel caso che i cardinali non accettassero), 
cioè Chatillonp'ìu lardi Urbano 1l,o Ugo 
di D/e,o Desiderio je siccome i due primi 
erano lontani e fuori d'Italia, così racco- 
mandò particolarmente Desiderio ch'era 
presente,e benché per poco tempo avreb- 
be occupato la s. Sede, come si verificò. 



sue 

I cardinali l'ubbidirono, ma la virtuosa 
ripugnanza di Desiderio ne tardò un anno 
l'effettuazione, costringendolo ad accetu- 
re il pontificato (a RmuirziA del foiti- 
ricATo parlo dì quelli che la fecero e dei 
renitenti ad accettarlo) a'24 maggio 1 086 
e col Nome(F.) di FUiore Illési loro 
impostogli. Nelle indicate biografie nar- 
rai l'ambizione del cardinal Ugo di Die^ 
che agognando il papato commise inde- 
gne azioni. Nel 1087 assalito Vittore 111 
da un'infermità, si recò a Monte CassinOt 
di cui aveva ritenuto l'abbazia. Prossimo 
a morire, i caixlinali lo pregarono di ad- 
ditar loro chi dovessero dargli persuGce»- 
sore, ed egli propose il cardinal Chalil- 
lon già designato dal predecessore, dicen- 
do loro: Eleggetelo e ordinatelo Ponte- 
fice della chiesa romana, e per poterlo &- 
re vi do in tutto le mie ^eci. Tanto rao- 
Gonta Leone Ostiense, ma ilsuocomineii' 
latore p. della Noce riferisce; Che Vitto* 
re llldièa'cardinali la facoltà di eleggere 
il successore agonizzante, onde per quel 
poco tempo che gli restava di vita si spo- 
gliò del pontificato, affinchè fosse fatti 
la legittima elezione del successore, te- 
mendo uno scisma imminente(siape\ per- 
secutore Enrico IV, sia pel suo fautore 
antipapa Clemente VII eletto contro il 
predecessore);e così spirare più tranquillo 
e piò sicuro che non insorgesse, con ve- 
dere esaltalo un ottimo successore. Tut- 
tavoltail cardinal Chatillon per la sua ri- 
pugnanza eper gl'impedinienti frapposti 
da Enrico IV e da'fautori dell'antipapa, 
solo dopo 5 mesi e 25 giorni di sede va- 
cante ,a' 1 2 marzo 1 088 fu elettoPapa Vr- 
banollj^x uslificando col suo glorioso poa- 
tificato la designazione di s. Gregorio VII 
e di Vi ttore III. Anche Urbano 11 nel 1099 
prima di morire raccomandò per bene di 
s. Chiesa che fosse creato successore il car- 
dinalRaniero,il quale dopo i 5 giorni,coii- 
tro sua voglia fu acclamato Fapa, gridan- 
do tutti ne'sacri comizi: S. Pietro lo vuok 
suo successorCye prese il nome di Pas^udi 
//.lodi Gelasio 11 che gli successeimorea* 









sue 

do a'sg gennaio 1 1 ig in Clugny^cBÌdei- 
raente raccomandò a'cardinali ivi presen- 
ti di dargli per successore il tedesco car- 
dinal Gonone d' Urack vescovo di Pale- 
strina (^.)e legato apostolico. Ma il vir- 
tuoso Gonone per sottrarsi dal peso del 
pontificato, allegò la propria debolezza e 
il bisogno di spalle migliori per sostene- 
re l'afflitta Ghiesa, ancora lacerata per le 
gravi differenze fra il sacerdozio e l'im- 
pero, consigliando i 6 cardinali collegbi 
ch'erano in Glugny ad eleggere invece ii 
cardinal Guido di regio saogue^e così con- 
tribuì alla sua elezio ne,oude assunse il no- 
me di Calisto Ily dopo che la conferma- 
^*ono i cardinali restati in Roma. 11 sum- 
méntovato Brusetti, parlando di s. Pie- 
trose dicendo che quanto all'operato per 
s. Glemente I perchè gli succedesse, non fu 
elezione^ma raccomandazione allaChiesa, 
rappresentando agli elettori le suequali-^ 
tà, aggiunge che un caso simile si veri- 
ficò neh I ig quando Gelasio II co'car- 
dinali presenti designò l'elezione dei suo 
successore, che dopo la di lui morte fu a- 
dempiuta. Osserverò quanto a Gonone di 
Urach sì, non per Calisto II, che fu invece 
proposto dal designato da Gelasio II. Nel- 
lo scisma insorto nel i i5g nell'elezione 
òì Alessandro 111^ fu intruso l'antipapa 
Viitort V^ i cui fautori lo condussero al 
palazzo apostolico, esclamando secondo il 
solito: Papa Fitljore s. Pietro t elègge. E 
qui dirò che in simile modo e colla stes- 
sa acclamazione nel 768 era stato eletto 
l'antipapa Filippo^eche descrissi nel voi. 
XI 11, p. 73. Nel 1 1 g8 vicino Gelestino 111 
a rendere l'anima a Dio, per la somma e- 
stimazione che faceva del cardinal Gio- 
vanni Co/òn/i^ prete di s. Prisca^ dichia- 
rò a'cai*dinali che avrebbe rinunziato al 
{capato, se gli sostituivano per successore 
1 cardinal Golonna ; ma i cardinali non 
y'ì acconsentironOi dicendo: ch'era cosa 

inaudita che il Papa c^.eponesse se stesso. 

Dopo la sua morte invece gli dierono a 

successore il magnanimo //i/ioce/iso ///. 

Nel 1 5o3 Alessandro V I, prossimo a pa- 

VOI. LXX. 



S U G 3o5 

gare l'umano tributo, esortò 1 cardinali 
a non eleggere in successore il cardinal 
della Rovere ritiratosi in Francia per le 
differenze tra loro avvenute. Ma il car- 
dinale, non ostante siffatta Esclusiva 
(del quale argomento riparlai a Sagro 
Collegio), dopo la morte di Pio III, che 
visse soli 26 giorni, fu creato Papa col 
nome di Giulio IL EgYi fu grande, ed e^ 
roano una bolla contro la Simonia (^'), 
annullando l'elezione del Papa, se fosse 
seguita simoniaca mente, e deponendo t 
cardinali che vi avessero contribuito. A-^ 
duoatosida alcuni cardinali ribelli il con- 
ciliabolo di Pisa contro Giulio II, questi 
gli oppose il coucilio generale di Latera- 
no Vs però caduto malato, adunato il s. 
collegio, dichiarò spettare ad esso soltan- 
to dare a lui il successore, e non a'padii 
del concilio di Laterano; poter esso ac'- 
cordare il diritto del suffragio a'cardinali 
assenti, non agli scismatici autorì della 
pseudo-congrega e da lui deposti, e sog-^ 
giunse: Come Giuliano della Rovere li 
perdono colla sincerità del mio cuore; co^ 
me Giulio II capo della Chiesa, io debbo 
vendicarne i diritti, e gli escludo dall'in- 
tervenire alla scelta del mio successore. 
Provveduto all'elezione delPapa futuro^ 
rese l'anima al Creatore. Le rare qualità 
del cardinal Farnese, fecero esclamare 
Glemente VII vicino a morire: Se il pon- 
tificato si conferisse per eredità io nomi^ 
nerei nel mio testamento il cardinal Far- 
nese per mio soccessore. Passati 1 7 giorni 
dalla sua morte,! cardinali a'i3 ottobre 
1 534> per ispirazione e con ischedule a-r 
perte,crearono Papa il cardinal Farnesei 
che si chiamò Paolo Illyà\ gloriosa ri^ 
cordanza. Dipoi Paolo III ricusò di cede- 
re a'consigli e alle persuasive del cardi-* 
ual Francesco Pisani, che lo stimolava a 
designare al sagro collegio il successore. 
Soltanto raccomandò caldamente all'au- 
torevole suo nipote cardinal Alessandro 
Farnese e capo di molti cardinali da 
lui creati, di procurare ad ogni opslo che 
alla sua morte fosse eletto successore il 

20 



3o6 sue 

cardinal Nicolò Ridolfi, non conoscendo 
soggetto più degno di luì pel governo del- 
la Chiesa; ma essendo in conclafe morì 
nello stesso giorno in cui i cardinali avea< 
no destinato di sublimarlo al triregno^ 
in suo luogo elessero Giulio 11 1. Nel 1 558 
Paolo I V emanò la bolla Cum secundum^ 
de' 1 6 dicembre, Bull. Rom, t. 4« pai*, i \ 
p. 347t ampliatila del decreto di s. Sim- 
niaco, dichiarando i refrattari rei di lesa 
maestà di i /classe: Cantra ambientesPa- 
paiiim, aui Papa viventeyeoque incon- 
sulto^ tractantes de eligendo fiituro Pon- 
■ tifice^ceorum complices etfaittores.Pìo 
IV avendo inteso vociferarsi, nella sua 
grave malattia, che nel concilio di Tren- 
to, che allora celebra vasi, verrebbe elet- 
to il successorCyColla bolla Prudentis^dei 
a a settembre 1 56 1 , BuUar, t. 4> par. a, 
p. gOy determinò che in Roma soltanto si 
potesse fiire reiezione del Papa, e questa 
da'seli cardinali. Quindi Pio IV esponen- 
do a'cardinali in concistoro la sua vec- 
chiezza, disse loro : Saper bene che sotto 
r antecessore Paolo IV erasi agitata la 
questione: se il Pontefice potesse eleggersi 
coadiutore con futura successione al pa- 
pato, e che alcuni avevano sostenuta la 
sentenza affermativa, la quale egli però 
rigettava come falsa, anzi voler dichia- 
rare con bolla che il Papa non lo poteva 
fare, neppurejcol consenso de'cardinali. 
Laonde l'effettuò colla bolla de' 1 8 gen- 
naio 1 565, ch'è la 63 del Bull. Rom. t. 2, 
del Cherubini, come vuole Novaes; e rin- 
novando la legge di s. llaro, convalidata 
da Bonifiicio li, ordinò che il Papa non 
potesse eleggersi il successore, né il coa- 
diutore ,sebbene in ciò convenissero i car- 
dinali di 8. romana chiesa. Vedasi il Dia- 
na, O^r. par. I o,tract. 5, De polestPont, 
elig. subsuccessor. Prospero Fagnani par. 
^yPrimi decretai, cap. AccepiniuSydePa- 
ctis n.°i6, e la bolla In eUgendis^ de'9 
ottobre 1 562, Bull. Rom. t. 4$ pa>** 2» P> 
145. Nel 1591 aggravandosi l'infermità 
da cui era molestato Gregorio XIV, fece 
chiamare tutti i cardioaUal suq letto, e 



sue 

dopo aver procurato colle lagrìmepiàdM 
con parole di persuaderli di sua inabili- 
tà pel governo della (Chiesa, aocresduu 
dal male, li pregò ad ele||^ere il suoco- 
sore mentre vivea. Non acoonsentendo il 
sagro collegio a siffiitta novità, l'esortò il 
Papa a scegliere dopo la tua morte sen- 
la indugio e senza contese un ottimo e 
degno successore, che certaoiente avreb- 
be riparato gli errori ch'erano nel cristia- 
nesimo. Di questa commovente allocaxio- 
ne il cardinalAgostino Valerio scrisse IV- 
legante opuscolo:£>e ultimo sermoneGrt' 
gorii XI F. Mei ricevere Gregorio XV per 
l'ultima volta i ss.Sagramenti,pregò eos 
fervore gli astanti di aiutarlo (M>lle loro 
orazioni in quel punto estremo; e disse si 
cardinali presenti, che moriva consolato 
nella ferma speranza, che il successore a- 
vrebbe riparato abbisogni della repubbli- 
ca cristiana, ritenendo non potersi eleg- 
gere alcuno che non fosse pili degno di 
lui. Innocenzo X nel 1 655 vicino a morte 
fece entrare nella sua stanza i cardinali) 
raccomandò lorolaChiesa e la buona scel- 
ta del successore, ne lodò parecchi,e sopra 
tutti il cardinal Chigi,mo8trando deside- 
rio che gli fosse sostituito, e chiese perdo* 
no a tutti, come leggo in Cancellieri, M^ 
catop. 1 14* Il cardinal Chigi fa di fiitto 
eletto Papa, e prese il nome di Alessan- 
dro FU, Nel 1 689 il ven. Innocenzo XI, 
che assunse questo nome per compiacere 
il cardinal Alderane -Cibo, assistito nel' 
l'agonia giusta il costume dal cardinal 
Penitenziere maggiore (F.)^ da questi le- 
ce dire al sagro collegio radunato nelle 
pontificie stanze, che lo pregava con ar* 
dorè a dargli un successo^ meglio di lui, 
e che ne correggesse gli eiTori, e perciò 
credere opportuno che gli succedesse il 
cardinal Cibo segretario dì stato; ma in 
vece lo fu Alessandro Vili. A Orazionb 
PER l'elezione de' Pontefici i*agiooai di 
essa, che si fa al sagro collegio prima di 
entrare in conclave, per T ottima scelta 
del successore al Papa defunto ed a s. Pie-^ 
tro. All'artioolo Paofktì^ parlai ptu'e det 



sue 

I le profezìe sui Papi e de'presagi di molti 
L cardinali pel pontificato, fra'quali quelli 
i fatti da'predecessori per i successori, fa 
i feirabo il vocabolo Califfo significa succes- 
È sorcy erede, vicario, ed è per questo che ìi 
I Buccessore di Maometto prese il nome di 
■ Califfo, e fu porta to a ncora da'successori, 
if il che rilevai nel voK LXI, p. 89. 
É SUCCINTORIO,iS'M^cmr:tonM/?i,iS'wc. 
é cinctoriuni. Ornamento sagro, proprio 
1 del solo sommo Pontefice, -che adopera 
I soltanto quando celebra solennemente la 
I messa; specie di Manipolo {P^,) che porta 
i sul Camice ( ^.)al fianco sinistro, cingen- 
1 dosi sotto Taltro Cingolo (F!) usuale, per 
I cui dicesi ancora Sub-Cingulus, ed è del 
colore e della specie di drappo degli al- 
tri paramenti sagri, e co'medesìmi rica- 
mi d'oro.Si chiama purePraecinctoHum^ 
come trovo neW OnomasticonRiluale del 
Zaccaria,il quale lo definisce: Praecincla- 
rium, quod Sub-Cingulum^ si ve Subcin* 
clorium, instar parvi Manipuli est e sì- 
Distro latere pendens. Eo unus Roraanus 
Poutifex utitur,dum solemnitercelebrat 
praeterquam in die Parasceves. Il che av-< 
vertì pure Magri, Notizia de'vocaboliec^ 
clesiastici, verbo Cingulum, con dirci: Il 
subcingulo o succintorio , oggi appresso 
i latini non è in uso, solamente l'adopra 
il sommo Pontefice romano celebrando 
solennemente, ed è in forma d'un piccolo, 
manipolo attaccato al fianco sinistro, di 
cui si fa menzione nel Ceremoniale Pa- 
pale con queste parole. Primum cingu- 
locum Succinctorioxn partesinistra pen- 
dente. Quale non adopra nel venerdì san- 
to , nel caso che celebrasse. Deinde per 
diaconum et subdiaconum paraturcon- 
suetis paia mentis , exceptis sandalis, et 
Snbcinctorio, fanone et chirotecis.il mae-< 
stro delle ceremonie pontificie Chiappo^ 
ni, Ada canonizationis ss,y descrivendo 
quella celebrata da Clemente Xl,e il mo- 
mento che assunse i paramenti pontifi- 
cali, a p. 227 ecco come si esprime. Por- 
ro diaconus Cardinalis minister, post e^ 
xutum PoDtificem mitra, pluvieili,etsto- 



sue 307 

la, eundem praeclnxit Subcinctorio (che 
neirindice chiama Succinctorium), cio- 
gulo scilicet, ex quo appensus excurriti 
veluti quìdem alter manìpulus, in quo vi- 
silur Agnus cum rubea crucephrygio o- 
pere pictus, quique ita aptatur, ut supra 
sìnistrum defluat Pontificis femur. Ciò 
conferma Cancellieri nella Descrizione 
de' Ire Ponti ficalif che celebra il Papa,di- 
cendo: che dopo aver il Papa deposta la 
8tola,il cardinal diacono prende dalle ma- 
ni deiraccolito votanledi segnatura il cin- 
golo col succintorio, che anticamente ser- 
viva per sostenere la borsa detta f^cco/ie, 
che portava perfarelemosina,dacui pen- 
de come una specie di manipolo, nel qua- 
le é ricamato un Agnello con una croce 
rossa, e ne cinge il Papa sotto l'altro cin- 
golo usuale, in maniera che il succinto- 
rio restì alla di lui sinistra. Perciò il Ma- 
gri parlando del significato del succinto- 
rio, riferisce simboleggiare l'affetto e ar- 
dente desiderio di far larga limosina. Per 
hoc elemosynarum studium accipitur, 
scrisse Onorio Augustodunense nel libro 
Gemma Animae, cap. 206 : De antimi 
rit. Miss, lib. I , ove chiama questo sagro 
vestimento Perizoma, A questo vocabo- 
lo, Magri lo dice voce greca e propriamen- 
te significa cingolo intorno a'Iombi e aa« 
che qualsivoglia tonaca. Ne' voi. V, p. 72, 
IX, p. 1 8, XXI, p. I Sf/, non solo parlai del 
come il Papa assume quest'indumento so* 
lo a lui proprio, e detto pure Balteoj ma 
con Moretti spiegai non meno che servi- 
va a sostenere la borsa o saccone che il 
Papa portava per fere l'elemosina, e di- 
cbiarai che l'azione che si fa àdXprotono* 
tario di sostenere alquanto alzata al Pa« 
pa una parte della fìmbria sinistra del 
manto, nell'atto che comparte la benedi- 
zione apostolica, può forse ricordare l'a- 
zione di sollevar la borsa o saccone, che 
avea luogoquando il Papa l'usa va, la qua« 
le probabilmente recava qualche impe- 
dimento col suo peso all'alzamento delle 
braccia,come anticamente pratica vasi col- 
la Pianeta {F,), massime neWostensione o 



So8 sue 

tlevazioneyfév cui in tali e altre azioni tut- 
tora si usa per memorìa.ErròGiaoomoVi- 
sconti, nei confondere il succintorio col 
Grembiale(y,) de'Ycsco? i,e lo rilevarono 
Zaccaria citato,ed il VescovoSarnelli nelle 
Lettere eccles,^ 1. 1 o,lelt. 1 8: Che cosa sia 
sttccintono. Anch'esso lo qualifica uno 
degli abili sagri del Pontefice,e riporta le 
parole di Durando. Est Subcingitlum il- 
lud, quod dependet a cingulo, quo stola 
Pontificis cum ipso cingulo colligatur. 
Laonde il succintorio è un sotto cingolo, 
il perchè Gavanlo rinrprovera que'sacer* 
doli che con portare il cingolo pendente 
dn'Ganchi, usurpano un paramento pon* 
ti ficaie. 11 p. Bonanni, La Gerarchia con* 
siderata nelle vesti sagre, cap. 67 : Del 
succintorio, riporta la testimonianza del 
cardinal Jacopo Gaetani Stefaneschi, mor- 
to ¥ei*so il 1343, che nel suo ceremonia- 
le o ordine romano cap. 48 ne parla co- 
me ornamento usuale dei Papa ne'solen- 
ni ponlifìcali della mes^: Cingulum, cum 
Subcinctorio quod habet similitudinem 
Afanipulij et dependere debet a cingulo 
in sinistra parte ... elManipulum, Lostes* 
so dichiara il cardinal Bona, Rer, liturg, 
cap. 24, ma notando che anticamente.ta- 
le ornamento era comune a'sacerdoti, e 
cita il Rituale della Messa tradotta dal- 
la lingua illirica, ove si chiama Praecin* 
ctoriunt. Aggiunge, che nel ricordalo li- 
bro Gemma animae è detto Suhcingu* 
lum,siveSttbcinctorium; e che s. Girola- 
mo nella sua Theoria lo chiamò Enchi- 
ìium^ dicendo significarsi in quello losciu- 
gatoio, zona linteum, con cui Pilato a- 
scingessi le mani quando non volle con« 
dannare Gesù Cristo. Oltre questo signi-r 
ficaio, scrisse Balsamone, De fure greco 
romano^ lìb.i, essere nel succintorio fi- 
gurato lo sciugatoio con cui il Redento- 
re si cinse nella Lavanda de*piedi (^.) 
che fece agli apostoli. Simeone Tessalo- 
nicense nel Rituale asserì simboleggiare 
la spada evangelica propria de' vescovi; e 
lostessn riconobbe Cabasilla nel Glossa' 
rmi7ijdicendo;Figura rompbeae circum- 



sue 

dat illum GeiuMi/e appellalum, qaodii 
forma G^iiii efforroatum est. Peiò al- 
lerte Magri, che questo significato aoBes 
na piuttosto il luogo ore ti porta, cheh 
figura di esso, poiché l'usato da'gredi 
di forma quadra d'uo palmo e mezzoó* 
ca largo da ogni lato^ che legasi in anso- 
golo e pende verso le gÌDOcchia dellW 
golo opposto, e nella parte piana soole 
esservi espressa t'immagioe d'un serafi- 
DO,con allusione a quello da cui e con ispi- 
da di fiioco si custodiva il paradiso ter' 
restre , onde quando si adatta al fiaooB 
dal vescovo dicesi, col «aleno 44* ^^^ 
gere gladio tuo super femur tuum. Del 
Subgenuale proprio de' vescovi greci e da 
loro anoora usato, ed anche da'parrochi, 
ec, e de'suoi diversi significati, parlai ael 
voi. XXXII, p.i 46* Inoltre il p. Bonaani 
riporta, che alcuni stimarono, nel suociih 
torio ricordarsi la veste interiore delsonh 
mo sacerdote degli ebrei , detta nella s. 
Scrittura Foemoralia, e da Dio oi*dma* 
ta , non già perchè sia fiitto ad esempio 
di quella, ma solamente per rinnovarne 
la memoria come figura. Che nel succia* 
torio può riconoscersi la veste del som-' 
mo sacerdote, l'affermò eziandio s, Ago« 
slino. De Civitate Dei lib. 3. Un simile 
equivalente ornamento usano i vescofi 
greci, facendone menzione il mentovato 
Tessalonicenseal cap.7 presso]VIorino,D6 
sacr. ordin, p.128 (il quale rigetta Teli* 
mologia sul succintorio inventata dal pre^ 
dicante eretico Suvcinger nel suo Hid(h 
poricocap. 62, lib. 2), parlando dell'or- 
dinazione del vescovo. Electus autemia 
secretario sese veslis, et Supergeniculare 
sibi circumponil. Che perciò Balsamone 
dice ch'era solamente conceduto a'vesco'^ 
vi, e condanna l'abuso de'greci per aver- 
lo lascialo usare agli abbati e ad altri in- 
feriori. Sacratissimorum£)9i//>a/ziciorc</7i, 
el Epigonationum amictus solis episcopis 
concessus esltamquam figuram Domini^ 
et set'vatorì nostri Dei Jesu Christi geren- 
tibus. Sul vocabolo Epimanicion, notò 
Magri significarsi il manipolo, e io quei* 



sue 

^ lo d'Epigonadon il succintorio, che pres* 
^ 8o i greci è fatto in forma di borsa e da 
■ essi chiamato supergeniale, ed é adope* 
* rato nelle messe da' vescovi e da altre di- 
i goità ecclesiastiche nel fianco destro. Il 
I Sarnelli io dice della forma del corpora* 
I le, e lo chiama con voce greca Hypagno^ 
I tion, cioè Supergenuale, 
I SUGCOLLETTORE, SubcoUeclor. 

I Collettore é colui che raccoglie e riscuo- 
I te, Collectorj e Collettorìa dicesi l'uffizio 
i del collettore, llsuccollettore è quello che 
t fa le veci e dipende dal col lettore. Morcel- 
1 li chiama il collettore degli spogli, AdU" 
I ctorcadncorum Ponti ficis maximLAS?(y* 
! GLI ECCLESIASTICI trattai del succol lettore 
I generale di essi, de'suoi suocollettori e dei 
collettori che i Papi spedivano in Sicilia^ 
i in Portogallo^ '\n Inghilterra (/^.)e in al- 
I tri stati. A Dataria apostolica ragionai 
del suocollettore generale della medesi« 
ni a, per ìeAnnateQuindenni e Tasse ( ^.). 
A Cancelleria apostolica parlai de' /^a- 
cabilisti(F,) collettori del Piombo {F,\ 
ed a Preside o Presidente, del loro pre- 
sidente: altre parole dissi a Sigilli pon- 
tificii, riparlando delle Bolle, Il p.Plet- 
temberg, Notitia Tribunalium Curine ro» 
i7i^/2/ze,riporta a p.399 la Regitla 5.' d'In- 
nocenzo XII : Reservatio beneficiorum 
Collectoriim , et SubcoUectorum, per le 
città e diocesi, officia exercuerint^ subcol» 
lectorum fructum , et proventum carne» 
rae apostolicae debitorum^ illa videlicet 
beneficia dumiaxat, quae durante eorum 
officio obtinebant^et in quibus^seu adquae 
jus eis competebant. Ora nella stampe- 
ria della 8. congregazione di propagan-* 
da fide si va compiendo la stampa delle 
Constitutiones et Li terne apostolicae quae 
de Spòliis ecclesiastico rum latae sunt 
chronologico ordine digestae. Questa col- 
lezione, che sembra diretta di* Subcolle» 
ctoribus, incomincia colla lettera Olim, 
del 1246 d'Innocenzo IV, e coll'extra- 
vagante Postulasti ^dei 1 3 1 7 di Giovanni 
XXII, oltre la costituzione Consuelndi- 
nem^dì Bonifacio VI il.La nomina e coufe* 



sue 

rimento de' Benefizi ecclesiastici (F.) A 
chiama pure collazione, e collettori gli e» 
lettori che ne godono il Padronato {F,), 
sulle quali nomine talvolta il Papa & le 
Riserve apostoliche (/^.). 

SUCCUBA. Sede vescovile della pro« 
vincia Cartaginese proconsolare dell'A-* 
frica occidentale, sotto V arcivescovo di 
Cartagine, di cui trovasi menzione nel i .^ 
concilio di Laterano. Lucanio,uno de'suoi 
vescovi, fu tra'padri del concilio procon- 
solare, che nel 646 scrissero una lettera 
a Paolo patriarca di Costantinopoli, con- 
tro l'innovazioni de'monoteliti. Morcelli, 
Afr. chr, t I. 

SUCCURSALE oSUSSIDI ARI A,^a- 
xiliaria, Subsidiaria.Chìesa la qualeser- 
ve invece d'una Parrocchia (F,)^ eh' è 
troppo discosta,eper suo aiuto, facendosi 
il servigio parrocchiale per comodità de- 
gli abitanti troppo lontani dalla Chiesa 
(F,) parrocchiale. La chiesa sussidiale fu 
da Morcelli dichiarata, ^e^es Curiae FU 
caria^Aedes Curia in subsidium addicta. 
Fu usata la parola succursale, perchè la 
chiesa di questo nome è di un gran soc- 
corso per la parrocchia e pe'parrocchiani 
che l'abitano nel suo dintorno. Talvolta 
si fa uso del vocabolo annessa, ma par- 
ticolarmente quando trattasi d'una nuo- 
va parrocchia, smembrata dall'antica. Di 
ordinario si stabilisce una chiesa succur- 
sale, quando non avvi precisamente il ca- 
so dell'erezione d'una nuova parrocchia. 
Gli stessi canoni, che permettono a'vesco^ 
vi d'erigere delle parrocchie,lasciano loro 
il diritto di giudicare se bastano chiese 
semplicemente sussidiarie, Perlo stabili- 
mento delle chiese succursali non è oh* 
bligato il vescovo di osservare le forma- 
lità come per l'erezione delle parrocchie. 
Quanto a'diritti sulla cera, sulle oblazio-. 
ni e altro, nella chiesa sussidiaria appai*« 
tengono essi al parroco,come quelli della 
parrocchia medesima. Vi sono chiese che 
sebbene non sono lontane da'parrocchia- 
ni, perla loro sontuosità e dignità hanno 
chiese succursali e filiali, come esponenti 



3fo SUD 

e tumulanti, e per ammiDistrare •llreti 
il battesimo. Moltissime chiese erette nel- 
le campagne da'signori oda! popolo, don- 
de derivai*ooo i padronati e le nomine di 
esse, poi divennero succursali e anche par- 
rocchieXe parrocchie filiali furono erette 
dopo il I ooo in grandissimo numero , a 
dipendenti dalla Piei^ (F,) antica e vera 
parrocchia. L'abusiva usansa di pievani, 
ch'erano ecclesiastici non in sacris^ e go- 
denti grosse rendite ed emolumenti delle 
pievi, siccome assenti vi tenevano de'vi- 
t'ari preti e mal pagati, il grande uso nei 
secoli bossi che i canonici dimorando in 
cttth godessero una qualche pieve , non 
parve loro vero che i preti degli oratorii 
D chiese rurali con lieve compenso faces- 
sero in esse ogni fatica propria del mini* 
stero, e furono origine delle chiese suc- 
cursali o filiali. Anche al popolo riuscì u^ 
file di trovare in un oratorio o chiesuola 
vicina que'soccorsi spirituali che avreb- 
bero avuti, o anche stentati, nella pieve 
lontana, onde insensibilmente acquista- 
rono la parrocchialità. Dopo la detta e- 
poca, anzi nel secolo XII, i preti di molte 
cappelle rurali, ora a preghiera de'popo- 
ItyOra per le premure de'magnati, comin- 
ciarono a ricevere da'vescovi quelle fa- 
coltà chediconsi parrocchia! i,salvo la rin- 
novazione del battisterio, e piùspesso an- 
che salvo il poter avere battisterio,o il po- 
tere amministrare il battesimo.Certecon- 
cessioni furono personali , e nondimeno 
molte si perpetuarono a forza di rinno- 
varsi ad ogni successore; altre furono tem- 
pQranee,e la conférma o l'uso le rese per- 
petue; altre veramente furono concesse in 
perpetuo, ed ecco l'origine de'parrochi fi- 
liali, cioè i curati non pievani. Vedasi il 
parroco d. Luigi Nardi, Dei par rechi, o- 
pera che dedicò a' vescovi della chiesa cat- 
tolica. 

SUDA o SONA. Sede vescovile della 
Media, sufiTraganea di Sultania o Tigra- 
nocerta, ebbe i seguenti vescovi. France- 
sco morto nel 1 398, Gualtiero di Polema 
francescano iu detto anno eletto da Boni- 



SUD 

fiieiolX,Nicokearroelitano del 1 4 191 Gi» 
vanni diMedina fraooesoanOymortoaSea I 
nel I Si^. Orieiu chr. t. 3, p. 1 379. 

SUDARIO, iSiu&irfrs/iff, Pannolioopa 
asciugare il sudore della fiiccia, ed aocbt 
dicesi sciugatoio.Il vocabolo greco Sodif 
rion^ che significa la medesima cosa, boi 
trovasi che negli evaDgelisti^esXocsdiìa* 
ma sudario il fiisxoletto nel quale il cat- 
tivo servo avea messo il denaro ch'ersgli 
stato confidato : negli Adi degli apostoli 
sono detti sudarti i feuolelti di cui s. Pao- 
lo servi vasi per asciugarsi, e che portali 
ammalati subito guarivano, e gli spiriti otV 
tivi ne uscivano da essi invasati. Il Rinal* 
di all'anno 69, n.^i4> parla altresì del su- 
dario che s. Paolo nel recarsi a subire Is 
decapitazione domandò per bendarsi al< 
la matrona romana Pia utilla, come usan- 
za osservata anche dagli ebrei , promet- 
tendolenela resti tuzione,la quale effettua 
dopo morto nell' apparirle. Si crede che 
questo velo o sudario sia quello che do- 
mandato con grandissima istanza da Co* 
stantina Augusta a s. Gregorio I, questo 
Papa si scusò di non poterla compiacere 
perchè stava insieme col corpo del s. A- 
postolo nel sepolcro, che non era lecito a- 
prire. L'evangelo distingue questi sudarii, 
dal lenzuolo nel qualefu involto Gesii Cri-» 
sto nel sepolcro e dopo che fu imbalsa- 
mato, e che chiama ss. Sindonp (f^.). Per 
ss.Sudariooss, yoko santo {f^.)^ s'intende 
quel pannolino, nel quale restò effigiata 
l'immagine del medesimo Cristo, Tutta- 
volta la ss. Sindone fu ed è chiamata Su» 
dariOy e come rimarcai al suo articolo, ia 
Roma fiorisce il sodalizio del ss. Sudario 
in onore del s. Lenzuolo. Il p. Piano, Com" 
mentario sopra la ss. Sindone j riferisce 
che tanto da'sagri quanto da'profani scrit- 
tori viene usato il vocabolo Sindone per 
denotare qualunque pannolino destinato 
ad avvolgervi qualche cosa dentro; ond'é 
che sindoni sono chiamate le vesti pro- 
messe da Sansone a'filistei qualora aves- 
sero sciolto l'enimma, che avrebbe loro 
proposto; sindoni sono dette da Isaia cer^ 



SUD 

i le candidissime e finissime vesti delle don- 
^ De ebree, delle quali per castigo del Si- 
' gnore sarebbero stale spogliate da'babi* 
* lonesi; sindoni sono altresì nominate da 
' Strabone, da Galeno, da Marziale e da al- 
' tri scrittori greci e latini , le vestimenta 
' comunemente usate da vari popoli; e fi- 
nalmente anche i pannilini destinati a ri- 
cevere le offerte o Oblazioni {F.) de' fedeli 
pel s. Sagrifizio venivano chiamati sin* 
fieni, come si ha dalfOrdine romano per 
l'orazione: Oratio super sindonem. Il p. 
fierlendi, Delle oblazioni all' altare ^ di- 
ce che il pane si poneva sopra candide To- 
vaglie (^.)di lino, delie fanoni dui 2,^ 
Ordine romano; al tre erano di seta, come 
vuole il p. Cerda, che chiama tale tova- 
glia Sindonem sericeum^ in quo populo' 
rum oblationes reponebantur. Inoltre il 
p. Piano afferma denominarsi ss. Suda» 
I no il s. Lenzuolo o ss. Sindone^ per due 
I ragioni: la i .'perchè da Mallonio, Bona- 
fa miglia e altri fu confusa la ss. Sindo-* 
ne col così detto Sudario del capo^ del 
quale scrisse s. Giovanni, che entrando 
s. Pietro nel s. Sepolcro lo ritrovò sepa- 
rato dagli al tri pannilini;la 2.*perchéqua« 
lunque pannolino atto o destinato a net- 
tare dalle lordure il corpo, od a rasciu- 
garne il sudore veniva chiamato 5ii^^r/o^« 
e veramente trovasi questo nome, datosi 
alle pezzuole collocate sul capo di s. Pao- 
lo, e summentovate, adoprato da A mala- 
rio, da Alcuni, dal Durando e da altri li* 
turgicì per significare un fòzzoletto, che 
il celebrante anticamente portava al brac- 
cio sinistro per rasciugarsi le lagrime o il 
sudore, e che poi originò il il/^z/t/y9o/o(^\). 
Notai a Fanone, che i Papi usarono in- 
torno al collo, Oralium sive svdarium^ 
specie di tovagliolo, aflìnchè il sudore del 
capo non insucidass^ la pianeta, od anche 



SUD 3it 

un fazzoletto pel naso, ed in seguito fu 
convertito nell'ornamento del/^i/icffie. O- 
rarium o tovaglia fu detta la Stota (^.) 
diaconale; e siccome \*orariuni o tovaglio-^ 
Io suol tenersi sulle spalle di chi ministra 
alla mensa, ed essendo il ministro di quel-' 
la sagra il diacono, così i diaconi si ac- 
costavano all'altare con tali orarii o suda- 
ri! sulla spalla sinistra, mentre nel brac* 
ciò di tale lato il suddiacono portava un 
fazzoletto per nettare i vasi sagri, ch'e- 
ra pure chiamato Mappa o Mappula 
(^•)» ^ P^^ recentemente manille^ Tro- 
vasi pure usalo il termine di sudario, ^er 
denotare una specie di veloy con cui gli 
antichi solevano cuoprirsi il capo: di Ne- 
rone narra Svetonio, che uscì da Roma 
col capo coperto, e con un sudario steso 
sopra la faccia. 11 Buonarroti, Osserva- 
zioni sopra i vasi antichi di vetro, parla 
del sudario usalo per cuoprire la faccia 
de'morti, dopo che divennero tali e nei 
collocarli nella Sepoltura {F'.)j e dice che 
un sudario era legato intorno al capo e 
alla faccia di s« Lazzaro, allorché fu risu- 
scitato dal Signore, e che generalmente i 
morti erano vestiti come il sudariodi bian* 
co; rammentando i monumenti in cui so- 
no rappresentati 1 cadaveri di Giacobbe 
col volto coperto dal sudario, del profe- 
ta Michea e di s. Adauto col sudario nel- 
la medesima guisa, e quest'ultimo come 
s. .Lazzaro anche legato con iustite o fa^ 
scie. 

SUDDIACONATO o SODDIACO- 
NATO. F', Suddiacono. 

SUDDIACONESSA. F. Suddiacono, 
Diaconessa, Presbitebessa. 

SUDDIACONI APOSTOLICI. F. 
Suddiacono. 

SUDDIACONI DELLA CHIESA RO- 
MANA. F. Suddiacono. 



FINE DEL VOLUME SETTANTESIMO* 



6^ 




AY 7 1964